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domenica 7 febbraio 2016

Nietzsche: Il crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello



Nietzsche: Il crepuscolo degli idoli







Riassunto e spiegazione del Crepuscolo degli idoli


«Non v'è cosa che riesca, se non ha la sua parte in essa la tracotanza. Soltanto una sovrabbondanza di forza è dimostrazione della sua forza.-Una trasvalutazione di tutti i valori, questo interrogativo così nero, così enorme, che getta ombre su colui che lo pone- un tale destino come compito che lo costringe ogni attimo a correre nel sole, a scuotere da sé una pesante serenità divenuta troppo pesante. Ogni mezzo è buono a questo scopo, ogni «caso» è un caso fortunato. Soprattutto la guerra.  La guerra è sempre stata la grande saggezza di tutti gli spiriti divenuti troppo interiori, troppo profondi; perfino nelle ferite c'è ancora un mezzo di guarigione. (...) Un'altra guarigione, in certe circostanze ancora più desiderata da me, sta nell'origliare gli idoli...Vi sono nel mondo più idoli che realtà: è questo il mio «cattivo sguardo» per questo mondo, e questo è anche il mio «cattivo orecchio»...Battere qui una buona volta problemi con il martello udire per tutta risposta quella famosa cupa risonanza che parla dai visceri enfiati - quale delizia per uno che ha altre orecchie dietro le orecchie - per me vecchio psicologo e incantatore; per il quale quel che vorrebbe proprio starsene in silenzio, deve gridar forte...» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.49-50)





Il grande libro di Nietzsche comincia con una dichiarazione di guerra. Una guerra che Nietzsche intende combattere con il martello. Cosa significa in filosofia una dichiarazione di guerra di questo tipo? Chiediamoci meglio: a chi è diretto questo attacco? Agli idoli. E gli idoli vengono combattuti con il martello. Il martello per Nietzsche funge come un nuovo rasoio di Occam, questa volta molto più potente, ma il cui obbiettivo non cambia.

Gli idoli sono ovunque, non è solo la morte di Dio, ma di ogni cosa che sia nata nell'uomo solo da un mero bisogno psicologico: ecco la vera psicologia di Nietzsche. La psicologia di Nietzsche funziona in questo modo: affermando che tutta una serie di enti, che consideriamo reali, in realtà sono solo parole. Se così è, il problema è sopratutto linguistico e la psicologia di Nietzsche ben presto diventa filosofia del linguaggio, cosicché Nietzsche in realtà non è uno psicologo, come intende, quanto piuttosto un filosofo. Il martello è la versione moderna del rasoio di Occam, mentre quest'ultimo semplicemente radeva la barba a Platone, per dirla con Quine, il martello può fare di peggio. Distruggere degli enti, non solo credenze, ma una piazza pulita totale per livellare l'ontologia. Questo è il primo e più importante senso di questo scritto. Il secondo è la trasvalutazione dei valori. Essa non indica solo la caduta dei valori o degli idoli, ma una presa di consapevolezza che siamo noi stessi ad aver posto quei valori e con questo scopriamo la nostra potenza: volontà di potenza. Così conosciamo il vero essere: la vita nel suo farsi, ossia il divenire.

Sentenze e frecce è il titolo della prima parte di questa opera di Nietzsche. Essa consta principalmente di una serie di enunciati enumerati posti in forma di aforisma. Il loro numero è 44. In queste sentenze Nietzsche comincia ad annunciarsi come uno psicologo e presenta quattro forme di coscienza, come se volesse indagare sulla natura dell'essere umano.

Di tutte queste sentenze intendo citarne alcune, le quali sono piuttosto famose:

«Per vivere soli si deve essere una bestia o un dio- dice Aristotele. Manca il terzo caso: si deve essere l'una e l'altra cosa - un filosofo.» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.51)

«Come? L'uomo è soltanto un errore di Dio? O forse è Dio soltanto un errore dell'uomo?» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.51)

«Dalla scuola della vita - Quel che non mi uccide, mi rende più forte.» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.52)

«Aiutati e vedrai che tutti ti aiuteranno. Principio dell'amore del prossimo.» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.52)

