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mercoledì 22 agosto 2018

Nietzsche: la gaia scienza. (riassunto e spiegazione)

demone dell'eterno ritorno Nietzsche



Riassunto e spiegazione della Gaia scienza


La Gaia scienza è uno testi fondamentali e più famosi di Nietzsche. Questo scritto intende presentare l'opera spiegandone il suo significato. Non ho intenzione di seguire lo schema di Nietzsche, penso sia più opportuno raggruppare tutto per temi. Il testo è infatti diviso in cinque libri e ogni libro è composto da una serie di capoversi, i quali portano ciascuno dei titoli. Gli argomenti trattati sono davvero molti: la morte di Dio, l'uomo superiore, la critica alla morale, l'arte, la volontà di potenza, l'eterno ritorno. In effetti qui ricorrono la maggior parte dei temi della filosofia di Nietzsche. Quest'opera è molto famosa soprattutto per due passaggi: il passaggio sul folle che annuncia la morte di Dio; il passaggio sul demone che sussurra la verità dell'eterno ritorno, mettendo l'uomo di fronte alla sfida più grande della sua vita. Già nella prefazione molti di questi temi vengono annunciati. Nietzsche enuncia alcuni dei punti importanti della sua critica: la credenza secondo la quale la pace è migliore della guerra; un'etica che si muove contro la felicità; una religione che crede nell'esistenza di un mondo al di là di questo mondo. Nietzsche oppone a questa cultura un'altra: una nuova etica al di là del bene e del male, una nuova felicità (gaia scienza).

L'opera contiene anche delle poesie, come è tipico di Nietzsche, ma non ho intenzione di parlare di queste. Le poesie sono poste all'inizio del testo e in chiusura.


La gaia scienza: l'uomo superiore


Nietzsche parla spesso di questo uomo superiore, di un uomo solitario, di un uomo creatore, che vive con i propri pensieri lontano dal gregge. L'uomo superiore non cerca la verità, non ha altra volontà che la sola volontà di potenza. Egli non crede che la vita abbia un fine, non pensa che esista un senso ed è pronto a vivere una vita senza alcun senso. Allo stesso tempo non disprezza la vita perché priva di significato. L'uomo superiore è quell'uomo che sa che alla conservazione della specie serve il male tanto quanto il bene. Il dolore stesso gioca un ruolo nella conservazione della specie, se così non fosse, allora il sofferente sarebbe destinato alla morte, ma il dolore fortifica. Di fronte al dolore l'atteggiamento dell'uomo cambia a seconda della persona, ma la maggior parte dei sofferenti vogliono la fine del dolore e preferiscono la morte. Solo l'uomo superiore è in grado di sopportare il dolore e vivere con esso.

Nel primo libro della Gaia scienza Nietzsche ci offre un'immagine particolare di questo uomo superiore. L'uomo superiore, egli afferma, appare irrazionale, in quanto la sua vita è dominata dagli istinti e dalle passioni. Quando Nietzsche parla di uomini superiori, a chi sta pensando? Gli uomini superiori non sono semplicemente dei re, degli uomini di una classe sociale elevata. Una volta era così: in un governo aristocratico la casta elevata è composta dai migliori, ma non è lo stesso altrove. L'uomo superiore di Nietzsche può essere semplicemente un filosofo o un artista. Si pensi agli artisti, erano forse degli uomini razionali? Caravaggio era un assassino, Baudelaire era dedito all'alcool e così molti altri poeti maledetti. Se l'uomo superiore è un temerario che ama il pericolo, così come lo descrive Nietzsche, è chiaro che non è un uomo razionale, ma è un uomo di forti passioni. In verità Nietzsche sostiene che l'uomo superiore può avere una razionalità molto stravagante. In questa seconda opzione quanti filosofi rientrerebbero? Gli uomini superiori sono quegli spiriti malvagi che hanno portato avanti l'umanità nei secoli. Nietzsche adopera anche il termine "uomo nobile" e del nobile afferma che è un malvagio dalla prospettiva dello schiavo. L'uomo forte è sempre cattivo per l'uomo debole. Ma cosa hanno di tanto malvagio questi nobili? Non sono forse loro quelli che distruggono le tavole dei valori, ossia ciò che l'uomo del gregge considera il bene? L'uomo nobile agisce contro la morale dominante, per questo è considerato immorale e perciò malvagio. Malvagio è colui che distrugge. Solitamente si pensa che la distruzione non serva alla conservazione della specie e che gli sia nociva, ma su questo ci si sbaglia: per creare bisogna prima distruggere. Se esiste un'evoluzione dell'umanità è perché l'umanità non si è fissata su certi valori, ma ha saputo mutarli con il mutare del tempo e delle cose, anche solo per semplici questioni di adattamento. Questi mutamenti presupponevano uomini malvagi e distruttori. Oggi questi uomini sono degli anticristi, ieri lottavano contro altro. Nietzsche sicuramente è uno di loro. Infatti, quando parla degli uomini superiori si riferisce a loro sempre con un "noi", ossia io e loro. Ciò che giuda gli uomini nobili di Nietzsche non è la coscienza, non è la capacità di comandare se stessi, ma una parte molto più oscura fatta di passioni libere e senza freni. Nietzsche, addirittura, dichiara che l'umanità, se avesse seguito la sola coscienza, si sarebbe estinta. In effetti, chi con la ragione e la coscienza si innamorerebbe di una donna, dandogli anima e corpo, per passione? Ma senza tutte queste cose l'umanità non sarebbe mai andata avanti. Certamente il male non può aver contribuito alla nostra prosperità, pensano i più. Questo dipende da cosa si intende per male. Nell'ottica di Nietzsche malvagi sono tutti gli istinti contro la vita: chi pratica una morale della rinuncia, il voler fuggire questo mondo per un altro, il disprezzo del corpo, ecc. Siccome, tuttavia, la morale parla un'altra lingua e Nietzsche vuole farsi capire, egli dice: quel che voi chiamate male è servito alla conservazione della specie umana. Bene e male, come ha chiarito Nietzsche nell'Anticristo, sono uno l'aumento della potenza e l'altro la sua diminuzione. Se vogliamo capire cos'è bene per Nietzsche dobbiamo chiederci cosa è utile alla vita. Non è utile alla vita la compassione perché consiste nella compartecipazione nel dolore dell'altro, dunque è diminuzione della potenza. Dal disinteresse e l'altruismo l'unico che ne trae vantaggio è quello che lo riceve. Infine: ogni morale del dovere e del sacrificio è dannosa perché va contro il proprio utile.

