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giovedì 25 giugno 2015

Logica del senso, 3° serie: sulla proposizione (Deleuze)




 C'è un rapporto tra cose e parole e prima di tutto c'è un rapporto tra i linguaggio e gli eventi. Secondo la teoria strutturalista e quella lacaniana esiste una struttura nel linguaggio, questa struttura è detta della significanza. Essa funziona in modo che abbia da un lato un significante (senso) e dall'altro un significato (designato). I due elementi sono fatti in modo tale che uno si riferisca all'altro e nello stesso tempo il primo eccede sul secondo. In termini lacananiani si può dire che la metafora si riferisce alla metanonimia e questa eccede sulla seconda. Il problema è il rapporto tra le parole e le cose. Nello strutturalismo le parole alludono direttamente alle cose, tranne per il fatto che esiste un scarto tra queste e quelle, un'eccedenza (quello che Deleuze chiama: evento). Così Deleuze cita il detto degli stoici che dice che: se diciamo qualcosa, qualcosa passa attraverso la bocca; se diciamo un carro, un carro passa attraverso la bocca. Questo è riferito agli stati di cose, al Kronos, dove ogni parola allude alle cose. Allude è diverso da dire che è, nel senso che dire che le parole sono le cose è l'atteggiamento dello psicotico secondo la concezione lacaniana. Così per esempio parlare di un sessualità pervertita (père-version, Simbolico, il Nome del Padre), come fa Lacan, vuol dire che tutto allude al sesso, cioè che il significante si riferisce al significato, mantenendo comunque una differenza tra i due. Mentre per esempio quello che dice il secondo Deleuze in Anti-Edipo: che la sessualità è ovunque, significa che tutto è sessuale, cioè che non è solo allusione o metafora, ma tutto è reale: le parole sono le cose, lo sono perché un solo segno si riferisce alle une come alle altre. La parola "carro", in quel caso, rimandava direttamente al carro reale; Deleuze parla di parole mangiate, ma questo non va scambiato con il linguaggio dello schizofrenico. Ci sono quattro elementi nel linguaggio secondo Deleuze: il designato, il manifestante, l'implicazione e il senso/evento. Il designato sta per il rapporto tra proposizione e uno stato di cose, associazione tra parole ed immagini che stanno per uno stato di cose. In questo rapporto non ci sono concetti universali, dopotutto la proposizione si riferisce solo a casi particolari. Solo in base al designato la proposizione può essere detta vera o falsa, ma, come faceva notare già Russell, la proposizione non si riduce a questo. Io posso dire: "il muro è giallo", quello che dico è vero se e solo se il muro è davvero giallo. Ora la proposizione non parla solo di questo, parla anche di un muro, di un soggetto, parla di un evento che è gialleggiare del muro e poi questa proposizione può finire in rapporti di implicazioni con altre. Il soggetto della proposizione è il manifestante, il "muro". Si può individuare il manifestante come pronome personale (io, tu, egli, ecc...) o altri soggetti. Se guardo un quadro, io guardo il quadro; posso esprimere questo con una frase: "io guardo un quadro", in questo caso "io" è un manifestante; esso non si riduce mai semplicemente al guardare. C'è qualcosa di più del fatto che qualcuno guarda un quadro in cui delle nuvole diventano un veliero. C'è il soggetto, la sua prospettiva e tutto il resto, ma certamente il manifestante è la condizione della designazione. La proposizione, inoltre, può entrare in particolari rapporti di implicazione con altre proposizioni, come accade nel sillogisma. Il sillogisma può essere riassunto nella formula: A, B ├ C. Per esempio: "Tutti gli uomini sono mortali", "Socrate è un uomo", "Socrate è mortale", ma posso anche dire: "Tutti opinano che le nuvole non possono diventare velieri", "Io non opino come tutti gli altri" dunque "Io opino che le nuvole possono diventare velieri". L'implicazione è un rapporto di necessità, ma è anche la prova di un asso nascosto nella manica del logico. Lewis Carroll aveva dimostrato che c'è un paradosso nell'implicazione: se io dico che A e B sono vere, immaginandosi la conclusione come Z, e lo dimostro, normalmente si dice che ne segue che Z non può che essere vera; quello che fa notare Carroll è che l'implicazione deve comprendere un A e B oltre che un A, B, deve cioè dimostrare che anche A con B è vero, quindi dare una C come A con B; questa introduzione di un terzo elemento implica la domanda sulla verità di un terzo punto: A con B con C, ovvero D, è vero?; il paradosso è che si aggiunge ogni volta un altro elemento e la domanda diventa sempre la stessa, infatti ci si chiede sempre sulla verità delle premesse. Questo paradosso dimostra che c'è un elemento che si aggiunge sempre, che il puro processo logico non basta a dare l'implicazione. Secondo me, questo paradosso fonda un'anti-logica che trova nell'intuizione, nell'intelligenza femminile, l'anello mancante della logica, l'asso nella manica. Basta fare una prova: dati A e B, si dia un C derivato dalla somma di A con B; gli elementi sembrano tre, ma c'è sempre un A+B che non coincide mai con C e che rende possibile il passaggio. Oppure: se A e B dunque C; non basta dire che A e B sono vere e poi concludere C, ci vuole l'intuizione del rapporto di A con B. Questo parla delle connessioni di una proposizione con altre, come abbiamo visto c'è un soggetto nella proposizione e c'è che una designazione, mentre la designazione parla sempre di verità possibili, l'implicazione parla di verità necessarie. La designazione ha bisogno di un fatto perché sia vera, l'implicazione che deriva da rapporti tra universali e particolari è comunque sempre vera. Prima dicevo che la designazione è passibile di verità o falsità, il che vuol dire che la proposizione può essere vera solo in quanto designi qualcosa. La proposizione non designa soltanto, ma esprime, è espresso. L'espresso è l'evento o anche il senso di una proposizione. L'evento è anche un modo per andare oltre la fenomenologia, l'intenzionalità parla solo di stati di cose; ma è anche fenomenologia: l'attributo noematico è l'evento. Deleuze dice: «Del verde come colore sensibile o qualità, distinguiamo il "verdeggiare" come colore noematico o attributo. L'albero verdeggia non è questo in definitiva il senso di colore dell'albero e, l'albero arborifica, il suo senso globale? Il noema, è qualcos'altro che un evento puro, l'evento d'albero (quantunque Husserl non parli così per motivi terminologici)?» (Deleuze, Logica del senso, 2009, pp.26)

