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domenica 10 gennaio 2016

Analitica trascendentale, p I (critica della ragion pura, Kant)








Abbiamo visto nell'analitica la facoltà della sensibilità con le sue condizioni a priori. La facoltà della sensibilità ci da intuizioni che non sono altro che  i dati che vengono dagli oggetti esterni e quindi producono delle modificazioni nei nostri sensi. Noi conosciamo il mondo solo come insieme di fenomeni, non conosciamo il mondo, ma solo i fenomeni in esso. Questi fenomeni sono le cose così come ci appaiono. Quelle sensazioni che noi abbiamo provengono dai 5 sensi, ma non costituiscono ancora una vera percezione, in quanto dovranno essere unificate successivamente dalla sintesi dell'immaginazione. Queste intuizioni possono essere pure o empiriche, nel primo caso si parla delle condizioni a priori della sensibilità: spazio e tempo, che sono pure intuizioni vuote; nel secondo caso di parla di intuizioni che si riferiscono davvero a dati empirici. Adesso parlando dell'analitica si affronterà la questione dell'intelletto. L'intelletto ha per oggetto i concetti, ma anche i concetti possono essere puri, in qual caso si parla delle categorie dell'intelletto, oppure possono essere empirici. I concetti puri sono vuoti, come è vero che i concetti senza intuizioni sono vuoti, questo li rende diversi dai concetti empirici che concetti con intuizioni. Ma le intuizioni senza i concetti sono cieche e questo vuol dire non solo che dopo tutto Kant da ragione sia al razionalismo e che all'empirismo, dicendo che la conoscenza comincia con l'esperienza, ma non finisce con questa, vuol dire anche che non si da conoscenza che non sia quella che si riferisce all'esperienza. In questo senso, oltre a far cadere ogni forma di conoscenza che non si basi sull'esperienza come la metafisica, sta dicendo che quelle che categorie o concetti vuoti, di cui parlerò meglio più avanti, non hanno altra applicazione che non sia quella alle intuizioni, in quanto la sostanza o si riferisce ad un oggetto che abbiamo visto, come quel qualcosa che permane di quell'oggetto nonostante i suoi mutamenti, o non è nulla e vi sono altre sostanze oltre a questa. L'Analitica è preceduta da una Logica trascendentale, la logica non è unica, ne esistono di vario tipo: c'è una logica generale, una logica applicata e poi c'è la dialettica. La logica generale è puramente formale, la logica applicata è psicologica, la dialettica, per cui Kant a poca considerazione, non sarebbe altro che vuol ragionare vuoto dei sofisti che però pretenderebbe di avere un qualche contenuto. Secondo Kant la logica non ha fatto nessun passo avanti dai tempi di Aristotele a lui, essa è sempre la stessa invariata. La logica di Aristotele, che è quella classica, ha tre principi: A=A (principio dell'identità), A v ~ A (principio del terzo escluso), ~(A & ~A) (principio di non contraddizione). I giudizi sono pensati come soggetti a cui viene predicato qualcosa, questi poi dovrebbero, se corrispondono a fatti, se cioè, sono veri, corrispondere a sostanze con determinati accidenti (per dirla alla Tarski il gatto è bianco ↔il gatto è bianco). Nell'esempio: il gatto è bianco, il soggetto è il gatto e il predicato è la qualità bianco, ma mentre Aristotele è convinto che questo può essere vero semplicemente perché effettivamente esiste una sostanza gatto che ha un accidente che è la bianchezza, il discorso di Kant non differisce tantissimo se non che il gatto è determinato come sostante in quanto questa è una delle categorie che vedremo far parte dell'intelletto e la bianchezza rientrerebbe sotto la voce: qualità. Questo perché il fenomeno è anche determinato concettualmente dall'intelletto, ma a ciò ci arriveremo per gradi. In primo luogo per Kant esistono varie forme di giudizio: giudizi categorici e giudizi sintetici; giudizi a priori e giudizi a posteriori. A questo punto ci saranno giudizi categorici a priori, giudizi sintetici a priori e giudizi sintetici a posteriori. Il giudizio categorico è tale per cui nel soggetto è già contenuto il predicato, per esempio quando si dice che il triangolo ha tre lati, o che la molecola d'acqua sia H2O. Questo tipo di giudizio non ci dice nulla di nuovo sul soggetto, quindi ha carattere tautologico, infatti questi due giudizi possono essere anche scritti: quell'ente con tre lati ha tre lati, la molecola H2O è H2O, dopo tutto, tutto questo è vero per definizione e il secondo elemento non aggiunge niente al primo. Per questo motivo, dal momento che i giudizi categorici hanno questa caratteristica, si deduce che non possono esistere giudizi categorici a posteriori, ma solo a priori. I giudizi sintetici invece hanno la caratteristica di costituire veramente una nuova conoscenza, per esempio: 2 + 5 = 7. Quest'ultimo giudizio non duce nulla su un dato soggetto, non si può derivare dal 2 il 5. Il punto per Kant è che esiste una netta differenza tra "Socrate corre" e "la terra ruota attorno al sole", in quanto il primo giudizio è sintetico come il secondo, ma è a posteriori perché non possiamo sapere della sua verità se non qualora dovessimo vedere Socrate correre e questi giudizi sintetici a posteriori non hanno validità universale e necessaria perché infatti Socrate può smettere di correre quando vuole, così come fenomeno non dedotto a priori può cessare in qualsiasi momento. "Socrate corre tutte le mattine, quindi correrà anche questa mattina" si basa semplicemente su una deduzione derivata dall'abitudine, per questo è una deduzione molto debole. Mentre "Socrate corre tutte le mattine", nonostante l'apparenza non ha nulla di universale e necessario, "la terra ruota attorno al sole" invece è un giudizio sintetico a priori, quindi universale e necessario, in quanto è dato come verità da una deduzione pura a partire dalle categorie dell'intelletto.