«Il veleno, che fa perire la natura più fragile, rinvigorisce il vigoroso - per costui non ha neppure il nome di veleno.» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.59)

Nel mondo capitalista la società è divisa in due, come ha spiegato Marx: borghesia e proletariato. Il proletariato vede la borghesia come dei succhiatori di sangue, come dei vampiri. Come sfruttatori, tuttavia, Nietzsche non considera la borghesia neanche lontanamente vicina agli uomini superiori a cui si riferisce. In realtà Nietzsche ha in mente società come quella greca o quella romana. In particolare, egli fa spesso riferimento alla classe dei cavalieri.


L'arte


Nella prospettiva dell'arte la realtà ha due volti: il dionisiaco e l'apollineo. Il dionisiaco è la natura stessa, la grande notte o l'unità originaria di tutte le cose, in quanto vita stessa. Il dionisiaco è la prova che la scienza con le sue categorie di spazio, tempo e causalità, si sogna soltanto di poter comprendere gli ultimi segreti della natura, mentre rimane ancora sul piano dell'apparenza. L'apollineo rappresenta il sogno e l'apparenza. Nietzsche non si considera né realista e nemmeno idealista. Dei realisti afferma che hanno torto, perché per dire che la realtà è così come la vediamo devono eliminare ogni aspetto umano e soggettivo che è in essa, il che è impossibile. L'idealista, invece, è qualcuno che condanna la sensibilità, sostenendo che essa è ingannatrice, arrivando ad affermare che questo mondo, così come lo percepiamo, dipende dai nostri sensi. Questo è falso perché se i nostri sensi hanno prodotto questa realtà o l'hanno costruita, allora, siccome i sensi fanno parte di questa realtà, dovrebbero aver prodotto se stessi. L'arte in Nietzsche ha questo scopo di rendere sopportabile la verità. La verità è che ogni verità è verità d'errore, che tutto muta e non c'è nulla di stabile. L'apollineo, l'illusione, è ciò che gli idealisti condannano, ma è quel velo che copre una terribile verità, quel velo senza il quale le cose sarebbero molto meno sopportabili. Non c'è cosa che non si risolva nel nulla. L'arte segue due tendenze, una ordinatrice ed armonica, un'altra caotica e disarmonica. Nel secondo libro della Gaia scienza in un passaggio sulla poesia, Nietzsche rivela il carattere apollineo della poesia, in quanto la poesia nasce per dare ritmo e ordine. La musica, per eccellenza dionisiaca, non è mai completamente sottomessa all'ordine e al ritmo.


Dio è morto


«Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle quali si additerà la sua ombra. - E noi - noi dobbiamo vincere anche la sua ombra!» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.136)

L'affermazione secondo la quale Dio è morto presuppone la non esistenza di Dio. In questo caso la non esistenza di Dio potrebbe sembrare non dimostrata, ma è chiaro che questa operazione è già stata svolta da Feuerbach. Quando neghiamo l'esistenza di Dio, neghiamo che all'idea di Dio corrisponda qualcosa di reale. Se non vi corrisponde nulla di reale, osservava già Cartesio, allora da dove viene l'idea di Dio? Feuerbach ci dice che l'abbiamo creata noi, che noi abbiamo fatto Dio a nostra immagine e somiglianza. Già Gassendi suggeriva a Cartesio in che modo ci siamo fabbricati l'idea di Dio: abbiamo preso i nostri attributi e li abbiamo estesi all'infinito. Da questo certamente non può che nascere un'idea abbastanza confusa. Infatti, al contrario di quello che pensava Cartesio, chi potrebbe dire di avere un'idea chiara e distinta di Dio? Tuttavia dire che "Dio è morto", come hanno notato in molti, sembra implicare che prima c'era. Dio, in quanto sommamente potente e perfetto, non può morire. Dunque, quello che c'era prima era la fede in Dio ed essa è ciò che è scomparso. La morte di Dio è la fine delle religioni. L'unica religione che può resistere ad una simile morte è il buddhismo, infatti i buddhisti non credono in Dio e il nichilismo del buddhismo è ciò che secondo Nietzsche caratterizza la prima epoca che viene dopo la morte di Dio. A Nietzsche, tuttavia, non interessa la morte di Dio in quanto tale, ma le sue conseguenze. Dio è morto significa che non c'è più nessuno scopo, non esiste una totalità o un'unità, non ci sono verità assolute e di assoluto non c'è nulla, proprio perché l'assoluto è morto. Che cosa rimane dopo la morte di Dio? rimangono gli individui, ma gli individui sono sempre dei piccoli momenti nel grande flusso della vita, in questa grande illusione che chiamiamo esistenza. Il nostro universo non è stato creato per uno scopo, il nostro mondo è uno fra tanti e la nostra esistenza non è di alcun interesse per la natura. La creazione è lo spettacolo del caos, non l'ordine imposto da un Dio. L'apparente armonia che crediamo ci circondi è un mero accidente. Non c'è nulla che duri in questo mondo e nulla è in sé. Le cose si danno in molte prospettive, ma l'uomo non può prescindere da queste. Invece l'essere umano sentiva il bisogno di cose stabili, ma siccome non le ha trovate in questo mondo sensibile, allora ha postulato l'esistenza di un altro mondo e ha detto che i sensi ingannano. In generale Nietzsche vede chiaramente una contraddizione tra i principi della logica classica e la natura o il mondo sensibile. La logica, sostiene Nietzsche, impone uguaglianze laddove non ci sono. La morale, invece, costruire una gerarchia degli istinti e fissa delle leggi, quando non c'è nulla di fisso e non esiste una gerarchia di istinti, ma una lotta per il dominio. Che effetti avrebbe la morte di Dio sulla morale? Dio ha sempre rappresentato il fondamento di ogni bene, ora il bene è del tutto infondato. Il peccato, dice Nietzsche, è un'offesa a Dio, non all'umanità. Tolto Dio, non ci sono peccati. Vige piuttosto una forma più robusta di relativismo che segue la regola dell'utile alla vita. Molti uomini, tuttavia, come si vede nello Zarathustra, rimarranno per molto tempo ancora uomini gregari: saranno gli ultimi uomini.

