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martedì 24 maggio 2016

Freud e Nietzsche: incontri e scontri































1 Psicoanalisi e filosofia

La psicoanalisi e la filosofia potrebbero dialogare? già lo fanno: questo è il caso di un certo marxismo, freudiani di sinistra, lacaniani di sinistra e così via. Dove si incontrano la filosofia e la psicoanalisi? normalmente ci si incontra su un terreno comune e su qualcosa di conteso: l'inconscio è passato da Leibniz a Freud, ma la filosofia non mai cessato di porsi domande in proposito. La psicoanalisi fa delle obbiezioni alla filosofia: guarda che il tuo pensiero razionale nasconde un mondo di pulsioni irrazionali! In effetti si potrebbe pensare che è così, che dopo tutto la filosofia dovrà affrontare grossi limiti, il problema del mescolamento dei pensieri e delle passioni, tutto un mondo sotteso dietro ai pensieri. L'inconscio sottrae universalità al pensiero riportando tutto a pulsioni dei primordi o dell'infanzia, cioè la psicoanalisi impone al filosofo di interrogarsi di nuovo sulla vera natura del pensiero. La filosofia mette in discussione un metodo della psicoanalisi: voi cercate sempre dietro le apparenze, non finite sempre per trovare quello che state cercando perché lo presupponete? Le interpretazioni partono spesso da pregiudizi. Interpretare l'inconscio? e come? se ci fosse una teoria da impiantare in quel mondo di pulsioni, ma allora ricondurre le pulsioni alla teoria come può rispecchiare una realtà? Vediamo di capire i confini: io penso "uccidere è male", questa è un'affermazione morale, presa per sé stessa diremo che è vera, basta solo pensare che se dicessimo il contrario e poi qualcuno minacciasse di ucciderci, per aver detto ciò, cambieremmo idea, non solo per coazione, ma perché è vero, cioè per un assassino va bene fin che tocca agli altri. Chi lo sa, la psicoanalisi qui dietro potrebbe vedere un divieto del Super-Io all'Io. Ricoeur descrive Freud come un maestro del sospetto che vede al di là delle parole, della loro innocenza, un altro mondo. La superficie del linguaggio rimanda alle profondità dell'inconscio. Il pensiero razionale conosce sempre più limiti, ma rimane forse ancora un orizzonte: Artaud non riesce a tenere fisso un pensiero, tutto fugge, i pensieri onirici dello schizofrenico lo dominano senza che possa avere un controllo; anche l'individuo normale trova nel pensiero una corrente pazza che non si stanca mai e la maggior parte dei nostri pensieri sono la stessa spazzatura del marketing vomitata dalla televisione nel nostro cervello. Quando pensiamo qualcosa di intelligente, non pensiamo ma intuiamo qualcosa e una forza nuova irrompe in noi. La psicoanalisi ha portato la filosofia a cercare dimensioni al di là del pensiero normale. La filosofia ha messo in discussione la psicoanalisi sui suoi metodi rivelandone un carattere politico e mostrando il suo limite. Ogni interpretazione dell'inconscio può essere una riduzione, un modo per etichettare, un modo per persuadere, identificare, soggettivare e così via. L'inconscio è solo un nome di quella cosa misteriosa che cerca l'umanità da sempre, quello che non vede: il vuoto. Se la spiegazione non è tra le cose, perché la più potente formula matematica non ci dice perché siamo qui, perché viviamo e così via, cerchiamo le risposte in quella realtà che non si vede e che rimane occulta. Dunque la psicoanalisi sembra dire con Platone che le essenze sono dietro le apparenze, l'esatto opposto di questo potremmo dire che è la fenomenologia di Husserl, cioè l'idea che l'essenza è nell'apparenza, che devo considerare le cose per come mi appaiono e compiere una riduzione eidetica. La schizoanalisi per dire, secondo me, è più fenomenologica. Tutto il problema di Freud o quello che può sembrare è questo: devo osservare i miei pensieri senza giudicarli, vedere la corrente inconscia, ma l'interpretazione si oppone a tutto questo, le interpretazioni sono spesso viziate da pre-giudizi. Se trovo una teoria dell'inconscio cosa mi autorizza a farne un'universale?.

Nietzsche e Freud: energia sessuale come pulsioni, Eros nell'arte; Io che diventa fantoccio, ma forse in Freud non lo è abbastanza; l'inconscio è dionisiaco? se la vita non può ridursi ad un oggetto di osservazione, pena il fatto che diventi morte, allora la vita è pura interiorità?; Freud scopre una repressione, Io sull'Es, ma ancora peggio il Super-Io attacca sadicamente l'Io (nevrosi), il principio di realtà su quello di piacere, un fondamento la colpa. Il malato si lamenta della sua vita ripetitiva, chiede allo psicoanalista che lo si liberi dall'eterno ritorno, ma Nietzsche dice che non si esce, che bisogna imparare a stare bene dentro la ripetizione. Nietzsche è anche il filosofo della morte di Dio, Freud ha detto lo stesso, ma l'ha chiamata morte del padre.

2 La precarietà dell'io o la sua illusione?

«Voi dite: "tutto è soggettivo"; ma già questo è una interpretazione. Il "soggetto" non è un che di dato, ma un che di immaginato in aggiunta, di posto sullo sfondo. E infine, è necessario porre anche un interprete dietro l'interpretazione? Già questo è immaginazione poetica, ipotesi.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.271)

Non possiamo partire da nessun soggetto, l'errore di Cartesio consisteva nell'aver pensato che siccome ci sono dei pensieri, delle rappresentazioni, dei dubbi, in questo senso ci deve essere io che dubita, pensa, rappresenta. Tutto questo è solo il derivato della vecchia idea della causa finale, ci deve essere qualcosa all'inizio e questo deriva sempre dalla difficoltà della mente di pensare se non l'infinito, almeno un indefinito. Noi percepiamo le cose, abbiamo dei vissuti, cioè quella è la vita e per Nietzsche non c'è altro che vita, tutto è manifestazione della vita. Se devo pensare che le cose sono viste da una certa prospettiva, tendo a pensare come se tutto fosse a partire da me, ma non c'è un me di partenza, anche quello si trova collocato nella prospettiva. Cioè se io oggi sono in un modo, un domani sarò diverso e tutto questo accade ogni volta. L'idea che ci debba essere un punto di inizio. Questo è il problema della filosofia: non esiste un punto di inizio, solo così penso davvero il divenire. L'eterno ritorno di Nietzsche tiene conto di una assenza di inizio, esso consiste nel calare l'eternità nel divenire per pensare un eterno divenire. In secondo luogo eliminare l'idea dell'unità, ciò che mette assieme la sostanza, ciò che poi sarebbe l'io secondo le nostre finzioni. Per molti pensatori come Spinoza, Hume molto di tutto questo significa pensare l'immanenza della mente.

«L'io viene posto dal pensiero; ma finora si credeva, come crede il popolo, che nell'"io penso" ci fosse alcunché di immediatamente certo e che questo "io" fosse la causa data del pensiero, in base alla quale, per analogia, comprenderemmo tutti gli altri rapporti di causalità. Per quanto questa finzione possa essere abituale e irrinunciabile, questi suoi caratteri da soli non provano ancora nulla contro il fatto che sia una finzione: una credenza può essere una condizione della vita e tuttavia essere falsa.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.272)

Ma allora se non è l'io la causa e forse nemmeno la coscienza, da dove vengono i pensieri? È chiaro che Nietzsche ha in mente un'inconsapevolezza. Non c'è interiore però per Nietzsche, il mondo interiore è mondo fenomenico, un'insieme di fenomeni interni, per esempio un'inversione cronologica di causa/effetto del dolore, immaginiamo la causa dato un effetto, ma successivamente all'effetto. Non possiamo pensare l'interiore, possiamo anche dire, dove si troverebbe questo interiore? siamo interamente calati nel mondo e non possiamo fare finta di partecipare di due realtà completamente opposte: interiore/esteriore. Il bello di Nietzsche è che forse ci direbbe così anche dell'esterno, cioè non ci sono fatti, il mondo è interpretato e non c'è nessuna realtà in sé. In effetti è difficile dire che ci sono cose fuori di noi, primo perché tutto fa pensare come se ci fosse questo "noi" rispetto al quale si da un fuori e secondo perché tutto esiste solo in una prospettiva, una interpretazione senza interprete. È da notare come le filosofie dopo Nietzsche (es. fenomenologia) tendano a non distinguere più tra l'interiore e l'esteriore.

Come si colloca tutto questo discorso in Freud? la psicoanalisi in generale sembra dire che l'io è quell'elemento precario a cui dobbiamo aggrapparci ad ogni costo se non desideriamo diventare malati. Lo schizofrenico è senza io, ma lo è davvero. Quindi secondo la psicoanalisi quella certa illusione deve esserci tanto cara. Nell'immagine freudiana l'io diventa soggetto ha tre tiranni: Es, Super-Io, mondo esterno. L'io che spesso coincide con la coscienza, ma non è solo la coscienza, è anche in parte l'inconscio.

