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domenica 22 settembre 2019

Dei compassionevoli (spiegazione/Zarathustra)








Il titolo del capitolo è “von den Mitleidigen”. “Mitleiden” significa letteralmente “soffrire con”, dunque compatire. Jung ha notato che nell’edizione in inglese è stato tradotto con “The Pitiful”, che non ha lo stesso significato, ma uno diverso: il pietoso. All’inizio del testo Zarathustra definisce se stesso come qualcuno che possiede una conoscenza particolare e che incede tra le bestie. “Der Erkennenden”, così si definisce anche Zarathustra, è quel soggetto che incede tra gli uomini in quanto bestie. Questa immagine ci rimanda ad un uomo sicuro di sé e superiore, un’immagine che ribalta completamente quella dello Zarathustra pagliaccio del Prologo, quando era stato deriso. Ma Zarathustra in quell’occasione aveva già detto che gli uomini avevano ancora molto della scimmia e ora ci dice che incede tra gli uomini in quanto animali. Lui, il maestro della vita, è colui che porta la conoscenza e incede tra gli uomini come animali sofferenti, tra le bestie malate. La compassione, l’idea del soffrire con gli altri, fa parte di questa malattia.





Lampert sostiene che, mentre nel capitolo precedente sulle isole beate Zarathustra aveva dimostrato che Dio è solo un limite per la volontà creativa, in questo capitolo Zarathustra mostra come la compassione sia un altro limite per la volontà creativa. L’oggetto della critica di Zarathustra è una certa concezione dell’amore per il prossimo che Gesù esprime nel sermone sulla montagna.

Zarathusta non ama i misericordiosi e non vuole essere compassionevole. I misericordiosi mancano di vergogna e forse dovrebbero vergognarsi. Zarathustra non ha scelto come compagni degli uomini in preda al dolore, non è questo il superuomo. Il superuomo è colui che ha capito come sopportare il dolore. Con queste persone Zarathustra condivide il cibo e il miele.

Questo riferimento alla vergogna è stato notato da Strauss, il quale osserva che Zarathustra sostiene con ciò che l’uomo si costituisce a partire dalla vergogna. Strauss vede qui un legame con il Prologo, laddove Zarathustra ci riferiva della vergogna dell’uomo rispetto alle sue origini: il venire dalla scimmia. Tuttavia, se prendiamo per vero il discorso di Strauss, potremmo persino vedere degli elementi che vengono dalla Bibbia e in particolare dalla Genesi, quando Adamo ed Eva si scoprono semplici uomini nella loro nudità e cominciano a coprirsi per la vergogna. Jung, tra l’altro, conferma una lettura simile e ci dice anche che la vergogna è da collegarsi soprattutto con l’uomo che si vergogna della sua natura animale. Questo, sottolinea Jung, paradossalmente è un elemento tipicamente protestante che è rimasto nel testo di Nietzsche e in Nietzsche stesso. Tra l’altro Jung racconta di un periodo della vita di Nietzsche in cui Nietzsche aveva difficoltà a dormire, soffriva di emicranie ed era costretto a prendere delle droghe. Il quel momento, senza soldi e con molti problemi, non sapendo di cosa vivere, ha scritto delle lettere pietose ai partenti, cercando, appunto, compassione. È riuscito ad uscirne grazie ad una pensione fornitagli da un ricca vecchietta di Basilea. È successo tutto questo, nota Jung, proprio mentre Nietzsche scriveva lo Zarathustra. Da questo Jung ne deduce che questo capitolo va collegato anche a quel tipo di esperienze. Badate al fatto che Nietzsche afferma delle cose, ma non significa che lui nella sua vita agisse secondo il modello che viene presentato in questo libro.

Zarathustra in passato ha anche aiutato delle persone sofferenti, ma un giorno ha finalmente capito che l’unico vero antidoto al dolore in realtà è la gioia. La nostra colpa è di rallegrarci davvero poco: ci dimentichiamo di rallegrarci. Come si comprende da questo testo, da quelli precedenti e quelli futuri, Zarathustra ci insegna una nuova via per la felicità. La felicità non deve dipendere dalle cose esterne o da quello che ci capita nella vita. La vita è certamente piena di disgrazie, ma Zarathustra insegna ad amare la vita. La vera felicità è l’oggetto di una scelta e spetta solo a quelle persone che dicono “io voglio essere felice e nessuno può impedirmelo”. Imparare a gioire, sostiene Zarathustra, è uno strumento per disimparare a fare del male agli altri. In fondo, molta della malizia dipende dai nostri pensieri negativi, il nostro dolore che portiamo con noi e perpetuiamo in tutto mondo.