La sentenza è un modo di scrivere di Nietzsche a cui ricorre nelle opere. La sentenza funziona come il fulmine. È un enunciato diretto che condensa un sapere: spesso in una sola frase. Nietzsche qui evita il procedimento deduttivo tipico della logica per trovare la verità nella semplice intuizione. "Sentenze e frecce" si intitola il primo capitolo, capitolo scritto con il sangue, con il meglio che poteva dire in un paio di schizzi. È tracotante sì, cola ovunque sulla pagina, imbratta, si mescola, compie salti da un aforisma all'altro. Nessun vampiro potrebbe succhiarlo via. Questo libro è stato scritto contro tutti quegli enti che non hanno immagine: anche contro i vampiri! È un'operazione ontologica molto forte, operazione che, forse, non trova eguali nei filosofi successivi. Se si cancellano le false credenze, le persone smettono di farsi illusioni e si trovano di fronte a quello che hanno davvero davanti, che sia apparenza, sogno o realtà, non importa, è l'unica cosa che c'è. Nessun mondo al di là del mondo. Un pugno di frasi come saette dal martello di un dio che al pari di Thor inietta potenza.

Veniamo alla seconda parte: quella su Socrate. Si sa che Nietzsche non ama Socrate, la domanda è: perché? Socrate, in effetti, è tutto meno quello che è Nietzsche. Socrate è un dialettico, un moralista, ecc. Socrate crede nel bene e nel male, crede nell'esistenza di modelli eterni degli enti di questo mondo, crede che il corpo è una prigione dell'anima dalla quale l'anima dovrebbe liberarsi, ecc. Nietzsche preferisce a Socrate la filosofia che lo ha preceduto: i presocratici. Egli instaura un'analogia tra La nascita della tragedia e la sua fine con la nascita della filosofia e la venuta di Socrate. Socrate e Platone sono tutt'ora ritenuti tra i filosofi più illustri e saggi. Questo perché Socrate ha compiuto seriamente una svolta nella filosofia: ha introdotto un modo di filosofare argomentativo, dialettico e interrogativo. Platone, invece, è considerato il migliore interprete del pensiero di Socrate, nonché il suo migliore allievo. Nietzsche afferma che questi "saggi" non sono tali in quanto non hanno saputo riconoscere il valore della vita, o meglio, si sono posti la domanda sul reale valore della vita. Il saggio in Nietzsche ama la vita e non mette in questione il suo valore, semplicemente perché la vita non ha un valore, ma è la sorgente di ogni valore. Chi pone dei valori sopra di sé e poi li ipostatizza, dimentica l'atto della creazione. Questo atto di creazione ha origine dalla vita stessa. La vita è abbassata a pura malattia da Socrate poiché egli disprezza il corpo e ciò che ha a che fare con la materialità. Egli vede la materialità come un vincolo o una bestia da domare. Sul perché entrambi dicano la stessa cosa, Nietzsche afferma che dovevano avere la stessa costituzione.

In un passaggio Nietzsche sembra atteggiarsi da positivista e fa questa osservazione su Socrate:

«Gli antropologi che si interessano di criminologia ci dicono che il delinquente tipico è brutto: monstrum in fronte, monstrum in animo. Ma il delinquente è un décadent. Era Socrate un delinquente tipico? Per lo meno a ciò non contraddice quel famoso giudizio fisiognomico che aveva un suono così urtante per amici di Socrate. Uno straniero che si intendeva di volti, allorché venne ad Atene, disse in faccia a Socrate che egli era un monstrum - che nascondeva in sé tutti i vizi e le bramosie peggiori. E Socrate si limitò a rispondere: "Lei mi conosce, signore!"» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.59-60)

Nietzsche critica anche un altro aspetto di Socrate: la dialettica. Dialettica è quel modo di pensare per opposti. Che si parli di Platone, di Hegel o di Kant, ogni volta alla base della dialettica sta la semplice opposizione. Socrate, Platone ed Aristotele, usavano la dialettica per dividere. Famoso è l'esempio del pescatore di lenza. In quell'esempio si cerca di capire sotto quali classi si deve collocare il pescatore di lenza. Il pescatore di lenza è un animale, un uomo in particolare, un uomo dedito alla pesca, ecc. Questo modo di pensare per categorie, del tutto astratto, è completamente estraneo a Nietzsche, il quale sa che in questo mondo, quando qualcuno afferma qualcosa in generale, tutto scorre e muta sotto di lui. Esso è un mondo di individui che si sottrae a ogni forma di generalizzazione. Allo stesso tempo, in questo mondo, ogni opposizione prima o poi cade.

