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sabato 17 marzo 2018

Gilbert Ryle: sapere come e sapere che (know how e know that) VII










Gilbert Ryle è considerato il padre della filosofia della mente. Ryle è nato a Brighton nel 1900 e morto a Whitby nel 1976. È un filosofo inglese, il suo nome si pronuncia con la “g” dura, non è il “gilbert” francese come Gilbert Becaud. L'opera più famosa di Gilbert Ryle sul tema della mente è The Concept of mind (tr. it. Il concetto di mente). Il testo tratta moltissimi temi relativi alla mente, ogni capitolo ne prende in considerazione uno (sapere, coscienza, immaginazione, emozione, ecc.). La mia intenzione, al momento, è di concentrarmi soprattutto sul secondo capitolo, il capitolo che tratta il tema delle principali due forme di conoscenza: know that e know how. Ryle ha individuato un campo della filosofia che eccede il linguaggio, il campo di studio della mente. Questo costituisce il primo passo della filosofia analitica oltre lo studio del linguaggio. In particolar modo Ryle si interessa della filosofia di Cartesio. Cartesio non è solo il filosofo delle prove dell'esistenza di Dio o del metodo matematico, ma è anche uno studioso della mente. Uno studioso della mente che non tralascia nemmeno la parte anatomica, tanto è vero che Cartesio sezionava cervelli per studiare la ghiandola pineale. È per questo e altri motivi che si può dire che non è così estraneo alla filosofia l'esperimento, soprattutto se si tratta di neuroscienze. Uno dei maggiori scienziati cognitivi in filosofia oggi, Daniel Dennett, è stato allievo di Gilbert Ryle. Il primo capitolo del libro tratta il tema del mito di Cartesio. Esiste una visione classica del rapporto mente/corpo, ispirata a Cartesio, che segue grossomodo questi punti:

1) La mente e il corpo sono distinti. La mente è interna, mentre il corpo è esterno. I contenuti della mente sono privati, mentre il corpo è pubblico. Il corpo è esteso, mentre la mente non è estesa.

2) La mente è perfettamente cosciente di tutto ciò che accade in lei, ma solamente il soggetto sa che cosa pensa, gli altri non possono conoscerlo.

3) La mente è come un teatro: sul palco stanno le idee e le rappresentazioni, ma ci vuole sempre uno spettatore, un soggetto che osservi tutto quel che avviene sul palco. Questo soggetto è il Cogito di Cartesio.

Di questi punti alcune cose possono essere messe in dubbio: non è detto che la mente sia distinta realmente dal corpo, potrebbe essere spiegata semplicemente attraverso la chimica del cervello o gli impulsi elettrici; Freud ha dimostrato che la mente non è realmente cosciente di tutti i suoi contenuti; si può dubitare, inoltre, che oltre al flusso di idee ci sia in origine un soggetto pensante. Tuttavia a Ryle interessa ben altro. Ryle critica Cartesio per aver commesso un errore, errore che definisce "categorico". L'errore è spiegato da Ryle con un esempio di questo tipo: supponiamo che qualcuno viene ad Oxford per vedere la famosa università; al soggetto vengono mostrati gli uffici, la biblioteca, le aule, ecc.; ad un certo punto questo soggetto, dopo aver visto tutto ciò, perplesso, si chiede: dov'è l'università? Il soggetto, in questo caso, crede che l'università sia un'entità in più, non semplicemente l'insieme di tutte le cose e gli edifici che ha visto. Allo stesso modo, se dovessimo spiegare le emozioni dell'uomo ed elencassimo tutti i processi, le parti del cervello e del corpo che sono coinvolte, dovessimo poi chiederci dove sia l'emozione o la mente, ci troveremmo in un caso simile. Il mito Cartesiano, secondo Ryle, consiste nell'idea che esista uno spirito o un fantasma nella macchina umana che guida la macchina, come se l'insieme dei processi nella macchina non fosse sufficiente da solo e bisognasse ricorrere a qualcos'altro per spigare il meccanismo.

