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sabato 30 luglio 2016

Eternità e divenire






























 1 Introduzione

Questo preciso articolo tratterà diversi temi, uno in particolare: il tema dell'eternità e del divenire come dualismo o anche non-dualismo essenziale della filosofia, dietro il quale si celano molti dei problemi e delle impostazioni dai filosofi stessi tenute. In questo breve scritto farò riferimento a diversi autori e sviscererò un paio di temi, tuttavia esso non è e non ha nemmeno la pretesa di essere esaustivo. Ad esempio la parte su Husserl è molto limitata sui riferimenti e ha una precisa fonte che è quella dei Prolegomeni contenuti nelle Ricerche logiche. L'oggetto di questo scritto si trova impigliato in un dualismo che potrebbe essere anche falso a seconda del punto di vista, ma che spiega due polarità nel pensiero filosofico. Qualcosa si può conoscere, questo qualcosa può essere lo stesso oggetto delle scienze esatte. Qui mi riferisco a qualcosa la cui conoscenza non è circoscritta al caso, ma valida per ogni caso perché nella sua necessità astrae dalle condizioni che vincolano tutti i casi. La regola potrebbe essere questo tipo di conoscenza, regola nel senso di legge, ma la legge crea anche dei contenuti e molti di essi stanno del tutto fuori da ogni caso. Mentre ci volgiamo al divenire, vediamo una realtà che scorre e un mondo che non è conoscibile, di fronte all'eternità abbiamo delle verità che non mutano e rimangono sempre le stesse, tutto in mezzo si dispongono una serie di conoscenze non logiche intermedie. Nella conoscenza si riscontrano campi come la matematica e la logica che  hanno per oggetto verità che non dipendono dal tempo, mano a mano si scende verso scienze più empiriche, là dove la verità si inserisce sempre più i casi e le circostanze. La filosofia è già partita da questo fin dall'inizio, i suoi primi problemi erano cose come: qual'è il principio di ogni cosa al di là tutto questo apparente sempre diverso? Talete ha detto l'acqua. La risposta è troppo banale, non lo è invece la possibile domanda che alberga dietro. Filosofare vuol dire porsi problemi. Tutti ci poniamo dei problemi, sarebbe inutile cercare dei problemi puramente filosofici, infatti non esistono perché qualsiasi cosa può diventare un problema della filosofia, la filosofia perciò si distingue in un metodo: saper porre i problemi, saperli costruire. Il divenire è un grosso problema, il fatto che tutto muti arrivando ad essere e non essere allo stesso tempo contraddice le leggi della logica, se tutto muta nulla sarebbe conoscibile o la conoscenza viene relegata ad un'immediatezza che sfugge sempre. Come si risolve questo problema? La cosa curiosa è che se non ci fosse qualche punto fermo in questo divenire, il divenire non esisterebbe nemmeno. Infatti se il divenire non fosse un principio, cioè il principio di movimento come principio eterno e immutabile (che non diviene), il divenire cesserebbe all'istante se cambiasse questo stesso principio, divenendo appunto. Inoltre non si può parlare di mutamento di una cosa senza pensare questa stessa cosa come punto fermo, per esempio ha senso dire che una cosa è mutata se sono cambiati alcuni suoi attributi, ma questo suppone che la cosa sia sempre la stessa. Un ente cambia attributi, tuttavia esiste sempre la sua sostanza a cui gli attributi si riferiscono. Ovviamente non serve far riferimento alla sostanza per dire che il mutare di un ente presuppone lo stesso ente in due stati diversi, basta semplicemente concepire questo ente nella sua storia delle sue qualità e vedere come queste ultime mutate ed acquisite si inseriscono perfettamente in quella storia formando un'identità dell'ente tale che l'ente è sempre lo stesso anche se è divenuto. Si noti che se un ente mutando diventasse qualcosa di completamente altro da sé, allora non essendo più sé, avremmo due enti. Quando dico che un ente muta, sto dicendo che è lo stesso ente che due volte si da in maniera differente, ma se non ci fosse questo stesso ente a darsi in modo diverso, allora non ci sarebbe nulla e non si potrebbe parlare di divenire, semplicemente si darebbero due cose completamente diverse. È interessante notare come per un filosofo come Bergson probabilmente il problema si imposterebbe sul piano della coscienza e in particolare su quello della memoria. È normale pensare che se un oggetto muta e noi ci accorgiamo del mutamento, questo dipende dal fatto che noi ricordiamo come era prima, altrimenti nessuno parlerebbe di mutamento. Se potessi dunque assistere a quel momento in cui l'oggetto è diventano qualcosa di completamente diverso potrei dire che esso è mutato sulla semplice base del ricordo? Posso farlo con la sola difficoltà di rendermi conto che la mia connessione mentale rischia di essere solo tale e non avere nessuna fattualità, cioè essere tale solo nella prospettiva di un ricordo e di uno stato di cose che non è più. Se però entrando in una stanza non vedessimo più lo stesso divano, ma un altro e chiedessimo a chi ci abita: ma ha cambiato divano?, se ci risponde di no, dovremmo interrogarci sul motivo per il quale considera il suo divano come divenuto, se risponde di sì, è risolto il mistero: non è il divano di prima, è un altro. Questi sono forse piccoli problemi, ma sono anche un buon modo per pensare che non tutto si riduca al puro divenire in quanto il divenire stesso presuppone per funzionare qualcosa di fermo. Quello che trovo essenziale nel tema di cui ha intenzione di parlare è che non si tratta solo di una questione di tempo, ma riguarda anche la conoscenza ad esempio o la libertà. Descrivendo la realtà forse si capirà meglio: guardiamo il mondo come un'insieme di immagini o oggetti, finché tutto appare in questo modo ci troviamo di fronte solo alla morte, ci sono cose che si muovono e il loro morire in ogni istante si realizza in questo scorrere del tempo. Ciò che manca alle scienze che si volgono al mondo semplicemente nella prospettiva di cose osservate, esaminate, studiate come oggetti, è la vita. Non ci sono vissuti, non ci sono sensazioni, pensieri, memoria e coscienza come attività in queste scienze. Il mondo Democrito ci ha detto essere fatto di atomi e vuoto, potremmo dire che è così: la materia è l'atomo e il vuoto tutto il resto. Il fatto è che il vuoto non si lascia ridurre a mero non essere, questa è l'idea nichilista di fondo: il vuoto è un principio come l'atomo. Se diciamo che la vita è ciò che sperimentiamo interiormente, il vuoto è l'esteriore che attesta il problema della vita come non risolto, ciò che non percepiamo della realtà e che semplicemente osserviamo come vuoto è la vita. Il vuoto è anche inconscio, silenzio, sospensione del pensiero e così via. Il nostro interiore non si presenta a noi, come del resto sembra dire Bergson, come spaziale o spazializzabile, quindi è pre-individuale. Sicuramente anche la vita è tempo, anzi sembra proprio costituire il divenire stesso, divenire in cui è coinvolta la stessa anima. Tuttavia troviamo nell'anima una sfera che supera il semplice condizionato, il temporale e il finito. Questo lo vediamo come conoscenza in ambiti dove essa è verità logica, nella memoria che conserva il tempo, nell'attimo presente e nella nostra libertà che se si fondasse su una semplice temporalità del divenire non potrebbe cambiare gli eventi ma semplicemente starebbe alle loro regole, ergo non ci sarebbe libertà. Sono ragioni di questo tipo che fanno pensare alla presenza dell'eternità oltre alla semplice evidenza del divenire.

