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martedì 18 settembre 2018

Analizzare una domanda, il metodo.



 

 

Questo testo prosegue degli studi precedenti sul tema delle domande. Se non conosci questi studi, studi che qui io do per scontato, li può trovare su questo link: La problematica come scienza dei problemi.

 

 

1 Il problema della verità dal punto vista della problematica


Nel corso del suo studio la problematica incontra un intoppo di fronte ad una delle fondamentali domande terze: Che cos'è la verità? Questa domanda ha come domandato la verità, ma in tutti i sensi presuppone il concetto di verità come se fosse già conosciuto, rendendo molto difficile trovare la risposta giusta. Ogni valutazione di questa domanda impone il problema del dover rispondere alla domanda stessa. Se io applico un S.A.N.D. a questa domanda, per esempio, ottengo una serie di assunzioni come: "la verità è", "la verità è una cosa", "esiste una definizione di verità". Tutte queste assunzioni, per il sesto teorema sulle risposte, devono essere vere, altrimenti risulterebbe che questa domanda non ha risposte possibili vere. Questo è il primo problema di questa singolare domanda: non è possibile valutare le assunzioni della domanda senza sapere cosa sia la verità. Non è del resto nemmeno possibile sapere se le definizioni adottate per i concetti nella domanda siano vere o false.

C'è un secondo problema nella domanda "Che cos'è la verità?". Se provassimo a rispondere alla domanda non potremmo mai dire quale sia la risposta vera perché ci manca il concetto di verità che è oggetto della domanda stessa. La risposta a questa domanda deve dirci quale sia la verità, ma non possiamo sapere se una data risposta è vera perché non sappiamo ancora quale sia la verità. Prendiamo tre risposte possibili alla domanda presa in considerazione:

1 Il vero è l'intero.

2 È vero l'enunciato che presenta le cose come sono.

3 Il vero è il non falso.

Potremmo far corrispondere queste risposte a dei filosofi in questo ordine: Hegel (1), Aristotele (2), Popper (3). Ogni risposta deve dire cosa è la verità, ma allo stesso tempo bisogna stabilire se è vera. In questo senso ogni risposta deve essere valutata nella sua coerenza con quanto afferma. La prima risposta afferma che la verità è la totalità, ma se fosse vero questo, allora quella risposta, per essere vera, deve essere la totalità. Dal momento che non lo è, possiamo considerarla falsa, o dovremmo definirla una verità parziale, ossia non totale, ma ciò non avrebbe senso. Per Hegel la verità ha dei gradi, ma non avrebbe alcun senso dire che questa risposta è vera ad un certo grado perché farebbe pensare che ci sono risposte più vere di questa e vorremmo certamente sapere quali sono. La seconda risposta dice semplicemente che è vero quell'enunciato che mostra un fatto per come è oggettivamente. Questa risposta sarebbe vera, dunque, se e solo se mostrasse la verità per come è oggettivamente. Per esempio quando dico "la candela è accesa" e nei fatti la candela è effettivamente accesa. Potrebbe essere che le cose stiano così, sicuramente la risposta sembra coerente con quanto dice, ma non è sufficiente questo fatto per dire che è vera, altrimenti renderemo vera la risposta "vero è ciò che è coerente", visto che useremmo in quel caso come criterio di verità la coerenza. La terza risposta rinvia ad un altro concetto: quello di falso. Questa risposta è molto interessante perché ci rimanda ad un'altra domanda: Che cos'è il falso?

Anche questa domanda presenta dei problemi: abbiamo dei problemi a capire quando un'assunzione è falsa; è difficile dire se una risposta sia falsa, quando ci manca la nozione di falso. La risposta popperiana dunque presenta questo problema: non risponde alla domanda, ma ci pone un'altra domanda alla quale, per poter rispondere, avremmo fatto meglio a rispondere alla prima. In fondo cosa stiamo dicendo? stiamo forse dicendo che il vero è il non falso e il falso è il non vero? Alla fine, con questa soluzione, l'unica cosa che si capisce è che la verità e la falsità sono due cose diverse.

Il problema incontrato è di una certa complessità. Ci troviamo di fronte ad un tipo di domande particolari che possono essere definite "domande circolari". La domanda presuppone sempre la risposta sotto ogni profilo, come se la risposta potesse essere data prima della domanda: il che è impossibile. Piuttosto bisogna pensare un sistema nel quale la risposta rinvia alla domanda e la domanda alla risposta. Un effetto del genere si riscontra anche in domande come: Che cos'è l'essere? e che cos'è l'ente? In queste domande i concetti di ente ed essere sono già presupposti nel domandante delle domande. Le domande circolari hanno poi spesso la caratteristica di creare delle reti di domande. Infatti la domanda che chiede dell'essere presuppone il concetto di ente e il contrario per l'altra. La stessa cosa accade anche per il vero e il falso. Tuttavia potrebbe essere che rispondendo ad una si risponde anche alle altre o si incomincia a farlo.

Nelle domande circolari possiamo quindi riconoscere delle domande il cui domandato è già contenuto nel domandante. Questo è un tipo tipo di domanda circolare che possiamo definire come ridondante. La domanda "Che cos'è l'essere?" è una domanda del tipo "Che cos'è l'è?". In questo contesto si riconosce immediatamente il problema posto: l'essere è ripetuto due volte. Le domande circolari che ho proposto precedentemente, invece, non hanno questa caratteristica, ma hanno la caratteristica secondo la quale ogni tentativo di fuga dalla domanda riporta alla domanda. Queste domande sono domande circolari senza fuga. Le domande circolari ridondanti possono essere risolte cercando di comprendere l'espresso della domanda, ossia chiedendosi "cosa ci stiamo chiedendo quando pronunciamo questa domanda?". Nella seconda tipologia di domande circolari la soluzione sta nel testare la coerenza della risposta con quanto essa stessa pretende di enunciare. Per esempio dire se una data definizione di verità può essere vera secondo quella stessa definizione. Tenendo presente che, comunque, il criterio di coerenza non ha a che fare con il criterio di verità, al massimo con quello del falso. Esso serve per dire che, in caso di assenza di coerenza, bisogna considerare una risposta come falsa. Tra l'altro, se la risposta vera alla domanda "Che cos'è la verità?" fosse: "vero è ciò che è coerente", ne seguirebbe che sono vere tutte le risposte coerenti a quella domanda, compresa la risposta di Aristotele. La domanda circolare senza fuga ha anche un'altra caratteristica: non potendo fuggire dalla domanda, visto che ogni tentativo ci riporta alla domanda stessa, non possiamo compiere nessun regresso. In effetti con la domanda: "Che cos'è la verità?" non possiamo assolutamente compiere nessun regresso, ossia non possiamo risalire alle assunzioni per arrivare alle loro rispettive domande, in quanto verremo di nuovo ricatapultati su questa domanda, non appena ci chiediamo se quelle assunzioni sono vere o sono false. Questa è una caratteristica curiosa di questa tipologia di domande, perché significa che queste domande molto probabilmente potrebbero far parte di quelle domande che vengono gerarchicamente prima di tutte. Dunque conviene annotarsi queste due domande ("Che cos'è la verità?" e "Che cos'è il falso") come due domande di quelle che vengono gerarchicamente prima di tutte le altre. In generale le domande circolari senza fuga sono tra le prime domande nella gerarchia. In passato avevo incluso tra le prime le domande sull'essere e sull'ente, domande circolari di altro genere.

Ho costruito in passato un modello ontologico delle domande basato principalmente su tre specie di domande: domande prime, domande seconde e domande terze. Ho ammesso che esistono altri modelli ontologici. In effetti si possono distinguere le domande anche per la loro natura. In questo caso la distinzione nei tipi di domande si fa molto più complessa e al momento questa ontologia vanta almeno tre tipi di domande: domande esistenziali, domande definitorie e domande circolari.

La costruzione di un modello ontologico per le domande che non sia semplicemente basato sulle risposte, ma proprio sulla tipologia della domanda, è un impegno molto grande, un progetto che richiederebbe un lavoro ulteriore veramente enorme. Per il momento mi limito semplicemente a proporre quest'altra ontologia: tutte le domande sono o astratte o contestuali. Una domanda astratta è definita come tale perché astrae da ogni contesto e rimane generale (es. Chi ha ucciso Giuglio Cesare?). Una domanda contestuale è definita dal contesto (es. Che ore sono?). Le domande astratte hanno una o più risposte vere, ma non cambiano mai e sono sempre fissate. Infatti l'assassino di Cesare è sempre lo stesso. Nel caso delle domande contestuali non ci sono risposte vere fissate: ciò che è vero ora, non sarà più vero poi. L'ora cambia sempre e se chiedo l'ora in momenti diversi, la risposta vera sarà diversa. Inoltre, per quanto riguarda la gerarchia delle domande, sembra che le domande astratte vengano prima di quelle contestuali, infatti la domanda contestuale "Che ore sono?" rimanda alle domande astratte "Che cos'è l'ora?" e "Che cos'è l'essere?". Qualcuno potrebbe negare l'esistenza delle domande astratte, affermando che sono tutte domande costruite male, perché troppo vaghe. Questo qualcuno potrebbe usare come argomento la tesi di Derrida, quella secondo la quale "non c'è nulla al di fuori di un determinato contesto". Chi crede in questo avrà delle serie difficoltà a pensare ancora una gerarchia delle domande. Dovesse esistere una gerarchia delle domande per lui, essa dovrebbe cambiare ogni volta, molto probabilmente e non potrebbe arrivare ad un certo livello di generalità, anzi, egli negherebbe ogni forma di generalità.