Questa forma di malizia a cui allude Zarathustra secondo Jung va collegata con la Schadenfreude, che la gioia che deriva dal fare del male agli altri. Zarathustra, dunque, critica questa forma di malizia, pensando ad una strada per superarla.

La vera filosofia di Zarathustra è quella del dono e della condivisione, come spiegato nel capitolo finale del primo libro, sulla virtù che dona. Ma per donare bisogna avere e ci sono persone che non hanno nulla da donare, sostiene Zarathustra. A queste persone Zarathustra suggerisce di essere restii nell’accettare. Queste persone di cui parla Zarathustra sono i mendicanti e dei mendicanti Zarathustra sostiene che dovrebbero essere aboliti. L’abolizione del mendicante penso debba essere collegata con un tentativo di Zarathustra di cancellazione della perpetuazione del dolore data dal compassionevole. Inoltre Zarathustra consiglia a chi usa piccole cattiverie per fuggire cattive azioni, di non risparmiarsi quelle azioni, ma far diventare più grande il suo diavolo.

In tutto questo discorso Zarathustra, visto dal punto di vista di chi difende la virtù cristiana della compassione, appare come un cattivo, un’immorale. Questo, come ho già spiegato in passato, è naturale. In fondo Zarathustra intende distruggere le vecchie tavole dei valori, le vecchie tavole del bene e del male. La compassione certamente fa parte dei valori di una certa cultura cristiana contro cui il pensiero di Zarathustra si scontra necessariamente, dunque Zarathustra è malvagio agli occhi di chi difende questa cultura. Così Lampert ci suggerisce di leggere tutti questi riferimenti al diavolo come legati all’immagine di un Zarathustra criminale e malvagio.

Se hai un amico che soffre, dice Zarathustra, devi allora essere una culla e un letto di riposo per lui. È possibile perdonare gli altri, nella misura in cui perdono quello tu hai fatto a me, ma non posso perdonare quello che tu hai fatto a te. Un amore nuovo deve nascere un amore oltre il perdono e la compassione. Questo è il messaggio di Zarathustra, non un nuovo e rinnovato odio.

Jung collega questo discorso dell’impossibilità di perdonare quello ha fatto a te stesso con il discorso sulla necessità di essere capaci di amare se stessi, un discorso che è stato cancellato nel cristianesimo, perché chi ama se stesso è condannato immediatamente come egoista. Questo discorso, tuttavia, era presente nel messaggio di Cristo, che sosteneva la necessità di amare il prossimo come se stessi.

Nell’ultima parte Zarathustra dice che il diavolo sostiene che Dio ha il suo inferno nel suo amore verso l’umanità. Dio è morto per l’amore infinito che provava verso il prossimo. Questa è la prima delle ipotesi sulla morte di Dio, se ne troverà un’altra nel testo più avanti.

Lampert suggerisce di comparare queste parole con questo famoso passaggio dei Vangeli:

«"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso".» (Matt. 22:37-:39)

Se amare il prossimo significa compatirlo, ossia soffrire con lui, allora l’amore per Dio, l’umanità intera e tutto il resto non può che essere un dolore straziante. In tutto questo amore è richiesto al soggetto si darsi completamente nel cuore, nell’anima e nella mente. Sicuramente il Dio che muore per l’amore per l’uomo è proprio il Dio cristiano che lo vediamo incarnato nella figura di Gesù Cristo, che è morto sulla croce.

Secondo Strauss questo discorso sul Dio come muore per l’amore per l’uomo andrebbe collegato con il tema del capitolo precedente. Nel capitolo sulle isole beate Zarathustra parlava di un Dio che è onnisciente e infinito, ora ci parla del Dio dall’amore infinito. Queste due sono immagini che appartengono al credo della tradizione, soprattutto cristiana, su Dio. Il carattere distruttivo della compassione porta Dio alla sua stessa distruzione.