Questo scritto scrive della vita, perché la vita per Nietzsche è l'unico soggetto, o meglio, non vi è altro che vita. Tutto il resto non può che essere sue affermazioni e creazioni. Questa consapevolezza apparteneva ai Greci fin dal principio. La si trova nel culto di Dioniso: ebbrezza di esistenza, consapevolezza di una realtà lacerata che cerca la sua unità perduta nella natura; essa si trova in numerosi pre-socratici, in primo luogo: Eraclito. A partire da Socrate tutto ha preso un'altra piega, ma Socrate si trovava in un'epoca di decadenza per i greci. Socrate non ha portato altra soluzione ai greci che non fosse quella della morte: esso stesso si è dato la morte da solo come fine della sua esistenza. Nietzsche è chiaramente contro la figura di Socrate, figura in cui si mescolano differenti interpretazioni: quella di Platone e tutte le voci negative che correvano su Socrate. Socrate, tuttavia, rappresenta la ragione contro gli istinti, l'intelletto contro la sensibilità. Egli è un erede del pensiero impostato da Parmenide: l'essere immobile che viene a negare il divenire come illusione; il predicatore di morte, prete, contro la baccante e l'uomo tragico. La vita è potenza creatrice che si definisce come fecondità. Essa, in primo luogo, è potenza degli istinti e quindi energia sessuale, ma è anche principio di ogni cosa. Tutto ciò che si oppone agli istinti è di fatto contro la vita. Per questo, dal momento che la morale è stata spesso intensa come la ragione che vuole dominare gli istinti, se non addirittura modificarli, essa è considerata da Nietzsche come contro la vita. L'equazione: ragione = virtù = felicità non può che fare di Socrate un predicatore di morte e questo dipende dal fatto che la virtù è intesa come dominio della parte istintuale. La morale si oppone alla vita, come la ragione alla sensibilità. I logici devono saperlo che molto di quello che dicono non trova quasi mai un riscontro con la realtà, pensa Nietzsche. La logica tradizionale, fatta quindi eccezione di Hegel, si basa tre principi: il principio di identità che dice che ogni cosa è identica a se stessa; il principio di terzo escluso che afferma che o si da una cosa o il suo opposto; il principio di contraddizione che afferma che non possono darsi una cosa e il suo opposto allo stesso tempo. Non c'è nulla che sia uguale a sé, che quindi non muti in questo mondo. Non c'è nulla che non sia come qualcosa e il suo opposto nello stesso tempo, non nel senso della contraddizione, ma nel senso dell'inclusione. Ciò che è notte deve diventare giorno, ciò che veglia troverà la pace nel sonno, ciò che è vivo morirà, ma nulla si dà mai una volta sola senza il suo opposto perché il divenire mette assieme i contrari, così che rende possibile il fatidico incontro tra vita e morte che Epicuro non credeva reale, ma non lo fa se non restituendolo sempre in due direzioni: come qualcosa che deve accadere ancora e come qualcosa che è già accaduto. Nietzsche critica Parmenide. Filosofo, il quale affermava che solo l'essere è, essere immobile ed eterno. Accade poi che ci si accorge che questo essere non è dato da nessuna parte, perché i sensi non hanno testimoniato l'esistenza di qualcosa di tal fatta. In quel momento, dice Nietzsche, si è detto che i sensi ingannano, piuttosto che negare la loro tesi basata sulla sola ragione. Era forse Parmenide un logico? negava il divenire perché contraddittorio, perché fonde sempre insieme l'essere e il non-essere, ma allora dove stanno questi fatti non contraddittori?

Nietzsche dunque tratta della ragione nella filosofia, per comprendere uno dei problemi fondamentali della filosofia: la ragione segue il duale, ma la realtà non è propriamente duale. La ragione prende la via del concetto, ma il concetto è astrazione e questa astrazione è possibile grazie al linguaggio.