Questo è il modo in cui incomincia il testo: un'analisi della teoria classica sulla mente, teoria attribuita a Cartesio. La teoria è oggetto di critica da parte di Ryle. Il secondo capitolo è molto interessante a questo punto perché analizza due forme di pensiero e di conoscenza. Ryle comincia il capitolo discutendo della distinzione tra "intelligenza" e "intelletto". L'intelletto, osserva Ryle, si riferisce all'attività del costruire teorie. L'obbiettivo della mente è arrivare al sapere della verità. Spesso si è pensato in filosofia che tutto ciò che è mentale lo è perché ha come guida l'intelletto. Ryle, al contrario, intende dimostrare che non tutto ciò che è mentale dipende dall'intelletto o è un effetto di esso. Di solito si pensa che la mente sia qualcosa di interno, che il pensare sia una faccenda privata e avvenga nella propria testa. Ryle intende smontare completamente quest'altro mito o leggenda. Chiaramente dire che il pensiero è nella testa è un modo di dire, nel senso che "nella testa" è solo una bella metafora e basta. Il teorizzare, il sapere astratto, ossia il know that, appare completamente interno in quanto quando noi ci pensiamo non è richiesta nessuna azione esterna e non dobbiamo ripetere ad alta voce i nostri pensieri, così come acquistiamo la capacità con il tempo a leggere mentalmente, senza dover pronunciare le parole a voce. Tuttavia, osserva Ryle, l'intelligenza non si riduce semplicemente ad un teorizzare: esiste pur sempre una forma di sapere pratico non meno valido di quello teorico. Meglio ancora sarebbe dire che per Ryle non c'è una differenza netta nell'intelligenza tra il pratico e il teorico, come se il pratico si dovesse ridurre ad una mera applicazione di regole, ad un semplice mettere in atto teorie. Il sapere come (know how) è altrettanto importante quanto il sapere che (know that). Tutte le attività pratiche implicano un sapere come che non è meno mentale di una attività svolta dal corpo. Giocare a scacchi, pescare, programmare app con Java, sono tutte attività che richiedono un sapere come (how to). Ryle perciò critica l'immagine classica dell'uomo intelligente: l'uomo che conosce le regole e sa applicarle quando è il momento giusto, che non agisce e basta, ma agisce pensando. Non si tratta mai solo di sapere che (know that) ci sono determinate regole e sapere quando è necessario applicarle, ma bisogna sapere anche come farlo (know how). Bisogna capire qual'è l'azione si più corretta per applicare una certa massima o principio d'azione, sapere cosa fare e programmare l'azione. L'intelligenza, afferma Ryle, la si riconosce dalla procedura. La procedura prevede un solo passaggio e non un dualismo teorizzare/fare. Fare esercizi di matematica, osserva Ryle, è sì un pensare le formule e tutti i calcoli, ma è anche uno scrivere su carta mentre si pensa alla soluzione. Il know how ha luogo anche quando qualcuno ha dimenticato le regole, perché a quel punto esegue i piani come vanno devono essere svolti, anche se non sa spiegare bene perché li svolge in un certo modo. In effetti, dice Ryle, si può saper giocare a scacchi anche senza conoscere bene le regole, se si fanno le mosse giuste. L'importante è non confondere questo tipo di intelligenza con la mera abitudine, proprio perché l'abitudine è meccanica e non implica la coscienza. Molti hanno ignorato il sapere come in quanto forma di conoscenza ed intelligenza, per questo hanno pensato che l'intelligenza fosse semplicemente un processo che avviene tutto nella mente del soggetto, che ci fossero delle regole che vanno applicate e che questo consista principalmente in un agire pensando. Invece nel know how le cose funzionano diversamente. Non si impara la boxe leggendo libri. Qualcuno ci insegna come tirare pugni, come difenderci, ma poi dobbiamo allenarci, dobbiamo ripetere colpi e impariamo soprattutto dagli errori. Dopo molto esercizio il nostro corpo sarà più elastico e sarà molto più spontanea la nostra posizione e la nostra guardia. Non c'è una teoria da applicare, ci sono delle regole che una volta imparate, possiamo dimenticare perché facciamo tutto oramai solo intuitivamente. Come dice Ryle: conta il procedimento, non semplicemente quanto abbiamo pensato. Quando uno sa come eseguire certe azioni, osserva Ryle, è anche in grado di riconoscere qualcuno che le fa bene e sa giudicare quando qualcun altro fa le cose male.