Come in un quadro surrealista: "delle nuvole diventano un veliero", "un acquedotto diventa un cielo". "Le nuvole velieggiano", "l'acquedotto cieleggia", il "veliegeggiare delle nuvole" è un evento, ma non è semplicemente uno stato di cose, è incorporeo, non si vede. In effetti non si deve nulla divenire, si vedono solo i singoli attimi immobilizzati che ci danno la sensazione dei mutamenti, ma l'Aiôn non si vede. Vedo dei piccoli istanti in cui delle nuvole diventano un veliero, eppure le nuvole velieggiano. 

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martedì 19 maggio 2015

Logica del senso, 2° serie: Effetti di superficie (Deleuze)






Deleuze legge la filosofia antica in un modo molto particolare: i presocratici e Platone sono pensatori di altezze, gli stoici i creatori del pensiero orizzontale. Verticalità e orizzontalità sono due assi del pensiero filosofico, ma oltre a questo c'è sempre una direzione. Per esempio i presocratici pensano la verticalità del pensiero come discesa in profondità, Platone concepisce una verticalità come elevazione al mondo delle Idee, gli stoici pensano in termini orizzontali ma sempre nella direzione che va dalla profondità alla superficie. I presocratici, secondo Deleuze, non volevano uscire dalla caverna, ma al contrario penetrarla sempre di più. Non sono soddisfatti di quattro ombre proiettate sul muro, vogliono conoscere i principi che si celano nella natura. Molte cose, pochi principi. Platone voleva uscire dalla caverna stanco delle quattro ombre del mondo sensibile, voleva alzare gli occhi al cielo e elevare la conoscenza umana a quella di una realtà che non può che essere colta se non dagli occhi della mente. Gli stoici non facevano altro che guardarsi attorno; questa terra è l'oggetto della conoscenza e, in un senso molto nietzscheano, si potrebbe dire che non vi sia mondo al di là del mondo (teoria dell'immanenza). Non c'è nessun cielo da raggiere e ben poco di nascosto nelle profondità (intese nel senso della discesa verso l'interno cavernicolo). Deleuze è con gli stoici, così come è con Nietzsche. Gli stoici pensavano la realtà composta di due parti: superfici e profondità. Nelle profondità troviamo gli stati di cose, i corpi e le loro mescolanze. Tutti i corpi sono uniti in un grande fuoco. Tutti i corpi sono in un solo presente. Alla superficie sta la realtà incorporea, quella degli eventi, degli espressi e del divenire folle. Ci sono due forme di tempo che corrispondono a questo dualismo: un solo presente che ingloba ogni cosa, il Kronos; solo questo presente esiste, esso è al livello del grande fuoco e delle profondità; un secondo tempo è l'Aiôn, un presente che si divide all'infinito tra passato e futuro; una doppia direzione, doppio senso, ma simultaneo. Nelle profondità ogni corpo è causa dell'altro, mentre alla superficie si parla solo di "quasi cause" che producono effetti/eventi. L'evento è l'espresso o l'attributo. Nel primo caso ci si riferisce ad una proposizione come:"l'albero verdeggia", nel secondo caso si ha a che fare con il paradosso per cui l'evento non è mai fuori dal linguaggio, non è uno stato di cose, eppure deve avere un correlato reale. Per esempio se dico: "dei lampioni si riflettono in una pozzanghera", c'è sempre un evento che è: "la pozzanghera riflettente il lampione" oppure "il lampione riflettentesi nella pozzanghera", questo dipende dal fatto che il senso è doppio: "il lampione si riflette nella pozzanghera" e "la pozzanghera riflette il lampione". Questo evento non sarà solo il verbo della proposizione, ma anche un attributo della pozzanghera o del lampione che non va confuso mai con la semplice immagine del lampione che si riflette perché questa è corporea ed è uno stato di cose. Qui possono nascere alcune riflessioni. Da