Da questa ontologia appena introdotta è possibile dedurre almeno un nuovo teorema:

Teorema 1:

Tutte le domande prime sono domande astratte.

Dimostrazione:

La domanda prima è una domanda che ha sempre due risposte possibili, una delle quali implica una contraddizione con la domanda stessa. Se la domanda prima fosse contestuale, questo meccanismo non potrebbe valere in generale, ma dovrebbe variare a seconda del contesto. Dal momento che il meccanismo per ogni domanda prima vale effettivamente in generale, allora la domanda prima deve necessariamente essere astratta.





2 Le trasformazioni da applicare ad una risposta per ottenere una domanda



Ho manifestato in passato il mio interesse per la costruzione di una logica delle domande. Ho spiegato esattamente come intendo pensare questa forma di logica. Il primo problema nella logica delle domande sta nel fatto che la logica non si occupa di domande, ma solo di enunciati. Dunque per creare una logica delle domande bisogna partire dagli enunciati e ottenere le domande attraverso una serie di trasformazioni. Le trasformazioni sono di tipologia differente. La più semplice è quella che ho già evidenziato: rovesciare l'enunciato. In molte lingue per formare la domanda è sufficiente invertire il soggetto e il verbo. L'enunciato "il computer è rotto" rimanda alla domanda "È il computer rotto?". Questa prima forma di trasformazione è molto semplice e permette di passare da un qualsiasi enunciato ad una domanda seconda o una domanda prima. L'enunciato subisce quindi una trasformazione di primo grado. Supponiamo che l'enunciato sia indicato con la lettera A, la domanda sarà A', dove " ' "sta ad indicare il primo grado di trasformazione, ossia il passaggio da un enunciato ad una domanda seconda o prima, tramite inversione di verbo e soggetto. Dell'enunciato precedente si possono formare altre domande seconde come "il computer è rotto oppure no?", queste domande verranno semplicemente considerate equivalenti alla prima, in quanto non cambiano sostanzialmente nel significato e nelle opzioni di risposta. Se invece ponessimo come domanda una domanda terza come: "In che stato è il computer?", questa domanda è simile alle altre, ma cambia completamente per specie e opzioni di risposta. Per passare dall'enunciato "il computer è rotto" alla domanda "In che stato è il computer?" ci vuole un passaggio ulteriore, una trasformazione di secondo grado, tale per cui, se la prima domanda era A', la seconda sarà A''. Il problema consiste nel capire come avvenga questa trasformazione. La trasformazione avviene per generalizzazione. Se la prima domanda considera solo due casi, casi che sono espressi nella forma "x o non x", la seconda trasformazione abolisce il termine negativo per accedere a tutti i casi che il negativo simboleggia. Per capirci meglio: se la domanda seconda era: "il computer è rotto o non è rotto?", "non rotto" indica una moltitudine di altri casi possibili (standby, spento, non ben collegato alla corrente, ecc.). Eliminando la negazione e applicando una generalizzazione su tutti i casi si ottiene la domanda: "In che stato è il computer?". Questo è un esempio di applicazione di una trasformazione di secondo grado.

Le trasformazioni essenziali per una logica delle domande sono quelle ho spiegato e sono due: primo e secondo grado. Tuttavia esiste anche un modo per trasformare un condizionale in una domanda. Javascript, ad esempio, considera equivalenti queste due espressioni:

primo codice:

var x = 33;

var y = 44;


if (y > x ) {

alert('This is true')

}

else {

alert('This is false')

}

secondo codice:

var x = 33;

var y = 44;

y > x? alert('This is true') : alert('This is false')

In Javascript non cambia nulla passando dal primo codice al secondo. Se scrivete questi codici, sul browser vi comparirà "This is true", in entrambi i casi, poiché 44 > 33.

In logica il primo codice di Javascript sarebbe espresso in questo modo:

A = y > x

B = 'This is true'

C = 'This is false'

Posso scrivere: Se x è maggiore di y, allora è vero. Altrimenti è falso.

Formalizzato viene in questo modo:

A B , ~A ~B

Questi condizionali sono la stessa cosa di questo:

È x maggiore di y? Se sì, allora è vero. Se no, allora è falso.

In questo modo è possibile passare dal condizionale ad una domanda con le sue opzioni di risposta. Questa è una caratteristica interessante che potrebbe nuovi sbocchi sugli studi delle trasformazioni per una logica delle domande.



3 Gli alberi decisionali nello studio delle domande


Ho costruito un modello ontologico delle domande per numero di risposte. Secondo questo modello esistono domande che hanno due risposte della forma: sì, no (domande prime e seconde) ed esistono altre domande che non hanno questa caratteristica (domande terze), delle quali non conosciamo tutte le risposte possibili. Ho fatto notare prima che una domanda terza è sempre una generalizzazione di una domanda seconda o prima. Infatti la domanda seconda o prima considera solo due casi: il caso in cui le cose stanno in un modo e l'altro in cui non stanno in quel modo. La domanda terza considera tutti i casi. Prima ho detto che per generalizzazione si può derivare la domanda terza da una domanda prima o seconda. Si può anche fare il contrario ed è di questo che intendo parlare ora. Se prendiamo una domanda terza e cerchiamo di rispondere a questa domanda, incontriamo molte difficoltà: per fare un'analisi seria dovremmo prendere in considerazione tutte le risposte possibili, ma non sappiamo neanche quante sono. Per risolvere questo problema avevo creato il metodo Cluedo, ma questo metodo presenta troppi problemi perché è troppo arbitrario. Il metodo risponde alle domande terze perché cerca di comprendere le risposte possibili combinando elementi di serie costruite appositamente, ma non è chiaro come vanno costruite le serie e che elementi metterci. Ora io propongo un altro metodo: "il metodo della divisione". Negli alberi decisionali, a seconda che si prenda una decisione o un'altra si segue un cammino diverso. Nel metodo della divisione la domanda terza è scomposta in tante domande prime o seconde che domandano una delle risposte possibili della domanda terza. Ad ogni domanda corrisponde un'ipotesi di risposta, le domande hanno due risposte possibili: sì, no. Se la risposta è sì, allora abbiamo risposto alla domanda terza, se invece è no, allora dobbiamo passare ad una domanda successiva. Facciamo un esempio: la domanda terza è "Qual'è il tuo colore preferito?"; si prendono in considerazione tutti i colori come risposte possibili; si parte dalla prima domanda "Il tuo colore preferito è il verde?", se la risposta è sì, allora il colore preferito è il verde, se è no, continueremo con gli altri colori. Non sempre si conoscono tutte le risposte possibili ad una domanda terza, ma si possono ricavare risposte possibili semplicemente facendo delle ipotesi. Ipotizziamo qualcosa e ci chiediamo: è questo o non lo è? 

 


4 linguaggi di programmazione della problematica


Uno dei miei obbiettivi potrebbe essere quello di costruire un linguaggio di programmazione per la problematica. Il linguaggio, per come l'ho pensato ora, dovrebbe semplicemente riguardare le domande e gli operatori sulle domande. Per fare questo mi servono principalmente due cose dei linguaggi di programmazione: le variabili e le funzioni.

Prendiamo come modello Javascript:

1) In Javascript la variabile si scrive: var domanda = "Qual'è la specie di uno scoiattolo?".

2) La funzione in Javascipt si scrive: typeof(domanda).