«Propongo di tenerne conto chiamando "l'Io" quell'entità che scaturisce dal sistema P e comincia col diventare preconscio; ma di chiamare l'altro elemento psichico in cui l'Io si continua e che comporta in maniera inconscia, l'"Es" nel senso di Groddeck» (Freud, Sigmund, L'io e l'Es, Bollati boringhieri, Torino, 2006, p. 486)

«È facile rendersi contro che l'Io è quella parte dell'Es che ha subito una modificazione per la diretta azione del mondo esterno grazie all'intervento del sistema P-C: in certo qual modo è una prosecuzione della differenziazione superficiale.» (Freud, Sigmund, L'io e l'Es, Bollati boringhieri, Torino, 2006, p. 488)

Nell'immagine che schizza Freud del sistema psichico l'Io si trova in mezzo in una zona tratteggiata, ha dei confini non definiti, un'estensione non determinata. Non è nemmeno chiaro, per questo si vedano le citazioni che ho riportato, se l'io possa essere quasi un prolungamento dell'Es. Cioè l'Io sembra diverso dall'Es solo perché è l'accesso al motorio, alla realtà esterna, perché è quel punto che sta in mezzo tra dentro e fuori. Quando fosse l'Es ha comandare, per esempio nell'immagine di Freud del cavaliere che non sa domare il suo cavallo, l'Io non sembrerebbe che l'ennesimo fantoccio dell'Es, quella piccola marionetta nel teatro tragico dell'inconscio, la protuberanza del cavallo, quel carico che il cavallo porta qua e là. Se l'Io diventa vittima di un Super-Io troppo forte e imponente, questo è causa di nevrosi, se l'io dovesse cedere una volta per tutte: ecco la psicosi. L'Io in mezzo come equilibrio precario. È evidente che Freud considera l'io come unità, anche quando parla di personalità multipla la legge come tante piccole fissazioni o unità. L'inconscio stesso se è Es è unità, in qualche modo sembra già soggettivato. L'Io è in mezzo tra l'esteriore e l'interiore, è il tramite. Imponendo il mondo esterno sull'Es, impone la realtà sul piacere, invece quando l'Io cede la persona può essere soggetta ad allucinazioni, cioè ciò che è solo desiderio diventa come fosse tutto vero, come fosse una realtà, eppure è inconscio.

Questi ultimi punti: "unità", "interiore" separano Freud da Nietzsche, sono dei punti di scontro. Lacan dice l'io è un arlecchino, divide il soggetto, ma anche in questo caso la morale è la stessa: non cedere sul tuo desiderio. Certo poi la malattia dipende dall'identificazione dell'io con l'altro, cioè con il suo ideale, ma lo schizofrenico non conosce io ed è un malato nella psicoanalisi. La psicoanalisi parla di un soggetto differito, di un soggetto che non è l'io. La psicoanalisi afferma che  la parola inconscia non è quella del soggetto cosciente. L'io non è finito, ma rimane come una trappola immaginaria. Jung parla di inconscio collettivo, se si prende sul serio la cosa dovremmo dire che senza cadere nell'illusione che l'interiore possa avere un luogo, che possa albergare il limite dell'esteriorità e che si possano contare gli interiori come si contano i corpi, l'interiore non è diverso dal mondo esterno. In Hillman la rivoluzione di Jung è detta in questo modo: l'inconscio non è in noi, noi siamo nell'inconscio. Se l'Io in Freud era quel tramite tra il mondo esterno e quello interno, allora a quale di queste due realtà appartiene? Freud direbbe: tutte e due, infatti l'io è coscienza, ma anche in parte inconscio. Allora come comunicano queste due realtà? chiaramente Freud deve immaginare una figura intermedia: il preconscio, come comunicano l'inconscio con il preconscio? in questo caso Freud parla di collegamenti con rappresentazioni verbali, di tracce mnestiche e così via.

Al di là di tutto questo, si può dire che esiste una vera e propria psicologia in Nietzsche, essa è descritta nel Crepuscolo degli idoli, al capitolo: I quattro grandi errori. Sono questi errori che costituiscono l'oggetto di una psicologia filosofica e che rivelano dei bisogni psicologici umani. La psicologia di Nietzsche, qui si riassume nel seguente modo:

1) Errore di scambio di causa e effetto: nella morale questo si dice in un solo modo: la virtù porta felicità, l'uomo virtuoso è felice, ma ciò è uno scambio di causa con effetto, dice Nietzsche, solo l'uomo felice è virtuoso e non il contrario.

2) Errore di una falsa causalità: l'uomo lo hanno reso responsabile e per questo colpevole, in quanto si è detto che è la causa delle sue azioni. L'io, la coscienza, il mondo interiore sono stati posti come cause delle azioni umane e su questo si fonda la morale. Tutte finzioni solo perché non conosciamo le cause, alla superficie della coscienza ci appare la volontà, ma pensare nei termini di movente è un errore, a meno che non si pensi il movente come ciò che muove l'individuo.

3) Errore delle cause immaginarie: cerchiamo dei motivi, motivi per cui sentiamo delle cose, allora fantastichiamo su cause inesistenti. Per esempio il processo di conoscenza come passaggio dall'ignoto al noto diventa semplicemente un bisogno psicologico. Ricondurre a cause certe e già note ciò che non conosciamo, invece di indagare di più, ci da sollievo e ci libera dall'angoscia opprimente dell'ignoto.

4) Errore della volontà libera: L'uomo sente il bisogno psicologico, quando accade qualcosa, di trovare un colpevole. Non si potrebbe trovare nessun responsabile per un fatto se le persone non hanno delle responsabilità, ma questo significa che le loro azioni dipendono da loro e che quindi hanno volontà libera. È un fatto che Nietzsche nega espressamente che ci sia una volontà libera.

Ovviamente la psicologia di Nietzsche non finisce qui: l'uomo inventa l'anima a partire dal sogno, quando immagina se stesso separato dal corpo, ma anche il corpo non esiste, nel senso del corpo unità, infatti ci sono solo insiemi di cellule e così via.


3 Pulsioni o energia sessuale: tra libido, arte e volontà di potenza

«La nostra religione, la nostra morale e la nostra filosofia sono forme di décadance dell'uomo. Il contromovimento: l'arte.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.430)

Proprio nell'arte Nietzsche da prova di grandi intuizioni psicoanalitiche: no! non vede la madre dietro ogni madonna! o il padre dietro altre figure maschili come Freud!, ma coglie prima di Freud un certo mondo delle pulsioni. È da notare come in Nietzsche gli istinti acquisiscano un ruolo di fatto predominante, anche rispetto alla stessa ragione. Il dionisiaco è anche l'irrazionale, cioè è anche quel mondo di pulsioni che sta dietro l'arte. Si tratta tutta di energia sessuale che si scarica nel quadro. Il discorso di Freud è quello dell'investimento, della mobilitazione di una certa quantità di energia, della formazione di una tensione, come energia che si accumula e che cerca un modo di scaricarsi: ecco l'arte è uno di quei modi. Ad esempio Freud potrebbe dire: una donna vede un uomo camminare per la strada per il quale prova delle attrazioni sessuali, se questa pulsione non trova un soddisfacimento esterno immediato, la donna proverà un senso di dispiacere, ma potrebbe tornare a casa e in un certo senso trasformare la pulsione in un quadro. Se questo era quello che c'era da capire in Freud, cioè l'Eros come pulsione in origine all'arte, ora si dovrebbe articolare molto di più il discorso su Nietzsche. Nietzsche parla proprio di istinti animali ed energia sessuale. L'arte rappresenta la vita, ma la vita in primo luogo sembra costituita da quelle stesse pulsioni. L'arte deve rappresentare il bello, ma questo non significa che ci siano dei modelli di bellezza, proprio questo non avrebbe senso per Nietzsche, tanto meno la natura ci offre nulla su questo punto. Certo che non si confonde il bel ruscello con il bello dell'arte, dopo tutto anche la natura è parte del mondo della vita, almeno per quel che riguarda l'organico, ma il bello dell'arte ha a che fare con l'umano, si potrebbe dire che è a misura dell'uomo. È che l'uomo ha creato il bello in base al suo stesso criterio, nulla di obbiettivo. Si tratta di una forza specifica che può essere identificata con il dionisiaco, questa forza risulta essere un abbellimento e un accrescimento di forza. Gioia, crudeltà tragica, sentimento di elevazione, la festa e le sue atmosfere. Il bello dell'arte in un certo senso mette assieme tutto questo, cioè è il piacere a misura dell'uomo, ciò che è bello è tale perché ci piace, ci specchiamo gai nella produzione della nostra vita, in un certo senso trovando noi stessi. Il desiderio e l'amore rendono più belle le cose ai nostri occhi e in generale, sono queste stesse potenze che si devono porre all'origine dell'arte, anche se si tratta sempre di menzogne molto funzionali alla vita stessa. L'arte è finzione, come si vede bene nel teatro, per questo è menzogna, una grossa menzogna che serve molto alla vita per non perire a causa della verità. Già! la verità! la verità per Nietzsche è  che non c'è nessuna verità, cioè  la vita non ha senso, non c'è progresso, la scienza non costruisce nessun firmamento del vero che non sia abbattuto dal divenire e questo firmamento deve essere posto al servizio della vita stessa. Ecco: l'arte è in stretta relazione con la volontà di potenza, un suo prodotto. La sfida di Nietzsche: sarai capace a far ruotare le stelle attorno a te?