2 nuova lettura di Eraclito

Da diverso tempo sono ossessionato da Eraclito, pochi frammenti sono rimasti sul suo messaggio, tuttavia essi non cessano di essere continui enigmi profondi per l'umanità ancora ricchi e completamente da sondare. Ci sono tre motivi per cui penso che Eraclito debba assolutamente essere preso in considerazione molto più di altri filosofi: in primo luogo Eraclito non è, come si pensa di solito, un pre-socratico come gli altri, gli altri cercavano i principi del molteplice al di là del mondo apparente, dei carvenicoli e scavatori erano questi filosofi che cercavano nelle profondità del mondo la radice ultima di ogni cosa, Eraclito al contrario non parla di fuoco come principio reale di un mondo apparente, ma come elemento del divenire che spiega le trasformazioni di tutte le cose; in secondo luogo Eraclito è il punto di rottura della filosofia di Platone, la dove la filosofia di Platone non funziona più, infatti Platone non è riuscito ad assoggettare il divenire alle idee, questo ci porta a pensare la possibilità di una nuova filosofia dell'Uno diversa dall'immagine dominante offertaci dalla tradizione idealista; in terzo luogo Eraclito è stato rimesso in gioco da un filosofo come Nietzsche, la sua reintroduzione ha portato numerosi cambiamenti in filosofia, un esempio è la concezione dell'uomo e dell'anima come essenzialmente temporali (si vedano i seguenti autori: Bergson, Husserl, Bachelard, Deleuze) Sto proponendo, anche sulla base dei tre punti sopra citati, di rileggere Eraclito. Come rileggerlo? Eraclito viene spesso spiegato in maniera frammentaria secondo il modo in cui viene descritto dai vari filosofi, quello che invece vorrei fare io è partire certo da tutto questo materiale per cercare di classificare ogni affermazione sotto determinati argomenti e quindi costruire degli sviluppi di riflessione di Eraclito che una volta accostati potrebbero dare un'immagine generale della sua filosofia. I temi di cui parlerò in questa sede non sono tutti, essi ne rappresentano solo una parte, ma sono quelli che io stesso considero i più importanti. I temi sono: l'espressione/la guerra/l'unità/l'immediatezza/il fuoco/il divenire.

Espressione: esiste, secondo me, una filosofia dell'espressione in Eraclito, ci sono, dopo tutto, diversi aforismi che la evidenziano. Eraclito afferma che se noi ascoltiamo l'espressione arriveremmo a capire che tutte le cose sono una sola, ma gli uomini non sono fatti per cogliere l'espressione. Tutte le cose che nascono e sorgono vengono dall'espressione, l'espressione, dice Eraclito, è anche l'anima. Eraclito parla spesso di una trama nascosta rispetto alle cose apparenti, ma intende sempre l'espressione e l'espressione dice essere proprio quel concatenamento delle cose, perché le cose secondo l'esperienza non sono altro che concatenate le une con le altre, una sola ragione governa le cose e così una sola espressione per tutte.

Guerra: la guerra è il concatenamento stesso, l'opposizione dei contrari. Questa opposizione non potrebbe divenire concatenamento se non fosse che, come dice Eraclito, ciò che si oppone converge. Polemos è padre di tutte le cose, tutte le cose dopo tutto hanno origine nella propria opposizione da cui traggono il proprio essere, sebbene siano in qualche modo concatenate sempre. Gli enti sono talmente differenti che possono essere persino distinti dalle narici del naso.

Unità: se tutto si concatena, tutto è Uno. Gli enti, tuttavia, si concatenano nel sentire, ma il concatenamento, dice Eraclito, è principio e fine del cerchio. Gli opposti sono destinati a completarsi o a divenire grossomodo la stessa cosa, così si ha un solo Dio che è giorno e notte, estate ed inverno.

Immediatezza: per immediatezza penso che Eraclito intenda la sensazione nel presente, l'esperienza sensibile che è l'unica conoscenza, per quanto precaria, possibile in un mondo in cui tutto diviene e nulla è dato per sempre. Eraclito infatti apprezza la conoscenza tramite sensi. Il fuoco qui è l'elemento dell'immediatezza.

Fuoco: il fuoco funziona proprio come il denaro, qui si nota una metafora economica che Marx non ha visto e Marx comincia a parlare di economia partendo dall'osservazione sull'equivalenza di Aristotele (5 letti = 1 casa). Eraclito dice che ogni cosa converge nel fuoco e dal fuoco può trasformarsi in qualsiasi altra, esattamente come, dice lo stesso Eraclito, l'oro con le merci (D-M-D, denaro-merce-denaro diventa F-C-F, fuoco-cosa-fuoco). Il fuoco è l'elemento delle trasformazioni, è un Uno in cui tutto converge e da dove tutto proviene. Fuoco è anche l'elemento distruttore di ogni cosa, ciò che inghiottirà il mondo.