Esistono per Kant delle tavole vere e proprie del giudizio che classificano le varie forme di giudizio. Queste tavole sono le seguenti:

Quantità: universali, particolari, singolari.

Qualità: affermativi, negativi, infinitivi.

Relazione: categorici, ipotetici, disgiuntivi.

Modalità: problematici, assertori, apodittici.

Queste tavole determinano i giudizi secondo il loro tipo, ad esempio: un giudizio affermativo può essere: "il delfino è un mammifero", uno negativo: "A Matteo non piace il rosso", uno universale: "Tutti gli uomini vengono dalle scimmie", uno ipotetico: "se farai tanto sport, migliorerai il tuo fisico". I generale non è difficile capire il senso di queste forme di giudizio, tranne per una che è quella degli "infinitivi", in cui Kant precisa che dire "l'anima è non mortale" non è lo stesso di dire che "l'anima è immortale", il primo giudizio è detto infinitivo, perché due negazioni non affermano per Kant, anche perché dire che  non si da non X, non significa semplicemente che si da X, per questo il primo giudizio è nettamente diverso dal secondo che è affermativo. Se i giudizi sono ora classificati, sappiamo che un giudizio genericamente è dato da un soggetto e un predicato, qualcosa viene predicata ad un dato soggetto. Devono quindi venire le tavole delle categorie ora. Le categorie  si riferiscono a quel qualcosa che viene predicato al soggetto, per questo diciamo che ognuno dei predicati ricade sempre sotto una categoria, tranne per quanto riguarda la categoria della sostanza che si riferisce direttamente al soggetto del giudizio. Le tavole delle categorie sono queste:

Quantità: unità, pluralità, totale.

Qualità: realtà, negazione, limitazione.

Relazione: inerenza/sussistenza, causalità/dipendenza, reciprocità.

Modalità: possibilità/impossibilità, esistenza/inesistenza, necessità/contingenza.