4 Il problema della colpa tra Freud e Nietzsche: ovvero sul debito

Dopo che si leggono Freud e Nietzsche, cose come: Totem e tabù, il disagio della civiltà e cose come: Genealogia della morale, l'impressione generale è che questi due autori abbiano colto qualcosa di davvero grosso: la nostra società è fondata sulla colpa. Il caso di Nietzsche è particolare perché qui colpa diventa debito, infatti queste due parole in tedesco si dicono con lo stesso termine: Schuld. Essere colpevoli è come essere in debito. La società ha dei fondamenti nella morale e nel problema del diritto, che si creda nel contrattualismo o meno, dopo tutto Nietzsche non ci crede e Freud non mette il contratto all'inizio della società, ci mette l'uomo robusto, il capo dell'orda, il contratto c'è, ma viene dopo. Ovviamente si tratterebbe di vedere anche di quale morale si sta parlando, Freud quando parla di morale o di etica in relazione al problema della società, ne parla nei termini di rinuncia alle mete pulsionali, per esempio il problema del principio di realtà che si sostituisce a quello di piacere. È evidente che in Freud regna una certa idea su una libertà selvaggia, pulsioni sfrenate in origine nell'uomo, libertà che prima era repressa da questo uomo robusto, che poi trova sfogo nell'uccisione di questo uomo, ma successivamente si trova di nuovo limitata da delle auto-imposizioni fatte dai figli di quell'uomo dispotico originario che si sono pentiti di averlo ucciso. La morale di Freud Nietzsche la definirebbe come la morale del debole, cioè quella dello schiavo, per questo ha senso chiedersi di che morale stiamo parlando, perché Nietzsche parla di un'altra morale: quella aristocratica. Bene e male, la rinuncia alle pulsioni, alla grande gioia per godere solo di piccole felicità, la desessualizzazione e desensualizzazione sono tutti tratti della morale degli schiavi, morale che dice: beati i poveri! la morale della compassione. Buono e cattivo, la forza, la pienezza della vita, la realizzazione della propria potenza, questa è la morale aristocratica. Però quando Nietzsche discute sull'origine dello Stato parla proprio della bestia bionda dominante che assoggetta un popolo più debole ed esercita il proprio dominio su di esso. Questo popolo dall'ebbrezza dionisiaca e dalla crudeltà tragica fa da sfondo al discorso sul debito, in quello di Freud, invece, c'è una società paternalistica e un maschio dominante. Come si ingenera il meccanismo della colpa? in Nietzsche la colpa viene costruita, non c'è all'origine, ma è la pena che serve per costruire la colpa. In primo luogo questo rapporto del creditore sul debitore, il primo si trova in una relazione di dominio sul secondo. Il creditore ha pieno controllo del debitore, il suo scopo è in primo luogo quello di creare una memoria nel debitore. Nietzsche comincia con l'idea che si deve allevare una creatura a fare delle promesse, ma fare delle promesse significa anticipare il futuro in qualche modo, dire che si faranno certe cose in futuro, per esempio pagare un debito. La dimenticanza per Nietzsche è una facoltà attiva nell'uomo quanto la memoria e l'uomo dimentica molto facilmente (questo punto se letto in senso freudiano cambierebbe un po': si tratta poi di dimenticanza? o forse piuttosto è una deliberata rimozione di un contenuto nell'inconscio?, dopo tutto l'inconscio ha una memoria molto più vasta della semplice coscienza). Si deve creare una memoria e per questo si usa la tortura, cioè si marchia il corpo dell'indebitato perché finché sentirà dolore ricorderà che deve pagare. La colpa viene costruita con queste pene, la giustizia per Nietzsche è solo un modo per mascherare la vendetta. Tuttavia finché l'uomo non ha cominciato a credere di essere libero, la colpa veniva riassorbita nel destino e non c'era nessuna vera cattiva coscienza o senso di colpa. Perché ci sia un senso di colpa, ci vuole un uomo libero e responsabile delle sue azioni. Quei dominatori non conoscevano senso di colpa, responsabilità o altro, tutto questo appartiene alla morale dello schiavo evidentemente. L'uomo pagano non avrebbe mai detto di essere libero, c'è il destino, ma anche senza riferimento alla religione, tutto il mondo materiale, biologico non fa pensare che l'uomo sia libero: l'uomo agisce per impulsi, appunto le pulsioni ed è vero che se non si credesse nella ragione o nella coscienza dovremmo pensare proprio questo: cioè che non ci sarebbero nemmeno delle possibilità di liberarsi. Ad ogni modo per Nietzsche parlare di volontà libera, cioè distinguere un'azione effettiva, da un agente libero, è come pensare separati il tuono dal fulmine, perché in effetti compaiono in due momenti diversi, ma è solo questione di tempo perché sono la stessa cosa.

Il problema della colpa in Freud si pone in questo modo: c'è questa orda originaria capeggiata da questo maschio dominante che possiede tutte le donne. I figli scacciati dal padre perché hanno destato le sue gelosie, saranno loro stessi ad uccidere il padre e a cibarsene. Questi stessi figli si pentiranno successivamente del loro atto e sperimenteranno la colpa, imponendosi i tabù, come quello della monogamia e tutta una rinuncia alle pulsioni e al principio di piacere che contraddistingue per Freud l'origine della civiltà. Il disagio della civiltà è il fatto per cui il progresso della civiltà si attua con un progresso del principio di realtà su quello di piacere. Dopo tutto è la colpa che, secondo una certa logica morale, che impedirebbe noi di compiere certi atti. La colpa in Freud nasconde quell'odio originario scaricato contro il padre. Il Super-Io nasce nell'individuo come istanza morale e fa sempre leva sulla colpa. Cioè qui si sta dicendo che la società si fonda su questa colpa originaria, colpa che ritorna nella storia, ma se si legge Freud con Nietzsche, si può aggiungere di più e parlare di debito, Freud non l'ha fatto, ma Walter Benjamin e Gilles Deleuze hanno trovato il debito nella psicoanalisi.


5 L'eterno ritorno e le malattie mentali

Freud nei suoi studi sulla psicoanalisi ha scoperto una verità fondamentale: il paziente malato viene da lui per lamentarsi di una ripetizione infernale e chiede allo psicoanalista di liberarlo da questa ripetizione. Il soggetto continua a ripetere, la sua ripetizione è collegata a scene dell'infanzia, fatti di cui ora non è nemmeno consapevole. Lo psicoanalista deve interpretare il comportamento del paziente, cercare quella verità, quel qualcosa che lo stesso soggetto rimuove. O il paziente si riconosce nell'interpretazione dello psicoanalista e quindi si avvia verso la guarigione, oppure continuerà a ripetere. In Al di là del principio di piacere Freud cita un esempio diventato famoso: il bambino con il rocchetto che prende il rocchetto, poi lo lancia gridando "Fort!", poi va a raccoglierlo e grida: "Da!". Il bambino, secondo Freud, rappresenta con il lancio del rocchetto l'allontanamento della madre, mentre quando lo ritrova manifesta la consapevolezza che la madre tornerà. La psicoanalisi porta alla luce un'esperienza di perdita del soggetto che è del tutto originaria. Secondo la psicoanalisi l'oggetto del desiderio è da sempre perduto, così la mancanza è sempre all'origine ed è questa che mette in moto il desiderio. Perché l'uomo si ripete? si chiede Freud. La ripetizione non arreca nessun piacere, perciò bisogna pensare che l'uomo non persegua sempre il piacere e che l'energia psichica non abbia il piacere come suo unico obbiettivo. Freud scopre la pulsione di morte, la pulsione distruttiva. È con la pulsione di morte che si comprende quell'eterno ritorno infernale in cui il soggetto è rimasto intrappolato. La psicoanalisi scopre l'eterno ritorno non come qualcosa di cosmologico, ma come esperienza quotidiana. Anche su questo tema ritorna la figura di Nietzsche. Mentre la psicoanalisi vuole liberare il soggetto dall'eterno ritorno, Nietzsche crea un'etica per insegnare all'uomo come viverci dentro e viverlo felicemente. Ci sono due letture dell'eterno ritorno in Nietzsche: una di carattere etico, un'altra di carattere cosmologico. Secondo la lettura cosmologica l'eterno ritorno è reale. Nietzsche voleva dimostrare scientificamente la presenza dell'eterno ritorno. Nietzsche dimostra l'eterno ritorno in questo modo:

«Se il mondo può essere pensato come una determinata quantità di energia e come un determinato numero di centri di forza - e ogni altra rappresentazione rimane indeterminata e quindi inutilizzabile - ne segue che nel grande gioco di dadi della sua esistenza deve attraversare un  numero calcolabile di combinazioni. In un tempo infinito, ogni possibile combinazione deve realizzarsi almeno una volta; di più: deve realizzarsi infinite volte. E poiché fra ogni "combinazione" e il suo successivo "ritorno" dovrebbero intercorrere tutte le rimanenti combinazioni possibili in generale, e poiché ognuna di queste combinazioni condiziona l'intera successione di combinazioni della medesima serie, sarebbe dimostrato un ciclo di serie assolutamente identiche: si dimostrerebbe che il mondo è un ciclo che si è già ripetuto un'infinità di volte e che gioca in infinitum il suo gioco.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.560)

Nella visione etica non ha nessuna importanza che l'eterno ritorno sia vero oppure no, si tratta di pensare come se la nostra vita si ripetesse infinite volte. L'uomo etico è colui che afferma l'evento, che afferma l'unico evento che è la vita stessa. Amare la vita non è una semplice rassegnazione, ma è affermazione della vita stessa. Comunque vada, chi ama davvero la vita, ha vinto, potrà vivere con gioia nei momenti più difficili, perché per lui la felicità non è qualcosa che varia a seconda di come va la vita, ma l'oggetto di una scelta, lo scegliere di essere felici come modo di essere nel mondo e atteggiamento di fronte alla vita. Mentre nella psicoanalisi l'etica consiste nella capacità del desiderio di abitare il vuoto o la mancanza, quella mancanza costitutiva nella struttura dell'inconscio , come lo pensa ad esempio Lacan, nel caso di Nietzsche l'etica è affermativa e pensa un'etica del desiderio come amor fati, cioè un desiderare le cose come sono. Il mare calmo senza increspature, questa è l'immagine dell'uomo che non desidera altro da come le cose accadono.

