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mercoledì 16 marzo 2016

Appunti per una psicologia filosofica







Il presente testo forse potrebbe essere visto anche come un manifesto, ma questo sarebbe solo un punto di vista, diciamo un punto di vista anche abbastanza ottimista. In realtà il testo sarà una specie di insieme di appunti in serie che parleranno davvero di tutto, o questo è quello che almeno spero che accada. L'obbiettivo è la psicologia filosofica, per questo motivo vanno fatte delle considerazioni sulla psicologia. Io qui non intendo psicologia nel senso del metodo, anzi forse ci saranno dei metodi per la psicologia filosofica, ma non sono quelli della psicologia tradizionale. La psicologia si ritiene una materia a se stante della filosofia e di fatto lo è diventata con il tempo, quello che mi interessa qui è capire che tipo di psicologia si è davvero separata dalla filosofia, cosa è invece rimasto dalla parte dei filosofi. In primo luogo qui in generale si potrebbe dire che la psicologia è quella scienza che ha per oggetto la psiche, ma già questa definizione non mi piace perché non fa differenza tra anima, mente e tutta quella ricchezza che popola il mondo inesteso sembra del tutto sparire. Ci sono delle cose come la mente, l'immaginazione, i pensieri, i concetti, anche l'inconscio, la coscienza, sono tutti degli oggetti apparentemente della psicologia, ma i filosofi non hanno mai smesso di indagare su questi punti, anzi spesso sono riusciti dove gli psicologi hanno fallito e altre volte hanno imparato dagli psicologi. Se c'è una sovrapposizione di oggetti, un campo comune, è perché la filosofia non ha mai smesso di interessarsi di certi temi, forse lo ha fatto semplicemente da altri punti di vista. In primo luogo bisogna distinguere la psicoanalisi dalla psicologia, la psicologia studia quelle cose che ho nominato, in un certo senso lo fa anche la psicoanalisi, ma la psicoanalisi si è già posta fin dall'inizio con una prospettiva medica, di cura per esempio delle malattie mentali e altro. La psicoanalisi in particolare, non parlo tanto della psicologia, si è sempre atteggiata come detentore di un sapere proprio derivato da scoperte che ha sempre considerato sue proprie, ma in alcuni casi questo è veramente falso.

Ad esempio è completamente falso che Freud ha scoperto l'inconscio, l'inconscio era, e perché non dovrebbe poi esserlo più, un concetto dei filosofi, ora se mai non è più solo dei filosofi. Parla di inconscio già Leibniz che lo chiama con il nome di "tenebra". Non parliamo poi del concetto di coscienza che è vecchissimo e si trova in tutti i libri di filosofia. Le malattie mentali sono anche quello un argomento che veniva spesso trattato in antropologia, per esempio lo si trova trattato nell'antropologia di Kant, ma non c'era chiaramente nessuna prospettiva medica. Anzi la cosa strana è che solo recentemente i filosofi hanno incominciato ad interessarsi di cura, per esempio con la consulenza filosofica, si veda Miguel Benaseyang e simili. La mia tesi qui in realtà è che esista un filone di psicologia rimasta dalla parte dei filosofi, dove qui per psicologia si intende soltanto una certa branca che ha certi oggetti particolari come quelli che ho già nominato. Questa psicologia non è psicoanalisi, neanche quella psicologia che ha abbandonato la filosofia, ma spesso nasce proprio dalla critica e il contrasto con queste altre discipline. Secondo me si dovrebbe partire da una specie di filone Nietzsche-Hume, per poter cominciare a delineare una possibile linea di psicologia filosofica.
In primo luogo vanno fatte notare le peculiarità della filosofia rispetto alla psicologia classica e alla psicoanalisi, queste sono due:

1) la filosofia è teoria, ma teoria non è quel ragionamento astratto da persona senza piedi per terra, in greco teoria sta per "guardare, osservare", in filosofia implica un distacco dal mondo della vita. Questo significa che a differenza delle altre scienze la filosofia è immediatamente teoria critica, il distacco dalla realtà, dal fatalismo del reale, gli permette di poter mettere in discussione questo reale e pensare qualcosa di diverso (psicologia e psicoanalisi si limitano a descrivere i fenomeni accettandoli fatalisticamente per quello che sono).

