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venerdì 11 aprile 2014

lezione III: sulla conoscenza




In queste lezioni appunto si vuole presentare in un certo senso una nuova prospettiva sulla storia filosofica, quindi appaiono come nuove e lo sono davvero se si considera appunto il modo in cui sono costruite e la lettura che si da alla storia del pensiero. Volevo per così dire esternalizzare qualcosa che in parte tenevo per, ma anche si trova nei miei scritti, solo che ora diventa storia sistematica. Il punto era partire da una nuova impostazione, ma prima di tutto partendo dai problemi fondamentali che possono essere visti prima come generali e poi anche come meri particolari, questo è in effetti il passaggio che si vuole compiere qui in effetti, perché qua si cerca di capire come tutto quello che si diceva prima nella sua astrattezza sia applicabile ad una cosa come la conoscenza. Si tratta di riprendere il modello di prima, ponendo prima quella che è la versione della filosofia che si pone i problemi sull'originario, quindi parliamo appunto di un adattamento delle tre domande che si evidenziavano sopra alla questione più particolare della conoscenza. Le domande diventano:

che cos'è la conoscenza?

da dove viene la conoscenza? quali sono le sue fonti?

verso dove va la conoscenza? il suo fine qual'è?

che cos'è la conoscenza? questa domanda è quella domanda che chiede sull'essere della conoscenza, ma appunto è un atto che interroga se stesso, nel senso che conoscere la conoscenza è una forma di conoscenza, quindi c'è un auto rivolgersi, esattamente come quando mi chiedo chi sono io, perché in quel caso non faccio altro che chiedere del mio essere, ma sono io che lo chiedo. Da dove viene la conoscenza? questa domanda interroga sui dati che ricevo dai sensi per esempio, che io non so di per sé cosa sia quella cosa che chiamiamo natura o mondo sensibile, devo chiedermi come sia, se sia come lo vedo o se sia altro da come lo vedo, che tipo di caratteristiche abbia. E poi: verso dove va la mia conoscenza? ovvero se alla fine del tutto questa conoscenza serva a qualcosa davvero, se abbia un suo senso, quindi un fine. Il punto è però che ci sono due tipi di conoscenza, nel senso della conoscenza sul mondo esterno, lasciando perdere quelle del mondo interno, che sono appunto quella sensibile e quella che forse potrebbe essere detta tecnica e che in effetti potremmo chiamare provvisoriamente così. Perché le cose potrebbero forse in certi modelli coincidere o comunque in qualche modo essere pensate in altro modo, però in altro caso devono essere distinte. Se la conoscenza sensibile sembra passiva, nel senso dell'oggetto che ci viene semplicemente dato per quello che è, così come appare e i sensi non hanno colpa, perché così lo ricevono, mentre la conoscenza tecnica in realtà è un applicare conoscenza, che potrebbe essere un matematizzare e geometrizzare, all'oggetto visto o percepito, di modo che se ne possa realmente disporre. Vedete io prendo un sasso in mano, non so che sasso sia, non so che proprietà abbia, non sono certo geologo, ma potrei non sapere nulla di sassi, allora probabilmente io quel sasso lo butto senza sapere cosa farmene. Però l'uomo in realtà di cose ne ha imparate sui sassi, forse anche per l'esperienza, sa per esempio che si possono usare come armi, se li lanci in testa a qualcuno faranno male, se li levighi e li fai appuntiti possono essere punte per lance, con i sassi o certi sassi e pietre si può accendere il fuoco. L'uomo dispone davvero degli oggetti di cui ha conoscenza, perché in questo senso sa come usarli, in altro caso non saprebbe proprio cosa farsene, quindi ne avrebbe solo percezione sensibile, ma nulla più. Comunque non ha senso dilungarci su questa cosa, perché conviene invece spiegare che tipo di relazione con l'originario abbiano queste cose, come invece potrebbe essere superato. Intanto, partendo dalla conoscenza sensibile, noi sappiamo di per sé che c'è una relazione tra un soggetto e un oggetto, questi prima di Kant erano detti in sé, ora però cosa sono questi due termini? il primo è molto problematico perché in realtà sfugge spesso alla comprensione e diventa quasi inutile se si nota che non è oggetto di nessuna delle tre domande di cui si parlava prima, perché è oggetto del chi sono io, ma anche determinandomi come io conoscente, quando chiedo cosa sia la conoscenza, in realtà parlo di un evento e al più mi riferisco a quella che deve essere una caratteristica dell'io. Invece l'oggetto è proprio la risposta alla domanda da dove viene la conoscenza, che poi potrebbe essere anche il mondo o la realtà esterna, mentre appunto l'oggetto è solo una parte, diciamo una parte tagliata e segmentata della totalità del mondo. Quindi lasciando da parte la questione del soggetto, che appunto non essendo oggetto delle domande non ci interessa al momento, passiamo all'oggetto identificato come originario della conoscenza. Però anche qui sorge un punto, ovvero se l'oggetto sia un dato indipendente oppure se per esempio sia costruito da noi stessi. Io posso pensare che l'oggetto esista realmente nel mondo esterno, altra questione è sia come lo vedo o meno, perché potrebbe essere diverso, ma se sostengo una o l'altra tesi, cambia l'originario. La fisica quantistica ci cambia gli originari, perché i reali oggetti sono diversi, ma al di là di questo, c'è una posizione che invece pensa l'oggetto non tanto come cosa esterna, ma se mai come nostra costruzione, per esempio una posizione come quella di Hegel, la dove la realtà è sempre mediata dalle nostre forme conoscitive. In ogni caso si deve fare ancora un'altra distinzione, ovvero quelli che pensano che la percezione sia solo contemplazione e quelli che pensano sia invece una forma di agire. Nel primo caso tutto si fa molto semplice, ci sono dei dati che sembrano partire dall'esterno e che arrivano ai sensi.