6 La morte di Dio o del Padre

Un altro tema in cui Freud e Nietzsche si incontrano è certamente la morte di Dio. Il discorso di Nietzsche è molto famoso, Nietzsche viene identificato come autore che ha proclamato la morte di Dio. In realtà, come ha ben mostrato Deleuze, è Feuerbach che prima di Nietzsche aveva certamente ben mostrato come è stato l'uomo a crearsi l'immagine di Dio a sua immagine e somiglianza. Non è molto difficile: si tratta semplicemente di estendere all'infinito le facoltà umane come l'intelletto o la volontà. Nietzsche è quel filosofo che trae le conseguenze della morte di Dio: la morte di Dio è la fine di grandi concetti come quello di eternità, assoluto o totalità. Noi usiamo spesso questi concetti, pensiamo le leggi della fisica come eterne, parliamo di verità assolute, diciamo questo del principio di non contraddizione della logica, inoltre pensiamo anche che il Tutto è maggiore delle parti. Le conseguenze della morte di Dio sono tutt'altro che scontate e non riguardano solo una questione religiosa, ma involvono interi modelli del pensiero che sono rimasti immutati per millenni. La morte di Dio deve avere effetti sulla morale, sulla scienza, sul nostro modo di pensare la realtà, sulla stessa possibilità di parlare di una realtà, piuttosto che di molte. Nietzsche sostiene che Dio in realtà nasce da un bisogno psicologico dell'uomo, Nietzsche spesso si appella alla psicologia, ma la psicoanalisi non giunge a conclusioni molto diverse quando afferma che in realtà Dio è il genitore per l'adulto, quel qualcuno che gli serve perché è venuta a mancare la figura del protettore e di chi gli soddisfaceva i capricci. La religione secondo Freud ha origine dalle nevrosi. La morte di Dio nella psicoanalisi è rappresentata dalla morte del Padre, il padre originario ucciso dall'orda, dai figli che ha scacciato perché voleva tenere per sé tutte le donne. I figli si sono vendicati, ma quando hanno scaricato il loro impulso aggressivo nei confronti del padre hanno provato in seguito un senso di colpa e hanno applicato su di sé la legge del padre come tabù, mentre il padre è diventato l'animale totemico venerato dal clan. Dunque Dio è morto in questo senso, il Dio delle religioni è semplicemente la figura traslata dell'immagine del padre originario che è stato ucciso. Lo spostamento avviene per effetto di rimozione, la legge stessa o tabù viene, secondo la psicoanalisi, dal desiderio rimosso.


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domenica 16 agosto 2015

Lezione II: due filosofie moniste, Eraclito e Parmenide






In questa lezione vorrei parlare di due filosofie dell'Uno che stanno all'inizio della storia della filosofia, quella di Eraclito e quella di Parmenide. Di solito si dice che la differenza tra i due starebbe semplicemente nel fatto che il primo diceva che "tutto si muove", mentre il secondo diceva  "tutto sta fermo". Ovviamente è un po' troppo semplicistica questa differenza, ma lo è anche il modo in cui l'ho riassunta io. In realtà Eraclito anche se è il filosofo del divenire non dice che tutto si muove, perché c'è sempre qualcosa che rimane fermo e questo sarebbe il principio per cui tutto si muove. Parmenide, invece, non diceva che non c'è divenire, il divenire è contraddittorio ed è un'illusione, questo è il punto e per questo motivo, secondo lui, in realtà tutto è immobile. Già da questi due autori si possono distinguere due filosofie dell'Uno: quella dell'eterno immobile al di là del divenire apparente e quella dell'eterno in movimento in un quadro immobile. Platone, da questo punto di vista, corregge Parmenide con il suo parricidio, ma per il resto continua a rimanere sulla strada descritta da Parmenide e il suo problema più grosso era Eraclito. Palerò prima di Parmenide, ma spero di dedicare la maggior parte dello scritto ad Eraclito, del resto è su questo filosofo che bisogna dire molte cose, perché che sia un filosofo dell'Uno non è chiaro a tutti, del resto molti lo pensano come un dualista per via di quello che diceva sul conflitto degli opposti e sul polemos. In poche parole Parmenide diceva: l'essere è e il non essere non è, dato che il divenire presuppone delle mescolanze tra essere e non essere, sarebbe e non sarebbe nello stesso tempo, per questo motivo è contraddittorio e dunque è un'illusione. Se il divenire è illusione ed è mescolanza tra essere e non essere, allora l'essere non diviene ed è immobile, eterno. Il non essere semplicemente non è, per cui non ha senso parlarne e non ne esiste discorso, al contrario dell'essere si può dare discorso. Qui l'Uno, come del resto è detto anche nel Parmenide di Platone, è l'eterno immobile, l'eternità che non cambia e semplicemente è, in totale contrapposizione con il divenire. Nella nostra vita facciamo numerose esperienze di divenire, ma sono tutte false, sono tutte illusioni. Per esempio un filosofo contemporaneo come Severino, il quale si considera vicino alla posizione di Parmenide, afferma che ogni cosa è eterna; effettivamente l'essere se è immobile non può che essere eterno e di conseguenza ogni cosa in realtà deve esserlo se partecipa nell'essere. Si può pensare che sia follia dire che la propria auto è eterna, ma dal punto di vista filosofico si potrebbero fare delle argomentazioni in proposito, ad esempio dire che il tempo è un'illusione che si divide in tanti presenti e che in verità vi è un solo presente eterno; se le cose stanno così, la nostra macchina in qualche modo deve essere eterna, poco importa se domani smette di funzionare, perché chi afferma quella teoria che ho appena abbozzato, afferma l'esistenza di una contemporaneità nel grande presente di passato, futuro e presente. Eraclito, rispetto a questa posizione, non nega che ci siano delle contraddizioni nel divenire, non è una questione del fatto che ci debba essere una logica nella natura, la natura è fatta di conflitti tra opposti, ma è anche un divenire altro di questi opposti che è chiaramente contraddittorio, ma se guardate bene scoprirete che la logica non è di questo mondo. Il giorno si oppone alla notte, l'estate all'inverno, la vita alla morte, ma prima o poi, il giorno deve diventare notte, l'estate deve diventare inverno, i vivi moriranno; alla fine, però, non c'è giorno e non c'è notte, ma c'è la giornata, c'è l'anno con le sue stagioni e c'è l'esistenza che comprende anche la morte. La filosofia della natura e del mondo è fatta di tre momenti: il primo è quello della guerra, il secondo quello del divenire altro, il terzo è il momento dell'Uno degli opposti.

“Polemos di tutte le cose è padre, di tutto poi è re; e gli uni manifesta come dei; gli altri invece come uomini; gli uni fa esistere come schiavi, gli altri invece come liberi.” (Eraclito)

Questo passaggio è il primo, quello della guerra. Vi è una guerra perché c'è opposizione tra le cose, perché l'essere di una cosa si oppone al suo non essere e in particolare al suo opposto, per esempio vedendo da una prospettiva si comprende la notte come non essere del giorno e il giorno come non essere della notte, ogni elemento si afferma e afferma se stesso dalla sua prospettiva per, in una lunga lotta, negare l'altro.

“Se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici, le riconoscerebbero come distinte l’una dall’altra.”(Eraclito)

Di ogni essere non si può dire che sia una copia, ma si dice semplicemente che è distinto ed oscuro come il fumo; non si danno mai esseri che non siano degli originali in sé e la cui differenza ontologica non si possa persino distinguere e respirare con il naso.

"Morte è quanto vediamo da svegli; sogno, quanto vediamo dormendo." (Eraclito)

Piccoli processi di morte si annidano negli esseri, come processi di sogno sono quelli che si annidano nelle immagini oniriche, ogni cosa deve diventare il suo altro, ogni cosa è destinata a diventare il suo opposto, siamo giovani e diventeremo vecchi, siamo sazi e diventeremo affamati, siamo vivi e moriremo. Si potrebbe pensare anche un ritorno, come spesso faccio io. Ci sarebbe un ritorno ed è normale per molti greci pensarlo, ovvero se la vita diventa morte, la morte diventa vita (reincarnazione), se ci addormentiamo, prima o poi ci sveglieremo, ma prima o poi ci addormenteremo di nuovo, così passiamo dal sogno al mondo della veglia di continuo. Il divenire chiaramente è contraddittorio, ma questo non dovrebbe torcere un baffo a nessuno, tranne che al logico. Forse Parmenide era più mentale e logico, per questo, dal suo punto di vista il divenire, che è contraddittorio, è un'illusione, perché due opposti non possono darsi nello stesso momento. Il fatto è che, per esempio, se diciamo che qualcosa è vero, ma poi muta, non è più vero. In questo processo  vi deve essere un momento in cui la cosa non è già quasi più quello che era, ma non è ancora proprio quello che sarà o diverrà, in questo caso sarebbero vere cose opposte e contraddittorie. Mentre qualcuno come Eraclito direbbe semplicemente che la natura è così, Parmenide non si accontenta e deve dire che è solo illusione perché in realtà vi è un solo essere immobile ed eterno. Però la contrapposizione tra Eraclito e Parmenide è più sottile e questo potremmo vederlo nel caso della morte. Zenone di Elea, seguace di Parmenide, diceva che la morte era un illusione per il seguente motivo: o si muore da vivo o si muore da morto, se si muore da vivi si dovrebbe vivere e morire nello stesso tempo e questo è contraddittorio, oppure si muore da morti, nel qual caso si era già morti prima di morire e questo non ha senso. Eraclito parlando di divenire altro non fa altro che lasciar pensare che la morte debba poi tornare vita e se così stanno le cose, anche lui dice che si tratta di un'illusione, ma il problema sta nel fatto che lui non ritiene l'esistenza di qualcosa che sia al di là del divenire come un presente eterno o un essere immobile. Però in Eraclito esiste comunque un terzo momento nella sua filosofia, un momento dell'Uno.