2) la filosofia è davvero concreta e non astratta, perché il suo oggetto è sempre la totalità compiuta delle cose. La filosofia non ha un oggetto specifico, qualsiasi cosa può essere un suo oggetto. Non ci sono fenomeni che possano sussistere da sé, anche se spesso si vuole fingere questa cosa, perciò l'unica cosa che sussiste da sé non può che essere l'infinito, perciò si dirà che sono le singole determinazioni, che per quanto ci sembrano reali, sono astrazioni dal tutto e solo il tutto è reale. Ogni scienza diventa specialistica, la filosofia anche se frammentata in discipline mantiene sempre una sua visione totale (si vede bene questo fenomeno quando si nota che un filosofo può parlare di un concetto psicologico non solo nel suo ambito, ma secondo le sue implicazioni politiche, quelle economiche e così via).


Detto questo, significa che considerare i concetti che ho proposto da un punto di vista filosofico è essenzialmente diverso rispetto alla psicologia tradizionale. Torniamo dunque a questo filone Nietzsche-Hume. Comincerei il lavoro da Nietzsche: si è trovata molta difficoltà nell'affermare che Nietzsche fosse un filosofo, questo deve essere anche perché lui spesso si identifica con il filologo o con lo psicologo. Nietzsche, in particolare nel Crepuscolo degli idoli, si identifica con la figura dello psicologo, ma quando parla di questa sua psicologia si vede chiaramente che la psicologia di cui parla non ha nulla a che vedere con la psicologia classica e tanto meno con la psicoanalisi. Nietzsche a dire il vero parla di "bisogno psicologico", ma la sua "filosofia del martello" è una questione di eliminazione di entità particolari, riconducendole al problema psicologico di fondo. Noi per esempio tendiamo a pensare che ci sia un mondo reale là fuori e dato, che abbiamo una volontà e che siamo liberi, che abbiamo un io e che le cose hanno una qualche identità. Questo tipo di psicologia compie questo ribaltamento del problema: posto che l'entità in questione o è dubbia o non è, chiediamoci piuttosto quale sia il meccanismo che ci porta a credere che le cose siano in un certo modo, dal momento che dal bisogno non si può desumere la cosa. Noi abbiamo bisogno di avere un'identità, di riportare tutti quegli eventi della nostra vita ad un solo soggetto, ma esiste davvero l'Ego?. Si potrebbe pensare che tutto questo sia non prettamente di dominio esclusivo della filosofia, dopo tutto la psicologia può anche quella giungere alla conclusione per cui non c'è un Io. Il punto però è completamente diverso, cioè questa psicologia disegna un'ontologia e ridefinisce un linguaggio. La reimpostazione del problema in nuovi termini fa si che vengano eliminate certe entità e ridotte ad altre che producono un processo tale da dare l'illusione di una data entità esistente a parte. La questione dell'io è veramente importante, ci deve insegnare diverse cose. Il discorso comincia con Cartesio: Cartesio afferma che l'io è la cosa più certa, poiché non posso dubitare di me stesso senza paradossalmente porre un io che dubita e metterlo in discussione, ma nel farlo devo presupporlo sempre. Cartesio non aveva capito che il dato non è l'io, ma il dubbio, da un singolo dubbio, cioè un pensiero, non posso derivare un io. C'è una catena di pensieri, da questa stessa catena o stream of consciousness non posso desumere un io. Lo stesso Spinoza che è un cartesiano parte non dall'io, ma da un altro concetto altrettanto cartesiano come quello di infinito positivo. L'infinito positivo è pensato da Spinoza come immanente, il che significa che ci sono i singoli pensieri, ma i pensieri non hanno unità dell'io, sono sempre molteplicità, non c'è nulla che possa essere determinazione ulteriore rispetto alle sue parti, anche perché tale determinazione rimanderebbe ancora alla trascendenza. Anche Husserl ha cancellato l'io, se si vuol dire in questo modo, diceva