È molto importante il know how perché è il sapere che più si usa nel campo delle azioni. Ci sono i principi e le massime, ma poi si tratta di capire come metterli in pratica ed è in questo che consiste il know how. Il sapere come, dunque, è la forma di sapere più utile a chi si occupa della teoria delle azioni.

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sabato 27 gennaio 2018

Robert Nozick: come si fanno scelte ragionevoli V














Robert Nozick: l'utilità e la razionalità

Kant e Aristotele ci hanno insegnato due cose importanti per le azioni:  Kant ci dice che chi agisce lo fa sempre regolandosi in base ad un principio che chiama "massima"; Aristotele invece ci insegna che le azioni seguono la struttura mezzo/fine (l'etica di Aristotele: trovare i mezzi per raggiungere la felicità). Robert Nozick nel primo capitolo del libro La natura della razionalità si interessa principalmente della scoperta di Kant, ossia del fatto che esistono dei principi che guidano l'azione. Quando agiamo possiamo scegliere dei principi specifici che guidano le nostre azioni. Il principio ha natura generale, mentre i singoli casi in cui agiamo hanno chiaramente natura particolare. Il problema, quindi, per come lo presenta Nozick diventa questo: se posso ritenere valido un certo principio per i casi a, b, c, d, come posso dire che questo principio vale anche per il caso successivo e? Prima di tutto Nozick usa la distinzione della filosofia della scienza tra leggi scientifiche e le generalizzazioni accidentali. Le leggi scientifiche, a differenza delle generalizzazioni accidentali, sono valide per tutti i casi di un certo tipo. La legge della gravita, poste certe condizioni, vale sempre nella stessa forma. Kant distingue i principi pratici soggettivi o massime dai principi pratici oggettivi o leggi morali. La massima diventa legge morale solo quando vale in ogni tempo come principio di una legislazione universale. Per capire se una massima è legge Kant suggeriva di immaginarsi un mondo in cui tutti gli uomini agiscono con quella massima e pensare le conseguenze (es. se tu rubi in un mondo in cui tutti rubano, ruberanno anche a te). Se noi ci chiediamo se un certo principio sia corretto o meno in un dato caso, ossia se valga anche per "e", possiamo agire in modi diversi: possiamo basarci sulle esperienze passate; possiamo usare come principio che in casi simili valgono medesime regole. Chiaramente ognuna di queste due opzioni conosce eccezioni. Nozick afferma che, in ogni caso, quando adottiamo un principio siamo legati ad esso, in quanto non potremo agire se non in conformità con il principio, se vogliamo essere coerenti rispetto ad esso. Quando qualcuno adotta una serie di principi dovrebbe rispettarli. Il problema consiste nel distinguere uno che recita (es. dico di essere non violento, non uso di fatto violenza, ma profondamente odio il mio vicino di casa) da uno che ha realmente interiorizzato i principi (penso, agisco e sento secondo il mio principio). Chi crede veramente nei principi che adotta non può che crederli veri e giusti, altrimenti non li seguirebbe affatto. Ad ogni modo i principi determinano una condotta (es. sono ecologista, faccio campagna di sensibilità per l'ambiente, non butto rifiuti per terra, anzi faccio volontariato per pulire i boschi). In questo senso una lista di principi definisce noi stessi e il nostro carattere.