" per chi ascolta non me bensì l'espressione, sapienza è riconoscere che tutte le cose sono una sola." (Eraclito)

“la strada all’in su e all’in giù è una sola e la medesima.”(Eraclito)

“ il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e si altera nel modo in cui fuoco- ogni volta che divampi mescolato a spezie riceve nomi secondo il piacere di ciascuno.” (Eraclito)

“Una sola è la sapienza: conoscere la ragione, in quanto governa tutte le cose attraverso le cose.” (Eraclito)

Ci sono vari sensi di questo Uno, il primo è quello secondo cui gli opposti diventano delle facce di un solo originario, come la vita e la morte fanno parte dell'esistenza, come il giorno e la notte fanno parte della giornata intera e a sua volta sonno e veglia sono parte della vita. A seconda di come la si vede la stessa strada può apparire come discesa o come salita; quando noi scendiamo nel profondo di noi stessi saliamo in alto spiritualmente; Jung diceva che la discesa nel lago precedeva la salita sulla montagna, essendo la prima la malattia e la seconda il grande cammino verso l'evoluzione. Questi sono tutti sensi possibili di: "la strada all'in sù e la strada all'in giù sono una sola e la medesima". C'è un altro senso di quell'Uno: il Logos, una sola ragione dietro a tutti gli eventi, perché l'essere si dice in un solo modo, è univoco, ma non è che l'essere sia uno, anzi sono molti, solo che una sola ragione è dietro a tutti gli eventi, un solo senso e una direzione di tutto. L'ultimo senso dell'Uno in Eraclito, quello secondo me più importante, è quello per cui se tutto diviene il principio per cui tutto diviene non diviene e in questo senso si può dire che se tutto si muove, il movimento non si muove. Il presupposto di tutto il divenire è che tutti questi mutamenti avvengano su uno sfondo dove ogni cosa è effettivamente immobile. Allora tutto è eterno, in qualche modo, perché non si da cosa nel divenire che non sia inscritta in questo contesto dell'immobile. Il cinema ad esempio costruisce il movimento dagli immobili. Per esempio se muovo un braccio, il braccio si muove come tutte le cose, ma c'è un principio, un Uno in origine che è sempre quell'Immobile che permette che tutto si possa muovere. In pratica la differenza tra queste due filosofie sta nel fatto che la filosofia di Parmenide è la filosofia dell'Uno tascendente, mentre quella di Eraclito è quella dlel'Uno immanente.

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domenica 14 dicembre 2014

Lezione XIX: La filosofia dell'Uno su problemi di origine e di senso






Questa è l'ultima lezione, perché del resto ho affrontato i problemi delle domande principali, che mi ponevo fin dall'inizio, sono passato per dei problemi più parcellizzati e qui sono passato per la questione della conoscenza, almeno per vedere nello specifico come si configurasse la stessa struttura che stava in grande, in piccolo. Quindi sono partito dal fatto che la filosofia qui viene studiata in quanto si pone le tre domande fondamentali: chi siamo? da dove veniamo? verso dove andiamo?, per cercare di capire come non si sia arrivati ancora ad una risposta e cosa sia successo nel mentre. Ho detto che quello che è successo nelle ultime filosofie è che si è messo in discussione le basi che si nascondevano dietro queste domande, ovvero si mette in discussione che vi debba essere un io con certe caratteristiche, che ci debba per forza essere un'origine e che le cose abbiano un senso, quindi un fine e perciò che relamente noi stiamo dirigendoci verso qualcosa. Nello specifico ho affrontato il problema della conoscenza mostrando che quelle domande fondamentali si possono trovare formalmente anche in un problema più piccolo e che nel caso della conoscenza sono: che cos'è la conocenza? da dove viene, quali sono le sue fonti? verso dove va, ha uno scopo? Su tutto questo mi sono soffermato per tempo, poi ho deciso di tornare al problema fondamentale delle tre domande, ogni volta dicevo quello che è stato detto da un certo punto di vista, poi come questo sia stato superato, per alla fine parlare di alcune posizioni della filosofia dell'Uno. In questo caso, appunto, voglio dire cosa ha da dire la filosofia dell'Uno sul problema dell'origine e del senso, ovvero sulle domande: da dove veniamo e verso dove andiamo. In sostanza come avevo fatto notare nelle prime lezioni, in realtà uno come Plotino ci avrebbe detto che tutte e tre le domande fondamentali avrebbero avuto la stessa risposta: l'Uno, noi siamo l'Uno, veniamo dall'Uno e il nostro scopo è tornarci. Su ciò dico che è tutto vero, ma l'Uno è il più alto grado di noi stessi come radice ultima, è luogo da cui le cose sono emanate e nello stesso tempo può essere un fine quando lo si riferisce all'evoluzione, ma solo nel senso del proprio realizzarsi nell'Uno. Immaginiamo le cose in questo modo: un Tutto si può concepire nel senso del suo autoconcepirsi come Tutto in se stesso, qui si pone da sé, in seguito il Tutto si concepirà come insieme di parti, qui il Tutto è la base per le parti e non il contrario; dopo sarà questo Tutto a pensarsi come se le parti formassero il Tutto, così che la cosa si ribalta, perché non è il Tutto insieme di parti, ma le parti che insieme danno il Tutto. Queste sono le prime tappe fondamentali, l'emanazione concepisce queste prime tappe ad ogni suo livello, ma se le cose finissero così non si spiegherebbe nessun dualismo, così si deve pensare che ogni cosa possa concepirsi al tempo stesso come unità ed oblio, dove queste due sono parti di una sola, ma quando questo va perduto sembrano due cose completamente diverse e sono anche ordine e caos e tanto altro. Passando alle parti il Tutto alla fine si perde illusoriamente e le parti che conquistano sempre più coscienza individuale si pensano come delle totalità loro stesse e così via. In questo caso si comprende che vi è solo un'anima, questa anima si è concepita come in sé, poi deve essersi pensata come insieme di anime, le anime si saranno successivamente pensate come anime che formano l'anima unica ed infine avranno conquistato la loro totalità. Il processo si basa su differenze che sono poi solo castelli di carta e sotto, tutto rimane ancora connesso. Invece parliamo del fine, esso esiste se lo pensiamo come evoluzione, nel senso che noi conquistiamo coscienza per ritornare realizzati nell'Uno, ma una qualsiasi anima potrebbe muoversi contro l'evoluzione, non guadagnandoci nulla, rimanando bloccata in un cerchio ripetitivo, che è quello che noi definiamo come "inferno", quando diciamo la nostra vita è un'inferno, ma è anche una catena che sta per i vari legami karmatici. Non c'è dunque un senso, perché l'unica cosa che facciamo qui è il gioco della vita, il gioco non ha mai un senso, perché è il giocare che non ha mai qualche fine, è sempre libero da qualsiasi obbiettivo. Il nostro gioco che poi vediamo riprodotto in varie reincarnazioni, anzi l'incarnansi volontario è un scegliere di entrare nel gioco, ha una serie di caratteristiche:


1 non prevede un vincitore necessario e nemmeno che qualcuno perda, potrebbero benissimo perdere tutti o vincere tutti.

2 la vita è un continuo scopire le regole del gioco, non si sanno prima di giocare e scoprire le regole è esercizio di saggezza.

3 possiamo subire gli eventi e non scegliere nulla, questo livello lo chiamo: livello del dado, oppure possiamo giocare come giocatori attivi, questo è il: livello della carta. Le carte sono azioni.

4 le carte che abbiamo in mano cambiano completamente ogni volta che cambiamo la nostra situazione di gioco. Non sle sappiamo tutte, dobbiamo goni volta scoprirle.

5 non c'è un solo modo di vincere il gioco, nel senso ognuno realizza la propria vita e quindi vince a seconda dei suoi obbiettivi o sogni, oppure a seconda del realizzarsi di un modello di vita.

6 siamo nel mondo come segnalini (Ego), siamo però Io, qualcosa di più, come giocatori siamo indipendenti potenzialmente dal gioco.

7 ci sono molte strategie, una delle migliori è quella dello stratega, quella del piano. Un piano razionale prevede gli errori, apre molte varianti e cerca di calcolare in anticipo gestendo secuenze di carte giocate.

Queste sono le risposte ai due punti, infatti qui finisce l'ultima delle lezioni, lezioni che avevano da un lato lo scopo di mostrare un mio modo di vedere la storia della filosofia. Spero il mio esperimento e la mia forma siano funzionati. 