La variabile serve solo per assegnare un nome da riutilizzare per la domanda che si intende studiare. La funzione, invece, funziona come un operatore sulla variabile. Typeof() applicato a quella domanda mi da come risultato "string", perché si tratta di una stringa o un insieme di parole. La mia idea consiste in questo: intendere gli operatori della problematica come delle funzioni. Così potremmo scrivere tutti gli operatori come funzioni in questo modo:

Operatore C. (chiarificazione):

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

C.(domanda)

Operatore S.A.N.D. (separazione affermazioni e negazioni da domanda):

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

S.A.N.D.(domanda)

Operatore R.I.D. (ricerca informazioni sul dato):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

R.I.D.(domanda)
Operatore A.C. (analisi contesto):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

A.C.(domanda)
Operatore G.S. (grado specificazione):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

G.S.(domanda)
Operatore R.S.D. (ricerca specie della domanda):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

R.S.D.(domanda)
Operatore R.O.P. (ricerca opzioni possibili):

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

R.O.P.(domanda)

Per ogni operatore ho scritto come intendo procedere nella scrittura della programmazione. È possibile anche inserire la funzione dentro un print(), come in certi linguaggi, tra cui Php e Python, di modo far comparire il risultato, soluzione più semplice del document.write() di Javascript.

Facciamo un esempio di come dovrebbe funzionare:

Se scrivo:

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

S.A.N.D.(domanda)

Un programma che esegue il codice dovrà far comparire il risultato dell'operatore, in questo caso le assunzioni contenute nella domanda. Per esempio:

- Gli artefatti possono essere oggetti sociali
- Almeno una parte di oggetti sociali sono artefatti



5 Le domande nei motori di ricerca


In passato ho definito la domanda come una formulazione di un problema che segue la struttura domandante/domandato. Il domandato è ciò che è chiesto dalla domanda, mentre il domandante sono tutti gli elementi rimanenti. Se la domanda fosse costituita solo dal domandato, avrebbe senso pensare che la domanda è negativa, ossia una pura assenza di conoscenza. Visto che non esiste solo il domandato, ma esiste anche il domandante, la domanda non si riduce ad un vuoto, ma ha una struttura. Il domandante della domanda si studia con gli operatori della problematica.

Di solito per domande intendiamo cose come: "Come va la tua giornata?". Siamo abituati a pensare che la domanda finisce con il punto di domanda e segue una certa sintassi. Con la nascita dei motori di ricerca la domanda può essere espressa con un semplice elenco di parole e o con una parola sola. Un soggetto che cerca scarpe da ballo scriverà "scarpe da ballo" sul motore di ricerca. Effettuata la ricerca desiderata, il soggetto riceve la risposta del motore di ricerca. La risposta è il risultato di ricerca ed esso consta di una lista risultati, ossia una moltitudine di risposte. La domanda dell'utente doveva essere qualcosa come "dove posso trovare delle scarpe da ballo?", tuttavia l'utente scrive semplicemente "scarpe da ballo" sul motore di ricerca. Sta al motore di ricerca cercare di capire l'intenzione di ricerca, ossia risalire alla domanda completa. I motori di ricerca sono un caso interessante per la problematica perché hanno cambiato completamente il nostro modo di approcciarci con le domande e i problemi. Intendo dire che le query su Google o su altri motori di ricerca non sono domande sintatticamente ben formulate, ma sono spesso una o due parole che lasciano a malapena intravedere un domandato. Capita alle volte che le keyword sono scritte male, qualche volta si leggono cose come "fato aarchia" o "La Republica di Paltone". Le query si fanno sempre più oscure e misteriose. Ogni query corrisponde certamente ad una domanda, domanda che se fosse formulata in modo sintatticamente corretto dovrebbe comprendere un domandante che nelle query sembra svanire. Il lavoro della comprensione del search intent diventa sempre più complicato. Per esempio: "fato aarchia" sono due parole sbagliate o almeno la prima è giusta? se la prima è giusta l'utente intendeva il destino o il fato, ma allora cosa vuol dire la seconda parola? Se la seconda parola fosse "anarchia", allora forse la prima doveva essere non "fato", ma "foto"? Se fosse "foto anarchia", la domanda era "Dove trovo foto sull'anarchia?"? Qui Google ci viene in aiuto con un "forse intendevi...". La comprensione vera della domanda, nei suoi intenti e nella sua struttura è uno dei compiti della problematica. La problematica getta luce su tutta quell'oscurità che sono i problemi.



sabato 31 marzo 2018

La problematica come scienza dei problemi








Il seguente articolo presenta gli sviluppi della scienza dei problemi. Sono anni che studio le domande e i problemi. Nel corso degli anni ho sviluppato una vera e propria scienza su questo tema. Ho scritto in passato su questo, ma molti testi erano abbastanza confusi o quasi solo degli abbozzi. In tempi recenti sono riuscito a costruire una struttura coerente della problematica e ho scritto alcuni articoli altrove (La problematica: i fondamenti di un metodo, La problematica: la tassonomia delle domande, La problematica: il problema della gerarchia delle domande e le domande di primo ordine, La problematica: i campi dei problemi). In questo articolo la mia intenzione è di andare avanti con il lavoro sulla problematica, partendo dal materiale pregresso. La spiegazione della problematica attraversa molti punti che corrispondono alle varie sezioni di cui la stessa problematica è composta.

1) I problemi nella storia della filosofia

Il primo settore di interesse della problematica è di natura storica e investiga su ciò che i filosofi hanno detto e scritto sul tema delle domande e dei problemi. Quello che riporterò sono i risultati della mia ricerca, ricerca che consiste nel rintracciare quali sono i contributi che hanno dato storicamente i filosofi per la costruzione di una scienza dei problemi. Il primo filosofo ad aver pensato la filosofia come scienza che parte dai problemi è Socrate. Socrate incomincia con le domande. Dal momento che Socrate afferma di sapere di non sapere, ne segue che non possiede le risposte che sta cercando ed è perfettamente consapevole di non possederle. Se avesse le risposte non avrebbe bisogno di cercarle. Non avendole, deve cercarle. La domanda è l'inizio di una ricerca. Qualcosa che definisce una meta data dalla risposta ad un dato quesito. Noi non possiamo sapere prima quale sarà la risposta, perciò, come in ogni viaggio, non sappiamo dove ci poterà il percorso. Socrate è anche famoso per aver scoperto una certa tipologia di domanda che si potrebbe denominare: domanda definitoria. La domanda definitoria segue lo schema: Che cos'è x? Socrate inoltre inventa un'arte dell'interrogare che chiama "maieutica", metodo attraverso il quale far partorire risposte nei suoi interlocutori. Le risposte vengono testate da Socrate e se implicano contraddizioni vengono scartate come false. Il difetto del metodo di Socrate consiste nel fatto che Socrate si getta subito sulle risposte dopo aver formulato la domanda. Socrate, infatti, non analizza la domanda e non ci spiega come costruire un problema.

Il primo filosofo a spiegare come si costruisce una domanda è Aristotele. Aristotele suggerisce di costruire la domanda partendo dalla proposizione. In questo modo, partendo dalla proposizione "l'uomo è un bipede implume", possiamo costruire la seguente domanda: "che cos'è l'uomo?". Con un metodo del genere la proposizione risulta una risposta possibile rispetto alla domanda. Tuttavia una risposta possibile può esserlo di più domande. Un esempio: l'affermazione "il muro è bianco" ha come domande possibili "di che colore è il muro?" o "è il muro bianco?". È strano il metodo di Aristotele perché presuppone già la risposta prima che sia ancora formulata la domanda e formula la domanda sulla base di una delle risposte possibili (pertinenti) rispetto alla domanda.

Cartesio nel suo metodo per la scienza inserisce un passaggio interessante sui problemi. Il secondo momento del metodo di Cartesio consiste nella scomposizione dei problemi in elementi più semplici. Cartesio, quindi, suggerisce di analizzare i problemi scomponendoli e sembra sostenere che i problemi hanno delle parti. Cartesio non ci dice nulla di più su questo, ma si tratta comunque di una osservazione interessante di cui io tengo abbastanza conto. In filosofia non si trova molto sul tema dei problemi e dire che si parla spesso dei "grandi problemi della filosofia". L'unico filosofo veramente rilevante sul tema dei problemi è Gilles Deleuze. Deleuze ha pensato una teoria dei problemi a partire da Bergson. Secondo Deleuze l'intuizione di Bergson consiste nell'idea che il vero e il falso si applicano ai problemi allo stesso modo degli enunciati. I problemi si costruiscono e possono essere costruiti bene oppure male. Il problema è come un dado che si lancia. A seconda di come il problema è stato posto il risultato del dado cambia. Non si trovano molti esempi sulla costruzione dei problemi in Deleuze, ma nel saggio Bergsonismo Deleuze propone come esempi quelli di Bergson. Bergson sostiene che i problemi posti male o mal costruiti sono i problemi che hanno alla base delle confusioni. Bergson accusa chi confonde la memoria con la percezione, lo spazio con il tempo. Il problema “perché l'essere piuttosto che il nulla?” è un problema costruito male da Leibniz, secondo Bergson, in quanto Leibniz pensa che il nulla preceda la presenza e fantastica sul modo in cui dal nulla possa essere nato qualcosa. Un interessante filosofo contemporaneo, Manuel De Landa, ha scritto importanti riflessioni sul tema del problema in Deleuze nel famoso libro Intensive science and virtual Philosophy. De Landa pensa il problema come distribuzione di singolarità. Un problema ben costruito è un problema ben definito. Manuel De Landa, dunque, considera le domande più generali come vaghe, al contrario delle domande più specifiche che sono meglio costruite. Il suo esempio: esiste un particolare equilibrio tra le volpi e i conigli di una natura tale che se le volpi aumentano di numero e i conigli, mangiati dalla volpi, diminuiscono, ad un certo punto non ci sono più conigli per sfamare le volpi. La prima domanda posta da De Landa è: perché quel coniglio è stato mangiato? La domanda chiede di un coniglio specifico e la sua risposta sta nell'aumento della popolazione delle volpi. Il problema consiste nel capire perché quel coniglio e non un altro coniglio. Tenendo presente che quell'evento è un punto singolare che inverte la relazione tra le volpi e i conigli. Dopo di ché De Landa riformula la domanda in maniera più specifica: perché quel coniglio è stato mangiato da quella volpe? La domanda chiede: perché quella volpe ha mangiato quel coniglio piuttosto che un'altra. Secondo De Landa esistono dei gradi di specificazione di un problema. Inoltre ogni problema ha sempre delle presupposizioni che non sono espresse e uno spazio di contrasto che ci permette di capire quali sono le opzioni a nostra disposizione. Questi ultimi due punti (presupposizioni; spazio di contrasto) sono essenziali nella problematica.

