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martedì 8 gennaio 2013

Dei dispregiatori del corpo (spiegazione/Zarathustra)











Nel capitolo sui dispregiatori del corpo Zarathustra si rivolge a queste persone che hanno passato la vita a negare il corpo e la terra. Pur non essendo d'accordo con la loro visione, visione che comporta una negazione radicale della realtà materiale e di se stessi, Zarathustra non dice ai negatori del corpo che devono imparare da capo a vivere, ma afferma che farebbero bene a lasciare il loro corpo. Zarathustra, dunque, consiglia a queste persone di prendere sul serio ciò che si sono preposti e di abbandonare completamente questo corpo e questa terra, loro che non hanno mai amato nessuna di queste due cose.

Il fanciullo afferma che noi siamo fatti di corpo e anima, ma il saggio adulto riconosce solamente più il corpo. Questo fanciullo di cui parla ora Zarathustra, non è forse quello delle tre metamorfosi? Quel fanciullo era designato come l'individuo creatore. Ora ci viene detto che quel fanciullo crede ancora nell'anima, mentre il saggio non vi crede più. Il saggio, afferma Zarathustra, sa che il corpo è una grande ragione, mentre lo spirito è soltanto un attrezzo o un giocattolo del corpo.

La tesi del fanciullo coincide con quella di Cartesio. L'uomo è due cose: res extensa (corpo) e res cogitans (anima). Ma Cartesio parla ancora come un fanciullo e così molta della filosofia moderna che non conosce quella saggezza che ai tempi di Nietzsche si sta incominciando a scoprire, grazie alla scienza. La scienza ha fatto dello spirito gli impulsi elettrici nel cervello, dunque lo spirito è solo una parte di una ragione più grande: il corpo.



Con l'idea che lo spirito è uno strumento, Nietzsche intende dire che l'uomo si crede padrone, ma non lo è. Quell'uomo che dice "io penso, io sono", è in realtà un giocattolo nelle mani di una ragione più grande. Dietro a questo falso regnate sta qualcosa di imponente: quel che Nietzsche chiama Sé. Il Sé è nel corpo e il corpo è il vero saggio. Il Sé comanda i pensieri. Di molti dei pensieri, infatti, non siamo nemmeno coscienti.

Con questi passaggi sul Sé dovrebbe essere evidente che Nietzsche, molto prima di Freud, ha incominciato a farsi una prima idea dell'inconscio. L'inconscio come reale causa dei pensieri, principalmente dei pensieri non coscienti, i quali ne costituiscono la maggioranza. Tuttavia, come osserva Strauss, la vera differenza tra Freud e Nietzsche sta nel fatto che Nietzsche non crede come Freud che la coscienza possa avanzare sull'inconscio, gettando le basi per la creazione di un uomo pienamente consapevole di sé. Il Sé è sempre qualcosa che l'uomo non potrà mai dominare. Ciononostante è il Sé il soggetto creatore, non l'io. La sorgente di ogni significato possibile dell'esistenza è riposta da Nietzsche nel corpo e nel Sé. Questo significa che il superuomo, in quanto soggetto creatore di valori sopra di sé, non è l'ego, ma è il Sé. Questo Sé è il corpo. Il corpo, tuttavia, come sottolinea Strauss, qui per Nietzsche non è solamente quell'entità organica-biologica, ma è anche un Sé. Questo Sé è la causa prima, non l'ego. L'ego è piuttosto uno strumento del Sé. L'ego, infatti, osserva Strauss, non ha nessuna forma di unicità ed è l'unico elemento capace della creazione.

Jung ha una sua concezione particolare del Sé. Egli reputa il Sé come una unione della coscienza con l'inconscio. Il Sé è una totalità, un grande regno nel quale la coscienza, in quanto ego, è solamente una piccola regione. Crediamo di essere dei buoni regnanti, ma non conosciamo completamente noi stessi. Quanto è profondo l'inconscio dell'uomo? A questa domanda non sa rispondere nessuno, neanche Jung. L'uomo, secondo la psicoanalisi, è scisso in due: coscienza e inconscio. L'ego è situato sul lato della coscienza, mentre l'inconscio è la sua ombra o alter-ego. Secondo la versione freudiana, particolarmente seguita da Lacan, il soggetto è diviso, ma è diviso per effetto della castrazione edipica. Che il soggetto sia diviso nella psicoanalisi significa che è differito. Se noi imponiamo coscientemente a noi stessi certe regole, inconsciamente desideriamo infrangerle. L'inconscio è sempre l'inverso della coscienza, secondo uno specchio carrolliano che porta in un mondo al contrario. Nella psicoanalisi di Jung, invece, esiste questa figura del Sé che caratterizza ancora la possibilità di un soggetto pieno, originario e non scisso. Il soggetto non scisso, secondo i freudiani come Lacan, è ciò che precede il complesso di Edipo, ma tornare a quel soggetto vorrebbe dire diventare malati e compiere un'operazione simile, perversa, a quella che aveva in mente Sade. Ad ogni modo Nietzsche parla spesso di un pensiero non cosciente nell'uomo, ne parla per esempio in Gaia scienza. Nietzsche riconosce perfettamente che l'ego è dentro un regno che è molto più grande di lui e lui stesso è solo uno strumento. Infatti Nietzsche sostiene che il dispiacere e il piacere sono come voluti dal Sé e solamente sentiti passivamente dall'ego. Il problema è che Nietzsche identifica il Sé con il corpo. Questo, secondo Jung, è il grande errore di Nietzsche.