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sabato 13 dicembre 2014

Lezione XVIII: pro e contro sull'origine e sul senso








Qui devono essere affrontate le ultime due domande: da dove veniamo? e verso dove andiamo?. È abbastanza interessante il fatto che forse si può riassumere queste due domande e quella prima ovvero: chi sono?, con una domanda che è: perché siamo qui?. Questa domanda non chiede semplicemente del fine, ma anche dell'origine ovviamente e poi può persino andare a sfiorare la questione su chi siamo. Molti nel passato forse non si ponevano la domanda, ovvero i greci per esempio non si chiedevano come fosse stato creato l'universo, non era un problema, per loro l'universo poteva benissimo essere esistito da sempre e poi sulla nascita dell'uomo e molte altre cose c'erano i miti. I filosofi sono nati perché in parte comunque non si accontentavano del mito, i primissimi filosofi greci non ci hanno detto molto su questo problema che ci stiamo ponendo adesso, più avanti si dirà di più, ma qui cercherò di riassumere un po' di filoni che ci possono interessare. Si parla ad esempio di reincarnazione, di anime che si incarnano e sono qui prigioniere di clicli di incarnazioni e si devono liberare da questi. In questo si può pensare che l'anima sia caduta da un mondo ideale oppure dall'Uno/Tutto, questo evento non ha un senso di per sé, si configura come qualcosa che non avrebbe dovuto succedere, ma dato che è successo si deve ritornare almeno per riparare all'errore, per esempio riconquistare una conoscenza perduta, ricordare questa caduta, per poi risalire al mondo ideale o all'Uno, si parla ovviamente di motivi platonici. Nel caso dello stoicismo e dell'epicureismo le cose stanno in modo diverso, nel primo dei due l'eterno ritorno è la natura e la natura è razionalità, vivere in modo virtuoso vuol dire vivere in accordo alla natura, opporsi alla natura non permette di evitare la sua legge, ma crea solo dolore, la vita in accordo alla natura è invece una vita nella pace, le cose sono così, si muore, si diviene, nulla è eterno, c'è la sofferenza, accettiamolo perché non vogliamo altro e saremo forti come rocce, saggi e in pace; nel secondo caso l'epicureismo ci dice che le cose sono fatte di atomi, che questi si aggregano e si disgregano formando nuovi oggetti, poi ci siamo noi che in quanto vivi siamo dotati di anima, ma l'anima anche quella è fatta di atomi, solo più sottili, nella vita dobbiamo cercare il piacere, appagare i bisogni del corpo, eliminare ogni paura, come quella della morte, del perdere le cose e altro ancora. In entrambe le teorie non c'è un senso ben preciso, è difficile dire perché le cose siano come sono, perché siamo qui, nella teoria stoica si parla di una provvidenza divina, ma non è chiaro il perché del cerchio, perché tutto si deve ripetere e non ha un fine vero la provvidenza divina. I cristiani hanno davvero cambiato le cose, perché anche nelle teorie platoniche per esempio non ha un senso la caduta, come non ha senso nessun errore, può avere solo un senso il fine del ritorno. I cristiani parlano di creazione dell'universo, ci spiegano che siamo stati creati da Dio, che siamo immagine e somiglianza di lui, quindi ci parlano del nostro io, sulla sua costituzione e ci dicono che lo scopo al di là di andare in paradiso, in generale è la vittoria del bene sul male, il trionfo della giustizia sul peccato. Dio è la cuasa finale, l'originale, il creatore, colui che da il fine al tempo, la provvidenza sua. Ecco perché siamo. Tra l'altro questo ha molto influenzato filosofie successive fino ad Hegel, anche in Hegel il punto è che alla fine la storia si deve realizzare lo Stato più giusto e la società più giusta, eliminando denitivamente il male. In seguito le cose cambiano, tra l'altro persino in Marx rimane una certa struttura provvidenziale, anche se non c'è di mezzo né Dio e tanto meno il cristianesimo, in Kierkegaard per esempio non ci sono certezze solo scelte di fede, questo è un primo passaggio verso la fine del senso, poi si arriva a Nietzsche e il suo concetto ateo di eterno ritorno dove ogni cosa avviene senza progresso e senza un fine. Con la fine della metafisica, il problema del perché siamo qui in realtà scompare dalla filosofia. Voglio qui presentare alcune posizioni sostenibili sulla prima domanda e sulla seconda, proporre anche delle controposizioni per comprendere meglio le cose. La prima domanda era: da dove veniamo? possiamo pensare un'origine spirituale o una biologica, nel primo caso immagino che ci siano due risposte possibili, ovvero o veniamo da un paradiso perduto, un mondo ideale, oppure vediamo dall'Uno/Tutto, nei due casi possiamo immaginarci la nostra caduta da queste due realtà come incarnazione dell'anima, oppure dovremmo pensare un Dio che abbia forgiato la nostra anima e il nostro corpo. Nel caso della biologia penseremo che noi dipendiamo da una serie di casi chimici, devono essere nati dei composti particolari, la cui evoluzione siamo noi stessi, per esempio si dice che la vita sia un composto del carbonio. Ad ogni modo le prime posizioni si basano sull'esistenza di qualcosa che non ha ancora trovato una dimostrazione, le altre si basano su qualcosa che potrebbero essere definiti miracoli, nel senso letterale del termine, in quanto si tratta di una catena di colpi di fortuna chimici che avrebbero poi reso possibile la vita. Contro l'idea di una origine ci si può cheidere se essa sia davvero indispensabile, ogni serie causale può essere pensata come infinita, l'universo avrebbe potuto esistere da sempre, anche se noi magari no, ma nulla ci dice che non so per esempio le nostre anime prima stavano in altri corpo, magari a formare un vecchio popolo ormai scomparso su Venere (in cui tra l'altro alcuni studiosi ammettono che in passato ci fosse vita). La necessità di un'origine la sente l'uomo con il pensiero cristiano, in realtà niente lascia presuppore un'origine, la teoria del Big Bang lascia molti buchi. Il senso, il fine o viene pensato come un punto futuro da raggiungere in cui ogni presente viene sacrificato per il grande traguardo, oppure il fine sta in ogni presente, si realizza ogni volta in ogni momento, perché il senso in questo caso sta nella crescita e nell'evoluzione delle cose. Nel primo caso di senso si può parlare contro di esso, dicendo che non ha senso sacrificare il presente per un futuro, anche perché quale certezza si ha su questo futuro? e niente può giustificare un genocidio fatto nel presente per giustificare un mondo migliore nel futuro, ciò che poi si legge nei Karamazov. La realizzazione del senso futuro, è la realizzazione di un non senso, come la realizzazione della storia implica la fine della storia. L'altro senso diventa insensato quando qualcuno non fosse d'accordo con l'evolversi delle cose, per esempio non ne condividesse il contenuto, perché l'evoluzione può essere in positivo o in negativo, oltretutto l'evoluzione delle cose se non è un progresso, ma magari è solo un accadere delle cose, allora può essere che le cose ritornino come prima senza giungere realmente a nulla, in questo caso il non senso è evidente, ma la cosa migliore che possiamo fare è volere davvero le cose come accadono.


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domenica 7 dicembre 2014

Lezione XVII: identità singolari, soluzione al problema dell'io.






In questa lezione voglio parlare della mia personale soluzione al problema dell'io, quindi voglio parlare delle identità singolari. Per farlo voglio cominciare da dove è cominciata davvero la teoria, ovvero dalla teoria delle identià nell'ontologia. In ontologia ci sono varie teorie sull'identità, non posso stare a parlare di tutto ciò che è stato detto su questo campo, ma posso solo fare menzione di qualche posizione che è tenuta in questo ambito. Per esempio c'è chi si chiede se l'identità sia qualcosa che vada riportata solo alle relazioni spaziali, quindi a qualcosa che sta nello spazio, perciò per esempio si parla dell'estensione e delle sue qualità che possono essere forma, peso e colori. Ci sono altri pensatori che credono che nelle identità intervengano cose che sono definite con il nome di parti temporali, questi pensatori, tra cui Quine, si definiscono quadridimensionalisti, perché pensano che tutte le cose, come noi stessi partecipino di quattro dimensioni, dunque vuol dire che la dimensione del tempo non può essere distinta dalle altre dello spazio. In questo caso Quine per esempio ci spiega che un fiume può essere diverso da un giorno all'altro semplicemente perché cambiano le sue parti temporali. Ci sono persone come Hume e Roderick Chisholm che pensano che le identità sono puramente convenzionali, per esempio il fatto che si pensi di indossare la stessa giacca che si ha indossato ieri, in realtà, è convenzione, del resto non c'è nulla che rimane perfettamente uguale, perché tutto muta giorno per giorno. In questo senso ci sono problemi di questo tipo in filosofia, per esempio se prendo una statua di marmo, abbiamo a che fare con due oggetti? che cos'è la stuatua? in cosa differisce dal marmo? se sono due oggetti diversi, come possono occupare lo stesso spazio? per esempio la statua è un'opera d'arte ma il marmo no. Se non sapete cosa fare una sera vi posso proporre il seguente problema: prendete un bicchiere di vetro e chiedevi cosa sia davvero, ci sono due oggetti: il vetro e il bicchiere? se sì, come fanno ad occupare lo stesso spazio? se ce ne fosse uno solo? per esempio ci fosse solo il vetro e il bicchiere fosse solo la sua forma conferitagli? quale forma deve avere il vetro per essere bicchiere? centra con la sua funzionalità?, come si distingue un bicchiere da una caraffa? è solo questione di dimensioni? oppure c'è solo il bicchiere? che fine fa il bicchiere se cade per terra? quando si parla di bicchiere rotto cosa si intende? che il bicchiere non c'è più? che fine ha fatto? oppure come fanno i frammenti del vetro a costituire un bicchiere rotto?. È un rompicapo, un bel rompicapo, da passarci una sera intera e molto più. Tornando alla mia teoria, devo ammettere che si ispira ad un passo di uno scritto di Chisholm, il cui scritto si intitola L'identità attraverso il tempo, di cui cito:

"Si consideri la storia di un tavolo piuttosto semplice. Esso vede la luce il lunedì, quando un certo oggetto A è unito a un certo altro oggetto B. Il martedì A viene staccato da B e C viene unito a B, prestando attenzione a far sì che durante l'intero processo si possa sempre individuare un tavolo. Il mercoledì B viene staccato da C e D unito a C, avendo nuovamente cura che durante tutto il processo sia sempre possibile individuare un tavolo. Supponiamo che ci siano altre separazioni o unioni.