Sino ad ora ho trattato i termini "domanda" e "problema" come fossero equivalenti, ma non lo sono. Di solito per ogni problema esiste una molteplicità di domande che consistono in tentativi di formulare il problema, di volerlo mettere per iscritto o esprimerlo a parole. Più domande possono avere alle spalle lo stesso problema, semplicemente perché chiedono la stessa cosa. Un esempio: come ti chiami?; che nome hai?; quale nome ti hanno assegnato?; ecc. Capita anche che domande molto diverse riguardino lo stesso problema, anche se sono molto differenti tra loro. Questo perché colpiscono il problema da punti di vista diversi, così come si può illuminare e osservare un oggetto da tante angolazioni. De Landa, ad esempio, ha detto che un problema può avere differenti gradi di specificazione. Per ogni grado si dà una nuova domanda. Capita anche che, posto un problema, ad esempio "il rapporto mente/corpo", vengano formulate differenti domande che colgono il problema sotto vari aspetti a seconda che si pali di "pensiero", "coscienza", "volontà", ecc.

Prima di proseguire conviene definire ancora un paio di termini che userò nel testo:

Risposta possibile: è una risposta pertinente rispetto alla domanda. Esempio: com'è il cielo? Il cielo è sereno.

Risposta impossibile: è una risposta non pertinente rispetto alla domanda. Esempio: quante galline ci sono del pollaio? Due pecore.

Non risposta: è una risposta che non dice nulla. Esempio: perché ci troviamo qui? Ci troviamo qui perché ci troviamo qui.

Tutte le domande seguono una struttura binaria: domandante/domandato. Il domandato è l'oggetto della domanda. Il domandante è tutto il resto.


2) Gli operatori sulle domande

Per studiare le domande ho costruito degli operatori. Questi servono per analizzare elementi specifici delle domande. Ogni operatore serve per estrarre informazioni dalla domanda. Si parte da un problema, si formula una domanda, si analizza la domanda.

Esempio:

Il mio problema: il rapporto tra la mente e il corpo

Domanda formulata: come è possibile che il pensiero "alza il braccio destro" causi il movimento del braccio destro?

A questo punto è possibile analizzare la domanda usando gli operatori della problematica. Gli operatori da me studiati sono i seguenti (alcuni sono nuovi):

Operatore C. (chiarificazione): non è possibile comprendere e rispondere a nessuna delle domande se non sono chiari tutti i concetti che sono impiegati nella domanda. Quindi per prima cosa bisogna estrarre tutti i concetti che compaiono e darne una definizione uno per uno. È importante la chiarificazione perché più soggetti potrebbero intendere cose diverse con la stessa parola, perciò è meglio giungere ad un accordo sui significati dei termini prima di creare ulteriori confusioni. Si noti come questo operatore implichi la risposta ad altre domande come: Cos'è x? cosa significa x? cosa si intendere per x? Ovviamente l'analisi della chiarificazione non si applica al domandato, ma solo al domandante.

Operatore S.A.N.D. (separazione affermazioni e negazioni da domanda): ogni domanda presupposte sempre qualcosa. Per vedere se la domanda è ben costruita conviene conoscere tutte queste assunzioni e capire se sono vere oppure se sono false. La domanda "Chi ha rubato la mia borsa?" implica "esiste una x e x ti ha rubato la borsa", ma se la borsa fosse stata semplicemente persa e non rubata, allora la domanda è posta male.

Operatore R.I.D. (ricerca informazioni sul dato): ogni domanda ha un domandato, ma non potremmo rispondere alla domanda se non avessimo delle informazioni sull'oggetto della domanda. Ad esempio, se chiedo "che cos'è la libertà?", è vero che non so cosa sia, ma devo comunque associare la parola "libertà" a qualche idea o concetto. Se non sapessi nulla sulla libertà, non capirei la domanda che mi viene posta e non potrei di conseguenza rispondere. Qualcosa so sul domandato, devo capire cosa e se è vero quello che so oppure è falso.

Operatore A.C. (analisi contesto): nello studio delle domande potrebbe risultare importante capire in che contesto sono state poste e chi le ha poste. Wittgenstein sosteneva che il significato è l'uso. Questo è vero per una serie di casi, ma non per tutti. Ad esempio non sarebbe vero dell'affermazione "uccidere è sbagliato", altrimenti cambierebbe di significato a seconda del contesto, mentre si pretende che simili affermazioni siano universali. Molte domande attraversano la storia della filosofia, rimangono sempre le stesse, indifferentemente da chi le pone o dal contesto. Quando abbiamo a che fare con le domande di tutti i giorni è molto diverso, o anche solo quando ci interessiamo di un singolo soggetto come un singolo filosofo. In questi ultimi casi il contesto e il soggetto diventano molto più rilevanti.

Operatore G.S. (grado specificazione): della stessa domanda si possono dare delle formulazioni più generali e altre sempre più dettagliate. La domanda che analizziamo si pone spesso in mezzo tra la più generale e la più specifica. Questo operatore serve per calcolare il grado di specificazione della domanda rispetto a tutte le altre formulazioni della stessa domanda. Esempio: perché le macchine esplodono?; perché quella macchina è esplosa?; perché quella macchina è esplosa in quel modo?; ecc.

Operatore R.S.D. (ricerca specie della domanda): ogni domanda appartiene ad una tipologia di domande. La classificazione delle domande per specie e la conseguente ricerca della specie della domanda dipende dall'ontologia della domanda che si sceglie come riferimento. Ci sono più ontologie. Io uso l'ontologia basata sulle risposte. Secondo questa ontologia le domande possono essere prime, seconde o terze (spigherò più avanti il significato).

Operatore R.O.P. (ricerca opzioni possibili): ogni domanda ha una struttura particolare. Usando l'ontologia basata sulle risposte è possibile classificare tutte le domande sulla base delle risposte che ci lasciano come opzione. Una domanda come "essere o non essere?" ci lascia due opzioni di risposta.

Gli operatori possono essere visti come dei comandi. Nella scritturazione della problematica si mette prima la domanda e poi si danno i comandi, scrivendo gli operatori sotto e mettendo sotto ogni operatore i risultati.

Riprendo il caso del problema del rapporto tra la mente e il corpo come esempio.

Domanda: come è possibile che il pensiero "alza il braccio destro" causi il movimento del braccio destro?

C. (Si possono adottare le definizioni di un vocabolario se si vuole.)

- Essere: il Treccani lo definisce in vari modi come "esistere" o "consistere".

- Possibile: "detto di ciò che può esistere, verificarsi, e anche di ciò che non si sa se avverrà o no o che sembra avere qualche probabilità di riuscita." (Treccani)

- Pensiero: "facoltà del pensare, attività psichica; attività speculativa, teoria." (Treccani)

- Alzare: "sollevare, spostare o tirare o spingere in alto, verso l'alto." (Treccani)

- Braccio: "il segmento dell'arto superiore corrispondente all'omero." (Treccani)

- Destra: "la mano che è dalla parte corrispondente al fegato e nella maggior parte degli uomini è più agile e forte dell'altra." (Treccani)

- Causare: "originare, produrre." (Treccani)

- Movimento: "l'azione del muovere o del muoversi." (Treccani)


S.A.N.D.

assunzioni:

- il pensiero causa l'azione.