Divenire: tutto scorre sempre e eternamente, nulla mai rimane uguale a se stesso, non c'è identità, non c'è conoscenza se non l'immediatezza, non ci sono cose che rimangano quelle che sono. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume.

Eraclito è per prima cosa il filosofo del divenire, il divenire, però, non è fatto di successioni, queste infatti sono sempre delle separazioni mentali e spazializzazioni del tempo, la coscienza fa questo, ci dice Bergson, il divenire piuttosto è una cosa sola, un solo scorrere degli eventi in quanto questi si concatenano. Allora è nel divenire che si può parlare dell'espressione, un termine certo ambiguo, che da un lato potrebbe rimandare al linguaggio come il senso di una proposizione, esattamente come è stato detto nello strutturalismo, dall'altro ogni cosa sembra esprimere, un sorriso esprime felicità, un cielo scuro esprime la pioggia ventura, allora quale senso dare all'espressione? L'espressione è il senso stesso delle cose, non nel senso del significato, ma proprio nel senso dell'unica ragione che governa le cose, nel senso della trama nascosta in cui le cose sono concatenate.

L'esperienza ci dice questo: il mondo tutto diviene, perciò non si danno stati di cose permanenti, ne le cose si danno separatamente, l'esperienza ci parla di un mondo unico, gli eventi sono percepiti in un solo flusso della vita come cause ed effetti, effetti che si propagano e connettono tutte le cause e così via. Se tutto diviene ciò che non diviene è il principio del divenire, perché nulla è eterno tranne il divenire: eternità immanente. Il principio divenire è anche detto fuoco, il fuoco spiega tutti i mutamenti di stato: solido, liquido, aeriforme, esso è l'elemento del mutamento, la fiamma della guerra e il punto di incontro degli opposti.

È vero in Eraclito appare l'idea di Uno come Uno degli opposti, ma è anche vero che l'Uno sembra sempre darsi per concatenazioni e per divergenze inclusive, convergenza di opposti. L'Uno è del giorno e della notte, della strada all'insù e quella all'in giù, non semplicemente nel senso che gli opposti si mitigano e finisce la guerra, anzi proprio dalla guerra si deve pensare l'Uno, il giorno e la notte fanno parte di una sola giornata e tutti gli eventi e gli opposti in guerra tra loro si concatenano, ma sono sempre in guerra. Così come l'odio lega, allora anche la guerra, paradossalmente qui unisce, gli opposti in lotta convergono, ma non gettano mai a terra le armi.


3 problema dell'infinito rispetto alla prospettiva individuale

Osservando ogni cosa in se stessa come cosa finita comprendiamo la sua essenza temporale nella misura in cui sappiamo che quella cosa ha durata e questo significa che è determinata ad esistere per un certo tempo limitato. È molto difficile pensare di poter partire dal soggetto, come se questo fosse completamente auto-evidente, tuttavia è altrettanto vero che noi conosciamo il mondo solo a partire da noi stessi. Ecco qui il grosso dilemma. Quando asseriamo che il soggetto è il dato più sicuro e lo poniamo come la certezza da cui vorremmo partire, spesso ignoriamo semplicemente il fatto che esso si trova in un mondo che lui stesso non ha creato e lui stesso è in quel mondo, almeno come corpo, come qualcosa che è creato da quel mondo. Quando si parla della conoscenza è difficile pensarla diversamente che a partire da noi stessi, anche se ci si rende conto che determinati contenuti di verità sono assolutamente universali. Io conosco il mondo, poi se mi metto a cercare cosa sia questo io mi trovo semplicemente di fronte ad un grande flusso di idee dal quale sembro integralmente attraversato, quando sono cosciente di qualcosa in questo grande flusso, quando nel pensiero mi penso come fossi la sua causa in quanto faccio da vettore direzionale di una riflessione, allora in quel momento dico: io penso, penso questo, penso quest'altro e così via. In realtà più che dire io, scorgo questo flusso di idee di cui ipotizzo me stesso come causa finale, ma il più delle volte tutto questo movimento rinvia a qualche spazio non cosciente al quale il mio pensiero non arriva e così traccio dei limiti nel mio interiore, ma questo al momento non ha ancora una giustificazione. Dire che sono nel mondo significa presupporre almeno un indefinito prima di me, molte vite di altri uomini, altre specie, il corso di diversi pianeti, tutto questo divenire che sembra lanciare nuove forme verso l'avvenire. Si può dire che l'indefinito non è ancora la prova che le cose non abbiano di per sé un'origine ultima a cui queste dovrebbero tendere, tuttavia sarebbe della natura di questa cosa, di questa causa ultima, il suo essere totalmente da sé, per sé, o causa sui, ma questo non collide con la sua separazione dalle cose?. Ogni cosa che nasce dovrà morire, perciò ciò che non nasce è immortale, ma se esistesse un principio che non nasce che genera ogni cosa, così come ha generato tutto l'universo, se questo principio fosse trascendente rispetto alle cose, esso sarebbe in qualche modo delimitato esattamente come le cose finite. C'è qualcosa di pagano in Spinoza, il suo paganesimo consiste nel pensare che il mondo è eterno perché infinito. Un essere sommamente perfetto come dovrebbe essere la causa finale di ogni cosa non può essere tale se non coincidesse con l'ordine delle cose, infatti un essere siffatto non può avere dei limiti e per questo non esclude nulla da sé, neanche la materia. Non c'è bisogno, non è nemmeno comprovato, di pensare che le cose debbano per forza di cosa avere una qualche origine, tutto nasce ed ogni elemento nell'universo è dipendente da tutto il resto: senza il sole non ci sarebbe vita su questo pianeta, senza l'aria non potrei vivere, sono sempre alla ricerca di qualcosa di esterno che mi permetta di vivere: cibo, acqua, amici, una compagna, non riesco ad essere qualcosa di totalmente autonomo. Sebbene proprio il fine dell'uomo sarebbe quello di realizzare la completa autodeterminazione, allo stesso tempo essa non esisterebbe e non sarebbe possibile se noi non potessimo concepirci parte di qualcosa di eterno. In questo senso l'uomo scopre il suo dio nel perfezionamento di se stesso nell'intelletto che coglie verità eterne e un'ultima sorgente di libertà, al di fuori di ogni legge della natura, in un'altra dimensione sempre presente. Dobbiamo pensare che tutte le cose sono connesse perché cono interdipendenti e questo fonda il pensiero dell'infinito. La filosofia dovrebbe aver capito che non c'è modo di iniziare, l'inizio non è possibile perché non c'è nessuna cosa che davvero sia auto-evidente come il fatto che non c'è principio, per questo il miglior modo di cominciare è, come ha fatto Spinoza, dall'infinito, da ciò che non ha principio. Non troviamo nemmeno un cominciamento preciso nel nostro interiore per quanto riguarda il nostro flusso di pensieri, ma non possiamo che conoscere le cose che da noi stessi. Se l'infinito finalmente comincia ad essere sullo stesso piano degli enti molteplici, si è arrivati al punto in cui monismo e pluralismo non implicano alcuna differenza. A questo punto si dovrebbe chiedersi se la prospettiva individuale della conoscenza si basi piuttosto sull'idea che l'infinito si trova in qualche modo ripiegato in noi e si debba continuamente dispiegare secondo indeterminate prospettive e direzioni. La totalità che non è una cosa in sé stessa, ma semplicemente l'insieme di tutte le altre, insieme che non è un'insieme, ma è semplicemente quel solo fluire di vita in cui tutte le cose sono comprese. Per capire come conciliare l'infinito con la prospettiva individuale si dovrebbe piuttosto comprendere cosa significa punto di vista, perché la soggettività è tutta nell'esperienza e la conoscenza invece si volge verso il dato oggettivo, quindi nella scienza essa trascende il semplice punto di vista. Il punto di vista deve essere semplicemente l'intero o l'infinito visto da un suo punto, in esso l'infinito stesso si coglie come prospettiva su se stesso da un punto preciso. In questo modo di vedere le cose il singolo può essere detto monade, forse, in senso leibniziano. Questa monade è lo stesso punto di vista, quella lettura del tutto a partire da un punto, il punto come fissazione di coordinazione dei vissuti, come mero io empirico segno di orientamento della visione dell'infinito. La soggettività, tuttavia, sembra presentarsi come discrimine dell'esperienza, infatti parliamo di sensazione solo se la riferiamo a noi stessi e una sensazione oggettiva non comprende la vita, ma è compresa unicamente come morte. È importante perciò capire che la realtà non è altro che un insieme di infiniti che si sovrappongono, questo vale per l'interno e l'esterno, ma ogni cosa che vediamo appare come intero ripiegato in noi. Tutto ciò che è esteriore genera sensazioni interne, tutte le sensazioni interne e tutto quello che è nell'interiore deve avere un corrispettivo esterno, proprio in ciò la mistica consiste. L'ordine psichico è lo stesso ordine delle cose visto sotto l'aspetto del pensiero. Come spiegherò meglio nella parte sul tempo tutte le cose si suddividono e tendono a dividersi secondo la durata, di modo che ogni cosa ha la sua durata e il suo tempo, il presente, al contrario tende a ricomporre tutto, quando è ricomposto di mille cose si da una sola immagine eterna degli eventi.