che la crisi delle scienze europee fosse una crisi dell'io, la caduta di questo concetto. Tuttavia Lévinas afferma che la fenomenologia è un egologia, dopo tutto parte sempre da una prospettiva individuale: i propri vissuti. Lo stesso Sartre che è partito da questa prospettiva è finito per costruire una filosofia che non sembra avere più ponti con l'altro, parte anche lui dalla fenomenologia, ma finisce quasi per cadere in una forma di solipsismo. Questo non significa che la strada è sbagliata, ma che non si è fatto abbastanza, si deve andare ancora oltre. Su questo punto dell'io, la filosofia avrebbe molto da dire alla psicoanalisi che invece vede nell'io la salvezza dalla malattia mentale e non riesce a fare a meno dell'Io. La sublimazione, il narcisismo in Freud sono tutti dei problemi dell'io. L'intento di Freud è identificare l'io con la coscienza e la coscienza non sarà altro che io. Tutti i freudiani poi seguono l'idea dell'io-salvezza, anche un Lacan che ha tentato di fare l'io a brandelli. Non parliamo poi del problema del Super-Io, cioè della costruzione di un'idealità dell'io rispetto alla quale l'io tende ad identificarsi. Anzi il problema in Lacan è sempre posto tra io e idealità dell'Io. A dire il vero nemmeno Jung ha davvero smesso di dire io, infatti afferma solo l'inconscio collettivo, ma la coscienza rimane sempre legata allo stesso io, qui la differenza tra la personalità numero due e quella numero uno. Lo schizofrenico sembra non avere più un io, ma la psicoanalisi non riesce a risolvere il problema se non tentando di trovare un modo per lo schizofrenico di trovare il suo io perduto. Insomma la psicoanalisi è ancora rimasta al problema dell'io, la psicologia, vedi Pinker, tende a pensare la questione dell'io come un mistero irrisolvibile, la filosofia ha già superato da un pezzo il concetto di io e sta cercando un'altra strada.
Questo è un piccolo esempio in cui si vede come si delinea il problema da noi posto, c'è una psicologia filosofica molto più avanzata, si deve dedurre.
Arrivati a questo punto ci si potrebbe chiedere: ma perché Hume?. Se si guarda nei primi capitoli dello scritto Empirismo e soggettività di Gilles Deleuze a proposito di Hume, si legge che Hume è uno psicologo e che studia la mente costruendo una psicologia delle affezioni. Hume, come spiega Deleuze, pensa una mente come semplice collezione di idee, l'idea è esperienza, allora l'immaginazione non è altro che flusso di percezioni. Il problema di Hume, dice Deleuze, è come la mente diventi un soggetto. La soggettività per Hume è impressione di riflessione, la mente diventa soggetto quando è modificata da regole, ma in origine è la fantasia che costituisce la mente è delirio.

"La realtà profonda della mente è delirio, o, secondo altri punti di vista, che conducono alle medesime conclusioni, cose, indifferenze." (Deleuze)

Ci sono però determinate regole, come può essere quella dell'associazione, che intervengono nell'immaginazione e producono modificazioni. La mente per Hume è le idee stesse e nulla più, non c'è oltrepassamento, solo il soggetto in quanto affezione della mente e pratica supera il dato e l'idea con la riflessione. La mente non è in origine un soggetto. C'è anche qui, possiamo vederla, una critica dell'io. Dovremmo rivedere il problema di Kant del senso interno, cioè il fatto che anche quando noi cerchiamo di capire noi stessi, cerchiamo cioè ci conoscerci per quello che sentiamo in noi, noi non conosciamo altro che fenomeni interni e non c'è nessun io se non questi stessi fenomeni. La totalità di questi fenomeni interni, era per Kant, l'io stesso, ma non ci è dato conoscerlo l'io, piuttosto si parla di un senso interno che segue la forma del tempo. Ovviamente qui non c'è nulla del vissuto husserliano, ma c'è sempre questa considerazione dell'interiore come smembrato e non secondo l'unità di qualche io.