- nel caso dell'alzare il braccio destro, il movimento è stato causato dal pensiero.

- esiste una relazione tra la mente e il corpo, tale che la mente muove il corpo.

- esiste un modo attraverso il quale la mente causa l'azione.

R.I.D.

Qui le informazioni che posso avere dipendono dalla mia cultura sull'argomento, ossia quanto conosco il mio corpo, le neuroscienze o la filosofia della mente.

A.C.

Essendo una domanda molto generale non ha probabilmente alcun senso chiedersi quando sia stata posta questa domanda e chi l'abbia posta, perciò non serve alcuna analisi del contesto.

G.S.

La domanda, come ho detto, ha un alto grado di generalità, quindi uno scarso grado di specificazione. Se volessimo specificare di più la domanda, allora dovremmo chiedere dettagli più specifici, per esempio parlare del caso di un soggetto particolare che alza braccio destro. Si noti come l'ora, il luogo, movente e altri fattori di questo tipo possono facilmente aumentare il grado di specificazione della domanda. Faccio alcuni esempi di domande più specifiche:

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x ha causato il movimento del braccio destro?

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x quel determinato giorno ha causato il movimento del braccio destro?

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x quel determinato giorno e proprio in quel luogo ha causato il movimento del braccio destro?

R.S.D.

Come spiegherò più avanti, secondo la mia ontologia preferita delle domande, questa è una domanda terza. La domanda terza è una domanda che ha “n” risposte, dove n > 2.

R.O.P.

Come ho detto prima la domanda ha “n” risposte, dove n > 2. Le opzioni dunque sono molte. Spiegherò più avanti come comportarsi in questi casi.



3) Logica delle domande

La logica ha come unità di base l'enunciato o la proposizione. Esistono modelli di logica che assegnano per ogni enunciato un simbolo (una lettera), come accade nella logica enunciativa, ma ci sono altri modelli logici che studiano la struttura interna di un enunciato, come accade nella logica predicativa. Le domande non costituiscono degli enunciati, perciò sono completamente fuori dalla logica. Io, al contrario, non voglio escludere le domande dalla logica. La mia sfida consiste nel pensare una logica per le domande, di modo da introdurre un metodo matematico all'interno della scienza della problematica. Aristotele, il padre della logica, sosteneva che la domanda si ricava a partire dall'enunciato. Seguendo questa strada è pensabile che per ogni enunciato vi sia almeno una domanda corrispettiva, rispetto alla quale l'enunciato costituisce una risposta. Perciò se A è un enunciato, allora A' è la domanda che corrisponde a questo enunciato. Domanda: sei Davide? Ha come risposte possibili: si, sono Davide; no, non sono Davide. Se la prima risposta è A, la seconda è ¬ A. La domanda per ognuna delle due risposte rimane A'. Ovviamente il problema è che per ogni risposta ci sono più domande possibili. In questo senso si possono scrivere le varie domande in questo modo: A', A'', A''', ecc. Questo metodo permette almeno di coprire una molteplicità di domande. Inoltre esso ci permette anche di formalizzare domande strutturate in modo più complesso con tanto di connettivi. Ad esempio la domanda “essere o non essere?” sarà (E v ¬ E)'. In pratica basta un segno “ ' “ per indicare la domanda corrispettiva rispetto all'enunciato. Questo segno alle volte può essere preso come una inversione dell'enunciato come nel caso seguente: il computer è rotto (A); è il computer rotto? (A'). Per associare alla domanda una risposta è molto semplice: basta usare il metodo delle funzioni della logica predicativa. Supponiamo che A sia la risposta corretta rispetto alla domanda A', ne segue che R(A') = A. La formula si legge in questo modo: la risposta della domanda è uguale ad una data risposta. È come se ci fossero due insiemi: uno per le domande e uno per risposte, la funzione associa alla domanda la risposta corretta. Nella logica predicativa scrivo in questo modo: Socrate è un uomo diventa “uomo(Socrate)”. In questo caso la formula è Us ed è vera, dunque Us = 1. Se fosse falsa sarebbe Us = 0. Nel caso delle domande la funzione o ci dà come risultato la risposta corretta, ossia una risposta che sia = 1, oppure non può darci un risultato corretto, in questo caso scriviamo: null., ma può dirci che c'è un problema nella domanda, perché, come vedremo, la domanda conterrà delle assunzioni false e perciò non può avere delle risposte corrette. Quando si parla di assunzioni nelle domande si scrive questo nel modo della teoria degli insiemi, dicendo che l'enunciato appartiene alla domanda. Es. (A, B, C) A'. Quindi da questo si ricava che: (A = 0) (R(A') = null.).

4) I teoremi della problematica

La problematica è una scienza che si richiama al modello della matematica. Questa scienza è fondata su una serie di teoremi. È venuto il momento di vedere questi teoremi. Rispetto ai miei studi sulla problematica passati i teoremi sono aumentati e ve ne sono di due tipologie: teoremi per le risposte e teoremi per le domande.

I teoremi di cui ho scritto in passato erano teoremi che partivano dalla domanda e tuttavia ci dicevano qualcosa sulle sue risposte possibili. Ora la problematica aggiunge dei teoremi proprio sulle domande. I teoremi sulle risposte erano prima cinque, ora sono sei. Vediamo tutti i teoremi sulle risposte.

1° teorema:

(∀x(A'x zy ((Az Ay) z = y)) → (A = 1)


Se esistesse una domanda che ha una sola risposta possibile, quella risposta possibile sarebbe necessariamente vera.

Dimostrazione:

Se l'unica risposta possibile alla domanda fosse falsa, la sua negazione sarebbe vera, ma non c'è un'altra risposta possibile, dunque quell'unica risposta possibile deve essere vera.

2° teorema:

¬ x (A'x zy ((Az Ay) z = y))

Non esiste alcuna domanda che ha una sola risposta possibile.

Dimostrazione:

Se prendo una risposta qualsiasi di quelle possibili rispetto ad una domanda, se nego questa risposta o ottengo un'altra risposta e quindi chiudo tutte le risposte possibili, oppure questo non accade, il che vuol dire che le risposte possibili sono più di due.

Esempi:

Devo decidere proprio adesso?

Prendo la risposta “Sì, devi decidere adesso”, la nego e ottengo un'altra risposta possibile: “No, non devi decidere adesso.”

Come funziona un bit?

Prendo la risposta “I bit seguono un codice binario 1, 0”, la nego e ottengo una risposta non possibile “I bit non seguono un codice binario 1,0”. La negazione della prima risposta non chiude la totalità delle risposte possibili, dunque le risposte possibili alla domanda sono da tre in sù.

In entrambi i casi non può essere che esista una sola risposta possibile per una domanda.

3° teorema:

(∀x(A'x → ∃zy((Az Ay) vwu((Av Aw Au) → (v = w v v = u))) ((w = 1 u = 0) v (w = 0 u = 1))

Se una domanda ha due risposte possibili, questo significa che una delle due risposte è vera e l'altra è falsa.

Dimostrazione:

Se una risposta viene contrassegnata come falsa, come si ricava bene dalle tavole della verità o il metodo di Boole, la negazione di un enunciato falso diventa vero. Se l'enunciato è 0, allora se faccio 1 – 0 = 1, se invece è 1, allora 1 – 1 = 0.


Esempio:

Alla domanda “è Maria l'assassina?” le risposte sono solo due: sì è stata lei; non, non è stata lei. Se la prima è falsa, negandola si ottiene la seconda e questa negazione deve essere necessariamente vera.

4° teorema:

x (A'x ∧ ∃vyz ((Av Ay Az) ∧ (v y v z y z)))

Esistono domande che hanno più di due risposte.

Dimostrazione:

Se prendiamo una risposta possibile di una domanda qualsiasi, quando la neghiamo, se non otteniamo una risposta possibile, questo significa che le risposte possibili della domanda non finiscono con due: una e la negazione di questa.

Esempio:

Quanti colori sono presenti nella coda di un pavone?

Se rispondessimo “3”, negando e dicendo “non 3”, non otterremo una risposta possibile alla domanda. In realtà è possibile rispondere anche “5”, “6”, “1”, ecc.

5° teorema

x y((Ax Ay) ((Ax = 1) (Ay = 1)) ¬ ((Ax = 0) (Ay = 1)) ¬ ((Ax = 1) (Ay = 0))

È possibile che esistano più risposte vere ad una sola domanda se queste non si contraddicono a vicenda.