Ci quattro classi, sotto ogni classe stanno tre categorie. Queste categorie sono concetti puri dell'intelletto alla base della determinazione concettuale del materiale empirico. Prima che avvenga questa determinazione, le varie sensazioni devono aver già subito un processo di sintesi, di unificazione da parte della stessa immaginazione. Questo fatto evidenzia alcune cose strettamente importanti, ovvero non solo il fatto che si deve presupporre questa operazione perché i sensi da soli non basterebbero, ma anche il fatto che questa unità, che poi la troviamo tre le categorie, non è qualcosa che si possa dare prima di questa sintesi. Questo banale fatto ci fa pensare e ci porta a dire che l'unità del fenomeno non esiste prima dell'operazione della sintesi e per questo l'unità dell'oggetto non esiste prima che sia essa stessa costruita dalla sintesi. Della  cosa in sé non si può dire che abbia unità. Le categorie determinano solo successivamente il materiale empirico che è diventato percezione. Queste categorie non hanno nessuna derivazione empirica, esse non possono essere in alcun modo dedotte da ciò di cui noi facciamo esperienza. Infatti già qualcuno aveva tentato questa strada: John Locke, ma secondo Kant è caduto nella fantasticheria e l'altro empirista, quello scozzese: David Hume, era giunto allo scetticismo dichiarando l'impossibilità di derivare a posteriori questi concetti puri o categorie. Kant sostiene che si possono dare semplicemente a priori questi concetti come condizioni di possibilità dei concetti. Chiaramente in questo momento facciamo riferimento non più alla sensibilità, ma all'intelletto. Questa determinazione concettuale, però, ci da solo un molteplice di rappresentazioni, questo molteplice richiede per necessità un ulteriore unità, questa unità sarà l'appercezione trascendentale. Si intende con questo termine una specie di autocoscienza che viene definita con il termine: Io sono, che accompagna ogni rappresentazione. Se non vi fosse questa unità ultima non vi sarebbe che un molteplice di rappresentazioni confuso senza un'unità soggetto a cui si riferiscono, non sarebbero rappresentazioni di nessuno in un certo qual senso. L'Io penso è quindi non qualcosa come un soggetto in sé, ma piuttosto un soggetto fenomenico. Si può dire che l'io penso sia quell'unità soggettiva che più che essere reale, è semplicemente funzione logica, quell'io=io a cui non si può dare contenuto. Tuttavia l'unità, che sia quella dell'io penso o di altro genere, è essenziale in tutto il processo conoscitivo, il quale non è altro che un processo di riduzione del molteplice ad unità. La percezione è l'unità di tante sensazioni, il concetto mette assieme differenti predicati, così come molti accidenti appartengono ad una sola sostanza e le varie rappresentazioni sono riportate ad una sola coscienza. Nel discorso di Kant però sembra che questa unità e il processo di unificazione in realtà sia l'essenziale della conoscenza, così concetti e fenomeni hanno unità, ma non si può dire lo stesso delle cose in sé di cui non si sa nulla. Per questo motivo l'unità si da solo dopo una serie di processi di conoscenza. Il senso esterno ci da le intuizioni come collocate nello spazio secondo le tre dimensioni: altezza, lunghezza e profondità, a queste dimensioni deve essere aggiunta una quarta che è quella del tempo, la quale compete al senso interno. Prima percepiamo delle cose, collocandole nello spazio e poi tutto viene disposto in una sequenza lineare, secondo la linea del tempo e quindi secondo la successione temporale. Il tempo o meglio il senso interno concerne le determinazioni dell'esistenza di ognuno. Ciò che viviamo come esperienza esterna, cose che vediamo, sentiamo coi sensi e ciò percepiamo come sensazioni interne, vitali, tutto viene disposto in una successione secondo la forma del tempo e dal senso interno. L'uomo al di là dell'immaginazione  e della sensibilità possiede tre facoltà: ragione, intelletto e giudizio. Il giudizio non è facoltà di conoscere le regole, quanto piuttosto quella di applicarle. Il giudizio, almeno per quello che si intende nella Critica della ragion pura, è quella facoltà di applicare l'universale al particolare. Non è qualcosa che può essere insegnato o appreso, si può solo sviluppare da sé. Il problema del giudizio nasce quando dobbiamo applicare il concetto al caso specifico o quando dobbiamo applicare la regola al particolare. In questo caso si pone il problema del passaggio dall'universale al particolare e questo passaggio Kant lo risolve in questo modo: ci deve essere qualcosa di mediano tra il particolare e l'universale. questa cosa è la rappresentazione pura che deriva da quello che Kant chiama: lo schematismo trascendentale. L'esperienza richiede sia il concetto che la sensazione, ma nell'esperienza non facciamo altro che applicare concetti alle nostre percezioni, possiamo dire: " il tavolo è rettangolare", "ci sono quattro specchi in bagno", "quest'auto è sporca". Perché si possa dare il passaggio da un universale concetto ad una particolare percezione, per esempio quando dico che "il piatto è rotondo", in quel caso una rappresentazione del cerchio uso per pensare la rotondità del cerchio. I concetti non sono chiaramente immagini, ma le rappresentazioni sì e solo attraverso queste si pensano le cose, come sarebbe difficile dire che quando pensiamo "il pappagallo è verde", non ci raffiguriamo il verde come immagine. Lo schema trascendentale serve perché si possa dare giudizio, questo giudizio è declinabile secondo le tavole che molto prima avevo mostrato e secondo i tipi che avevo detto: analitico, sintetico. Un giudizio analitico è tale per cui il predicato è già contenuto nel concetto, questo vuol dire che in ogni caso che si da un determinata cosa essa ha quel predicato (∀x (Ax →Bx)). Nel caso del giudizio sintetico quel qualcosa che si predica vale per quel caso particolare, per cui si dice che x è y e non che ogni x è y.