Ed ecco il passaggio dell'uomo folle:

«Avete sentito di quell'uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!"? - E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "Si è forse perduto?" disse uno. "Si è smarrito come un bambino?" fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?" gridavano e ridevano in una gran confusione. L'uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se n'è andato Dio?" gridò "ve lo voglio dire! L'abbiamo ucciso - voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strofinare via l'intero orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? - Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo ancora nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino a oggi si è dissanguato sotto i nostri coltelli - chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo lavarci? Quali riti espiratori, quali sacre rappresentazioni dovremmo inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo anche noi diventare dei, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un'azione più grande - e tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, a una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!". - A questo punto l'uomo folle tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guadavano stupiti. Finalmente gettò a terra la lanterna che andò in frantumi e si spense. "Vengo troppo presto," proseguì, "non è ancora il mio tempo. Questo enorme evento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino - non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, la luce delle stelle vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano viste e ascoltate. Quest'azione azione è ancor sempre più lontana dagli uomini delle stelle più lontane - eppure sono loro che l'hanno compiuta!". - Si racconta ancora che l'uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: "Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?".» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.150-152)



Questo è chiaramente il passaggio più bello dell'opera. La prima scena ricorda tanto il filosofo Diogene con la sua lanterna che chiede "Dov'è l'uomo? dov'è l'uomo?". Diogene doveva essere un folle agli occhi degli altri, infatti era un uomo che viveva di poco, abitava una botte e mangiava lenticchie con le mani. Dopo segue una scena che potrebbe ricordare quella di Zarathustra di fronte alla folla, nei suoi famosi tre discorsi. È interessante che Nietzsche sceglie un pubblico di atei per l'annuncio della morte di Dio. Questi atei ridono e si fanno beffe del folle. Non possono capire la portata dell'evento, loro che non hanno mai creduto nell'esistenza di Dio. Loro si chiedono se quell'uomo si sia perso, infatti un uomo che cerca Dio è finito in mezzo a gente che non è credente. Tuttavia, ad un certo punto, il discorso cambia completamente. Il folle non sta cercando Dio, perché sa che Dio è morto e non lo potrà trovare da nessuna parte. Il folle, come Zarathustra, sta testando le persone, vuole capire se hanno ricevuto il messaggio, se sanno e se non sanno, se sono pronte per il suo messaggio. Al termine del discorso, monologo forse, si capisce che la risposta è negativa. Il suo messaggio è come la luce delle stelle: impiega molto ad arrivare. Gli uomini hanno ucciso Dio, ma ancora non lo sanno. Questa morte di Dio viene rappresentata da Nietzsche con delle immagini spettacolari: il mare che viene svuotato per intero; una spugna che cancella l'intero orizzonte; un eterno precipizio; la totale mancanza di qualsiasi coordinata, essendo Dio stato il centro vero della vita dell'uomo. Tra queste immagini spicca il riferimento al Sole. L'uomo primitivo identificava Dio con il Sole, la morte di Dio è anche la morte del Sole, in un certo senso. Lyotard nell'Inumano aveva posto questo problema: e se non pensassimo la distruzione e la morte del Sole come un evento nel futuro, ma come un evento già avvenuto? La morte di Dio è un evento catastrofico tanto quanto la distruzione del Sole, ma le sue conseguenze non sono ancora conosciute all'uomo, né gli sono immaginabili. È come se l'uomo avesse fatto qualcosa che sorpassa se stesso. In fondo Nietzsche parla sempre di questo sorpassare se stessi. Gli atei lo guardano stupiti: non se lo aspettavano? Il folle ha incominciato cercando Dio e conclude dicendo che Dio è morto. Il passaggio si chiude con il folle che, non curante, canta parole blasfeme in chiesa. Lui sa già quel che i preti devono ancora apprendere. Le chiese sono sempre più vuote e assomigliano sempre più ai cimiteri. Le chiese, osserva il folle, sono i sepolcri di Dio: le sue tombe.