Dimostrazione:

Ogni risposta potrebbe essere letta come negazione di un'altra risposta. Se chiedo “di che colore è la tua giacca?”, la risposta “verde” può essere interpretata come “non rossa”, quella “rossa” come “non verde”. Se dicessi che è verde e rossa, a meno che non intenda riferirmi a singole parti differenti della giacca, produco le contraddizioni: “la giacca è verde e non verde”; “la giacca è rossa e non rossa”. Tuttavia non sempre il caso è di questo tipo e spesso molte risposte sono tutte vere semplicemente perché danno più informazioni su un certo oggetto. Se chiedo “Che cos'è Wordpress?” posso rispondere “ è un software”, potrei anche dire “è un CMS (content managment system)”, oppure dire che “è una piattaforma basata sul linguaggio PHP”. Sono tutte risposte vere che denotano aspetti dell'oggetto.


6° teorema:

x(A'x ∧ ∃y( By A' ∧ By = 0)) → v(Av → (Av= 0)))

Se una domanda contiene almeno una assunzione che si rivela essere falsa, tutte le sue risposte possibili sono false.

Esempio:

La domanda “come si divide un numero per 0?” contiene l'assunzione “i numeri sono divisibili per 0”. Siccome questa assunzione è falsa, ne segue che questa domanda non potrà avere una risposta vera.

Il primo teorema dice qualcosa su un caso che è del tutto inverosimile, ossia che una domanda possa avere una sola risposta possibile. Di questo caso ci dice che quella risposta, in quel caso veramente improbabile, sarebbe sempre vera. Il secondo teorema dimostra che il caso presentato dal primo teorema è del tutto impossibile. Da questo si deduce che una domanda deve almeno avere due risposte possibili. Il terzo teorema dice qualcosa di importante sul caso delle domande che hanno due risposte possibili, ossia dice che una delle due risposte deve essere vera e l'altra falsa. Il quarto teorema asserisce che non ci sono solo domande con due risposte possibili, ma esistono anche domande con più di due risposte possibili. Il quinto teorema dice qualcosa di importante su questo ultimo tipo di domande: è possibile che più di una risposta sia vera, se e solo se queste risposte non si contraddicono a vicenda, ossia se non si dà il caso che una è vera solo quando l'altra è falsa. Il sesto teorema genera una eccezione al terzo teorema, perché dice che se una domanda contiene assunzioni false, questa domanda non potrà mai avere delle risposte possibili vere.

Esiste un altro genere di teoremi, un genere di teoremi che non si rivolge alle risposte delle domande, ma alle domande stesse e solo a queste.

1° teorema

x(A'x → ∃y(A''y ∧ ( A'x A''y))

Ogni domanda presuppone sempre almeno un'altra domanda.

Dimostrazione:

Sapendo che la domanda è composta di una struttura domandante/domandato e sapendo che non esistono domande il cui domandante è nullo. Questo significa che ogni domanda ha un contenuto di qualche tipo che differisce dalla cosa che la domanda stessa chiede e questo implica che quel contenuto rimandi a qualche altra domanda, rispetto alla quale esso costituisce una risposta.

Esempio:

Domanda: “a quale specie appartengono gli scoiattoli?”. Questa domanda se si usa C. si vedrà bene che contiene concetti da chiarificare e se si un S.A.N.D. si vedrà bene che la domanda implica delle assunzioni. I concetti rimandano a domande definitorie, mentre le assunzioni sono risposte ad altre domande.

2° teorema

¬ x (A'x y ( A''y Pxy))


Non esiste una domanda che viene gerarchicamente prima di tutte le domande.

Dimostrazione:

Ogni domanda, secondo il teorema precedente, rinvia necessariamente ad altre domande, dunque non esiste domanda che non presupponga altre domande e che quindi sia prima rispetto a tutte le domande.



5) Ontologie delle domande

Un'ontologia non è altro che una classificazione o una tassonomia di una serie di oggetti, in questo caso le domande. A seconda di come dividiamo le domande per specie costruiremo dei modelli ontologici di domande completamente diversi. I modelli, come ho detto, sono più di uno e certamente il modello che scegliamo di adottare influenzerà il nostro modo di fare problematica. Io adotto un particolare tipo di ontologia delle domande che è costruito sulle opzioni che la domanda ci fornisce, ossia sul numero di risposte. Il mio modello ontologico è il seguente:





Il genere più grande chiaramente è quello di domande, poi comincio a dividere quelle domande che hanno solo due tipi di risposte possibili da quelle domande che hanno più di due risposte possibili. A questo punto vengono tre specie di domande. Di questi tre tipi di domande le prime due si riferiscono esclusivamente alle domande che hanno solo due risposte possibili, mentre il terzo tipo appartiene all'altro genere, ossia quello delle domande che hanno almeno più di due risposte possibili. Vediamo queste tre specie di domande:

1) Domande prime:

Le domande prime sono domande che hanno solo due risposte possibili, ma hanno una caratteristica particolare: una delle due risposte contraddice la domanda, perciò, per il terzo teorema, l'altra risposta deve essere necessariamente vera. Prendiamo due esempi semplici: “Esistono domande?”; “Esiste una ragione delle cose?”. Alla prima domanda rispondere “no” non avrebbe senso perché implicherebbe riconoscere che quella è una domanda, dunque è vero al contrario che esistono domande. Alla seconda domanda rispondere “no” non avrebbe senso perché implicherebbe il fatto che non esiste nessuna ragione per la nostra risposta, quindi non potremmo nemmeno giustificarla.


2) Domande seconde:

Le domande seconde sono domande che hanno due tipi di risposte possibili, ma per le quali non vale quel che ho detto per le domande prime. Un esempio di domanda seconda: “C'è un modo per inserire immagini in Blender?”. In questo caso non ci resta che analizzare le risposte per capire quale delle due è corretta e quale sbagliata.


3) Domande terze:

Le domande terze sono domande che hanno più di due tipi di risposte. Un esempio: Che cos'è un mark up?

Le domande prime sono molto preziose perché la risposta è facile da trovare nello studio della relazione tra la domanda e la risposta stessa, tuttavia questo non significa che non ci siano problemi. È importante conoscere bene le domande prime e trovarne quante più se ne riesce, in quanto sono le più semplici domande a cui rispondere. Tuttavia queste domande, come tutte le altre, non posso evitare dei S.A.N.D. o dei C. Se prendo una domanda prima come “ci sono risposte alle domande?”, quando qualcuno risponde “no” sembra dire qualcosa di contraddittorio, ma questa persona, a questo punto, può ancora farci due obiezioni: dire che la nostra domanda contiene assunzioni che lui ritiene sbagliate; dire che non condivide il nostro concetto di risposta e che se usassimo il suo non si produrrebbe alcuna contraddizione. Guardando agli altri due tipi di domande si possono ancora osservare un paio di cose: che dalla forma della domanda si può identificare il tipo e che probabilmente ci sono ulteriori sottospecie di domande. Una domanda seconda lascia sempre due opzioni, per questo la si riconosce facilmente. Mentre per le domande terze qualsiasi domanda che incominci con: come, quando, dove, perché, chi, cosa, costituisce una domanda terza. Come sottospecie delle domande seconde è almeno riconoscibile la domanda di esistenza: esiste o non esiste x? Nel caso delle domande terze è almeno riconoscibile come sottospecie la domanda definitoria, ossia “Che cos'è x?”, ma anche delle domande di luogo (Dove?), tempo (Quando?), metodo (Come?) e così via.


6) Strategie per rispondere alle domande

Se si adotta il mio modello ontologico delle domande, esistono dei metodi per rispondere alle domande che sono orientati a quel modello e che qui ho intenzione di illustrare. Le domande prime sono facili da risolvere perché seguono questo schema: ci sono due risposte, una contraddice la domanda, dunque è falsa e da questo ne segue che l'altra è necessariamente vera. Supponiamo che la domanda sia A', le due risposte saranno A e ¬ A. Nelle domande prime le risposte sono in una relazione per cui una è negazione dell'altra. In questo caso quando una delle risposte contraddice la domanda, l'altra è necessariamente vera, dunque non è difficile rispondere correttamente a queste domande, una volta che è stata individuata una contraddizione. Un esempio di domanda prima: È possibile conoscere qualcosa? La risposta “non è possibile conoscere nulla” è insensata e certamente implicherebbe la domanda “come fai a saperlo?”. È chiaro che è contraddittorio dichiarare che si sa che non si può sapere niente. A questo punto la risposta è sicura, tuttavia rimane ancora un problema: dal fatto che qualcosa è conoscibile non si può inferire che ogni cosa è conoscibile e nemmeno che una certa cosa particolare è conoscibile. La risposta “sì, è possibile conoscere qualcosa” non ci dice cosa è possibile conoscere, ci dice solo che almeno questo lo sappiamo e che se fingessimo di sapere il contrario, stiamo solo fingendo.