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sabato 29 novembre 2014

Lezione XV: il concetto di Io in filosofia





Volevo tornare alle questioni iniziali delle lezioni in generale, cioé alle prime tre domande, le quali erano queste:

chi sono?

da dove vengo?

verso dove vado?

In questo caso il problema riguarda la prima domanda, perché mi voglio concentrare sulla questione dell'io. Voglio quindi tracciare una piccola storia del problema dell'io in filosofia, questa deve partire dal detto dell'oracolo delfico: conosci te stesso, questo è il sapere supremo, chi conosce davvero se stesso non può che arrivare a tutte le sue possibilità e scoprire il suo vero potenziale interiore, del resto il nostro stesso io è riflesso degli dei e dell'universo, la conoscenza di noi stessi implica quasi una conoscenza totale. Vedremo questa cosa come si sviluppa nel corso degli eventi, nel senso di come questa idea attraverserà la filosofia. Il primo filosofo che si butta su questa strada è Socrate, in questa teoria si vede dal suo punto di vista un'essenza di noi stessi, come una struttura da contemplare, da conoscere, ecco cosa è il nostro io. Questa essenza ha un tale potere che può essere pensata anche senza l'esistenza, del resto almeno per quel che concerne l'esistenza materiale è solo incarnazione di un'anima, anima che trova un corpo come sua abitazione. Socrate era considerato il più saggio dall'oracolo di Delfi perché sapeva di non sapere, non aveva né preconcetti, né voleva vivere di certezze, due cose che sono per natura completamente contrari ad un atteggiamento da filosofo; solo con questo atteggiamento si parte verso la conoscenza di sé stessi, non dicendo io sono quello che vedo allo specchio oppure sono i miei pensieri, il mio carattere, altrimenti vuol dire che si da una risposta prima della domanda, se si è ciò che si pensa di essere questo è da vedere. Platone quando parlerà dell'io parlerà dell'anima, l'anima per Platone è composta di tre parti, una razionale, una irascibile e un'altra concupiscibile. L'uomo viurtuoso che sa controllare se stesso, secondo Platone, è colui che con la ragione fa leva sulla parte irascibile per avere dominio sulla quella concupiscibile, del resto la razionalità è la parte migliore dell'uomo. Le tre parti dell'anima quasi rappresentano le tre parti del suo Stato ideale, per esempio la parte concupiscibile è quella desiderante corrisponde alla classe dei produttori, quella irascibile corrisponde alla classe dei guerrieri, mentre la ragione a chi controlla la sua società ideale che sono i filosofi. L'anima si relaziona con il corpo, nel senso che il corpo è veicolo, l'anima si trova al suo interno, ma non vanno mai scambiate le due cose, anzi si dice che il corpo sia anche tomba dell'anima. È particolare il nostro io perché in quanto anima c'è scritto tutto dentro, cose registrate come ricordi, non solo di questa esistenza, ma anche vite precedenti, perfino ricordi di questo mondo originario delle forme e delle idee, di cui non dobbiamo parlare adesso, ma ciò che conta è rendersi conto che in fondo il concetto di anima e di io sono connessi a quello di traccia e scrittura. In questo senso l'anima non è bianca, ma è sempre già scritta prima di nascere, ha già un contenuto di per sé e questo può dipendere dalle vite precendenti, dai ricordi del mondo delle idee. Rudolf Steiner sostiene che il nostro stesso carattere non dipenda dai nostri genitori, per esempio si dice che x è un buon musicista perché ciò dipende dal materiale genetico, per esempio ci sono famiglie che hanno avuto una serie di buoni musicisti, ma perché sia vera la teoria materialista dice Steiner questi membri della famiglia dovrebbero trovarci in cima all'albero genalogico, per spiegare come mai figli di musicisti erano diventati musicisti, invece si trovano a metà o al fondo. Steiner dice che il carattere nostro dipende dalle vite precendenti, mentre ciò che ci perviene dai nostri genitori è solo come acqua, è la stessa cosa di un corpo bagnato, dove l'acqua e il corpo non sono la stessa cosa, ma rimangono separati. In questo modo di pensare l'io non è mai una tabula rasa, come invece diranno altri più avanti. Dopo Platone vediamo Aristotele, il cui concetto di io si differenzia un po', diciamo che Aristotele distingue tre tipi di anime, una vegetale che ha la vita, una animale quindi senziente, una razionale, quindi umana. La pianta vive e basta ma non ha né memoria e nemmeno sensazioni, come direbbe anche Steiner del resto, l'animale invece rispetto alla pianta ha delle sensazioni, quindi vede il mondo che gli sta attorno, ma vive solo di ciò che è nel presente, quindi non ha una memoria e del resto anche qui Steiner ci dice che tutte le volte che un cane riconosce il padrone quella non è memoria, ma è un ripresentarsi delle stesse sensazioni che prova il dato cane alla vista del padrone, in senso quasi meccanico. L'uomo ha quindi memoria, nonché capacità di pensiero, dunque la ragione. Nell'età moderna invece nuovi concetti di io verranno esposti da Descartes, Locke e Leibniz o almeno di questi ho intenzione di parlare io. Descartes concepisce l'io come l'altro del mondo esterno, in senso dualistico, uno degli elementi dualistici la res cogitans rispetto al mondo esterno che è res exstensa. Il Cogito di Descartes è il soggetto pensante, è il soggetto che concepisce