Infatti in Nietzsche si legge:

«La "ragione" nel linguaggio: ah, quale vecchia donnacciola truffatrice! Temo che non ci sbarazzeremo di Dio perché crediamo ancora alla grammatica.» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.69)

La metafisica ha incominciato ad essere con un filosofo che ha negato il divenire per affermare l'assoluta realtà dell'essere. Questo essere eterno e astorico che si sottrae al divenire è diventato un po' alla volta il fantoccio di molti filosofi, ma di che essere si sta parlando? Stiamo forse dicendo che quelle cose che io vedo, sento, tocco sono? In realtà quelle cose che vedo, sento, tocco sono e non sono già quello che si pretende che siano. Ma l'essere è, non può non essere. Questo è il punto di vista dei concetti che contraddice la sensibilità. Dovendo scegliere tra la ragione e i sensi, i filosofi hanno scelto la ragione, definendo i sensi bugiardi:

«Quel che è, non diviene; quel che diviene, non è... Allora tutti costoro credono, persino con disperazione, a ciò che è. Ma dal momento che non ne diventano padroni, cercano dei motivi per spiegarsi perché ne siano defraudati. "Deve esserci un'illusione, un inganno nel fatto che non percepiamo ciò che è; dove si nasconde il truffatore?" - "Lo teniamo" gridano ebbri di gioia "è la sensibilità!".» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.65)

I sensi ingannano? è una domanda classica della filosofia. Se vedo una colonna dalla lunga distanza e mi appare quadrangolare, ma poi mi accorgo che è cilindrica, questo vuol dire che i sensi mi ingannano? Alcuni filosofi hanno creduto questo, altri hanno affermato che è la ragione che giudica a sbagliarsi. Certamente Nietzsche pone l'errore nella ragione e non nei sensi. Di solito i filosofi distinguono nella sensibilità dei sensi nobili da altri sensi non nobili. I sensi nobili sono la vista e l'udito, gli altri non sono altrettanto nobili. La vista e l'udito, secondo i filosofi, offrono sensazioni più precise e sono quei sensi più vicini all'arte: pittura e musica. Dal naso spesso sentiamo la puzza, ecco un esempio di senso considerato non nobile. Ma Nietzsche afferma al contrario:

«E quali raffinati strumenti di osservazione abbiamo nei nostri sensi! Il naso, per esempio, di cui ancora nessun filosofo ha parlato con riverenza e gratitudine, è talora addirittura il più delicato strumento che sia posto a nostra disposizione: esso è in grado di constatare anche minime differenze di movimento, che neppure lo spettroscopio rileva.» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.66)

Nietzsche afferma che l'errore tipico del filosofo è spacciare l'ultimo dei termini per il primo. Il filosofo, dunque, parte dalla categoria astratta, ad esempio l'essere, e poi arriva alla sensibilità. La dialettica funziona esattamente così. Ma di fatto, afferma Nietzsche, categorie e concetti sono astrazioni di ciò che noi prima abbiamo percepito con i sensi.

L'essere contrapposto al divenire. Nietzsche considera cose come l'essere, inteso come essere immobile e duraturo, un'illusione esattamente come l'unità, la causa e la sostanza. Non si tratta di far quel rovesciamento di Kant, ma di fare filosofia col martello, un modo per dire che quelle non sono che espressioni linguistiche e nulla più. A fondamento di questo forse non ci sta tanto una descrizione che spiega la falsità di una data entità, quanto piuttosto un bisogno umano, una necessità. Che se ci dicessero che le merci che compriamo non sono durature, le compreremmo forse? così pensiamo che tutto ha una sostanza, essa è la grande unità di tutte le qualità dell'oggetto, ma le qualità le vediamo, le tocchiamo, mentre la sostanza non l'ha mai vista nessuno. Dobbiamo piuttosto chiederci quale bisogno umano sta dietro al voler pensare che le cose hanno unità, che hanno sostanza, che esiste una serie causale. Per esempio sulla serie causale: Nietzsche afferma che in origine l'uomo si trova di fronte all'ignoto. Questa sensazione di grosso disagio crea nell'uomo il bisogno di doversi dare una spiegazione e qui l'uomo cerca la causa di quel tale evento, un evento che vede e che non sa spiegarsi, unicamente per il bisogno di superare il disagio dell'ignoto perché l'uomo non riesce a sopportare la verità più grande: non c'è nessuna verità. L'unità, nel senso di unità del molteplice, cade, perché ogni cosa si dà a partire da una certa prospettiva: davanti, dietro, di fianco, per non parlare del soggetto che osserva e quello che lui vede. L'uomo per pensare l'oggetto ha bisogno dell'unità, altrimenti si troverebbe di fronte a molteplici rappresentazioni che non si riferiscono a nulla. La sostanza parte da problemi simili e sta per la durata di qualcosa, perché si ha bisogno che qualcosa rimanga uguale a tutto ciò che cambia, perché non tutto sia perduto. 