Nel caso delle domande seconde si può tentare di seguire lo stesso schema, ma con importanti differenze. Nelle domande seconde accade questo: ci sono due risposte possibili e queste non possono essere asserite come vere allo stesso tempo. Se si sceglie una delle risposte e si tenta di dimostrare la verità di questa risposta, questo sarebbe un atteggiamento sbagliato, in quanto, in quel caso, si assumerebbe già la verità di quella risposta. Non dobbiamo essere guidati da preferenze, dobbiamo considerare tutte e due le risposte allo stesso tempo. Prendendo ciascuna delle due risposte si devono analizzare le conseguenze che derivano dall'assumere quelle risposte come vere, ossia bisogna vedere cosa ne conseguirebbe se le cose stessero in un certo modo. Si incomincia con entrambe le risposte, si percorrono dei cammini a partire dalle conseguenze, quando in uno dei cammini si arriva ad una contraddizione l'altra risposta risulta vera. La contraddizione si produce in vari modi: una informazione già conosciuta contraddice una delle derivazioni; un fatto contraddice una delle derivazioni.

Un esempio di domanda seconda: è lo struzzo un uccello? La risposta “no” avrebbe come conseguenza che lo struzzo non ha quelle caratteristiche che lo rendono come tale un uccello, per esempio potremmo pensare al fatto che non è in grado di volare. Tuttavia, se abbiamo l'informazione che le galline sono degli uccelli, possiamo derivare che questa osservazione è sbagliata e che la risposta “no” deve trovare altre ragioni per dimostrare che lo struzzo non è un uccello. Qualora non se ne trovassero, ne seguirebbe che la risposta “si, è un uccello” è quella vera, dal momento che non vi sono qualità dell'uccello che mancano allo struzzo.

Nel caso delle domande terze, seguire lo schema delle domande prime è difficile, ma non è del tutto impossibile. Esiste un metodo per fare questo ed è il metodo che io chiamo: metodo Cluedo. Il problema delle domande terze è che hanno più di due risposte possibili e il numero esatto di risposte possibili non è possibile saperlo. L'unica cosa che si può fare è cercare di catturare con un metodo il maggior numero di risposte possibili che si riesce rispetto al totale indefinito delle risposte possibili di quella domanda terza. Una volta fatto questo è possibile all'interno di quell'insieme di risposte usare un metodo per scartare tutte le risposte che sono contraddette da informazioni o da fatti, in modo che ne rimanga solo più una o quelle poche che possano dirsi vere.

Il metodo che intendo presentare segue lo schema del famoso gioco Cluedo dove i giocatori devono scoprire chi è stato a commettere un certo omicidio, dove è avvenuto questo omicidio e con che arma è stata uccisa la vittima. Il gioco è governato da tre domande: chi è l'assassino? Dove è avvenuto l'omicidio? Con che arma è stata uccisa la vittima? A queste domande si aprono una serie di risposte possibili che sono date dal numero finito di carte del mazzo. Ci sono tre tipi di carte nel mazzo: possibili assassini, possibili luoghi del delitto, possibili armi del delitto. Ogni singola carta rappresenta un elemento, mentre le tipologie di carte costituiscono delle serie. Se si prende una carta da ogni tipo si ottengono delle combinazioni possibili, ad esempio: Anna nella veranda con la spranga, Matteo con il fucile nella sala da biliardo, Gianni nella camera da letto con il veleno, ecc. Nel gioco accade che le tre carte che rivelano chi è l'assassino, dove è stato commesso l'omicidio e quale arma è stata usata, sono messe da parte rispetto al mazzo e i giocatori devono indovinare che carte sono. Di tanto in tanto viene pescata da un giocatore una carta dal mazzo. Questa carta conferisce un'informazione al giocatore. Egli sa che non è stata una certa persona, che non è avvenuto l'omicidio in un dato luogo o che non è stata usata una certa arma. In questo caso il giocatore può escludere una o più delle risposte possibili. Per esempio, se pesca la carta Anna, sa che tutte le ipotesi che avevano Anna come assassina sono tutte false, perché la sua carta è nel mazzo e non è uno di quelle tre messe da parte. Il gioco va avanti seguendo questo schema, fino a che non si scoprono la stanza, l'arma e l'assassino.

La mia proposta è di seguire lo schema di questo gioco per risolvere la questione delle domande terze, se si intende continuare a seguire lo schema suggerito prima dalle domande prime e poi dalle domande seconde. Bisogna costruire delle serie e assegnare una serie di elementi alle serie. Prendendo un elemento per ogni serie è possibile costruire una risposta possibile ad una domanda e facendo questo con tutte le serie si costruisce un set di risposte possibili alla domanda. Il problema in questo metodo è come stabilire le serie da inserire e i vari elementi. Questo dipende dalle informazioni che già possediamo sull'argomento. In questo caso gioca un ruolo notevolmente importante l'operatore R.I.D.

Alla domanda “che cos'è la libertà?” potremmo tentare di rispondere trovando una serie di opzioni su ciò che essa potrebbe essere a partire da quel che sappiamo sulla libertà. Possiamo, per esempio, costruire una serie di elementi “autodeterminazione, indipendenza, causa prima di una serie di azioni, vivere nel proprio spazio senza interferenze, fare ciò che si vuole, agire in conformità del proprio intelletto, il superamento dell'istinto animale”. Questa incomincia ad essere una serie di risposte possibili. Analizzando alcune risposte potrebbe capitarci di trovare risposte che dicono la stessa cosa, altre che non possono stare assieme, altre ancora che colgono degli aspetti del tema. Ogni risposta risolve il problema, ma non lo fa scomparire, in quanto ogni risposta implica nuovi concetti e rimanda ad altre domande.

Esiste un altro metodo per rispondere alle domande terze che consiste in questo: usare l'operatore R.I.D., trovare tutte le informazioni che si sanno sul dato e costruire con queste un'ipotesi di risposta, testare la risposta e vedere se supera quel famoso test di contraddizione, se questo non accade, provare con un'altra ipotesi di lavoro con nuove informazioni.


7) Gerarchia delle domande

Il secondo teorema delle domande afferma che non esiste una domanda che viene prima di tutte le domande e che non rinvii ad altre domande. Tuttavia con questo non è stata eliminata la gerarchia e questo non significa che non possa esserci un insieme finito di domande che si rimandano a vicenda da cui tutto dovrebbe derivare. Quindi rimangono ancora attivi due problemi: che ogni domanda è sempre in due relazioni (viene prima di certe domande; viene dopo di certe altre); è possibile che esista un numero finito di domande da cui tutte le altre si ricavano.

Seguendo il mio modello ontologico esistono tre possibilità principali: o si incomincia con le domande prime, o si incomincia con le domande seconde, oppure con le domande terze. Sarebbe molto bello incominciare con le domande prime e dimostrare che sono queste le prime domande, visto che da queste si ricavano risposte sicure. Tuttavia questo non è possibile. È sufficiente fare un C. o un S.A.N.D. per accorgersi che le domande prime implicano domande terze e seconde.

Se si decidesse di incominciare con le domande seconde non avrebbe alcun senso ugualmente, infatti le domande seconde, se si applica un C., si scopre che implicano almeno delle domande terze e potrebbero anche implicare delle domande prime.

Dato che il C. è un processo necessario per tutte le domande e le domande che sono implicate dal C. sono domande definitorie terze, si potrebbe pensare di incominciare da questo tipo di domande. Tuttavia anche questo tentativo non funziona, perché basta applicare un S.A.N.D. per accorgersi che le domande terze implicano delle domande seconde.

All'interno delle domande esistono almeno due sottospecie di domande che, pare, vengano prima delle altre: le domande definitorie e le domande di esistenza. Le prime sono domande terze della forma “che cos'è x?”, le seconde sono domande seconde della forma “esiste o non esiste x?”. L'esistenza o meno di x implica il sapere cosa è x, ma allo stesso tempo sapere cosa è x implica il domandarsi se x esista o meno. Questo è il problema che è emerso anche in ontologia ed è formulato con questa domanda seconda: bisogna sapere cosa sono le cose per dire che esistono, oppure bisogna sapere se esistono per dire cosa sono? Quel che è certo è che le domande definitorie rinviano a quelle esistenziali e quelle esistenziali a quelle definitorie. A questo punto potrebbe essere che dalla combinazione di questi due tipi di domande, si ricavi un insieme finito di domande da cui partire e da cui derivare tutte le altre. Una possibilità che io stesso ho visionato è che le domande che vengono per prime siano queste cinque:

    1 che cos'è l'essere?
    2 che cos'è l'ente?
    3 che cos'è l'esistenza?
    4 che cosa sono le essenze?
    5 esistono le essenze?