«Il più grande avvenimento recente - che "Dio è morto", che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile - comincia già a gettare le sue prime ombre sull'Europa. A quei pochi almeno, i cui occhi, la cui diffidenza negli occhi è abbastanza forte e sottile per questo spettacolo, pare appunto che un qualche sole sia tramontato, che una qualche antica, profonda fiducia si sia capovolta in un dubbio: a costoro il nostro vecchio mondo dovrà sembrare ogni giorno più crepuscolare, più sfiduciato, più estraneo, più "antico". Ma in sostanza si può dire che l'avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno della capacità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto notizia di esso; e tanto meno, poi, perché molti già si rendano conto di quel che veramente è accaduto con questo avvenimento - e di tutto quello che ormai, essendo sepolta questa fede, deve crollare , perché su di essa era stato costruito, e in essa aveva trovato il suo appoggio, e dentro di essa era cresciuto: per esempio tutta la nostra morale europea. Una lunga, copiosa serie di demolizioni, distruzioni, tramonti, capovolgimenti ci sta ora dinanzi: chi già da oggi potrebbe aver sufficiente divinazione di tutto questo da diventare maestro e veggente di questa mostruosa logica dell'orrore, da essere il profeta di un ottenebramento e di un'eclisse di sole, di cui probabilmente non si è ancora mai visto sulla terra l'uguale?... Perfino noi, per nascita divinatori d'enigmi, noi che siamo in attesa per così dire sulle montagne, piantati fra l'oggi e il domani, tesi entro l'opposizione tra oggi e domani, noi primogeniti e figli prematuri del secolo venturo, noi che già dovremmo scorgere le ombre che ben presto noi le guardiamo salire senza una vera partecipazione a questo ottenebramento, soprattutto senza preoccuparci e temere per noi stessi? Siamo forse ancora troppo soggetti alle conseguenze più immediate di questo avvenimento - e queste più immediate conseguenze, le conseguenze per noi, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non sono per nulla tristi e rabbuianti, ma piuttosto come un nuovo genere difficile a descriversi, di luce, di felicità e di ristoro, di rasserenamento, d'incoraggiamento, di aurora... In realtà, noi filosofi e "spiriti liberi", alla notizia che "il vecchio Dio è morto", ci sentiamo come illuminati da raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presagio, d'attesa - finalmente l'orizzonte torna ad apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, finalmente possiamo di nuovo sciogliere le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell'uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora mai stato un mare così "aperto".» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.239-240)


Anche qui occorrono quelle immagini che già erano comparse nel passaggio del folle: il sole e il mare. Avviene un cambiamento: gli uomini gregari tendono a vedere il crepuscolo, mentre gli spiriti liberi vedono l'aurora. La morte di Dio indica il tramonto del Sole, l'eclisse di Sole e il vuotarsi del mare. Lo spirito libero, il quale ha già vissuto dentro di sé questo tramonto, vede un nuovo Sole e un mare aperto che si staglia davanti a lui. La morte di Dio annuncia la venuta di un nuovo mondo o una nuova vita per l'uomo. La morte di Dio, dice Nietzsche, da inizio ad una storia superiore. Sarà ancora la storia degli uomini o sarà piuttosto la storia degli dei?



Eterno ritorno


Uno dei concetti fondamentali della filosofia di Nietzsche è l'eterno ritorno. Nietzsche confessa di aver avuto una simile intuizione sul lago di Silvapiana in Svizzera. Il concetto di eterno ritorno rappresenta un modo particolare di vedere il tempo secondo il quale passato e futuro coincidono strettamente. Secondo l'eterno ritorno ciò che è stato è ciò che sarà e ciò che sarà è già stato. Alcuni pensano questo tempo come un tempo circolare. È famoso il simbolo esoterico del serpente che si mangia la coda. Non si può dire che l'eterno ritorno sia un'idea completamente nuova di Nietzsche, infatti era presente già negli stoici, ma esistono sostanziali differenze. L'eterno ritorno di Nietzsche non presuppone alcun Dio, è semplicemente la rappresentazione di un caso in cui il numero di casi possibili è limitato e per questo i casi devono ripetersi. Nietzsche offre quasi un'immagine scientifica dell'eterno ritorno, piuttosto che una religiosa: il mondo ha una quantità di energia finita e un certo numero di centri di forza, ponendo che il tempo è infinito e il numero di combinazioni di eventi finito, ne segue che ogni evento dovrà prima o poi tornare, ma perché ritorni un evento devono prima darsi tutte le altre combinazioni possibili. Tutto dovrà ritornare. Questa interpretazione, quasi scientifica dell'eterno ritorno, rappresenta la visione cosmologica dell'eterno ritorno. Oltre a questa visione ne esiste un'altra: quella etica. L'eterno ritorno come etica consiste nell'amor fati, ossia nell'accettazione volontaria del proprio destino. Se io voglio la mia vita come se dovesse ripetersi infinite volte in ogni suo dettaglio, allora io amo la mia vita. Nietzsche crede che la sofferenza umana sia sopportabile se si riesce ad accettare la propria vita. Il problema di chi è stanco di vivere e non riesce più a vivere la loro esistenza, diventando un predicatore di morte. Amare la vita non è una forma di rassegnazione, come si pensa di solito, perché è un atto volontario. Se non lo si vuole veramente, allora diventa una semplice buffonata. Dobbiamo diventare capaci di volere le cose come sono adesso, questo è il segreto della cosa. Il problema è che ci è molto difficile, in quanto non sappiamo come andranno le cose. Noi conosciamo bene il nostro passato, ma non il nostro futuro, dunque non sappiamo nemmeno il contenuto della nostra vita, ossia cosa dovremmo amare. L'oggetto dell'accettazione in parte è ignoto. Il punto è questo: qualunque cosa accadrà, noi affermiamo l'evento. L'amor fati implica una forma strana di egoismo, un egoismo profondo e sincero. In fondo si tratta di amare se stessi e amarsi davvero, non per quello che si vorrebbe essere, ma per quello che si è. Alla maggior parte delle persone questo amore di sé appare mostruoso ed è stato certamente condannato dalla morale. Tuttavia, l'amor fati è una forma di etica, già presente in altri autori prima di Nietzsche, tra cui Spinoza. Nel quarto libro della Gaia scienza Nietzsche osserva questo: ogni evento che ci capita non poteva non succedere, ma proprio per questo, ogni cosa che accade torna a nostro vantaggio.