La parte centrale del Crepuscolo degli idoli riguarda la natura di favola della mondo vero. Quando Nietzsche parla di mondo vero si riferisce ad un mondo supposto essere oltre il mondo apparente e sensibile. Non posso conoscere altro mondo che questo. Posso supporre che ve ne sia un altro, ma per Nietzsche è solo un'errore della ragione. Nei fatti i sensi ci restituiscono solo il divenire e non abbiamo prova d'altro che di questo, tutto il resto è astrazione rispetto a questo divenire e sussiste solo grazie al linguaggio. Diamo un nome o una x ad una cosa, ma se non c'è nulla che corrisponde alla x, quella cosa non esiste. Ecco ancora più da vicino l'operazione del martello che abbatte la fantasia del mondo vero. La terra promessa, la cosa in sé, è solo narrazione. Essa è un'illusione prodotta a partire da quello che vediamo, perché riteniamo che l'oggetto sia di più di quel che ci appare. Nietzsche afferma l'esistenza del solo mondo sensibile e lo definisce reale come il nostro corpo, dunque Nietzsche è un realista? In realtà no. Nietzsche non può essere un realista perché non può affermare che esiste un mondo al di fuori di quello che noi percepiamo. Il mondo che percepiamo si definisce come realtà empirica. Noi ne abbiamo accesso in quanto dotati di sensibilità, ma non potremmo dire che esso è anche quando non lo percepiamo, perché esso è solamente in quanto percepito. Per dire diversamente dovremmo ammettere la possibilità di conoscere una realtà senza la mediazione dei sensi. Nietzsche però non contempla una possibilità simile. Egli afferma che esiste solo l'apparenza, ma l'apparenza è pur sempre apparenza. La realtà si scinde in innumerevoli interpretazioni e punti di vista che dipendono anche dal fatto che noi siamo sempre condizionati dai nostri istinti e il nostro desiderio. L'idea stessa che ci sia un mondo vero in generale è la vera favola. L'apparenza è come l'apollineo: un sogno.

Qui si inserisce una delle più belle argomentazioni del Crepuscolo degli idoli: quella contro il mondo reale. Io non credo che Nietzsche argomenti a partire da concetti come reale ed illusorio, la sua intenzione è far cadere il mondo reale, si intende dire il mondo delle essenze per lasciare le sole apparenze che però rimangono tali e non diventano realtà. Non è solo una critica al mondo delle idee o al paradiso dei cristiani, ma anche al noumeno di Kant. Il che vuol dire porsi in opposizione al mondo delle cose in sé: non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Il mondo è diventato una favola ed esistono solamente tantissime prospettive. Non una sola immagine del mondo, ma molte, molte immagini non del mondo ma di cose, non cose in sé, ma altri per sé all'infinito, simulacri di simulacri. Il suo modo di prendere a martellate il mondo è singolare perché non deve argomentare per niente, il mondo è già crollato e sta solo scrivendone il necrologio, mentre balla attorno alla sua tomba. Ora che il mondo è diventato una favola chi si prende sul serio?, ecco la risata bonaria di Zarathustra: la realtà è gioco.

Così si smonta il mondo in sei passaggi:

1 Il mondo vero è in primo luogo il mondo del saggio, lui stesso lo alberga. Platone con la testa tra le nuvole o direttamente nell'iperuranio a contemplare idee, reminiscenza di un tempo prima della sua nascita. Platone abbagliato dalla luce del Sole, pieno di visioni, convinto di non aver preso un abbaglio.

2 Il mondo vero diventa inattingibile, dominio del pio. Il Cristianesimo e i suoi santi, profezie da digiunanti. Il regno dei cieli e i suoi angioletti.

3 Il mondo vero ora è anche indimostrabile: abbiate fede nel Paradiso anche se non lo vedete, è proprio la sopra le vostre teste! Platonismo per il popolo.

4 Il mondo vero non solo è indimostrabile, ma anche inconoscibile. Kant si guardava attorno e ha visto solo intuizioni. Qui ha costruito la sua isola, ma non è andato oltre, oltre ha detto è il noumeno! Un mondo oscuro dietro le apparenze doveva ancora esistere: quello delle essenze. Non sappiamo nulla delle essenze! diceva Kant, che non vedeva più nulla in tutto quel buio e oscurantismo. Nessuno si avventuri per quei mari! così che il mondo reale non è nemmeno più salvifico.