Nello studio della razionalità relativa alle azioni Nozick cita il famoso grafico di George Ainslie. Nel grafico troviamo due funzioni. Le quantità di riferimento sono l'utilità per le ordinate (y) e il tempo per le ascisse (x). Le due funzioni si incontrano in un punto, un punto di svolta cruciale. Il soggetto si trova in questa situazione: deve decidere se avere un guadagno a breve termine, ma più basso, oppure un guadagno a lungo termine, ma decisamente più alto. Secondo Nozick questo consiste in un caso di tentazione. La figura è questa sotto:


Nozick divide il grafico in tre periodi (A, B, C). Il tragitto temporale completo è dato dal periodo AC. La parte A non crea problemi, ma quando avviene l'incrocio tra le funzioni, in quel momento il soggetto deve decidere. Si può sostenere, ma su questo Nozick dice che è discutibile, che il soggetto si dia un principio nell'intervallo B, principio che serve per la decisione. Passato l'intervallo B è chiaro che il soggetto scegliere l'alto guadagno nel lungo periodo e non il contrario, ma fino a quel momento esiste la tentazione di scegliere un guadagno a breve termine. Un esempio di Nozick: non fare spuntini tra un pasto e l'altro. Ogni volta che mi trovo tra un pasto e un altro sarò tentato dall'idea di fare lo spuntino, ossia di avere il guadagno a breve termine e soddisfare subito il mio desiderio di cibo. Cedere alla tentazione significa contravvenire al principio. Cedere una volta apre la possibilità per cedere altre e infinite volte, dunque far crollare completamente il principio.

Credo che l'uso delle funzioni per lo studio delle decisioni e delle azioni in filosofia possa essere molto utile. Per questo motivo mi sono cimentato anch'io nel costruire delle funzioni. Le mie funzioni sono due e seguono queste formule: y = x2 - 10; y' = 10 - x2.. Come vedete sono una l'opposto dell'altra. La mia idea è questa: per chi non crede nel bene assoluto, ossia per chi crede che il bene e il male sono relativi, ci saranno beni maggiori di altri e mali maggiori di altri; i beni e i mali possono implicarsi a vicenda, ma in modi diversi; una serie di beni minori possono portare un male maggiore, mentre una serie di mali minori possono portare un bene maggiore. Se qui provvisoriamente intendiamo per bene il piacere e lo indichiamo con numeri naturali positivi e intendiamo per male il dispiacere, indicandolo con numeri naturali negativi, possiamo costruire due funzioni con i seguenti punti:













Queste saranno le due funzioni:

















Le due funzioni sono completamente contrarie. La prima rappresenta il caso in cui a una serie di mali minori a breve termine corrisponde un bene maggiore a lungo termine, la seconda rappresenta il caso in cui a una serie di beni minori a breve termine corrisponde un male maggiore a lungo termine. La prima funzione è tipica del soggetto che si è messo in dieta e nel presente fa molte rinunce per ottenere un grande risultato nel futuro. La seconda funzione è tipica del soggetto che abusa di alcool o di tabacco, che gode di piccoli piaceri momentanei, per poi avere conseguenze più gravi nel lungo periodo. Tutti quei filosofi più relativisti sul bene e il male, come Spinoza o Hume, parlavano di maggiore e minore all'interno del bene e del male. Tuttavia scegliere tra un bene maggiore e un bene minore non è difficile, così come non lo è scegliere tra un male maggiore e un male minore. È più complesso scegliere nei casi misti dove si deve scegliere tra piaceri immediati che causano mali futuri e dispiaceri temporanei che posso portare beni futuri. 