Ecco il passaggio sul demone dell'eterno ritorno:

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: "Questa vita, come tua ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta - e tu con essa, granello di polvere!". - Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immane, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!"? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda che ti porresti ogni volta in ogni caso: "Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?" graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che quest'ultima eterna sanzione, questo suggello?-» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.236-237)




Il demone infonde in noi dei pensieri di piombo, un grande peso insopportabile. Esattamente come quando facciamo un incubo e sentiamo qualcosa che ci opprime, ma ancora non abbiamo trovato la via di fuga verso il risveglio. In quel momento sentiamo questo messaggio, il messaggio che dice una verità profonda su di noi: che dovremo rivivere questo inferno infinite volte. Sì, inferno, così spesso l'uomo ha descritto la vita. Ma Nietzsche ha trovato la via per una nuova felicità, lui sa cosa rispondere al demone: "Tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!". Ma se lui è dio, cosa saremmo noi una volta che abbiamo accettato tutto quanto? Noi saremo completamente trasformati e non saremo mai più gli stessi. Prima di quel momento conviene ricordarci questa domanda: "Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?". In ogni istante abbiamo un'occasione per rispondere di sì.



La morale in Nietzsche


Nietzsche parla spesso di un tempo in cui erano i nobili a dettare cosa fosse bene e cosa fosse male. Il bene era la forza, la salute, l'essere virile, il coraggio, il non avere paura, la godere di certe ricchezze, ecc. Un po' alla volta tutto questo è stato rovesciato: il bene è diventato la povertà, la rinuncia, la debolezza, la pace, ecc. Nella Genealogia della morale Nietzsche riferisce di un tempo in cui l'istinto aggressivo, di sopraffazione, tipico della volontà di potenza, era scatenato dall'uomo verso l'esterno, per esempio attraverso la tortura. Con la morale quello che è cambiato è che questo istinto è stato direzionato contro se stessi. La morale è per Nietzsche il voler tiranneggiare su se stessi, il voler comandare se stessi. Questa forma di dominio, tipica dello stoicismo, contrappone la ragione alle passioni. Questa distinzione tra la ragione e le passioni attraversa tutta la filosofia. Nietzsche pensa che non esista questa opposizione e che i filosofi si sbagliano, in quanto credono che tutto il pensiero sia cosciente. Questo non è vero. È piuttosto vero quello che affermava Leibniz: la coscienza è un'accidente nella rappresentazione. Esiste il pensiero inconscio, questo lo aveva detto Nietzsche anni prima di Freud. Ma se esiste il pensiero inconscio, allora passioni e ragione non sono sempre opposti e distinti. La morale funziona in questo modo: la legge morale è imposta dalla ragione alle pulsioni in modo da limitarle. L'uomo pratica la rinuncia, il dovere e il sacrificio. Ogni volta che agisce in questo modo, come illustra Kant, reca danno al proprio ego, ossia agisce contro se stesso. È per queste ragioni che Nietzsche è contrario alla morale. Nietzsche, inoltre, condanna la volontà di eternizzare delle leggi morali che sono infondate. Nietzsche sa bene che Kant considerava le leggi morali dei fatti della ragione e non un qualcosa di dimostrato, ossia che è derivato da saldi principi. Infatti le leggi morali sono i principi stessi, le quali non poggiano che su se stesse.

Nietzsche, inoltre, crede che la conoscenza, la volontà di verità, dipendano strettamente dalla morale. Perché si vuole la verità a tutti i costi? Perché si condanna l'inganno. Questa condanna del falso, dell'inganno e dell'errore, non è una semplice condanna che viene da una scienza che cerca il vero oltre l'illusione, è una condanna morale. È condannata moralmente la volontà di voler ingannare gli altri e se stessi, mentre è considerata buona la volontà di verità e di dire il vero. Questo per Nietzsche è un semplice pregiudizio.

Con questo, tuttavia, Nietzsche non condanna la scienza. Questo è facilmente visibile in uno dei passaggi più interessanti dell'opera: Lode alla fisica. È forse questo passaggio che ci delucida un po' cosa intendeva Nietzsche per "gaia scienza". Il passaggio tratta della critica alla morale, per affermare che per creare nuovi valori bisogna essere dei fisici, visto che chi ha difeso la morale ignorava la fisica. Quando seguiamo la nostra coscienza e troppo frettolosamente diciamo che essa è nel giusto, dobbiamo prima chiederci perché facciamo questo. Noi non abbiamo investigato abbastanza a fondo noi stessi, per questo troppo superficialmente ci fidiamo della nostra coscienza. Nietzsche condanna quella morale che fa della propria legge una legge universale. Egli dice: guardate quanto sono egoisti costoro! E mascherano persino il loro imperativo categorico come una forma di altruismo! Il bene non può essere lo stesso per tutti, infatti non siamo tutti uguali, studiate la fisica! Ogni uomini è fisiologicamente e costitutivamente diverso. Nietzsche, piuttosto, sostiene che ognuno dovrebbe darsi la propria legge. Ognuno dovrebbe diventare creatore dei propri valori, questa è la lode alla fisica e questa è la gaia scienza!