un lato vediamo uno schema con un ramo vuoto. Se immaginiamo di tracciare due linee che si intersecano con quattro frecce per ogni direzione, supponendo che le superfici siano verso destra avremo: il platonismo sulla freccia in alto, i presocratici sulla freccia in basso, gli stoici sulla freccia a destra. Quella a sinistra? se gli stoici pensavano un pensiero orizzontale che andava dalle profondità alle superfici, esiste un pensiero orizzontale che va dalle superfici alle profondità? Nella serie Sull'Umorismo, Deleuze contrappone il buddhismo Zen alle profondità brahamaniche. sicuramente Deleuze quando parlava delle profondità brahamaniche si riferiva ad un pensiero vicino a quello presocratico, ma siamo sicuri che l'induismo va in quella direzione?. Quando l'orientale dice: cerca dentro di te e troverai la divinità! non sta dicendo altro (ed quello che si fa in meditazione, se vogliamo) di passare dalle superfici alle profondità. Questo sarebbe un interessante pensiero orizzontale deleuziano rovesciato. Questo pensiero rovesciato ha degli aspetti in comune con quello di Artaud. Il problema qui è che nella filosofia di Deleuze ci sarebbero due profondità: da un lato quelle stoiche contrapposte alla superficie, dall'altro quelle presocratiche. Che differenza c'è? Il presocratico cercava i principi della natura, mentre la seconda profondità non implica una discesa, ma è sempre sul piano orizzontale. Potremmo pensare che le profondità stoiche siano l'interno dei corpi, rispetto alle superfici che sono più esterne. Ma se tagliamo una foglia, cioè fendiamo una superficie, non troveremo sotto altro che altre superfici. Non è così che viene risolto il problema, si deve andare in un altra direzione. Deleuze parla di un mondo di maschere che dietro sé celano altre maschere e così via. Il punto è che la profondità stoica è corporea, ma anche intensiva, mentre solo le superfici come "quasi cause" possono dare origine a qualcosa di incorporeo. La profondità stoica è superficie lacerata e corpi che si mescolano. Da questo punto di vista Artaud incarna di più il pensiero stoico rovesciato, mentre l'induismo è troppo spiritualista per avere a che fare con gli stoici, quello che mi chiedo è solo se il suo movimento non sia semplice discesa come nei presocratici, ma una direzione orizzontale dalle superfici alle profondità. Ovviamente per lo stoico sprofondare nelle profondità dei corpi significa cadere nelle passioni, ma il corpo nella  concezione di Artaud è un corpo passione.

L'altro mistero da risolvere è Eraclito. Quando Deleuze parla di divenire folle non ha solo in mente l'Aiôn, ma anche il divenire di Eraclito. Ora Eraclito è un presocratico, eppure non sembra tanto un pensatore delle profondità. Eraclito diceva che il principio di ogni cosa è il fuoco, ma secondo me lo diceva nel senso che è l'elemento di tutte le trasformazioni, quindi di nuovo il divenire. Il calore scioglie e la sua assenza solidifica, ma il calore può anche far evaporare o addensare un ragù. Il fuoco non è in Eraclito un principio da profondità cavernicole, ma il divenire stesso, perché spiega tutti i passaggi di stato. Ora questo divenire folle di Eraclito era lo stesso che irrompeva nel Cratilo di Platone come problema, problema nel linguaggio. Eraclito ha ispirato molti filosofi del tutto diversi, ad esempio: Deleuze, Nietzsche, Hegel, gli stoici.  Slavoj Žižek vorrebbe far partorire una filosofia hegeliana in Deleuze, quando lo stesso Deleuze non aveva nessuna simpatia per Hegel. Secondo Slavoj Žižek Deleuze non ha compreso che il negativo in Hegel è pura affermazione, così quando Deleuze parla di Differenza in sé non è contro Hegel. Qui vediamo un punto in comune tra i due: Eraclito. 

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