S O1

Quindi appunto l'oggetto che influisce sul soggetto; poi però c'è un rielaborare e proiettare l'immagine come un fuori di sé.

S O2

Il punto è questo : O1 = O2 ? nel senso, l'oggetto da cui prendo dati è uguale a quello che io come soggetto ricreo? in questo caso potrei, intanto far notare come questo modello assomigli a quello di Hobbes, quando appunto parla del fantasma come rappresentazione del mondo sensibile, dove appunto ricevo dei dati, questi arrivano al cervello e poi una controforza rispetto alla prima, che è il movimento dei dati, praticamente proietta questo fantasma. Io posso fare il realista classico e pensare che O1 sia in effetti del tutto uguale a O2, in altro caso se credo che non siano uguali ci sono due soluzioni che si sono presentate, ovvero posso pensare che tra S e O1 ci sia un G di mezzo che modifica il dati originari e alla fine arrivandomi dei dati modificati io poi proietto un'immagine sbagliata. Il G possono essere per esempio quei famosi computer dell'esperimento mentale di Hilary Puttnam, dove appunto quei cervelli nella vasca sono agenti passivi che ricevono dati da dei computer, nulla è reale, anzi in questo caso non c'è nemmeno bisogno dell'oggetto.

S← G ← O1

C'è poi un altro modo di vedere le cose, che è quello di pensare che O2 sia una costruzione del soggetto, perché vedete in questa concezione, non si pensa che il soggetto sia semplicemente passivo nel suo atto di ricevere e proiettare, ma appunto sia del tutto attivo, che intervenga con le sue forme della conoscenza, quindi quei principi a priori dell'intelletto e cioè le categorie, per esempio: se vedo quattro mele, il quattro delle mele o la consapevolezza di questa quantità è una sintesi attiva dell'intelletto. In questo caso come nel primo O1 non è O2.

Bergson sostiene che il problema dei filosofi fino ad adesso nel caso della percezione sia stato che hanno concepito la percezione solo come contemplazione e non come azione, perché percepire in realtà agire, se io voglio vedere qualcosa dietro di me mi devo voltare, se voglio sentire che questo vestito è liscio, devo toccarlo, ma comunque devo agire e non ho altra scelta. A questo punto si complicano le cose, perché si deve introdurre il momento dell'azione.

azione

S → O1

ricezione

S ← O2

proiezione

S → O3

Il che pone una altro problema : O1 = O2 ? non proprio perché O1 è in qualche modo un in sé che però riflette un possibile, in particolare l'azione su di esso e i dati possibili, ma l'altro in effetti è lo stesso del primo in fondo.

A questo punto, per il momento si può dire che la conoscenza tecnica è un attivo sull'oggetto da parte del soggetto che ridetermina l'oggetto come per la conoscenza. Il soggetto è un po' diverso perché è un soggetto che ha un certo sapere, quindi poi potere sull'oggetto. Diciamo tanto per anticipare una cosa che le filosofie non dell'originario, che cercano di superare e trovare altre soluzione eliminano il dualismo oggetto e soggetto, partono dall'evento della conoscenza, preso come in sé e non lo considerano come mera relazione. 


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