mercoledì 29 aprile 2015

Deleuze: il Nietzsche quadrato




Deleuze è un nietzscheano di sinistra, ma uno molto particolare. Si potrebbe dire che sia riuscito a far quadrare tutta la teoria di Nietzsche. Vorrei far notare il paradosso della parola "quadrare"; nel vocabolario deleuziano troviamo sempre la parola "quadrettare", che viene da "quadrilage" di foucaultiana memoria. Per far "quadrare" Nietzsche Deleuze trasforma i concetti del filosofo in un'equazione: eterno ritorno = superuomo = volontà di potenza = morte di Dio (il lati del quadrato sono tutti uguali). Forse non è mai l'Identico che passa in questa equazione, ma sono sempre rapporti singolari, tuttavia la "quadratura" funziona perfettamente. Deleuze, infatti, risolve i paradossi di Nietzsche e le sue incoerenze, per esempio le contraddizioni tra i termini: la volontà di potenza sembrava in contraddizione con l'eterno ritorno perché questa si riferiva a potenze che sembravano crescenti; il super-uomo sembrava in contraddizione con l'eterno ritorno, in quanto la sua venuta doveva essere un evento straordinario e nuovo, tanto quanto la resurrezione di Gesù, che, stando ad Agostino, una volta sola può accadere e non si può ripetere; la morte di Dio sembrava in contraddizione con l'eterno ritorno perché l'eterno ritorno è stato letto nel senso dell'Identico, il ritorno della forma e dell'essenza, un eterno ritorno troppo religioso. Molto meno contraddittori sono i concetti di volontà di potenza, di morte di Dio e di superuomo quando questi sono connessi tra di loro, perché questi si implicano a vicenda. Se si diventa creatori di valori, di verità, allora lo si può essere diventando prima dei superuomo, morto Dio, cadute le tavole dei valori. Non ci sono Leggi che non siano quelle dell'uomo. L'equazione di Deleuze funziona in questo senso: la volontà di potenza consiste nel volere gli eventi all'ennesima potenza, ma questa potenza non è altro che una quantità intensiva, dunque non un numero intero, ma frazionario; il superuomo non è mai una trasformazione, ma semplicemente il processo della morte dell'uomo e dell'affermazione della vita, processo che accade secondo le leggi dell'eterno ritorno; l'eterno ritorno è la morte di Dio, nel senso che è il mondo dell'Anticristo o anche la "grande pornografia", un mondo di differenze in sé, eventi, simulacri e quantità intensive che ogni volta ritornano, dove la ripetizione è sempre per sé e si dice sempre del differente. In questo modo c'è un'uguaglianza di tutti i termini, uno si riferisce all'altro, ovviamente sempre in un'equazione che non parla mai dell'Identico. Questa operazione che compone Deleuze è straordinaria, nel senso che riesce a far combaciare tutto; il problema, ecco il secondo termine del paradosso, è che qualcosa non "quadra". Quello che non "quadra" è la "quadratura" stessa, in quanto Nietzsche non ha mai pensato di fare un sistema, non penso nemmeno che credesse di poter combinare tutti gli elementi della sua teoria. Si dovrebbe passare da un elemento all'altro come nel passo del ballerino: ovvero tramite un salto. Nietzsche era una persona che aveva molte intuizioni, ma le intuizioni non sempre "quadrano", solo la riflessione successiva le fa "quadrare". Posso avere due intuizioni diverse contraddittorie, se poi mi interessa eliminare la contraddizione devo sviluppare le intuizioni, per esempio capire cosa manca e che cosa contraddice. Ovviamente farò uso di altre intuizioni perché così funziona il pensiero. Nietzsche aveva molte intuizioni, ma non credo fosse riuscito a farle "quadrare"; Deleuze da coerenza al sistema di Nietzsche, ma a questo punto non è più il vero Nietzsche, ma un Nietzsche "quadrato". A mio avviso si dovrebbe prendere le teorie di Nietzsche come sistemi aperti; in questo senso la "quadratura" è una chiusura del sistema. I concetti di Nietzsche convergono su dei punti e divergono su altri costruendo dei paradossi e delle contraddizioni. Sarebbe strano se Nietzsche avesse sostenuto un eterno ritorno dell'Identico, perché sarebbe troppo platonico; ma su questo si deve lasciare un alone di mistero, del resto Deleuze dice che Nietzsche avrebbe voluto scrivere una continuazione del libro di Zaratustra, parlando della sua morte, ma di questo si sa poco. Per quanto riguarda la volontà di potenza si può dire che, nelle concezione di Deleuze, molti concetti sono suoi e un po' bergsoniani, come quello di quantità intensiva. Deleuze nega che le potenze aumentino perché sono tutte già fissate nell'eterno ritorno, oltretutto non si tratta di una progressione numerica del tipo: "n+1", ma di numeri numeranti, frazionari e irrazionali. Il caso invece più diverso e difficile da sostenere è quello dell'oltre-uomo; qui Deleuze è influenzato da un certo Bichat che sostiene che la vita è una resistenza alla morte. Insomma Deleuze concepisce il superuomo sulla base del vitalismo. Questa sua concezione non convince, perché il super-uomo è sempre inteso da Nietzsche come qualcosa che deve arrivare, un progresso; per esempio parla della corda tesa dalla bestia al super-uomo, dove l'uomo è questa corda e il superuomo un obbiettivo da raggiungere; oppure si dice che l'ultimo uomo deve costruire un ponte per l'oltre-uomo; quando Zarathustra conosce gli ospiti della caverna non scorge in loro nessun super-uomo, perché devono ancora diventarlo e imparare come si fa. Allora il problema è che non "quadra"; l'oltre-uomo è una trasformazione, mentre l'eterno ritorno non concepisce progresso. L'oltre-uomo è colui che ama l'eterno ritorno, ma con questo pone le basi per superarlo. C'è una genialità in Nietzsche: sta nel fatto che scopre che la felicità è una scelta. Amare la vita non è costrizione e non possiamo costringerci, ma possiamo solo volerlo. Amare la vita significa provare gioia, ma se per amare la vita si deve volerlo, allo stesso modo si vuole essere felici. La felicità è una scelta, vuol dire che non dipende dal mondo esterno. Se io voglio davvero essere felice, chiedetevelo: cosa dovrebbe impedirmelo? il fatto che non ho un lavoro? il fatto che sono solo? il fatto che mi va tutto storto? se noi riusciamo ad accettare la nostra vita e volerla, queste cose non ci diranno più nulla; se vogliamo davvero essere felici, lo saremo. In effetti, è proprio nello Zarathustra che si legge che noi abbiamo inventato la felicità, ma si deve intendere che dipende da noi, che noi la scegliamo e non centra con il mondo esterno. Così potremmo distinguere la gioia dalla semplice felicità, che è esterna. Amare l'eterno ritorno, per l'oltre-uomo, non può essere altro che una scelta di felicità. Se nasce la felicità in noi quando tutto ci sembrava così tristemente uguale, vuol dire che qualcosa cambia già. Non è solo la questione che l'oltre-uomo non combacia con l'eterno ritorno, ma anche che l'amore della vita non coincide con esso; se riusciamo ad amare la vita abbiamo già prodotto un progresso. Quello che manca in Nietzsche è il fatto di non essersi reso conto che con l'amore per la vita ha trovato un concetto che va oltre l'eterno ritorno; solo quando accettiamo le cose che si ripetono, possiamo cambiarle. La felicità come scelta è una sfida, perché ogni evento esterno potrà dirci di essere infelice: hai perso il lavoro, sii triste!; non hai un vita, devi piangere!. La scelta della felicità diventa un atto coraggioso, sorridere sempre anche quando va tutto male. Questo elemento squarcia il quadrato e apre nuovi sentieri per pensare a partire da Nietzsche.