4  Husserl: psiche e logica

La logica con Russell e Frege per un certo periodo era tornata al mondo delle idee e Wittgenstein è del tutto inseparabile dalla sua mistica. Perché tutto questo? la logica è del tutto inseparabile dalla sua attestazione di eternità, la logica ripropone il problema degli universali, di verità oggettive non dipendenti dal tempo e dallo spazio. Anche la matematica si pone su un piano simile e Russell è un filosofo della matematica, come centrale è il tema della matematica in Frege, Wittgenstein e Husserl.

"Ora, è questa autentica impossibilità logica di contraddire le leggi del pensiero che l'assolutismo logico usa come argomento per sostenere le loro "eternità". Che cosa si intende qui quando si parla di eternità? Solo questo: ogni giudizio, indipendentemente dal tempo e dalle circostanze, dagli individui e dalle specie, è "vincolato" dalle leggi puramente logiche, intendendo naturalmente questo vincolo non nel senso psicologico di una costrizione mentale, ma nel senso ideale della norma: chi giudicasse altrimenti, giudicherebbe senz'altro in modo falso, a qualsiasi specie di esseri psichici appartenga." (Husserl, Edmund, Ricerche logiche, Saggiatore, Milano, 2005, p.153)

Dal momento che le verità logiche sono valide in sé secondo leggi logiche determinate, si pensa che esse siano valide per tutti, in ogni tempo e in ogni spazio, in questo senso sono eterne e le verità della logica devono essere vere per ogni mondo possibile. Questa è la posizione dell'assolutismo logico a cui Husserl aderisce. Gli atti della psiche possono intenzionare speci ideali, hanno forme universali del tipo: S è P. Se così stanno le cose per la logica, essa non può diventare oggetto di una scienza empirica come la psicologia, non possono essere confuse le leggi della logica con quelle del pensiero. Questo errore si presenta perché il giudicare, asserire, dedurre sono effettivamente tutti atti mentali e psichici. Il vero contenuto logico deve essere lo stesso per più atti psichici diversi, le leggi della logica non avrebbe altrettanta necessità se fossero fondate sulla psiche. Che tipo di validità assoluta potrebbero avere le proposizioni logiche se la logica fosse ricondotta direttamente alla mente e le sue leggi coincidessero con quelle del pensiero? si potrebbe cadere nel puro soggettivismo, ma se così non fosse, se per mente si intendesse la mente umana in generale, allora si dovrebbe comunque concedere che in quel caso le verità della logica finirebbero per essere valide solo per chi possiede tale mente, cioè per l'uomo. Che le leggi della logica non centrino nulla con quelle del pensiero, dice Husserl, è cosa assai evidente, perché se così fosse non potremmo pensare diversamente da come prescrivono le leggi della logica, ma noi di fatto possiamo pensare cose contraddittorie, convincerci di giudizi logicamente falsi. Il pensiero della contraddizione è presente nella stessa filosofia, si pensi al caso di Hegel. Se le leggi del pensiero fossero identiche a quelle della logica o comunque sullo stesso piano, le leggi della logica diventerebbero di natura causale. Mill che sostiene l'origine empirica della logica afferma che dal momento che per natura ogni fenomeno esclude l'altro suo opposto, il principio di contraddizione sarebbe solo una generalizzazione empirica, è chiaro però che la generalizzazione empirica in realtà non restituisce la stessa universalità e necessità che spetta alla legge logica. La fenomenologia ha in questo senso un vantaggio rispetto alle concezioni empiriche e psicologiche della logica: essa mantiene il carattere eterno della logica, ma riesce trovare un modo di conciliarla con il divenire dei vissuti, in quanto ogni atto significante che da senso ad una espressione si riferisce a specie ideali o unità di significato ideali. Husserl evita di ricadere nel mondo delle idee, nel giudizio stesso è data l'unità dell'oggettualità e della verità, l'unità della verità è un'unità di spiegazione.