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mercoledì 27 dicembre 2017

L'etica kantiana e i suoi quattro teoremi III








Se è possibile pensare una filosofia delle azioni in Kant, questo si lo può fare a partire dalla sua morale, perciò a partire dalla  Critica della ragion pratica. La morale kantiana viene da me inserita all'interno della sezione sul pre-azionale. La morale di Kant viene spesso pensata come morale dell'intenzione, anche se certamente hanno ragione i critici a dire che non si riduce solo a quello e che i risultati dell'azione per Kant non sono del tutto irrilevanti. Tuttavia, per fare un esempio di cosa voglia dire "morale kantiana", quando affermo "uccidere è immorale", se credo non esista nessuna eccezione a questo caso, è evidente che il mio interesse in morale è rivolto al dovere e non tanto al risultato dell'azione. Si chiede, per esempio, ad un soggetto che ha commesso un crimine per quale motivo lo abbiamo fatto, proprio perché se ne vuole conoscere le intenzioni. Il dovere in Kant non è subordinato a nessun altro fine, per questo non c'è un risultato (es. il bene della maggioranza) a cui mira l'azione. La potenza della morale di Kant sta nel metodo matematico: costruire una morale basata su teoremi. Certo questo non è esattamente il metodo geometrico di Spinoza, ma tenta di eguagliarne il rigore. Attraverso ognuno dei teoremi è possibile saggiare la teoria delle azioni di Kant.

Il primo teorema:

«Tutti i principi pratici, che presuppongono un oggetto (materia) della facoltà di desiderare come motivo determinante della volontà, sono empirici e non possono fornire leggi pratiche.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.39-41)

Dimostrazione:

Kant intende per oggetto della facoltà di desiderare la rappresentazione dell'oggetto desiderato. Un principio che ha come fine la realizzazione di tale oggetto è un principio pratico empirico. Infatti Kant afferma che un principio di tal fatta avrebbe come scopo il piacere, in quanto piacevole è la soddisfazione del desiderio. Dal momento che non si può determinare a priori se con la realizzazione del desiderio corrisponderà un piacere, questo può avvenire solo per via empirica, quindi a posteriori. Potrà dunque esserci una massima come principio pratico empirico, ma non sarà una legge, proprio perché le leggi sono a priori.

Il secondo teorema:

«Tutti i principi pratici materiali, come tali, sono di una sola e medesima specie, e appartengono al principio universale dell'amor proprio, ossia della propria felicità.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.41)

Dimostrazione:

Qui per principio pratico materiale Kant intende sempre i principi pratici empirici, quindi quei principi pratici che mirano al soddisfacimento del desiderio, ossia al piacere. Cercare in ogni modo di conseguire il piacere consiste nell'essere umano nella ricerca della felicità. Fare della felicità il motivo determinante delle proprie azioni, afferma Kant, costituisce il principio dell'amor proprio. Siccome tutti i principi pratici materiali hanno la stessa caratteristica (perseguono tutti il piacere), allora sono tutti della medesima specie.

Il terzo teorema:

«Se un essere razionale deve concepire le sue massime come leggi pratiche universali, esso può concepire queste massime soltanto come principi tali che contengano il motivo determinante della volontà, non secondo la materia, ma semplicemente secondo la forma.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.55)

Dimostrazione:

Con materia di un principio pratico Kant intende l'oggetto a cui la volontà mira, quindi l'oggetto desiderato. Se il motivo determinante della volontà è un oggetto, perciò l'azione è condizionata patologicamente, allora il principio che la guida non è una legge. Se si astrae dalla materia della legge, ne rimane la pura forma. È la forma della massima che deve guidare l'uomo morale.

Il quarto teorema:

«L'autonomia della volontà è l'unico principio di tutte le leggi morali e dei doveri che loro corrispondono: invece ogni eteronomia del libero arbitrio, non solo non è la base di alcun obbligo, ma piuttosto è contraria al principio di questo e alla moralità della volontà.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.71)

Dimostrazione:

Kant definisce come unico principio di moralità la determinazione dell'agire dell'uomo mediante la sola forma della legge e non mediante la materia. L'indipendenza dell'uomo dall'oggetto o della materia è una libertà negativa, afferma Kant, ma la capacità dell'uomo di determinarsi tramite legge è una forma di libertà positiva. L'uomo è autonomo in quanto è capace di autodeterminarsi, ossia agire a partire dalla legge che è prescritta dalla sua stessa ragione.