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Il Nietzsche di Deleuze

Nietzsche

domenica 9 novembre 2014

Passages, D: La noia, eterno ritorno. (Walter Benjamin)






Si impone una tavola che suona così: pioggia - noia - eterno ritorno - morte - sogno. In che modo sono connessi questi concetti? Benjamin immagina le giornate di pioggia come giornate tutte uguali, del resto non usciamo, siamo a casa, sempre a fare le stesse cose e attendiamo il sole. È strano le chiacchiere quelle più inutili riguardano il tempo, ci volgiamo verso la finestra e come se non fosse già abbastanza ovvio diciamo a chi sta con noi: piove!, e l'altro : già!, questo innesca una catena di noiose parole, si parla del fatto che piove più del solito, che sarebbe meglio che smetta, i contadini sono preoccupati per il raccolto, i cittadini rammaricati dal fatto che non possono uscire, almeno senza bagnarsi. L'ombrello viene paragonato da Benjamin all'isola di Robinson, sembra quasi isolarci e quando abbiamo trovato il nostro Venerdì dell'altro sesso siamo al settimo cielo. 




Così rimaniamo a casa e tutto si svolge come in una ripetizione, un eterno ritorno, ma questo diventa solo un peso per noia, è la noia della ripetizione, aspettiamo sempre il sole. Un momento per sognare è la pioggia per Benjamin, anche perché non siamo trascinati dalle faccende quotidiane, forse l'unica cosa che ci ostacola davvero è l'attesa, un'attesa che assomiglia a quella della vita verso la morte (lo diceva già Hugo che la vita è attesa). Contro la tendenza, la dove l'uomo comune vuole sfuggire alla noia e cerca il divertimento del cabaret, la distrazione della merce dei passages, magari la moda o altro, l'artista, come in particolare Baudelaire, fa della noia l'oggetto della sua poesia, lo spleen, in completa controtendenza con un'umanità che non lo comprende nella sua scelta. La noia è prima dei grandi eventi, la noia è l'esterno del sogno, il grigiore, la pioggia, l'eterno ritorno come masso grigio coperto dalle nostre lacrime e dal nostro sudore. Il sogno è come un guanto, così ci dice Benjamin, un guanto fuori grigio, dentro variopinto. Ora vediamo che l'artista fa della noia l'oggetto dell'arte, ora vediamo il dandy che sfoggia esternamente noia, del resto lo sfarzo è piacevolmente noioso, così dice Baudelaire, che il dandy dovrebbe dormire con uno specchio. Del resto il dandy è un decadentista, è qualcuno che ha saputo bene adattarsi al nuovo mondo di apparenze e superfici, un mondo tutto uguale. Benjamin fa riferimento a due teorie di eternità, una è quella classica di Nietzsche, l'altra è quella di Blanqui. Nietzsche ha detto:

"(...) ne segue che esso deve percorrere un numero calcolabile di combinazioni nel gran gioco di dadi della sua esistenza."

Già, l'eterno ritorno non sono che lanci di dadi, è caso, non c'è un senso, nulla tende verso uno scopo preciso, del resto tutto diventa noia, da questo punto di vista è un'eterna pioggia di eventi sempre uguali. L'altro Blanqui non sostiene solo che tutto tornerà nella stessa forma nel senso temporale, ma che in altri luoghi dell'universo vi sono dei nostri sosia, questi vivono come noi e fanno lo stesso che facciamo noi, sono le nostre copie inconsapevoli, ma sono tante copie e noi siamo tra quelle, non ci sono più originali. La nostra stessa epoca si distingue per avere tante copie e non avere nessun originale.