5 l'olismo di Wilber

Il post-moderrnismo rappresentava, ai suoi tempi, la maggiore critica al pensiero unico, al pensiero dell'Uno sul molteplice, alla verità assoluta, al destino come unica direzione degli eventi, alla scienza come unica spiegazione della realtà. Per questi motivi il post-modernismo si oppone alle politiche di destra, al vecchio potere, alla morale e i suoi valori immobili, allo scientismo, alla religione come unica visione del mondo, così come alla scienza, alla globalizzazione. Il post-modernismo ha contrapposto a tutto questo il multiculturalismo, differenti e molteplici interpretazioni contro una sola verità, il relativismo in morale. In questo momento storico, a questo movimento, si sono contrapposte due posizioni: da un lato il nuovo realismo, dall'altro un vecchio pensiero dell'Uno scadente. Il nuovo realismo ha opposto al post-modernismo proprio la realtà come limite, i fatti, una nuova forma di illuminismo. Questa filosofia fallisce perché non propone nulla di nuovo se non qualcosa di già da molto tempo detto e forse troppo banale, dice semplicemente che la realtà è il limite invalicabile che ci si oppone, i prati non dipendono dagli schemi concettuali, l'essere non deve essere relegato al sapere perché l'esperienza ha un primato sulla scienza. Questa filosofia abbandona il progresso kantiano che consisteva nel porre il problema filosofico sulla realtà chiedendosi come dobbiamo essere fatti e come deve essere la realtà perché noi la percepiamo in questo modo. Il nuovo realismo ha detto addio a Kant, ma la neurologia e la fisica quantistica, così come una certa psicologia sono ancora con Kant con il suo problema, lo pensano solo in una maniera molto diversa: l'esperienza non è più il limite della conoscenza, già parliamo di molte cose che non vediamo (elettroni, psiche, ecc...), il problema è come da queste realtà si costituisce quella che percepiamo. La scienza ci sta mostrando l'inconsistenza della realtà delle cose, la nostra dovremmo averla già capita dalla minaccia della scomparsa dell'uomo su questa terra per via delle armi atomiche o dei disastri ambientali, dovremmo aver già capito che siamo un sistema dove ogni cosa non può essere reale o esistente senza presupporre l'esistenza di tutte le altre. Un nuovo realismo più evoluto, di origine tedesca, cerca di mettere assieme il vecchio realismo con il costruttivismo, dichiara la non esistenza del mondo e l'esistenza delle cose sole, questo porta il fenomeno post-moderno all'estremo e per giunta tende a pensare tutto come fosse oggettivo e non soggettivo. In alternativa a questa strada ne è stata aperta un'altra: il ritorno al vecchio pensiero dell'Uno, oggi si sente sempre più parlare del fatto che siamo tutti una cosa sola, si da per scontato che le cose vengano da questo Assoluto e tutto debba ritornare in esso. Questa posizione non dice nulla di nuovo rispetto ad un Plotino o un Platone, di fatto non fa altro che portarci molti secoli addietro e ci si dovrebbe chiedere come mai quelle forme di pensiero sono state superate. Una visione di questo genere tende a far tornare di nuovo in gioco tutto quello che il post-modernismo ha buttato via come marcio. Un'altra versione di questa idea propone una strutturazione della realtà a partire da punti di vista infiniti che devono ritrovare questo Uno ognuno facendo il suo percorso, qui non rientrano semplicemente i vecchi valori, le verità eterne, ma si dice che ci sono infinite verità tanti quanti sono gli individui. Questo è ovviamente falso perché le verità opposte si contraddicono e non possono esserci infinite verità, questa posizione dilata ancora il post-modernismo mentre cerca di superarlo, essa rappresenta uno scetticismo radicale. Contro tutto questo, questa cascata di fallimenti, si intravede nella posizione di Ken Wilber una via d'uscita. Nella psicologia integrale Wilber parte dalla visione plurima e pluralistica del post-modernismo per formare una nuova posizione che prende tutte le prospettive del pluralismo, le mette assieme per comporre una visione integrale e quindi per avere una visione completa di un evento sotto molti punti di vista. Da qui un nuovo concetto di Uno possibile, non il mondo delle infinite visioni perse, che è un mondo frammentato e non dell'Uno, non l'Uno come la sola visione dominante, ma l'Uno delle letture della realtà valide che si compongono insieme come molteplice per dare un Uno che permetta realmente di vedere la realtà sotto ogni aspetto. Wilber dice che dobbiamo spostarci sempre più verso visioni integrali della realtà, vedere le cose da molte prospettive assieme, anche per trascendere dualismi e imparzialità. Non si tratta di dire che due persone stanno dicendo la stessa cosa da punti di vista diversi, questa posizione cancella la diversità in favore di una superiore omologazione, si deve invece pensare a posizioni che si completano pur rimanendo diverse, queste posizioni compongono messe insieme, essendo esse stesse dei parziali di un totale, la visione integrale. La visione integrale di Wilber trova nella psicologia un'espressione particolare: la psicologia non si ferma più semplicemente allo studio della mente, spesso ridotta solo al cervello, va molto oltre, cerca di estendersi a tutto il campo dell'essere. Wilber individua delle componenti di questo campo dell'essere, queste sono chiamate: oloni. Ogni olone è una parte della realtà: la materia, lo spirito, la mente, l'anima. Tutti questi oloni si comprendono a vicenda, ognuno contiene tutti i precedenti ed è contenuto nei successivi, ogni olone è un intero. Una visione integrale e completa deve portare all'olismo e l'olismo è la strada che dobbiamo prospettarci tutti come uomini nel prossimo futuro, pensare che i fatti devono essere detti tutti connessi, avere un modello di educazione di lavoro su se stessi completo e non parziale, agire su ogni parte: corpo, mente, spirito, anima, nessuna di queste deve trovarsi in sproporzione rispetto alle altre. Gli oloni sono anche definiti da Wilber come strutture di base o onde di base. Se dovessimo chiederci come mai fare assunzione di entità non dimostrate come anima o spirito, si dovrebbe indirizzare la propria attenzione verso gli studi su chi pratica meditazione, alcuni studi fatti sul cervello mostrano una produzione cospicua di onde delta, onde che si generano solo nello stato di sonno profondo. La psicologia transpersonale fondata da Wilber cerca di portare al livello del transperonale come collettivo, come noi, cerca di andare al di là del mero individuale. La prima realtà spirituale di cui si va incontro è questo Sé, ma il nostro Io non è che un grande navigatore che passa attraverso le strutture di base e si evolve con esse. Wilber suggerisce che le strutture di base che noi conosciamo potrebbero essere semplicemente quelle che in questo momento di fatto ci sono, quindi potrebbero svilupparsene successivamente delle altre. Le strutture di base vanno distinte dagli stati, gli stati rappresentano un modo d'essere, la veglia o il sonno, o ancora altri simili. Se ho deciso di inserire un personaggio come Wilber in questo, forse confuso, articolo sull'eternità e il divenire, è perché credo abbia molto da dire su quello che potrebbe e secondo me dovrebbe essere lo sviluppo della filosofia dopo il post-modernismo. Questo suo approccio corrisponde all'idea di ricomporre il molteplice non per dare una sola immagine del mondo, ma per far comunicare le immagini. Spesso Wilber parla di fotografie del fiume della vita, queste foto in una qualche composizione devono darci l'intero per i suoi frammenti, i frammenti non sono uniti, sono in verità comunicanti e non c'è intero, nel senso di un chiuso tutto, ma c'è solo l'eternità che si evolve. Nel suo testo sulla psicologia integrale ad un certo punto compare una figura fatta di quattro quadranti, di questa figura vorrei discutere, perché mi sembra importante per capire quel contenuto che voglio riprendere da Wilber. La figura si divide in quattro parti, due soggettive (Io, noi), due oggettive (esso, essi). La prima parte deve indicare l'esperienza personale, il vissuto, forse anche lo spirituale. Il quadrante Io sta per l'intenzionale (Husserl?) o interiore individuale. Il quadrante noi sta per il culturale. La seconda parte, quella oggettiva, si riferisce alla scienza, qui troviamo esso che è il comportamentale ed essi che è il sociale. Queste quattro sembrano diverse mappe per leggere un solo territorio, gli eventi, tutto quello che accade, o in generale i fatti si possono leggere in tutte queste prospettive ottenendo risultati diversi, ma quello che conta è poi ricomporli insieme e vedere lo stesso fenomeno da più prospettive. Sul problema del rapporto tra la scienza e la religione Wilber rifiuta una posizione che sia ragione a una sola delle due, rifiuta un'altra posizione che delimita due ambiti, due oggetti di queste due facendo in modo che non si scontrino perché esse hanno finalità diverse, piuttosto afferma che la scienza e la religione sono due visioni che si completano a vicenda. Ogni verità è parziale, secondo Wilber, perciò non si deve fare altro che ricomporre queste parzialità, esse non danno una visione unica, ma devono integrarsi a vicenda. Wilber stesso avrebbe voluto che fosse scritto sulla sua tomba: vero, ma parziale.