A partire da questi teoremi si possono distinguere due modalità di azione: l'agire condizionato dal desiderio; l'agire morale. Nell'agire condizionato dal desiderio secondo Kant accade questo: l'uomo desidera qualcosa, produce la rappresentazione del suo desiderio e questa diventa motivo determinante della volontà, di modo che la volontà possa realizzare l'oggetto del desiderio. L'uomo morale non è condizionato dal suo desiderio, non mira alla realizzazione del suo desiderio, ma compie il dovere esclusivamente per osservare la legge. Da qui si deducono un paio di fatti interessanti: la morale non serve perché l'uomo possa conseguire la felicità; l'altruismo non consiste nel pensare semplicemente agli altri oltre che a se stessi. L'agire morale non produce piacere, perciò non ci promette nessuna felicità, al contrario, in quanto l'agire morale è un agire contro il nostro amor proprio, esso produce dispiacere e dolore. Un esempio semplice: se ho un panino al salame e vedo un uomo affamato, certamente è moralmente giusto cedergli panino, ma è ovvio che questa rinuncia al piacere, siccome noi desideravamo mangiare il nostro panino, provocherà in noi dispiacere. Riguardo al tema dell'altruismo andrebbe fatta questa considerazione: il secondo teorema dimostra che anche un'azione che avesse come oggetto la felicità della maggioranza, comunque seguirebbe il principio dell'amor proprio. Infatti ogni volta che desideriamo qualcosa, sia anche il bene del prossimo, lo facciamo sempre per il piacere che ci attendiamo dalla realizzazione di tale desiderio, perciò, non importa il tipo di oggetto, resterà sempre egoismo.


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Aristotele come filosofo delle azioni 

domenica 10 dicembre 2017

Il campo di studio delle azioni nella filosofia. I








Da diversi anni in filosofia è nata la teoria delle azioni come campo di studio specialistico delle azioni. Questa branca della filosofia si è sviluppata principalmente nella tradizione analitica, in particolare all'interno della filosofia della mente e dell'etica. Nomi famosi tra gli analitici in questo campo sono: Michael Bratman, Donald Davidson, Alvin Goldman, Arthur Danto. Tuttavia uno studio delle azioni che possa dirsi completo deve considerare molti campi del sapere. In primo luogo bisogna tenere conto anche della tradizione continentale, che vanta alcuni nomi importanti sulle azioni come Henri Bergson, Maurice Blaudel, Paul Ricoeur, Hannah Arendt. In secondo luogo sono altrettanto importanti branche scientifiche come le neuroscienze, la sociologia, l'economia e la matematica. Il mio lavoro ha l'obbiettivo di individuare una filosofia delle azioni nell'ambito del pensiero filosofico, mostrando quali siano i suoi problemi e il vasto campo di studio che essa comprende. Il lavoro sarà diviso principalmente in tre parti: una prima parte dedicata allo studio dell'azione e di ciò che essa implica; una seconda parte che vede l'azione collocata all'interno della società e della realtà economica; una terza che tratterà del tema delle azioni da una prospettiva matematica. Per scrivere questo lavoro scelgo di usare una larga letteratura, fatta di studiosi che provengono da tantissimi ambiti del sapere, perciò non mi soffermerò troppo su nessuno di essi, ma cercherò di tenere come argomento il tema dell'azione. C'è chi considera come padre della teoria delle azioni il filosofo hegeliano August von Cieszkowski, non esprimo giudizi su questo fatto, anzi, non ho intenzione di citare solo studiosi che sono collocati nella teoria delle azioni, ma chiunque torni utile per lo studio delle azioni.

Il primo punto da considerare nello studio delle azioni è la struttura delle azioni. Con questo intendo dire l'azione stessa come movimento del corpo, ciò che l'ha resa possibile e ciò che questa azione ha prodotto come suo effetto. Prima che l'azione si compia il soggetto la pensa e la pianifica. In questa fase sono molte le componenti che hanno una certa influenza sull'azione (desideri, emozioni, sentimenti, credenze, ecc.). Quando un soggetto prende una decisione compie l'azione programmata o pianificata. Questa azione spesso consiste in un movimento del corpo che agisce su un soggetto o su un oggetto che patisce l'azione. L'azione ha degli effetti sulla realtà, perciò il soggetto che la compie è responsabile della sua azione. Infine l'azione produce piacere o dispiacere in chi la compie. In generale nell'azione si possono distinguere queste componenti:

1 Pre-azionale

2 Azione in svolgimento

3 Morte dell'atto

4 Immagine dell'atto

5 Frutto dell'atto

Intendo per "pre-azionale" tutto ciò che precede l'azione e la influenza. Il "pre-azionale" va considerato come una dimensione abitata da pensieri, emozioni, sentimenti e desideri che influenzano l'azione e fanno sì che noi agiamo in conseguenza. Dopo di ché troviamo l'azione come movimento e la morte dell'atto non appena l'azione è terminata. "Immagine dell'atto" è un termine che riprendo da Nietzsche e indica, nel mio caso, l'effetto prodotto dall'azione. "Frutto dell'atto" è, invece, un termine che riprendo dal testo orientale Bhagavadgītā e indica il piacere o il dispiacere che deriva da una determinata azione. Un esempio molto semplice di tutto ciò è questo: supponiamo che ci troviamo in pizzeria, siamo seduti ad un tavolo e abbiamo una bella margherita proprio davanti a noi; normalmente una serie di pensieri sul cibo, emozioni di felicità e vari desideri influenzano il nostro comportamento in quel contesto; così prendiamo forchetta e coltello e tagliamo una fetta di pizza; portata alla bocca la addentiamo e la mastichiamo. L'immagine dell'atto in questo caso è la fetta di pizza morsicata. Il frutto dell'atto, invece, è il piacere che proviamo per la nostra azione. Si noti come spesso sia il piacere a portarci a compiere una seconda volta la stessa azione. Sicuramente il frutto dell'atto ha delle influenze sul "pre-azionale" della prossima azione.

La prima parte di questo lavoro, dunque, deve considerare ognuno di quei passaggi che ho descritto nella struttura delle azioni. Il primo, ossia il "pre-azionale", riguarda moltissimi temi: pensieri, emozioni/sentimenti, desideri, ricordi. Seguendo questo ordine il primo tema è quello del pensiero. Nel caso del pensiero l'oggetto di studio è la ragione, in particolare la ragione pensata come mezzo per pianificare azioni. Non tutto il pensiero deve interessare la teoria delle azioni, molto spesso passiamo il tempo a pensare e non agiamo, oppure, come sembra insegnarci Amleto, spesso il pensiero impedisce l'azione. Emozioni e sentimenti intendo trattarli assieme, anche se non è detto che siano la stessa cosa. Il desiderio è un tema molto importante nella teoria delle azioni, spesso viene catalogato sotto il nome di "preferenza", soprattutto in certe teorie economiche o nella filosofia politica analitica. Il desiderio è spesso considerato ciò che sta alla base dell'azione, questo accade per esempio nel filosofo Donald Davidson che considera il desiderio con la credenza le basi dell'agire. La memoria, invece, è semplicemente un tema associato, il quale gioca il suo ruolo soprattutto nel caso dell'abitudine o nell'apprendimento a patire da esperienze pregresse. Considerando tutti questi ambiti ci si può chiedere se si influenzino a vicenda e se esista un termine più primitivo rispetto agli altri, mentre gli altri non sarebbero che degli effetti di questo. È interessante capire, cioè, se esista una qualche gerarchia tra tutti questi termini. Ad ogni modo, per ciascuno degli argomenti (ragione, emozioni, desiderio, ecc.) non userò solo la filosofia per studiarli, ma anche altre scienze come le neuroscienze, la psicologia e la psicoanalisi. In alcuni casi, per essere più chiaro, scriverò delle sezioni introduttive a queste discipline.