Se tutte le domande, una volta applicato un C., rinviano a domande definitorie del tipo: “che cos'è x?”, il domandante di questa domanda implica solamente i concetti di “ente” (cosa) e di “essere”. Quindi le domande sono: che cos'è l'essere?; che cos'è l'ente?. Si può obbiettare che queste domande definitorie implicano l'esistenza di una prospettiva molto particolare: quella della teoria essenzialista. La definizione è una lista di qualità che descrive la natura dell'ente, la natura dell'ente è, in questo senso, l'essenza. Ma cosa accade se io non credo nelle essenze? Tutte le domande definitorie perdono di significato per me. A questo punto queste domande implicano la domanda seconda “esistono le essenze?”, la quale implica la domanda terza “che cos'è l'esistenza?”. Assumere un modello di questo genere significa rispondere alla terza domanda necessariamente “sì, esistono le essenze”, altrimenti le altre tre domande perdono di significato. Tuttavia, io stesso che non credo negli universali avrei difficoltà ad adottare un modello di questo genere.

Ora io suppongo che ogni forma di sapere risponda ad un numero finito di domande e che questo numero finito di domande permetta di individuare un dato sapere. Quindi la fisica, ad esempio, deve rispondere ad un insieme finito di domande che sono elementi di un insieme: l'insieme delle domande della fisica. La stessa cosa vale per ogni altra disciplina: filosofia, chimica, biologia, ecc. All'interno di ciascuno di questi insiemi sono individuabili, a loro volta, delle domande che vengono prima di tutte le altre. Queste domande le chiamo “domande di primo ordine”. È importante che la scienza risponda prima a queste domande perché in queste risposte trova i suoi fondamenti. Alcuni concetti sono necessari per fare scienza, rispondere alle domande di chiarificazione di questi concetti diventa essenziale nelle scienze.








8) Campi dei problemi

La problematica usa un metodo basato sulla logica-matematica, si fonda su una serie teoremi e utilizza degli operatori per studiare le domande. Inoltre la problematica definisce dei metodi per rispondere alle domande, seguendo determinate ontologie delle domande, ossia determinate classificazioni delle domande. La problematica inoltre ha un metodo per studiare lo spazio del problema e quali sono le posizioni assunte rispetto al problema. Lo spazio del problema è quell'insieme di opzioni di risposta che il problema lascia aperto. Queste opzioni sono chiaramente le risposte possibili. Se si prende un piano orizzontale, questo piano potrebbe rappresentare lo spazio del problema. Ora si tratta di dividere quello spazio in tante parti almeno per quelle posizioni possibili che sono state assunte nei confronti di un problema. Con le domande prime e le domande seconde, il discorso è molto semplice: essendo le risposte possibili due, allora lo spazio sarà diviso in due. Nel caso delle domande terze il discorso è decisamente più complesso. Infatti come possiamo conoscere tutte le risposte possibili a queste domande? Possiamo tuttavia conoscere quelle posizioni che hanno assunto i vari studiosi, gli scienziati o i filosofi, nei confronti di un certo problema, di modo tale da dividere lo spazio del problema per il numero delle posizioni assunte.

Il caso semplice, come ho già detto, consiste in quello delle domande seconde e delle domande prime, le quali hanno solo due risposte possibili. Partendo da questo è già possibile illustrare una struttura di base di un campo di problemi. Il campo, come ho già detto, è diviso in due parti, queste due parti hanno delle caratteristiche speciali che si riferiscono all'ambiente e al paesaggio. Ad ognuna delle due posizioni va assegnato un paesaggio specifico. Esempio:

- deserto

- savana

- foresta innevata

- pianura

-steppa

- giungla

Questi elementi servono per contraddistinguere una zona nel campo da un'altra. È possibile pensare il deserto e la giungla come due opposti, uno molto povero e un altro molto ricco. È un opposizione di base che potrebbe tornare molto utile in un caso come questo, laddove le risposte sono solo due e una è l'opposto dell'altra. Le risposte sono normalmente: A e ¬ A. Ad A si può assegnare la giungla e a ¬ A il deserto, visto che la seconda rappresenta solo una negazione. Prendendo la domanda prima “Esiste qualcosa di dimostrabile?” le sue risposte possibili saranno: sì, qualcosa è dimostrabile; no, nulla è dimostrabile. In questo caso abbiamo un campo diviso in due: una zona di giungla e una di deserto. Tuttavia queste due zone non possono toccarsi, in quanto è impossibile che tutte e due le risposte siano vere, per questo esiste una disgiunzione esclusiva tra le due risposte. È interessante vedere come determinati operatori logici, come ad esempio l'or o l'and, sono facilmente traducibili in elementi scenici. Una disgiunzione può essere rappresentata facilmente da qualunque cosa divida due territori: montagne, fiumi, laghi, muri, ecc. Una congiunzione può essere rappresentata da qualsiasi cosa congiunga due territori: ponti, vallate, sentieri, valichi o canali sotto le montagne che collegano parti opposte, ecc. Nel caso delle domande prime e seconde quello che serve è un elemento che divida totalmente le due risposte. Come elemento si può usare semplicemente un bel fiume che divide le due posizioni.

A questo punto rispetto alla domanda prima che ho citato precedentemente ci troviamo in un situazione di questo tipo: la mappa ha un deserto e una giungla ai due lati, i quali sono divisi da un fiume. Le varie parti sono divise in esagoni che costituiscono delle unità-territorio. Su ognuna di queste unità-territorio è possibile collocare un personaggio che sta per il soggetto che sostiene quel tipo posizione. Il personaggio costituisce un'unità-armata. Il numero delle unità-armata costituisce il numero dei sostenitori di una posizione rispetto ad un problema. Anche se il numero fosse molto alto da una parte e molto basso dall'altra, questo non conterebbe nulla, infatti la risposta corretta potrebbe essere quella sostenuta dalla minoranza. Il campo dei problemi serve solo per studiare lo spazio del problema, cercando di individuare le vari posizioni che si possono assumere e i vari vantaggi. Questo tipo di conoscenza si acquisisce sia osservando questo spazio, sia nel costruirlo. Quando una posizione ha dei punti di forza, ovvero degli elementi a suo favore, questi elementi possono essere rappresentati da dei cannoni che puntano sulla posizione contraria. In una domanda prima, laddove una delle due risposte è vera perché l'altra contraddice la domanda, i cannoni sono tutti da un solo lato. Nella domanda seconda i cannoni vanno assegnati mano a mano che si trovano punti di forza per una data risposta.


Il caso più complicato, come ho già detto, è costituito dalle domande terze, ma forse potrebbe essere quello più eccitante. In questo caso i paesaggi non sono due semplici opposti, ma saranno molto più variegati. Inoltre, in questo caso, è possibile aggiungere altri elementi scenici degni di interesse. Per esempio si può inserire una città per rappresentare una comunità che sostiene un'accezione specifica all'interno di una determinata posizione.

Vediamo un esempio concreto: le posizione in filosofia nei confronti del problema del rapporto tra la mente e il corpo in filosofia della mente.

Queste posizioni le dividiamo in tre: eliminativisti, riduzionisti e non-riduzionisti. Il campo è ora diviso in tre: deserto, savana, foresta nera. Una catena montuosa divide i non-riduzionisti dagli eliminativisti, mentre i non-riduzionisti dai riduzionisti sono divisi solo da un fiume e così accade anche per l'altra coppia. In questi tre territori è possibile collare unità-armate di chi sostiene determinate posizioni, ad esempio i Curchland rientrano sotto gli eliminativisti o Chalmers sotto i non-riduzionisti. Guardando allo stato attuale della scienze neurofilosofica e i suoi risultati di ricerca, è possibile assegnare dei cannoni per ogni risultato che porta punti a favore di una posizione rispetto ad un'altra. All'interno dei non-riduzionisti è possibile riconoscere almeno una comunità (città) di fenomenologi. Tuttavia è problematico se queste posizioni come la fenomenologia, o altre ancora come il pampsichismo, siano davvero tutte su un solo lato. Se non così, questo apre la possibilità, in alcuni punti, di creare delle congiunzioni, ad esempio tra i non riduzionisti e i riduzionisti, congiunzioni che possono facilmente essere rappresentate da ponti che permettono di passare da un lato del fiume all'altro.

Questo è lo stato dell'arte della problematica, ossia fino ad ora sono arrivato a questo punto. Ora sono aumentati gli operatori di numero e i vari teoremi. Inoltre è stato sviluppato meglio un sistema per cartografare i problemi e quindi studiare il loro spazio. Rimangono ancora parecchi problemi aperti: se esistano davvero delle domande che vengono prima di tutte le altre; quali siano le domande di primo ordine per ogni scienza e come individuarle; la logica delle domande rimane qui, tutto sommato, ancora un abbozzo.