6 schizzi sul tema del tempo

1 il tempo è un'intuizione, non è un semplice fatto mentale o una rappresentazione.

2 come fatto mentale il tempo si dice memoria, ma quel tempo è la codificazione lineare del tempo, la frammentazione del tempo in istanti e la loro disposizione in successione.

3 non c'è tempo nel presente, non c'è presente nel tempo.

4 ogni tempo ricompone insieme ed in modo simultaneo il passato e il futuro, questo è l'eterno ritorno.

5 l'eterno ritorno è il mito, per il quale ogni cosa torna. Tutti gli uomini ripetono storie eterne e si ripetono nelle loro azioni.

6 se tutto fosse nel tempo e seguisse le sue leggi, non ci sarebbe nessuna libertà. La libertà è nel presente.

7 la libertà è il presente di fuga dalla ripetizione mitica.

8 la stessa cosa di deve poter leggere in due modi: qualcosa si divide all'infinito ed è durata, oppure si riunisce in un presente sempre più grande che chiamiamo eternità.

9 la vita scorre e questo lo chiamiamo vissuto o durata

10 la morte è certa quanto il tempo o forse è la certezza del tempo, ma la fisica ha già dimostrato che il tempo è un illusione, chi intende questo risolve il problema dell'immortalità.

11 ogni momento può essere l'abisso della scelta e della decisione, diventare un punto fermo. Il tempo in quel caso viene scomposto, l'istante diventa il pozzo in cui crollano sia passato che futuro.

