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sabato 25 luglio 2015

Al culmine della disperazione (Cioran)


Si tratta di un'opera che ha scritto Cioran a 22 anni, un'opera che ha come tema principale quello dell'eccesso, tema molto caro alla gioventù, ma questa opera non manca mai di un senso di nullità e di morte che sono già in Cioran fin da giovane. La vita se portata agli estremi è un eccesso, una debordanza, non c'è misura, piuttosto l'incommensurabile e la malattia sono le cose più vicine alla vita. Di fatto sono le tendenze più estreme che ci portano verso la vita più vissuta, una di queste tendenze è la disperazione, forse lo è quasi per eccellenza, ma non si tratta solo di quella. Il malato di mente, come lo psicotico sembra più vivo degli altri, sembra che nella malattia si nasconda un eccesso di vita che altrove non si troverebbe, dopo tutto il malato non fa che esasperare quello che vive il normale, desidera così tanto da proiettare e buttare fuori di sé gli oggetti della sua mente sotto forma di allucinazioni. Ad un certo livello si può dire che il malato ha un eccesso di interiorità e che questo eccesso di interiorità sia quell'eccesso di sé che Freud definiva con il termine "megalomania dell'io". In tutto il libro si trovano contrapposti l'io e il mondo, una soggettività molto interiore e il mondo esterno con l'umanità compresa. Si tratta dell'impossibilità di una mediazione tra l'io e il mondo, l'impossibilità di superare una coscienza infelice, l'impossibilità di scendere a patti con la terra, con l'umanità, l'impossibilità di una conciliazione con l'eterno, senza una morte diretta di uno dei due termini. Dal punto di vista di Cioran lui potrebbe vivere tranquillamente nel nulla, nuotare nel vuoto, scegliendo la distruzione del mondo piuttosto che del suo io. L'io si trova di fronte l'eterno del mondo esterno rispetto al quale qualsiasi azione e qualsiasi fatto è una pura nullità, non ha molta importanza che le cose siano andate in un certo modo piuttosto che in un altro, anche perché rispetto all'eternità del tempo tutto è nulla e con tutto l'eterno che abbiamo vissuto in passato in cui non è successo nulla, non ci rimane molto da sperare in proposito dell'eterno del futuro. Tutto è nulla! è la verità che risuona nella grande disperazione, quella della testa tagliata pensante o urlante di pensieri atroci che, sconquassata dal mare un po' ovunque, manifesta il massimo dolore esistenziale. Questa immagine che ci offre Cioran ci ricorda molto quella della testa di Orfeo nel mare macchiato del vino delle baccanti e del suo sangue che grida: Euridice! Euridice!. In questo caso Euridice potrebbe essere la salvezza, non per forza una persona fisica, tuttavia questa non c'è e poco si ha da schiamazzare. "Il fatto che io esisto prova che il mondo non ha alcun senso" (p.25) Non è che la vita=dolore, certo non provando soggettivamente altro che sofferenza ci si chiede se esisti o sia anche solo mai esistita la felicità, ma di fatto ci sono persone che dichiarano di essere felici e non tanto questo che Cioran contesta, Cioran parla di "monopolio del dolore". L'idea è che ci siano delle persone che siano destinate a soffrire, Cioran dice di essee l'unico a soffrire, questo dipende dal fatto il dolore lo si prova nella solitudine o comunque non è diffenziabile da questa. Ci saranno forse altre persone destinate a essere felici, su questo si sa poco, del resto Cioran parla sempre di se stesso, parla di una esperienza personale che diventa universale come nel caso di Kierkegaard perché in molti possono riconoscersi e del resto, soggettività a parte, discute di problemi che comunque riguardano tutti come il non senso della vita che sempre più constatiamo, la morte come fine dell'esistenza, la propria nullità di fronte all'eterno e la vanità delle azioni. Rispetto  a Kierkegaard c'è una differenza enorme, Cioran crede nel destino, Kierkegaard invece nella libertà dell'uomo. Sartre stesso fa notare come una posizione come la prima sia pessimista, ovvero il determinismo o il credere nel destino, mentre la seconda in qualche modo è ottimista, angoscia a parte. Cioran parla di disperazione in questo testo, non tanto di angoscia, la prima deriva da un'esistenza sofferente e senza senso che si è condannati a vivere, la seconda invece dipenderebbe, stando all'esistenzialismo, dalla scelta, dalla scelta originaria e la libertà dell'uomo; la scelta originaria è sempre una scelta tra lo scegliere di scegliere e lo scegliere di non scegliere. Non c'è libertà in Cioran, forse solo qualcosa di più interiore che consiste nel distaccarsi dagli atti, dal rinunciare a tutto e dall'abbandonarsi al vuoto più totale. Il problema in Cioran non è che non ci sia una via per la felicità, ma che l'uomo infelice non possa mai diventare felice e che invece possa tragicamente solo succedere il contrario. Ad ogni modo il problema dell'infelicità dipende dal pensiero e dalla conoscenza, perché la conoscenza ci porta a sapere di quelle cose che tanto temiamo e che ci portano alla disperazione come la certezza della morte, la vanità delle cose e delle azioni nella vita. Così il pensiero è una malattia a cui è condannato l'uomo, solo che per Cioran le due vie d'uscita possibili non sono praticabili, la prima sarebbe tornare all'animale e la seconda sarebbe diventare superuomo; nel primo caso si cercherebbe di tornare all'incoscienza dell'animale e alla sua non conoscenza o noncuranza assoluta, nel secondo caso si punterebbe a diventare un uomo che sappia nonostante la conoscenza della sofferenza della vita amare la vita e sopportare il dolore. Nessuna di queste vie è praticabile, tuttavia se l'uomo vivesse un po' ingenuamente, se cercasse di pensare poco o affatto, se non credesse in nulla (nichilismo), non cercasse la conoscenza, ma semplicemente di godersi lo slancio vitale, a questo punto ci sarebbe una felicità per l'uomo; la sensazione è che per Cioran chi è felice in qualche modo lo è destinato quasi dalla nascita. Ad esempio Cioran dice: "Quando può iniziare la nostra felicità? Quando saremo persuasi che la verità non esiste. A partire da questo punto, ogni modalità di salvezza è possibile, persino una salvezza attraverso il niente. Chi non crede nell'impossibilità della verità, o che non ne gioisce, ha solo una via di salvezza, che tuttavia non troverà mai." (p.131) In teoria è proprio il niente che ci salva, se siamo davvero disposti a non credere più in nulla, a non avere più nessuna aspettativa, cosa potrebbe realmente turbarci? non ci sarebbero più delusioni, dopotutto molte delle sofferenze dipendono da credenze mentali. Rispetto a tutto questo rimane sempre sullo sfondo il problema del destino, Cioran non è un esistenzialista proprio perché non crede nella libertà dell'uomo, resta comunque un pensatore esistenziale, nel senso che pone come suo oggetti quelli che sono i problemi della vita, senza vederli da un punto di vista astratto, ma parlando di sensazioni, scrivendo con il sangue e con tutto quello che ha nel cuore, nelle vene e nei suoi nervi. Cose come la disperazione, la vertigine, sono cose che si vivono e le si capiscono solo in quel modo, se non le hai ancora vissute, sappi che la mannaia del destino è impeccabile.

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