5 Il mondo vero è solo più un'idea. Hegel brontola: che ce ne facciamo di qualcosa che esiste e non possiamo nemmeno conoscere! perché esiste? Cade anche il noumeno.

6 Il mondo vero non c'è più, cosa rimane? quello finto. Esso è l'unico mondo che abbiamo, non ve ne sono altri. Zarathustra ride: non andrete più in paradiso, così come non ci siete ma andati! nulla trascende il tempo e il divenire. Nessuna cosa ha uno scopo, ma tutto fa una curva!

Nietzsche successivamente passa alla critica della morale, definendo la morale come contro natura. Notoriamente la morale non è naturale. In natura non esistono leggi morali, le leggi morali sono imposte dall'uomo alla natura. Questo lo sapeva anche Kant, il quale poneva le leggi morali nel soggetto noumenico e non nella realtà fenomenica. La morale vuole imporre un ordine ad una natura che si suppone puro caos. La morale nasce come volontà di dominio e soffocamento delle pulsioni e degli istinti, i quali sono per l'uomo fuori controllo. In questo modo si vede nella morale una lotta contro la natura. Cosa c'è di più naturale dell'istinto, dei sensi e del corpo? Questi elementi sono espressione della vita e Nietzsche afferma che accetterebbe solo una morale che si fondasse sugli istinti della vita. Ma la morale attuale non è di questo tipo, essa impone doveri e non conosce la potenza creativa della volontà. Questa forma di morale è basata su concetti di bene e di male, i quali sono definiti ed eternizzati nella forma di leggi. La morale è contro natura, come si voleva dimostrare.

A questo capitolo segue la sezione denominata "i quattro errori", forse una delle più fondamentali. Questo perché è qui che si vede cosa Nietzsche intende per psicologia. La sua psicologia vuole conoscere gli errori che l'uomo spesso tende a fare. La psicologia li smaschera. Ecco i quattro errori:

1 Il primo errore consiste nello scambio della causa con l'effetto. Qui Nietzsche attacca la morale e la religione. La felicità non consegue alla virtù, dice Nietzsche, ma solo l'uomo felice può dirsi virtuoso. Allo stesso modo non ha senso dire che il vizio è causa del peggioramento della vita di un uomo, ma ha senso dire che siccome la vita peggiora, noi cadiamo nel vizio perché cerchiamo degli eccitamenti esterni. La morale, dunque, faceva conseguire l'andamento della vita da un certo tipo di atteggiamento tenuto in essa. Nietzsche fa conseguire quell'atteggiamento da altri fattori, come il fatto che le cose vadano in malora o il fatto che ci sentiamo felici.

2 Credere in una falsa causa. Secondo Nietzsche non esiste nulla che possa essere identificato con l'interiore umano, non esistono affatto l'io o lo spirito. In questo senso tutte quelle categorie di "autonomia", "autodeterminazione", "libertà", "movente", "motivo", collassano tutte assieme al collasso dell'interiorità umano. Dunque Nietzsche afferma che sbagliamo la causa quando diciamo che qualcosa dipende dalla nostra volontà. Tutta la morale poggia sull'idea che l'uomo è libero e dunque responsabile. Senza questo, la morale non sussisterebbe affatto.

3 Credere in cause immaginarie. Preferiamo che l'ignoto sia ricondotto al noto, afferma Nietzsche. Perciò ogni volta vogliamo una ragione o una spiegazione di qualcosa. Molte delle spiegazioni che diamo dipendono dalle nostre abitudini, quindi tendiamo a dare la colpa sempre alle stesse cose. Per esempio affermando che il peccato è la causa di una certa sventura.

4 Pensare che esista una volontà libera. Solo nel momento in cui crediamo in una volontà libera è possibile parlare di colpa. Non ci sono colpevoli se non vi sono persone che agiscono liberamente. Non essendovi libertà, esiste solo la fatalità della natura.

Nel capitolo successivo Nietzsche prosegue la critica alla morale con la critica dei presunti miglioratori dell'umanità. Quelli che si spacciano per gente che vuole rendere l'uomo migliore, in realtà intendono renderlo semplicemente più mansueto. Con la parola "educazione" si attua di fatto una forma di addomesticamento dell'essere umano. Questa è la morale oggetto della critica di Nietzsche. In questo modo loro sanno come rendere l'uomo più debole e controllabile: rendendolo malato. Diverso è il discorso dei tedeschi. Nietzsche sembra mostrarsi preoccupato per una gioventù tedesca degenere che sembra avere la birra nel cervello, piuttosto che nobili pensieri. I tedeschi, secondo Nietzsche, hanno bisogno di nuovi educatori, di buoni spiriti aristocratici.