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sabato 9 aprile 2016

Lezione VII: Il problema del divenire e la sua logica











L'ultima lezione era finita con il discorso sul divenire, per esempio ci si chiedeva che ruolo avesse la permanenza della cosa nel divenire. La cosa è intesa in questo senso come espressione di struttura e questo suo permanere è un brillare nel grande vuoto. Il reale non è altro che questo, quando per reale si intende l'attuale ci si riferisce immediatamente alla cosa come espressione di struttura. Infatti avevo detto che il divenire apre tutto il possibile, esso non è altro che il possibile aperto e da questo ne consegue che il permanere come il brillare della cosa come singolo nel cielo stellato avvolto dal nero non-essere della determinatezza degli altri possibili come puri potenziali si oppone al divenire stesso. Scusiamo Spinoza del fatto che abbia dato un'immagine delle cose secondo totale necessità causale e abbia detto questo immanenza, questo poteva andare data un'immagine meccanicista della scienza che non conosceva ancora l'improbabilità della fisica quantistica, cioè non conosceva le cose che come sotto la luce della determinazione dell'attualità e non tutto il virtuale dei probabili che stanno dietro a tutto ciò. È la fisica quantistica che ci da una nuova immagine del divenire, il paradosso del gatto di Schrödinger è un paradosso in primo luogo del divenire, dato che è logico che il divenire funzioni per paradossi. Ci è utile pensare come uno spinozista alla Deleuze che ha concepito il divenire come pura virtualità, come lancio puro senza risultati che però purtroppo misconosceva il problema vero del possibile. Si dovrebbe, qui metto solo un appunto veloce, leggere la Logica del senso come un libro della fisica quantistica. Se il divenire è possibile aperto, il reale come attuale è semplicemente un risultato del divenire, ma non c'è risultato mai nel divenire se si prende il divenire in sé. La filosofia è sempre partita dalle cose, un errore che si trascina dietro, poi ad un certo punto ha cominciato a dare valore al divenire e al tempo sull'essere, quindi si sono succeduti filosofi come Nietzshce, Heidegger, fino al problema del post-modernismo e Deleuze. Il problema della permanenza va intenso come il brillare della cosa, attimo che subito scopare, ma è ciò che affiora nel rovesciato rapporto tra possibile e l'attuale, l'al di qua che noi vediamo e diciamo che le cose mutano, diciamo che le cose mutano presupponendo le cose e non parlando mai del mutamento stesso che ci sembra impossibile senza le cose. Per esempio secondo il divenire si possono dare più percorsi delle trasformazioni di un oggetto, anzi il divenire stesso tiene aperto davvero tutto il possibile. Quindi dato un oggetto A questo può seguire dei mutamenti nelle parti della sua identità singolare, quindi fare catena, cioè scrivere su di sé, in molte forme quanti sono i suoi probabili. Quando si parla del divenire puro si intende parlare di tutto il possibile, cioè appunto del lancio senza risultato, ma poiché si danno degli attuali come risultati del divenire considerando le cose nei passaggi vari di trasformazione, se si parte delle cose e si dovesse dire come un oggetto può mutare, non ci sarà un solo mutamento possibile, ma una serie di probabili e una serie di improbabili. Il problema di determinare l'evento successivo dato un evento particolare anche conoscendo davvero tutti i fenomeni non si da nella forma in cui è stato posto il problema, anzi direi che non esiste se si considerano le cose come pura potenzialità. È ovvio che le cose come determinate non tendono verso una trasformazione, ma tendono verso il loro ritorno. Certamente la cosa è molto più problematica, soprattutto se si considera che esiste una differenza tra l'uomo e le mere cose, tra un cambiamento di un carattere, l'evoluzione di una coscienza e il semplice mutamento di un corpo. Allora il primo problema di questa lezione deve essere quello del divenire e della permanenza delle cose. Esiste un carattere permanente degli oggetti perché gli oggetti hanno una resistenza, in primo luogo l'oggetto conosce una resistenza quando si contrappone al soggetto, tuttavia andrebbe indagato se la resistenza dovesse corrispondere solamente a questo o se invece vi sia qualcosa di molto di più. In effetti se poniamo un soggetto possiamo contrapporre ad esso un oggetto, ma questo è il punto di vista del soggetto che conosce l'oggetto come altro. L'idealismo e filosofie di questo genere hanno superato la prospettiva in questo senso, si tratta semplicemente di riconoscere la funzione del pensiero in questo oggetto, riconoscere le cose come mediate. Ogni volta che l'uomo supera la resistenza dell'oggetto in questo senso allora abbatte la cosa per ritrovare di nuovo se stesso. La filosofia quindi è per essenza qualcosa di meglio del puro realismo, anzi essere realisti vuol dire arrendersi alle cose. Il realista argomenta sempre della resistenza degli oggetti e dice: tutte le mattine mi sveglio e la mia stanza è in un certo modo, sono sul letto, ho un sveglia sul comodino e così via. Finché questa realtà rimane in questo modo tutto sembra solido anche nel tempo, ma poi tutto muta e gli oggetti si corrodono fino a rompersi. Se dicessimo che le cose scompaiono ci riderebbero in faccia come se si trattasse di uno stupido trucchetto alla Harry Potter, ma noi che cosa possiamo dire delle cose che non ci sono più? se dovessimo provare a qualcuno che c'erano e che non ce le siamo sognate, come dovremmo fare?. Si può però ancora dire che le cose debbano essere viste alla rovescia nel senso che non c'è l'oggetto che diventa nulla, ma ci sono due nulla e tra questi l'oggetto, dire che le cose sono perché prima non erano e poi non saranno, ma appunto fare leva sul fatto che non ci saranno più per dire al contrario che sono state reali. Questa strada è troppo effimera, le domande che prima ho posto la fanno già crollare e si deve aggiungere che il fatto che una cosa brilli per un po' può parlare di realtà nel momento stesso solo in cui era attuale e poi ciò non si può più fare. Allora il problema qui è il brillare per un po' delle cose, espressione di struttura che emerge nella realtà oceanica come cosa individuale, capire questo fenomeno del divenire e non come presupposto. Capire questo significa capire il tempo, il tempo tende ad abbattere questo fenomeno nella trasformazione. Se pensassimo che le cose hanno un tempo in cui rimangono uguali e un tempo in cui mutano, allora dovremmo pensare che vi sono due tempi o che il tempo differisca dal divenire. Se vogliamo metterla così si può dire che la prima legge del divenire consiste nel fatto che nessuna cosa rimane mai uguale, quindi non c'è mai davvero una permanenza delle cose nel senso della durata dell'Uguale della cosa. Si può dire parimenti che la cosa comunque finché non cessa davvero muta solo di attributi o di qualità in qualche modo permane. È però una falsa illusione perché non c'è in verità nessuna unità trascendente delle cose, c'è identità delle cose solo per catena, come prescrive un'identità singolare delle cose. La permanenza è una falsa eternità, esiste davvero, ma non nel senso delle cose che rimangono uguali, bensì nel ritorno di tutte le cose. Nietzsche parlava di eterno ritorno, ma non doveva intendere l'eternità, bensì la perpetuità degli enti e così che si potesse intendere la permanenza delle cose nel senso del ritorno di esse. Il primo modello del tempo identifica il passato con il futuro, per esso sono la stessa cosa, quindi di necessità le cose devono ritornare. Questo fatto lo si vede decisamente dal problema dell'eterno ritorno che come tempo circolare non definisce mai due direzioni che non siano simultanee, cioè dice sempre che ciò che è stato sarà e ciò che sarà è già stato. È il produttivo di leggere le cose in due direzioni e leggere in un doppio senso le direzioni: il futuro è passato, il passato è futuro. Aiôn fa parte del discorso di Deleuze, lo descrive come tempo dalla direzione simultanea, qualcosa è nello stesso tempo già stato e sarà, ma la cosa va intesa sempre nell'ottica di una sintesi disgiuntiva inclusiva, per usare la sua terminologia e quindi: futuro e passato ma dello stesso perché l'evento è uno solo ed univoco. Un primo modello del tempo dovremmo derivarlo in questo preciso modo:

- il presente come singolo è il carattere della permanenza dell'oggetto come tale, il suo Uguale.