il mondo, perché se io dico che voglio spiegare chi sono, non voglio presupporre nulla rispetto alla mia domanda, ma vedo effettivamente che dubito, se so di dubitare perché ammetto di sapere di non sapere, questo mio sapere mi fonda come dubitante ed è così che ritrovo il mio io pensante. Si può vedere la cosa in altro modo, per esempio con la questione della cera, perché se prendo il pezzo di cera solido, lo metto vicino al fuoco, se prima aveva certe caratteristiche ora queste sciogliendosi mutano, eppure dico che è la stessa cera, questo perché concepisco la cera, il mio concepire la cera, il mio stesso rappresentare il mondo diventa motivo di credere che vi sia un soggetto cocepiente e rappresentatore. L'io di Cartesio ha in sé idee, che poi non sono delle immagini, ma cose concepite, idee fattizie, idee avventizie, idee innate, le prime vengono da ciò che noi vediamo e percepiamo con i sensi, le seconde sono mescolanze delle prime, come l'idea di drago e le terze sono idee che sono sempre state in noi, come quelle di triangolo e di Dio. In effetti l'idea di triangolo non può venirci dall'esterno perché secondo Descartes non ci sono triangoli nel mondo, il disegno migliore di triangolo è sempre storto se lo si osserva bene, il triangolo ha due dimensioni, tutti i triangoli nella realtà hanno sempre uno spessore e dopo tutto se diciamo che le montagne ci sembrano triangolari è perché abbiamo un concetto di triangolo innato in noi. Per questo motivo l'anima in Cartesio, che pur non crede nella reincarnazione, non è tabula rasa, ma è già impregnata dalle idee innate fin dalla nascita. Per Cartesio il corpo non può essere veicolo dell'anima, altrimenti se mi taglio un braccio sarebbe lo stesso che se mi si strappasse la manica del cappotto, insomma non proverei dolore, perciò anima e corpo sono congiunti e solo tramite la ghiandola pineale. Locke collega l'io con la memoria ed invece di quello che si è detto prima afferma che l'anima è un foglio bianco dato che non può avere nessun contenuto senza mai aver avuto una sola esperienza. La memoria in questo caso svolge la funzione di collegare me stesso a quello che ero, poiché tra l'altro sperimento questa continuità, ciò mi da più certezza di me, visto che questa continuità non è presente nei sogni, dove si può saltare da una situazione all'altra senza criterio e non c'è connessione causale, so di non essere solo parte di un sogno. Leibniz introduce qualcosa di completamente nuovo, questo è il suo concetto di monade. Che cos'è la monade? un io che non ha né porte, né finestre, un io chiuso in sé stesso che sviluppa tutta la realtà in sé, ma che condivide con altri il mondo solo per il semplice fatto che la sua monade rispecchia l'intero universo. In questo concetto si vede come appunto una conoscenza di se stessi, comporta anche la conoscenza dell'universo e se aggiungiamo quello che dicono i cristiani, ovvero che siamo immagine e somiglianza di Dio, in qualche modo una conoscenza di noi stessi finisce per implicare anche una certa conoscenza di Dio. Ora voglio concentrarmi su una particolare parola tedesca: Vielfältigkeit, questa parola significa molteplicità, ma ha delle parole in sé stessa che sono "viel" e  "fältig", la prima vuol dire molto, la seconda a mio avviso va riportata alla parola "faltig", che sembra che in tedesco voglia dire a piega, dunque il concetto di molteplicità implica quello di "essere a molte pieghe". Questa immagine ci porta a pensare una realtà che è una, ma è molteplice solo perché piegata tante volte. Questa immagine è la stessa della monade di Leibniz vista dal punto di vista di Deleuze, di questa monade che ha l'intera realtà piegata dentro di sé, per cui lo svolgersi della monade, nonché l'esistenza è un dispiegarsi, ma nel senso delle pieghe che non sono più pieghe e che manifestano tutta una realtà interna non ancora nota. Il concetto di Io si capisce che ha dei punti fondamentali, da un lato l'unità, perchè alla fine anche se ha molte caratteristiche sono tutte dell'io, come una cosa sola; dall'altro l'identità, che si collega all'unità; ancora un'essenza che può essere concepita come precedente all'esistenza, nel senso che noi eravamo prima di incarnarci, un'immutabilità, Schopenhauer dirà che conviene conoscere sé stessi perché così si sanno i propri difetti e si può evitare di fare certe figuracce, oltretutto si parla di essenza eterna e data. C'è però una differenza che non si è ancora fatta, per esempio si è parlato quasi sempre di io come anima, ma l'io qualcuno lo ha concepito come corpo, altri hanno concepito la stessa anima come corporea. È quasi inevitabile che nella filosofia l'io coincida con un soggetto pensante, ma posso pensare che la ragione sia un elemento della mia anima, che sia la mia anima, oppure posso far coincidere tale soggetto con il nostro cervello. Anche nel caso dell'anima posso concepirla come immortale, immateriale oppure posso dire che è fuoco sottile, fatta di atomi sottili ed in ogni caso mortale. La vera rivoluzione in questo caso bisogna pensare che sia stata fatta dalla psicologia, perché la psicologia alla fine ci dice quasi che i nostri pensieri su cui facciamo tanto affidamento in realtà spesso sono menzogne, qualcosa che maschera, ciò che conta sono le variazioni di questi pensieri e questo ci rivela un'altra realtà che è quella dell'inconscio.