Per quanto riguarda l'azione in se stessa, ossia l'azione mentre viene svolta, i temi sono molti. Prima di tutto bisogna capire che cos'è un'azione. L'azione è come minimo un movimento del corpo, ma può anche non esserlo [1] e comunque non basta questo a definirla. Perciò sorgono domande spontanee: gli animali agiscono? i robot agiscono? Ricoeur sostiene che l'azione possiede il carattere dell'intenzionalità. Se così fosse, hanno gli animali e i robot intenzionalità? Secondo Dreyfus i computer non hanno intenzionalità. Se ha ragione, allora, se per i robot vale quel che vale per i computer, i robot non agiscono. Due rami filosofici che tornano utili sulle azioni sono la fenomenologia e l'ermeneutica. La fenomenologia in questo caso studia la struttura dell'esperienza cosciente dell'azione. Il più famoso fenomenologo sulle azioni è chiaramente Paul Ricoeur. L'ermeneutica, invece, deve studiare l'aspetto interpretativo. Se io alzo un braccio e faccio un certo gesto, quel gesto ha un significato, può essere un saluto, un "vieni qua" oppure un'alzata di mano in occasione di un voto. Non basta il movimento del corpo da solo, bisogna saper interpretare il gesto. Da questo punto di vista sono entrambi importanti l'ermeneutica continentale e la filosofia del linguaggio analitica. Famoso è l'episodio in cui l'economista Sraffa ha fatto l'ombrello a Wittgenstein chiedendogli come la sua filosofia del linguaggio avrebbe interpretato quel gesto. Il gesto provocatorio di Sraffa mostra un legame tra la filosofia del linguaggio e lo studio delle azioni. Un altro filosofo molto importante sul tema delle azioni è Arthur Danto, forse più noto per i suoi contributi nella filosofia dell'arte. Ovviamente se l'azione è prima di tutto un movimento del corpo, bisogna considerare come funziona il sistema motorio nell'essere umano e poi bisogna prendere in considerazione tutto ciò che rende possibile le azioni, ciò che Manuel De Landa chiama "capacità". De Landa, attento lettore di Gilles Deleuze, ha trovato in questo filosofo una intera parte dedicata al tema degli affetti, ossia la capacità di produrre affetti e quella di subirli. Sono questi i presupposti per le azioni. Un esempio: la penna ha la capacità di scrivere, il foglio ha la capacità di subire l'azione della scrittura da parte della penna. Siccome queste capacità sono possedute dagli oggetti, anche quando gli oggetti non le esercitato attualmente, pensare queste capacità richiede una buona teoria del virtuale.

Normalmente il tema delle azioni è connesso con i temi trattati nell'etica e io non intendo trascurare questo fatto, anzi, penso che grazie alla struttura che io ho posto alle azioni, si potrebbero classificare le varie forme di etica. Un'etica basata principalmente sulle intenzioni (es. Kant) rientrerebbe nel contesto del "pre-azionale". Un'etica che si interessa principalmente dei risultati delle azioni (es. l'utilitarismo di Mill) si concentra sull'immagine dell'atto. Un'etica edonista (es. Epicuro) si concentrerà, invece, sul frutto dell'atto.

Nella seconda e terza parte del lavoro ho intenzione di studiare le azioni con un metodo matematico e concentrarmi principalmente su temi sociali ed economici. Dal punto di vista matematico i rami di interesse sono principalmente tre: logica; teoria degli insiemi; calcolo delle probabilità. Ci sono filosofi analitici politici che trattano le decisioni in senso matematico come Robert Nozick. Inoltre è importante, in questo caso, la teoria dei giochi di von Neumann e il calcolo delle probabilità. In questo contesto le azioni sono studiate all'interno dell'ambito sociale e spesso diventa un'occasione per rileggere, attraverso nuove teorie matematiche ed economiche, vecchie teorie filosofiche. Un caso celebre riguarda il problema del conflitto originario di Thomas Hobbes letto da Ralws attraverso il dilemma del prigioniero. Nell'ambito sociale, per quanto riguarda le azioni, è considerare soprattutto l'ontologia sociale nelle sue varie declinazioni: quella analitica di Searle e  quella continentale di Lukács.

[1] Si pensi al caso degli speech-acts di John Austin. Non c'è nessun movimento, se non della lingua, quando prometto qualcosa. Eppure, come sostiene Austin, anche questi sono degli atti.

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