- se il presente è una parte del tempo, esso dovrebbe essere un momento in cui il tempo si arresta, quindi il tempo dovrebbe differire dal divenire e avere dei momenti in cui le cose non si trasformano.

- il tempo non differisce assolutamente dal divenire a meno che il tempo sono si sdoppi, ma il tempo non può darsi che come unico, non nel senso che c'è un solo tempo, ma nel senso che strutturalmente il tempo è una cosa sola, altrimenti per ogni tempo che si da dovrebbe sdoppiarsi. Con questo intendo dire che il tempo in senso fisico-matematico è solo funzione di qualche schema che garantisce una certa comprensione delle cose, ma non è mai il tempo in sé perché ciascuno deve avere il suo tempo.

- allora il presente non rientra nel tempo, ma il passato e il futuro senza il presente non si possono più realmente distinguere, per questo motivo si daranno assieme come la stessa cosa.

La situazione come momento in cui i tempi si incrociano per dare un divenire unico di tutti i corpi e gli spiriti non si da mai se si seguono dai punti di vista dispiegati delle espressioni. Si dovrebbe dire che una sola è l'eternità una volta per tutte, ma i tempi delle cose sono le loro durate. La perpetuità delle espressioni garantisce una permanenza come ritorno, ma altro non esiste che questo e non si conosce momento in cui le cose cessino di mutare davvero. Torneranno a brillare come un tempo! questo si deve dire piuttosto: passato = futuro. Certo il presente esiste davvero, ma solo nella prospettiva dell'eternità, certo non è vero che tutto è determinato, già scritto, anche perché se no perché dire che il divenire tiene aperto il possibile, ma tutto questo solo nella prospettiva dell'eternità. A dire il vero si potrebbe dire che non c'è altro che eternità, ma una si dice invero perpetuità ed è il ritorno delle cose. L'altra eternità è immobile ma non tiene fissa una cosa, tutto il possibile tiene fisso. Il problema è che le due cose si incrociano continuamente, per questo diciamo anche che adesso è presente poi sarà futuro e prima era passato, ma solo nel senso in cui un po' di eternità può inserirsi nella durata, questo fenomeno si chiama: libertà, beati i pochi che la conoscono!. Ho fatto tutta questa carrellata sul tempo, ma forse non era nemmeno il caso, quello che conta è che riprenderò tutti questi argomenti in lezioni future, ora ci dobbiamo avvicinare a determinare le tre leggi di Eraclito del divenire. Scusatemi se le letture dei filosofi sono un po' troppo personali, ma dovrete abituarvi a questo stile se volete seguire questo testo e prendere tutto come se in fondo si trattasse di vedere quel filosofo nell'ottica del formarsi di questo pensiero che qui espongo e in questo senso tutto diventa come particolaristico, fino a ridursi alla prospettiva, cioè al vedere le cose con gli occhiali blu. Quindi le tre leggi di Eraclito sono queste:

1 la legge della guerra o del conflitto

2 la legge del divenire altro o della trasformazione delle cose

3 la legge dell'amore o dell'unità degli opposti

In quest'ottica si legge tutto il divenire:

la prima legge dice che ogni cosa per emergere deve emergere sull'altra, quindi le cose cominciano ad essere negando le altre e in un conflitto con queste. Ad esempio ogni respiro deve vincere una resistenza, il giorno deve emergere sulla notte, ogni espressione di struttura deve scansare le altre per diventare la protagonista del momento. Tutto questo implica un conflitto originario perché qualcosa si possa poi affermare come reale, nel senso di attuale. Si veda Nietzsche e la volontà di potenza come afferma la lotta, non per vita, come pensava erroneamente Darwin, ma per la potenza.

la seconda legge dice che ogni cosa che è qualcosa deve diventare di necessità il suo opposto, diventare il nemico ideale del conflitto. La vita esiste perché resiste alla morte, la morte arriva comunque ed è la stessa vita che muta in morte, non che la morte prenda il suo posto spodestandola. Tutto questo è ovvio: gli affamati siano saziati ha un senso solo in questa legge, per esempio noi possiamo dalla veglia al sonno e ritorno. La legge in realtà deve avere un doppio volto: prima Uno diventa Altro, ma poi Altro torna Uno. Questo accade ovviamente per le determinazioni che hanno un opposto, perché certo qualcosa da non bianco può diventare bianco, poi tornare non bianco, ma solo in questo senso allora la legge si legge in quel caso. Per esempio non si dice che una cosa rossa diventa viola, si dice che una cosa rossa diventa non rossa.

la terza legge dice che non c'è nessuna opposizione, ma tutto è una cosa sola, o la strada all'in sù e quella all'in giù sono la stessa cosa, il che è uguale. Questo lo si dice per esempio del giorno e della notte che sono tutti e due parte di una sola giornata, oppure si può notare come la vita comprenda continui cedimenti e piccole morti e come la morte in realtà sia vita o rinascita, ma forse molte di queste cose non risultano troppo chiare e potremmo dire semplicemente come i taoisti che il bianco implica il nero e il nero il bianco e cose simili.

Mentre le prime due leggi parlano della trasformazione, la terza parla dell'eternità. Una cosa che si dovrà vedere in lezioni successive è come la durata non si opponga all'eternità.

Tesi: si vuole dimostrare che il tempo conosce l'uguaglianza di passato e di futuro.

Ipotesi: il tempo ha tre dimensioni: passato, futuro e presente, queste dimensioni sono diverse tra loro come tre momenti del tempo.

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