Per esempio:

prima dico qualcosa sul fatto che sono andata a casa e ho visto il gatto passare davanti a me.

chiedendomi di vedere la realtà in un altro modo posso accorgermi che la risposta cambia, qualcosa è intervenuto, qualcosa affiora alla coscienza, qualcosa che prima non era cosciente.

Il concetto di inconscio freudiano complica la questione del nostro io, perché introduce qualcosa di nuovo, qualcosa che noi non sapevamo, qualcosa di nascosto. L'immaginazione per esempio non è semplicemente replica di cose esterne, ma spesso e volentieri si trova a fare i conti con influenze inconsce, ciò può avere a che vedere con paure, desideri e altro ancora. Ci sono pensieri ossessivi, persino una teoria di un filosofo molto rinomata potrebbe essere influenzata dal suo inconscio senza che lui stesso possa aspettarselo. Ora il concetto di io non fa altro che sottolineare che noi di noi stessi abbiamo ancora moltissimo da scoprire, che un nuovo regno oscuro si apre da esplorare e che la nostra conoscenza di noi stessi, è anche conoscenza dei nostri problemi, conoscenza di qualcosa che ha agito su di noi senza che noi potessimo accorgercene. La prossima lezione deve riguardare le vie per evitare l'io, concezioni alternative che schivino la domanda: chi sono?.