La stessa fenomenologia husserliana parte dalla negazione dell'io psicologico, considerando solo il tema del vissuto e sforzandosi di parlare di intersoggettività. Dovrebbe interessarci la fenomenologia solo nel modo in cui questa cerca di superare lo psicologismo e del resto qui, in questo testo, parlo di "psicologia" solo nel senso di quegli oggetti che a questa interessano, ma non parlo della psicologia non filosofica che ha un approccio completamente diverso. In generale la fenomenologia non si confonde mai con la psicologia e tuttavia qui non interessano che i soli oggetti: mente, immaginazione, pensieri, essenze e simili. La fenomenologia fa coincidere contenente e contenuto con il concetto stesso di intenzionalità nella coscienza, si può essere coscienti sempre di qualcosa, ma non c'è coscienza che non abbia il suo oggetto. Rispetto alla psicologia, la fenomenologia ha persino un compito audace di essere scienza totale, come viene presentata nella logica pura di cui parla Husserl. Le scienze hanno un atteggiamento per cui tendono ad assumere dei fatti, dare alcune cose per scontato, la fenomenologia deve partire da qualcosa di assolutamente certo ed essere completamente scevra di presupposti. La fenomenologia comincia con esperienze precategoriali, come può essere quella di ascoltare una melodia e per capire che questa esperienza fonda l'acustica oppure l'esperienza stessa del mondo fonda la fisica, cioè l'esperienza precede la scienza.

Si tratta di riconsiderare la vita, cosa che non sempre viene fatto. La vita è ridotta ad oggetto, ma in quel caso la vita diventa morte, qualcosa di morto. La vita è attività, è esperienza, quindi quando si vuole conoscere il mondo della vita si deve partire da questo. L'idea dell'osservazione come pretende una certa psicologia non coglie la vita, ma la trasforma in un fenomeno morto oggetto dello sguardo o di qualche calcolo, sto pensando anche a Fechner. Il caso più forte è la medicina, dove il medico si interessa sempre meno di domandare al paziente il suo stato di salute, prescrive esami, osserva, seziona e così esclude dal suo mestiere il ruolo della vita guardando solo quella cosa morta che è il corpo e i suoi fenomeni quando sono semplicemente oggetto di altre coscienze. Le malattie sono dell'anima, non del corpo, è un modo di dire per dire che è il problema è la vita, non per dire che il corpo è escluso dal mondo della vita, ma che vi è compreso solo in quanto si danno sensazioni, piaceri e dispiaceri. La psicoanalisi sembra più legata al mondo della vita, ma fa del paziente cosa morta ogni volta che cerca di usare quella sua architettura di interpretazioni pre-confezionate: l'Anti-Edipo come difesa della vita. La filosofia ha la possibilità di fare una vera psicologia della vita, per questo è interessante il filone Nietzsche-Hume.

Prima ho parlato del tema dell'intenzionalità, l'idea cioè che non si da coscienza se non è coscienza di qualcosa. In questo momento va fatta un'altra considerazione: in filosofia bisognerebbe cercare di arrivare al punto da distinguere la coscienza dalla conoscenza. Questa identificazione ha prodotto il ben noto paradosso teoretico della coscienza, dire cioè che se sono cosciente di qualcosa devo essere cosciente di essere cosciente e così all'infinito. Il problema si risolve dicendo che coscienza e conoscenza sono due cose diverse. Questo fatto non ha rilevanza solo teoretica, ma anche etica, cioè sarà sempre più comprensibile che sapere cosa sia il bene dal punto di vista conoscitivo-mentale, non basta per metterlo in pratica, ma occorre che vi sia coscienza di questo qualcosa. Se so che qualcosa è male, non è detto che mi comporterò poi in modo da non perseguire quel male, il problema rimanda alla coscienza.