Lunedì AB

Martedì BC

Mercoledì CD" (Varzi, Achille (a cura di), Metafisica, Laterza, Bari, 2008, pp.146-147)

Questo è un esempio da cui parte, su cui rifletterà a lungo, ma il succo è che per Chisholm le identità, da come ho inteso, sono convezionali. Io invece questo esempio l'ho letto in un modo diverso e adesso vi dico che l'identità di quel tavolo è questa:

AB-BC-CD

Così è fatta un'indentità singolare, se ci chiediamo come sono le cose nel presente diremo che per esempio il tavolo ha le parti CD, se oggi per finzione fosse Mercoledì, ma l'identità del tavolo, anche se il tavolo cambia, rimane la stessa, perché questa è data dalla catena con le altre parti del passato. È ovvio che niente cambia completamente di colpo, quindi qualcosa rimane uguale, questo qualcosa si collega quasi fosse una formula chimica con il passato, in questo modo si crea una catena, per esempio il tavolo non ha cambiato la parte B da lunedì a martedì, questo è un mezzo di collegamento ed è per quello che si scrive in quel modo nella formula del'identità singolare. Per esempio è sbagliato scrivere così:

AB-CB

Perché evidentemente non è B che si collega con C, ma sempre con il suo simile, che è sempre B. Questa formula è molto interessante perchè spiega come una cosa possa cambiare del tutto e nello stesso tempo rimanere se stessa, del resto il tavolo lunedì era AB, mercoledì è invece CD, le parti sono cambiate completamente, ma il tavolo è lo stesso è ciò lo si può spiegare solo se si guarda il tavolo dal punto di vista delle sue evoluzioni e si ricollega tutto come una grande catena. In questo modo si può risolvere il problema dei carri di Socrate, il quale diceva, se prendiamo due carri, uno di Socrate e l'altro di Platone, mettiamo di sostituire un pezzo alla volta i pezzi di un carro con quelli dell'altro, fino a quando tutti i pezzi non sono scambiati, qual'è alla fine il carro di Socrate e quale quello di Platone. Supponendo che il carro di Socrate sia: ABCD, quello di Platone sia: EFGH, allora si daranno le seguenti identità singolari:

ABCD-DEBC-CDEF-FDEG-GEFH (carro Socrate)

EFGH-HAFG-GHAB-BHAC-CABD (carro Platone)

Ora vediamo invece come si può applicare l'identità singolare all'io, tenendo presente che io in realtà parlo di io, non come qualcosa che ha davvero un contenuto, ma l'identità singolare è solo le esperienze molteplici di ego dell'io, perché l'io in realtà rimane sempre potenzialmente indeterminarto, ma nella vita fa esperienza di essere una certa cosa determinata con un certo carattere, ma può sempre trasformarsi in qualcosa di diverso, cambiare completamente rimanendo se stesso per quella famosa catena. Prendiamo questo esempio:

  D - D
A B C – C E – E K- K G H

Come vedete nell'immagine quando ci sono più legami si può scrivere mettendo verticalmente gli altri legami. Comunque immaginiamo che A sia pigro, B egocentrico, C masochista e D pignolo, ecco che abbiamo un carattere di una persona. Questo carattere come vediamo si evolve, la persona cambia nella vita, rimane per esempio pignola e masochista, ma E diventa mettiamo pacifista. In un fase successiva diventa anche K solidale, per poi smettere di essere pacifista, rimanere solidale e diventare G altruista, H un sentimentale. È vero in realtà questa personalità forse presenta delle contraddizioni, ma è solo un esempio di come possa darsi un'identità singolare di un io. Con questo non si deve pensare per forza l'io come originario, perché non è il primo della catena l'io, ma la catena. L'io è in sé se si vuole dire così, l'esistenza precede l'essenza solo perché in effetti l'io prima di tutto esiste poi può sciogliere il suo carattere distaccandosi da esso quindi diventare altro e cambiare del tutto come nell'esempio di prima. Il carattere è come una statua se noi ci distacchiamo da esso, semttendo di dire sono X, perchè così facendo se vogliamo cambiare non cambieremo mai, non può una persona pigra, che dice di essere pigra, smettere di esserlo, produrrebbe la contraddizione di diventare ciò che non è, quindi prima dovrà smetterla di identificarsi con la persona pigra, aprirsi alla possibilità di essere qualcosa d'altro. Le parti delle identità singolari non vanno mai prese come universali, anzi sono sempre individuali, anche una cosa come la pigrizia si individualizza nei soggetti sempre in modi diversi. Ad ogni modo qui si comprende perché sia vero quello che diceva Locke, perché la memoria è molto importante sia per l'io che per l'identità degli oggetti, perché tutta la catena è possibile ricostruirla solo se si ha memoria oppure la si deve recuperare. Nelle prossime lezioni si dovrà affrontare i problemi: da dove vengo? e verso dove vado?. 


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sabato 6 dicembre 2014

Lezione XVI: la caduta dell'io come originario





L'io aveva una serie di caratteristiche, da un lato l'essere originario di qualcosa, come per esempio i pensieri, quasi ne fosse la cuasa finale, poi era unità, un in sé ed infine aveva questa essenza che era fissa, pensabile ancora prima della sua esistenza. Ora a piccoli passi spiegherò come la filosofia ha distrutto tutto questo. Per quanto riguarda la questione dell'originario, possiamo fare riferimento a filosofi come Husserl e William James, in entrami i casi si parla di vissuti, che possono essere dei pensieri, sono parte di un flusso grande di coscienza, ma possono essere anche eventi, di fatto non ha nessun originario, non c'è l'io che sta all'origine di tutto ciò, ma se mai l'io deve corrispondere ad un pezzo o un ritaglio dei vissuti. Quando accediamo al mondo interiore, perdiamo la quantità, di questo se era già accorto Bergson, che diceva che due cose sono due solo perché occupano due spazi diversi, ciò significa che la quantità è collegata allo spazio e se si suppone che lo spazio non esista nell'interiore, allora non si deve poter dare una quantità all'interno di noi, dunque accediamo sempre ad un interiore che non è mai semplicemente mio o tuo. Partendo da questa prospettiva James parla di stream of consciousness, Husserl parla di Erlebnis, il vissuto e il flusso di coscienza non hanno mai un carattere individuale, se mai vogliamo trovare noi stessi dovremo sempre ritagliare da questo flusso e ciò vale anche per Bergson. Dal punto di vista di Husserl quello che dice Cartesio che poi è un pensare il Cogito come originario di pensieri e rappresentazioni, è falso, perché niente ci dice che si debba ammettere una cuasa finale, il pensarsi pensante è un pensiero, questo non ha nessun privilegio rispetto agli altri pensieri ma si inserisce nel flusso come gli altri e poi l'esperienza della cera di Cartesio rileva non che vi è un Cogito ma il fatto di un vissuto della cera che si trasforma. Il secondo punto che era fondamentale per l'io, è l'unità, questa secondo Nietzsche è caduta, noi in effetti ci troviamo in una realtà dove a parte quello che troviamo scritto sulla carta di identità, siamo molteplici, non siamo più noi stessi, finiamo per essere quello che ci giudicano gli altri, quelle persone che fanno parte di certi gruppi, che pero sono politici, forse anche calcistici, amiamo una certa musica, ma in questo non troviamo un'identità più complessa di noi stessi di cui questi sono rami, ma semplicemente ci smembriamo, siamo divisi. Spesso la società ci propone idee contraddittorie e alimenta la nostra divisione, per ci dice con il doppio pensiero: che la guerra è pace, che la servitù è libertà, noi ci troviamo quindi ad essere spaccati se vogliamo aderire a queste idee. Tutta la politica se divide la società in gruppi e li mette l'uno contro l'altro per amministrarli meglio, così poi sembra fare nell'individuo che si trova nelle sue lotte interne di pensieri contraddittori. Siamo in un mondo infinitamente interpretabile secondo Nietzsche, è un fatto che così come possiamo interpretare all'infinito le cose allo stesso modo possiamo interpretare all'infinito noi stessi. Adesso viene il problema dell'in sé, l'io non è più in sé, il primo a pensarlo è Kant, salvo poi rifondare l'io come in sé nella sua opera sulla morale, ma prima di ciò Kant parlava di io penso, che è io fenomeno e secondo le mie teorie, che ho spiegato lezioni precedenti, l'io alla fine è sempre per un evento che è quello della conoscenza. Sulla base dell'evento della conoscenza Kant ha costruito un io che è tale perché si possa dare la conoscenza. Sulla scia della perdita dell'in sé vanno messi concetti come quello di io incrinato di Deleuze e quello di Cogito fallito di Ricoeur. L'ultimo punto invece è la questione dell'esistenzialismo di Sartre, perché qui si pensa che l'esistenza preceda l'essenza, in questo senso, la questione dell'io è diversa, perché non è più che cosa sono, ma se mai cosa posso essere prendendo atto del fatto che esisto. Tutto queste posizioni alla fine hanno fatto cadere la domanda: chi sono? del resto basta mettere in discussione l'io per farlo. 

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sabato 29 novembre 2014

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Volevo tornare alle questioni iniziali delle lezioni in generale, cioé alle prime tre domande, le quali erano queste:

chi sono?

da dove vengo?

verso dove vado?