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sabato 22 novembre 2014

Lezione XIV: rapporto tra concetti e linguaggio




Nella lezione precedente avete compreso come si possa costruire un linguaggio di concetti, in quella ancora prima, avete capito come andare oltre il concetto, ovvero si parlava di alternative al concetto stesso e ancora prima avevo parlato delle teorie sui concetti, ovvero sono tre lezioni che parlo di concetti, ora invece vediamo come questi concetti si relazionano con il linguaggio. Il problema iniziale sta nel fatto se dobbiamo considerare le parole come segni delle cose o dei concetti, perché nel primo caso la parola non avrebbe relazione con il concetto, nel secondo invece avrebbe una relazione con la realtà che è sempre però in un secondo livello, visto che nell'immediatezza la parola indicherebbe il concetto e non la realtà. C'è ancora una terza possibilità ovvero che esista in qualche modo una forma di indicazione doppia, quindi dovremo analizzare queste tre possibilità. Se io leggo: "i pappagalli hanno il becco", le parole cosa mi fanno pensare? per esempio penso ai pappagalli o al concetto di pappagallo, qualora pensassi ai pappagalli non farei altro che pensare ad una immagine di un pappagallo, ma questo ci condurrebbe al problema di un paio di lezioni fa sul fatto se i concetti siano delle mere immagini oppure siano invece qualcosa che è puramente concepito, come una strutturazione di determinazioni. Quindi è chiaro che le parole non indicano direttamente la realtà, ma se mai dei concetti, sono poi i concetti che sono stati creati per indicare essenze reali, infatti cosa succede, che il linguaggio lo abbiamo fatto per esprimere pensieri, per dire quello che pensiamo, ma il pensato sono sempre dei concetti. In questo senso avevamo bisogno di tradurre il linguaggio dei concetti con dei segni e con questi segni abbiamo fatto delle parole. Questo semplice fatto rende evidente che la parola prima di relazionarsi con la realtà deve passare per il concetto. Ci sono molte lingue come sappiamo nel mondo, anche se ora domina l'inglese, non per questo vuol dire che tutti lo intendano e che sia una carta da usare in ogni caso. Il linguaggio di concetti si è visto che poi non è detto che sia così universale come sembra, visto che gli oggetti al di là di una semplice convenzionalità sono sempre costruiti, così noi convenzionalmente chiamiamo certe cose sedie, ma poi questo in ogni soggetto ha una sua costruzione salvo mantenere dei principi di fondo inalienabili che fondano la convenzione. Nell'ambito del linguaggio troviamo due posizioni dominanti, una è quella che dice che le parole devono stare per essenze, ma questo deve prima passare, come si diceva prima, attraverso il concetto; un'altra posizione invece parte dal fatto che non vi siano delle essenze da indicare, mentre invece tutto il linguaggio è convenzionale. Da un lato sembra non darsi prova del fatto che debbano esservi delle essenze, dall'altro però il fatto che le parole sono una convenzione non dice nulla che non sia già ovvio a chi sostiene l'altra tesi, solo che il dubbio sta nel fatto che si pensa che questa convezione avesse lo scopo di indicare un'essenza, altri pensano di no, ma non sanno in questo modo come giustificare la convezione, al massimo devono ripensare l'essenza come individuo membro di un'insieme, nel quale condivide solo l'appartenenza e non una essenza. Diverso è dire che una cosa è una tigre perché parte del branco delle tigri, da dire che una cosa è una tigre perché è scritto nel suo DNA. La storia comincia con il Cratilo di Platone, non sto a raccontarla tutta, però ci sono un po' tutte e due le posizioni, nel caso di Platone la tendenza è credere che vi siano delle essenze e quindi delle idee, invece Ockham era nominalista, diceva che se io penso ad un gatto penso all'immagine di questo gatto, quindi, diciamo che il simbolo in quel caso è convenzionale, ma il concetto non è tanto meno convenzionale, se rispecchia un'essenza che non c'è. Vediamo che ogni analisi del linguaggio ci porta alla differenza tra type e token, perché se è vero come dice Socrate che in fondo molte parole sono costruite da altre e ciò accade nella lingua greca antica, ma anche nell'attuale tedesco, è anche vero che tutto questo parte da parti prime che devono comunque essere convenzionali. Il type è davvero il tipo, è come dire il modello e anche l'essenza, il token invece è il singolare, come si realizza questo tipo nelle cose, la sua esplicazione che non essendo qualcosa di completamente diverso dal tipo, è al massimo una copia; a questo punto si distingue dal tropo, che invece è qualcosa di ancora diverso. Il type ovviamente è sempre supposto nessuno lo ha mai visto, a meno di non pensare che la contemplazione di un concetto coincida con quella del type, perché si pensa che il type e il concetto siano la stessa cosa, ma con questo io non sarei d'accordo. C'è un'altra via che è quella di pensare non il tropo, ma i token come senza type, in questo caso per esempio possiamo parlare delle teoria di Deleuze, nel suo scritto: Differenza e ripetizione, sostiene una teoria a partire da quella che chiama differenza in sé, in questo caso è dalla materia, dal demone che nella sua singolarità nasce quella che è una somiglianza apparente che ci fa pensare all'essenza, ma si tratta di caratteri dominanti che fanno parte delle cose, per esempio nel caso degli alberi uno di questi è il ligneo. Questa teoria parla di un mondo fatto di tante copie che non sono più copie di nulla, così come accade al mondo dell'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica nel caso di Benjamin, con opere d'arte che non hanno più un originale. La mia idea in proposito è che certamente la parola indica il concetto, il concetto in realtà è sempre costruito in vista dell'idea, ma deve partire da immagini anche se non coincide con esse, esattamente come si diceva la lezione scorsa. Ora invece nelle prossime lezioni dovrò tornare sul problema originario delle lezioni in generale, le domande: chi sono? da dove veniamo? verso dove andiamo?.