Secondo Jung il Sé non può assolutamente essere il corpo. Se così fosse, ne seguirebbe che, una volta che il corpo è morto, muore anche il Sé, ma allora come può il Sé volere la morte del corpo? Il Sé, secondo Jung, deve necessariamente essere qualcosa di spirituale. Esso somiglia molto, egli osserva, a quello che in oriente chiamano "Atman". Ma il Sé potrebbe essere espresso dai chakra o da un mandala completo. Il Sé, dice Jung, è l'animo nell'anima, il maschile nella nostra parte femminile interna. Questo principio coincide per Jung con l'archetipo del saggio interiore o guida interna. Jung racconta anche una storia tratta dagli Upanishad su un re e un saggio. Il re interroga il saggio più volte sulla luce che guida l'uomo nella vita. La prima volta il saggio indica il Sole, ma se il Sole viene meno, allora il saggio afferma che è la luce della luna. Tuttavia, se anche la luce della luna dovesse mancare, è la luce interna del Sé che deve guidare l'uomo. Chiaramente questo Sé non è il corpo.

Sulla questione del corpo penso sia meglio fare alcune osservazioni. Capita che il nostro io, o la piccola ragione, voglia ardentemente fare qualcosa, ma che sia il corpo ad opporsi. Un uomo può rimanere paralizzato, sentirsi male solo a pensare di fare certe cose, il corpo può manifestare il rifiuto di qualcosa con il vomito e alle volte constatiamo che il nostro corpo reagisce diventando malato, impedendoci di fare quello che vogliamo. Un esempio è il caso di un uomo che lavora molto, forse anche troppo, ha un incidente e si trova costretto a stare a letto, anche se preferirebbe continuare a lavorare. Molte reazioni come il mal di stomaco e il mal di testa sono reazioni del corpo, non solo a problemi fisici, ma anche psichici. Che tipo di controllo abbiamo su tutto questo? È il nostro corpo che, come grande ragione, si oppone all'io, oppure qualcos'altro in noi agisce e i suoi effetti si manifestano nel corpo?


I dispregiatori del corpo non sanno che il loro disprezzo, il loro spirito, il loro dolore, dipendono dal corpo e dal Sé. È in realtà il Sé di queste persone che vuole tramontare. Loro semplicemente sottostanno ad un corpo malato, corpo che vuole abbandonare questa vita. Il loro destino è segnato, dopotutto non desiderano altro. Questi uomini dovranno decadere e non saranno mai capaci di creare sopra di sé, per questo non sono questi i futuri ponti per il superuomo.

"Il tuo Sé desidera soccombere", afferma Nietzsche in questo passaggio. Cosa vuol dire? È chiaro che Nietzsche si riferisce alla morte. Jung suggerisce che Nietzsche si riferisce ad una lunga tradizione cristiana che ha fatto del disprezzo del corpo e delle cose materiali uno dei suoi valori. L'asceta nega il suo corpo in molti modi: con la rinuncia al piacere, con il digiuno, con la violenza sul corpo (punizioni corporali), con la castità, ecc. Jung sostiene che spesso Nietzsche giochi con i principi dualisti (Yin e Yang), accusando il tentativo dello Yin di mangiarsi lo Yang, ossia il tentativo dello spirito di divorare il corpo. Il disprezzo del corpo, in questo senso, deriva da un eccesso di spirito.

L'idea di essere di fronte ad un Sé che vuole la morte, significa che, in quanto ego, non abbiamo un controllo su noi stessi, siamo in balia di un'altra potenza. Diventare se stessi, espressione usata spesso da Nietzsche, ha a che fare con il Sé, non tanto con la realizzazione dell'ego. A questo punto la nostra vita è un progetto che si dispiega, che ora non abbiamo chiaro, ma che mano a mano si fa più comprensibile. Rispetto a questo progetto possiamo opporci a esso, dunque opporci al Sé, oppure possiamo volere questo progetto. Questo è il significato reale dell'eterno ritorno. Non solo dobbiamo volere questo progetto, dobbiamo volerlo sempre e ancora.

Jung nota anche che questo riferimento al Sé che soccombe rimanda alla scena del Prologo dove il funambolo muore cadendo a terra, dopo aver perso l'equilibrio. In quel passaggio Zarathustra riferiva al funambolo che la sua anima sarebbe morta ben prima del suo corpo.

Come nota Lampert, quello di Zarathustra è un discorso ed è un discorso che molto probabilmente si rivolge ai giovani di Vacca Pezzata, la città in cui soggiorna Zarathustra. Zarathustra parla ai giovani per riferirgli un nuovo pensiero. Prima la religione e altri gli avevano insegnato a disprezzare il corpo e a considerarlo solamente la tomba dell'anima. Oggi Zarathustra insegna che non esiste altro che il corpo e che il corpo che odia il corpo è un corpo malato. Questo corpo è il Sé o la grande ragione, mentre l'io è solo un attributo o una piccola ragione nel corpo. Zarathustra, quindi, prosegue il discorso sull'io del capitolo precedente, tuttavia non pone più l'io al centro, ma qualcosa di molto di più profondo: il Sé. Questo, secondo Lampert, può essere fatto coincidere con quel che Nietzsche chiama "volontà di potenza".