L'ultimo punto saliente di tutto questo discorso su una possibile psicologia filosofica, cioè una psicologia ancora con la filosofia, ma appunto qualcosa che non ha nulla a che vedere né con la psicoanalisi e nemmeno con lo psicologismo o la psicologia contemporanea, è quello della critica alla filosofia da parte degli psicoanalisti. I freudiani mediamente odiano la filosofia, Jung ne aveva un'altra considerazione, cioè amava solo alcuni filosofi, ma Hillman, dicendo che la psicoanalisi comincia con una certa affermazione di Eraclito, è come se dicesse che comincia con la filosofia. Freud afferma che la filosofia, trattando quel mondo della mente a partire dagli stessi pensieri razionali, rimane limitata perché non coglie quel mondo vero che sta dietro i pensieri che è lo stesso inconscio. Se l'inconscio è la verità, allora i pensieri non sono che apparenze che vanno ricondotte a questa verità. È un vero peccato che sia tutto falso, dopo tutto come si nota nello stesso Traumdeutung di Freud il problema dell'inconscio è un problema del linguaggio, come afferma lo stesso Lacan. Se il problema è del linguaggio, nemmeno questo davvero sembra essere sottratto alla filosofia che negli ultimi anni non ha fatto altro che parlare di linguaggio. Qui si capisce la questione Wittgenstein-Freud, questione che sicuramente dovrebbe andare molto approfondita, cioè il problema del significato del linguaggio. Wittgenstein parla di un linguaggio che significa fatti, che sta per fatti, Freud invece sembra cercare altro nel linguaggio: l'inconscio. Certamente il linguaggio verbale di una persona normale è ancora facilmente comprensibile e studiabile, ma il linguaggio pre-verbale di uno schizofrenico molto meno e tuttavia non mancano studi anche nel senso di un linguaggio pre-verbale in filosofia come per esempio Il pensiero selvaggio di Lévi Strauss. Ad ogni modo si potrebbe dire: la psicoanalisi da una parte e la terapia del linguaggio dall'altra.

Come avrete visto sono solo appunti disordinati, ma questi potrebbe anche far sperare che producano una qualche reazione in chi li legge, far pensare qualcosa di nuovo. Se tutto sfugge dalle mani della filosofia, pensa qualcuno, la filosofia è morta. Quali dovrebbero essere gli oggetti della filosofia se non qualsiasi cosa potenzialmente? altrimenti pensare che la filosofia sia una materia specialistica accanto alle altre, non permetterebbe di capire quali siano i suoi oggetti. Si potrebbe dire i concetti, ma appunto i concetti sono anche di mente, di immaginazione, di denaro, di tantissime cose che vanno oltre la filosofia. I concetti sono della filosofia, diceva Deleuze. Potremmo anche seguire questa strada, ma diciamo anche con Wittgenstein che non ci sono problemi genuinamente filosofici, nel senso che non c'è un problema della filosofia chiuso in un dominio filosofico, alla fine la filosofia come scienza del pensiero stesso, regina, trova i suoi problemi in ogni ambito, senza avere un ambito suo perché il suo ambito è tutto quello sfondo che sta alle spalle di ogni disciplina, quel ponte che può far comunicare le scienze e salvare le scienze dalla specializzazione e l'isolamento. Spero questo articolo possa dare degli spunti, io stesso, che mi piace la filosofia politico-economica, non voglio limitare davvero il mio ambito ad un piccolo settore, ma vorrei comprendere le cose in una totalità reale, totalità che spesso si smarrisce nell'astrattezza dell'isolamento della scienze. 

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