Scorribande di un intellettuale è una sezione del libro piuttosto lunga, piena di frammenti, ciascuna con il proprio titolo. Molte delle sezioni portano il nome di importanti autori come Schopenhauer o Goethe. Non conviene parlare di tutte queste sezioni, forse uno dei temi più interessanti trattati in queste pagine è quello dell'arte, che comincia con la sezione "Morale per gli psicologi". In questa sezione Nietzsche spiega che l'artista non ci restituisce mai una realtà che è aderente ai fatti, infatti la natura per l'artista è caso. A partire da quella pagina Nietzsche sembra comporre un'analisi psicologica dell'artista. L'artista è spinto nel suo agire dal suo stesso istinto, questo istinto è rappresentato da una forma di potenza che Nietzsche chiama "ebbrezza". L'ebbrezza in termini fisiologici coincide con un aumento dell'eccitabilità, sotto un profilo tutto sessuale. A partire da questo stato l'artista modifica una realtà per conferirgli una forma che rispecchi la sua potenza. L'arte è la volontà di trasformare qualcosa in perfetto. Il bello, come spiegherò un po' alla volta, per Nietzsche è a misura di uomo. Non c'è cosa bella naturale, perché il bello presuppone sempre la trasformazione da parte dell'uomo di un oggetto in opera d'arte. Questa creazione avviene a partire da uno stato in cui è coinvolto l'artista stesso, ossia l'ebbrezza. L'ebbrezza è risposta in due tendenze dell'uomo: l'apollineo e il dionisiaco. L'apollineo come tendenza si riferisce alla visione, al sogno, al fenomeno, all'apparenza. L'apollineo lo troviamo, ad esempio, nella pittura, laddove domina l'aspetto della visione e dell'eccitazione dell'occhio. La tendenza dionisiaca, al contrario eccita gli affetti. Un esempio di arte dionisiaca è la musica. L'arte in questo tale non ha nessun fine, essa consiste semplicemente in una creazione che trae la sua origine a partire dagli istinti dell'uomo che sono distinti da Nietzsche in queste due tendenze. L'arte, dunque, non è soggetta alla morale. Non si valuta un'artista con le categorie del bene e del male, al massimo con quelle del bello e del brutto. Il bello per Nietzsche non è assolutamente in sé, perché non ha senso il bello senza l'uomo. Questo significa che è difficile determinare una forma di bellezza oggettiva. Il bello è a misura dell'uomo, in quanto l'uomo produce il bello umanizzando il mondo naturale e la creazione artistica è parte di questa produzione del bello.

Nella sezione Quel che devo agli antichi Nietzsche riconosce il suo reale debito nei confronti dei greci proprio a partire dal dionisiaco. Il dionisiaco è quell'elemento che è sfuggito alla maggior parte degli interpreti della cultura greca come Winckelmann e Goethe. Non solo: Nietzsche adora la cultura aristocratica dei greci, guastata, probabilmente solamente da Socrate. In cosa consiste questa cultura aristocratica? Nietzsche usa molti termini per definirla, parla di "essere duri", della libertà che deriva dalla guerra, dell'essere forti e della sopportazione del dolore.

Il libro si chiude con queste mirabili parole:

«"Perché così duro!" disse una volta il carbone al diamante "non siamo forse parenti stretti?". Perché così molli? Fratelli miei, questo io chiedo a voi: non siete forse - i miei fratelli? Perché così molli, così poco resistenti e pronti a cadere? Perché nei vostri cuori è tanta negazione, rinnegamento? Così poco destino nel vostro sguardo? E se non volete essere dei destini e degli inesorabili: come potreste un giorno, - vincere con me? E se la vostra durezza non vuol lampeggiare e scindere e tagliare: come potreste un giorno, creare insieme a me? Coloro che creano, infatti, sono duri. E a voi deve sembrare beatitudine, imprimere la vostra mano su millenni, come fossero cera, - beatitudine scrivere sulla volontà di millenni come sul bronzo- più duri del bronzo, più nobili del bronzo. Solo le cose più nobili sono anche le più dure. Questa nuova tavola, fratelli, io pongo su di voi: divenite duri!-» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli. Ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano, 2002, p.153)