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lunedì 15 luglio 2019

Il fanciullo con lo specchio (spiegazione/Zarathustra)







Zarathusta è oramai da tempo tornato nella sua caverna e si è tolto dalla vista degli uomini, separandosi dai suoi cari amici. Egli ha seminato il suo sapere e la sua saggezza, ora attende di vedere il frutto del suo raccolto. Ma in questo momento Zarathustra è molto impaziente e ha fretta nel dare. Ha dovuto dunque chiudere la mano per un po’ ed è dunque tornato nella sua grotta, tormentato dal peso della sua saggezza.

Per prima cosa si nota una certa analogia tra il Prologo, per come è cominciato e l’inizio del secondo libro. All’inizio dell’opera Zarathustra era sempre nella sua grotta e si era svegliato al sorgere del sole. Prima però, sostiene Lampert, Zarathustra ha passato dieci anni nella solitudine felice, ora è invece tormentato. È tormentato dalle persone che ama, i suoi discepoli, i quali hanno bisogno della sua assenza. Egli si sveglia non proprio all’alba, ma nell’oscurità prima dell’alba. In quel momento, come vedremo, si è svegliato perché tormentato da un incubo.
Ci sono qui molti riferimenti chiaramente all’ultimo capitolo del primo libro: quello sulla virtù che dona. Per un certo periodo Zarathustra ha ritenuto necessario ritirarsi, non donare più. Aveva chiesto ai suoi discepoli di negarlo, di rinnegare il suo pensiero e il sogno, come vedremo, confermerà tutto questo.

Un giorno Zarathustra si sveglia prima dell’aurora in preda ad uno dei suoi tormenti. Si ricorda di aver fatto un sogno. In questo sogno c’era un bambino e questo bambino gli aveva chiesto di guardarsi allo specchio. Quando Zarathustra ha visto il suo volto nello specchio ha incominciato a gridare, perché nello specchio non c’era lui, ma un ghigno di un demone. In quel momento Zarathustra comprende il senso del sogno: l’erbaccia vuole spacciarsi per grano, egli dice. Il sogno gli dice che la dottrina sua è in pericolo e che i suoi nemici l’hanno deformata. Zarathustra vuole tornare dai suoi amici e portare nuovi doni. Già il serpente e l’aquila, i suoi animali, sono lì che lo aspettano.

Nel primo passaggio del Prologo si parla del tramonto e della volontà di tramontare di Zarathustra. Ora, invece, si parla di aurora. Questo sogno è molto interessante: un bambino gli porge uno specchio, lo strumento del diavolo secondo i cristiani; nello specchio vede proprio il ghigno del demonio, non la sua faccia; Zarathustra sostiene di aver capito il senso del sogno, ossia che la sua dottrina è stata deformata, proprio come quello specchio ha deformato il suo volto in un ghigno demoniaco. Per ultimo sono da sottolineare gli animali mitici di Zarathustra che sono già lì pronti per portarlo nel suo viaggio. Il serpente, l’animale terrestre e l’aquila, l’animale del cielo.

Secondo Lampert il sogno di Zarathustra significa questo: nell’ultimo capitolo del primo libro, Zarathustra aveva proprio chiesto ai suoi discepoli di rinnegare la sua dottrina, ora può constatare che ciò è effettivamente avvenuto e che la sua dottrina è stata deformata. Inoltre Lampert fa notare che il fanciullo o bambino deve riferirsi proprio alle tre metamorfosi, segno che i suoi discepoli hanno subito l’ultima delle prime tre trasformazioni annunciate.

Secondo Strauss il demone dello specchio rappresenta nel sogno quel che hanno fatto i nemici di Zarathustra con la sua dottrina.

Anche Jung, da buon psicoanalista, si cimenta nell’interpretazione del sogno. Secondo Jung il bambino è ciò che mostra la verità, la verità è nello specchio: il demonio. Lo specchio è la mente del bambino. Jung sostiene anche che è possibile che Nietzsche abbia fatto proprio questo sogno e per capire meglio questo capitolo, pensa che bisogna approfondire la pausa di Nietzsche dalla fine del primo libro all’inizio del secondo. L’evento che può aver scosso Nietzsche in quel periodo è la morte di Wagner.



Zarathustra non si sente più lo stesso, si sente trasformato. Ora lui è un torrente che vuole discendere dal monte per tutte le valli fino al mare, fino alle isole beate dove stanno i suoi amici. Lui è la tempesta, la grandine e i suoi nemici devono credere che il Maligno si è scatenato contro di loro. La sua saggezza, paragonata ad una leonessa, ha dato un nuovo frutto e questo frutto intende portarlo di nuovo agli amici, nel loro cuore. Ma prima dovrà affrontare i deserti e i suoi nemici con la lancia. Questa è la nuova avventura di Zarathustra.

Si noti il riferimento al Maligno che rimanda sicuramente alla scena del sogno. Zarathustra, dunque, nel sogno vive anche una forma di identificazione permessa dallo specchio: io sono il Diavolo. Si noti anche come Lampert riconosce nel diavolo qui menzionato lo spirito di gravità a cui più volte Zarathustra allude. Ma Jung ci dice qualcosa di più interessante: il Diavolo in questo caso è Wotan. Zarathustra è il dio del vento che soffia contro i suoi nemici.

Anche qui Zarathustra, rispetto al Prologo, è di nuovo trasformato, ha una seconda trasformazione. Questa volta, è diversa dalla prima: non è un tramonto, ma una aurora; non va alla cieca, ma sa che ha degli amici a cui dare il suo messaggio; ci sono dei nemici che potrebbero tendergli agguati, forse anche peggio del pagliaccio del Prologo; lui è ora preparato al mondo, ossia ha imparato la lezione delle risate della folla.

Il frutto della saggezza, rappresentata dalla leonessa, è nell’immagine un cucciolo di leone. Quindi la leonessa intende portare con sé ciò che ha di più prezioso: suo figlio. Questa mossa è il ritorno di Zarathustra ai suoi vecchi discepoli: ora deve cercare gli smarriti, come aveva promesso l’ultima volta.