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sabato 8 novembre 2014

Lezione XII: oltre il concetto





L'oggetto di questa lezione sarà cercare di capire come alcuni filosofi abbiano superato il concetto stesso, in questo modo le domande che ci ponevamo nella lezione precedente non hanno più un se senso, perché se non si da concetto, non si da né il suo essere, né una sua origine e nemmeno un suo scopo. Come non si può dare concetto delle cose, o meglio come si può trascendere questo concetto? si era detto secondo una prima definizione che il concetto è una definizione e questo è quello che dice Socrate, a ciò si contrappone l'esempio, che nei vocabolari al più correda la definizione. Una via per superare il dualismo definizione/esempio ce la danno gli stoici, come ci spiega Deleuze e lo fanno in questo modo: immaginate per esempio che qualcuno vi chieda cosa sia il dolore e voi buttate una bottiglia di vino per terra fracassandola, se a uno stoico gli chiedevano cosa fosse la logica, lui avrebbe mostrato un uovo, così alla domanda cosa fosse la filosofia sollevavano un'aringa, così come noi possiamo fare con la bottiglia di vino per il dolore. La cosa interessante è che a dispetto di quello che sembra non si tratta di esempi, ma forse più di simboli, nel senso che le varie parti dell'uovo rappresentano componenti della logica. Superano persino la mera concezione del concetto come immagine, dato che non è tanto l'uovo stesso come immagine che conta in questo caso, quanto come l'uovo possa rappresentare la logica. Si deve essere veloci, dice Deleuze, si prende un oggetto e si mangia, almeno secondo il problema stoico: "se dico "qualcosa", qualcosa passa attraverso la bocca. Se dico "un carro", un carro passa attraverso la bocca.". Questo è un modo, poi ve ne è un altro, una via che ha tracciato Wittgenstein, questo altro sistema si basa su una teoria che si chiama: "somiglianze di famiglia", per esempio se io prendo un oggetto, posso dire che è una penna se ha delle somiglianze di famiglia con le altre penne, così posso dire che è una penna senza però dover spiegare cosa sia una penna. Qui sta la novità, secondo Wittgenstein avere concetto di qualcosa, vuol dire saper usare un dato termine in vari contesti e proposizioni, per esempio per il caso della penna posso dire: "scrivo con la penna", "la penna è nel mio astuccio", "se vuoi te la impresto la mia penna". Tutte queste proposizioni denotano che io uso il termine penna nel modo corretto, se invece dicessi: "mi pulisco con la penna", "volo a bordo di una penna" o "ma quante penne hai in testa?", farei un uso scorretto del termine penna e in questo senso vorrebbe dire che non ho ben chiaro cosa sia una penna.  Com'è che una cosa ha delle somiglianze di famiglia con altre? supponiamo che io prendo un catalogo alla voce penna inserisco delle immagini di esemplari di quelle che convenzionalmente  abbiamo deciso si chiamino penne, se poi l'oggetto che ho in mano condivide numerose proprietà con gli oggetti del catalogo sotto la voce "penna", allora è una penna. In questo modo si evita il concetto tradizionale, perché questo era prima di tutto definizione, infatti diventa del tutto inutile definire cosa sia una penna, possiamo risolvere la cosa tra il fatto che ci intendiamo e io so usare il concetto di penna se formulo le frasi come nel primo esempio e che l'oggetto va bene per quella voce del catalogo essendo simile agli altri. La cosa intrigante è che poi gli allievi di Wittgenstein hanno pensato di applicare tale concetto di somiglianze di famiglia anche all'arte, da cui si derivava  che l'opera d'arte non ha concetto, non c'è una definizione di arte, se mai una cosa è arte solo quando condivide delle proprietà in comune con altre opere d'arte, opere già nel catalogo. Questa teoria ovviamente pone dei problemi, il primo è come si decida che certi elementi siano nel catalogo e altri no, sembra un'assunzione non dimostrata e anche l'uso corretto del termine implica che si sappia la definizione. Ad ogni modo in questi due percorsi si supera la definizione, ma anche l'immagine, perché nel caso del concetto/immagine, in un caso l'immagine sta per altro, l'uovo sta per l'uovo, ma lo stoico usa l'immagine per rappresentare la logica, nel secondo caso il catalogo differisce dal mero arcipelago di immagini, visto che non è un sistema dove le parti stanno per l'intero, ma solo come una collezione di immagini imparentate da proprietà comuni. La lezione successiva invece dovrà dimostrare come costruire un linguaggio di concetti, la base di un nuovo vocabolario mentale.

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