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mercoledì 15 febbraio 2012

l'essere in Nietzsche


essere per Nietzsche


«Mi chiedete tutto ciò che è idiosincrasia nei filosofi?...Per esempio la loro mancanza di senso storico, il loro odio contro la rappresentazione stessa del divenire, il loro egitticismo. Essi credono di tributare un onore a una cosa, quando la destoricizzano, sub speciae aeterni -, quando di essa fanno una mummia.» (Nietzsche, Friedrich, Il crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano, 2014, p. 65)

Che cos'è l'essere per Nietzsche? una mummia, in un certo senso. L'essere in quanto è ciò che è non può divenire senza non essere, dunque l'essere è eterno. È proprio questo carattere eterno dell'essere che viene criticato da Nietzsche, questo è l'essere mummificato. Tuttavia Nietzsche non elimina completamente l'essere, secondo una mia ipotesi, egli sposta il problema dell'essere sul piano del tempo, infatti Nietzsche ha un altro concetto di eternità.

La tesi dell'essere come eterno ha origine con Parmenide. Parmenide sostiene che solo l'essere è e non il non essere non è. Dunque il non essere è condannato alla non esistenza e l'essere all'eternità. Possiamo parlare e comunicare l'essere, in quanto possiamo dire "questo è giallo, ruvido, compatto, ecc.", ma questo non accade con il non essere, dunque del non essere non può esservi alcun discorso. Una posizione simile comporta l'idea secondo la quale gli enti, se sono, sono eterni e saranno per sempre. Qualcuno attribuisce questa posizione al filosofo Severino, ma io non mi pronuncio su questo fatto. Mi limito a notare le conseguenze della teoria di Parmenide. Esiste un'altra conseguenza: la storia e il divenire, dal momento che l'essere non può non essere, non sono.

In Nietzsche: La filosofia nell'epoca tragica dei greci Nietzsche afferma che Eraclito nel corso del suo pensiero ha negato l'essere stesso. Affermando il divenire, non è più possibile dire che qualcosa è, in quanto questo qualcosa è già mutato. A questo punto le cose sono sempre altro da sé, poiché divengono sempre quello che non sono. È tipica del nichilismo l'affermazione secondo la quale nulla è. Bisogna chiedersi, visto che Nietzsche era comunque un nichilista attivo, se anch'egli credesse in qualcosa di simile. A dire il vero Nietzsche sostiene che non esiste altro mondo al di fuori di questo e quando critica l'essere, critica l'idea che esista un altro mondo più reale di questo. In cosa consiste, tuttavia, questa realtà a cui noi stessi accediamo attraverso i sensi? essa non è altro che divenire o l'eterno mutare delle cose. Ho detto che chi ha sostenuto la sola esistenza del divenire, non ha potuto fare altro che negare l'esistenza di una qualche forma di essere. Nietzsche pensa la realtà secondo due principi: apollineo e dionisiaco. C'è un elemento che è quello del sogno, della visione e dell'apparenza (apollineo), ma esiste anche un altro elemento importante che è quello dell'impulso vitale e dell'ebbrezza (dionisiaco). Questo secondo elemento potrebbe chiaramente ricordare la cosa in sé di Schopenhauer. Può essere che avesse questo in mente questo Nietzsche in La nascita della tragedia, ma nelle opere successive questo non può essere considerato vero, infatti Nietzsche abbandona Schopenhauer. In verità il problema dipende dallo statuto ambiguo del concetto di vita in Nietzsche, il quale alle volte sembra costituire una forma di principio. Tuttavia Nietzsche identifica molto spesso la vita con l'energia sessuale.

La realtà sensibile diviene e coincide con l'apparenza. Più avanti Nietzsche sosterrà che quel che noi vediamo del mondo non sono altro che interpretazioni. Uno studioso americano, Daniel Smith, sostiene che questa affermazione diventa comprensibile solo se la si vede dal punto vista del desiderio. Solo in quanto desidero e sono condizionato patologicamente mentre osservo la stessa realtà, solo per via di questo, posso affermare che la realtà non è che mia interpretazione. L'essere in Nietzsche è evanescente tanto quanto le scintille delle spade che cozzano l'una contro l'altra nell'immagine nietzscheana di Eraclito.

Se vogliamo cercare una forma di essere in Nietzsche la dobbiamo cercare nell'eternità. Nietzsche, in fondo, non ha mai negato l'eternità, cambia solamente la sua concezione di eternità rispetto a quella di Parmenide. L'eterno non è "l'essere sarà per sempre", ma "l'essere tornerà sempre". Dunque, io posso dire che le cose sono, solamente in quanto ritorneranno. L'essere delle cose è assolutamente temporale, le cose sono solo perché ritorneranno così come sono ora. L'eterno ritorno di Nietzsche normalmente è soggetto sempre a due letture possibili: una etica e l'altra cosmologica. In quella etica l'eterno ritorno sembra solo una metafora, un modo per dire "devi agire come se le cose dovessero ripetersi infinite volte". La lettura cosmologica, al contrario, è fuori da ogni metafora. Che esista questa lettura in Nietzsche è comprovato dal fatto che egli tenta in ogni modo, attraverso la fisica, di dimostrare che l'eterno ritorno è reale. In questo senso l'ente è certamente temporale e non vi nessuna essenza dell'ente al di là della sua manifestazione apparente, ma quest'ultima, a causa dell'eterno ritorno, dovrà ritornare ad essere.