In questo caso il problema riguarda la prima domanda, perché mi voglio concentrare sulla questione dell'io. Voglio quindi tracciare una piccola storia del problema dell'io in filosofia, questa deve partire dal detto dell'oracolo delfico: conosci te stesso, questo è il sapere supremo, chi conosce davvero se stesso non può che arrivare a tutte le sue possibilità e scoprire il suo vero potenziale interiore, del resto il nostro stesso io è riflesso degli dei e dell'universo, la conoscenza di noi stessi implica quasi una conoscenza totale. Vedremo questa cosa come si sviluppa nel corso degli eventi, nel senso di come questa idea attraverserà la filosofia. Il primo filosofo che si butta su questa strada è Socrate, in questa teoria si vede dal suo punto di vista un'essenza di noi stessi, come una struttura da contemplare, da conoscere, ecco cosa è il nostro io. Questa essenza ha un tale potere che può essere pensata anche senza l'esistenza, del resto almeno per quel che concerne l'esistenza materiale è solo incarnazione di un'anima, anima che trova un corpo come sua abitazione. Socrate era considerato il più saggio dall'oracolo di Delfi perché sapeva di non sapere, non aveva né preconcetti, né voleva vivere di certezze, due cose che sono per natura completamente contrari ad un atteggiamento da filosofo; solo con questo atteggiamento si parte verso la conoscenza di sé stessi, non dicendo io sono quello che vedo allo specchio oppure sono i miei pensieri, il mio carattere, altrimenti vuol dire che si da una risposta prima della domanda, se si è ciò che si pensa di essere questo è da vedere. Platone quando parlerà dell'io parlerà dell'anima, l'anima per Platone è composta di tre parti, una razionale, una irascibile e un'altra concupiscibile. L'uomo viurtuoso che sa controllare se stesso, secondo Platone, è colui che con la ragione fa leva sulla parte irascibile per avere dominio sulla quella concupiscibile, del resto la razionalità è la parte migliore dell'uomo. Le tre parti dell'anima quasi rappresentano le tre parti del suo Stato ideale, per esempio la parte concupiscibile è quella desiderante corrisponde alla classe dei produttori, quella irascibile corrisponde alla classe dei guerrieri, mentre la ragione a chi controlla la sua società ideale che sono i filosofi. L'anima si relaziona con il corpo, nel senso che il corpo è veicolo, l'anima si trova al suo interno, ma non vanno mai scambiate le due cose, anzi si dice che il corpo sia anche tomba dell'anima. È particolare il nostro io perché in quanto anima c'è scritto tutto dentro, cose registrate come ricordi, non solo di questa esistenza, ma anche vite precedenti, perfino ricordi di questo mondo originario delle forme e delle idee, di cui non dobbiamo parlare adesso, ma ciò che conta è rendersi conto che in fondo il concetto di anima e di io sono connessi a quello di traccia e scrittura. In questo senso l'anima non è bianca, ma è sempre già scritta prima di nascere, ha già un contenuto di per sé e questo può dipendere dalle vite precendenti, dai ricordi del mondo delle idee. Rudolf Steiner sostiene che il nostro stesso carattere non dipenda dai nostri genitori, per esempio si dice che x è un buon musicista perché ciò dipende dal materiale genetico, per esempio ci sono famiglie che hanno avuto una serie di buoni musicisti, ma perché sia vera la teoria materialista dice Steiner questi membri della famiglia dovrebbero trovarci in cima all'albero genalogico, per spiegare come mai figli di musicisti erano diventati musicisti, invece si trovano a metà o al fondo. Steiner dice che il carattere nostro dipende dalle vite precendenti, mentre ciò che ci perviene dai nostri genitori è solo come acqua, è la stessa cosa di un corpo bagnato, dove l'acqua e il corpo non sono la stessa cosa, ma rimangono separati. In questo modo di pensare l'io non è mai una tabula rasa, come invece diranno altri più avanti. Dopo Platone vediamo Aristotele, il cui concetto di io si differenzia un po', diciamo che Aristotele distingue tre tipi di anime, una vegetale che ha la vita, una animale quindi senziente, una razionale, quindi umana. La pianta vive e basta ma non ha né memoria e nemmeno sensazioni, come direbbe anche Steiner del resto, l'animale invece rispetto alla pianta ha delle sensazioni, quindi vede il mondo che gli sta attorno, ma vive solo di ciò che è nel presente, quindi non ha una memoria e del resto anche qui Steiner ci dice che tutte le volte che un cane riconosce il padrone quella non è memoria, ma è un ripresentarsi delle stesse sensazioni che prova il dato cane alla vista del padrone, in senso quasi meccanico. L'uomo ha quindi memoria, nonché capacità di pensiero, dunque la ragione. Nell'età moderna invece nuovi concetti di io verranno esposti da Descartes, Locke e Leibniz o almeno di questi ho intenzione di parlare io. Descartes concepisce l'io come l'altro del mondo esterno, in senso dualistico, uno degli elementi dualistici la res cogitans rispetto al mondo esterno che è res exstensa. Il Cogito di Descartes è il soggetto pensante, è il soggetto che concepisce il mondo, perché se io dico che voglio spiegare chi sono, non voglio presupporre nulla rispetto alla mia domanda, ma vedo effettivamente che dubito, se so di dubitare perché ammetto di sapere di non sapere, questo mio sapere mi fonda come dubitante ed è così che ritrovo il mio io pensante. Si può vedere la cosa in altro modo, per esempio con la questione della cera, perché se prendo il pezzo di cera solido, lo metto vicino al fuoco, se prima aveva certe caratteristiche ora queste sciogliendosi mutano, eppure dico che è la stessa cera, questo perché concepisco la cera, il mio concepire la cera, il mio stesso rappresentare il mondo diventa motivo di credere che vi sia un soggetto cocepiente e rappresentatore. L'io di Cartesio ha in sé idee, che poi non sono delle immagini, ma cose concepite, idee fattizie, idee avventizie, idee innate, le prime vengono da ciò che noi vediamo e percepiamo con i sensi, le seconde sono mescolanze delle prime, come l'idea di drago e le terze sono idee che sono sempre state in noi, come quelle di triangolo e di Dio. In effetti l'idea di triangolo non può venirci dall'esterno perché secondo Descartes non ci sono triangoli nel mondo, il disegno migliore di triangolo è sempre storto se lo si osserva bene, il triangolo ha due dimensioni, tutti i triangoli nella realtà hanno sempre uno spessore e dopo tutto se diciamo che le montagne ci sembrano triangolari è perché abbiamo un concetto di triangolo innato in noi. Per questo motivo l'anima in Cartesio, che pur non crede nella reincarnazione, non è tabula rasa, ma è già impregnata dalle idee innate fin dalla nascita. Per Cartesio il corpo non può essere veicolo dell'anima, altrimenti se mi taglio un braccio sarebbe lo stesso che se mi si strappasse la manica del cappotto, insomma non proverei dolore, perciò anima e corpo sono congiunti e solo tramite la ghiandola pineale. Locke collega l'io con la memoria ed invece di quello che si è detto prima afferma che l'anima è un foglio bianco dato che non può avere nessun contenuto senza mai aver avuto una sola esperienza. La memoria in questo caso svolge la funzione di collegare me stesso a quello che ero, poiché tra l'altro sperimento questa continuità, ciò mi da più certezza di me, visto che questa continuità non è presente nei sogni, dove si può saltare da una situazione all'altra senza criterio e non c'è connessione causale, so di non essere solo parte di un sogno. Leibniz introduce qualcosa di completamente nuovo, questo è il suo concetto di monade. Che cos'è la monade? un io che non ha né porte, né finestre, un io chiuso in sé stesso che sviluppa tutta la realtà in sé, ma che condivide con altri il mondo solo per il semplice fatto che la sua monade rispecchia l'intero universo. In questo concetto si vede come appunto una conoscenza di se stessi, comporta anche la conoscenza dell'universo e se aggiungiamo quello che dicono i cristiani, ovvero che siamo immagine e somiglianza di Dio, in qualche modo una conoscenza di noi stessi finisce per implicare anche una certa conoscenza di Dio. Ora voglio concentrarmi su una particolare parola tedesca: Vielfältigkeit, questa parola significa molteplicità, ma ha delle parole in sé stessa che sono "viel" e  "fältig", la prima vuol dire molto, la seconda a mio avviso va riportata alla parola "faltig", che sembra che in tedesco voglia dire a piega, dunque il concetto di molteplicità implica quello di "essere a molte pieghe". Questa immagine ci porta a pensare una realtà che è una, ma è molteplice solo perché piegata tante volte. Questa immagine è la stessa della monade di Leibniz vista dal punto di vista di Deleuze, di questa monade che ha l'intera realtà piegata dentro di sé, per cui lo svolgersi della monade, nonché l'esistenza è un dispiegarsi, ma nel senso delle pieghe che non sono più pieghe e che manifestano tutta una realtà interna non ancora nota. Il concetto di Io si capisce che ha dei punti fondamentali, da un lato l'unità, perchè alla fine anche se ha molte caratteristiche sono tutte dell'io, come una cosa sola; dall'altro l'identità, che si collega all'unità; ancora un'essenza che può essere concepita come precedente all'esistenza, nel senso che noi eravamo prima di incarnarci, un'immutabilità, Schopenhauer dirà che conviene conoscere sé stessi perché così si sanno i propri difetti e si può evitare di fare certe figuracce, oltretutto si parla di essenza eterna e data. C'è però una differenza che non si è ancora fatta, per esempio si è parlato quasi sempre di io come anima, ma l'io qualcuno lo ha concepito come corpo, altri hanno concepito la stessa anima come corporea. È quasi inevitabile che nella filosofia l'io coincida con un soggetto pensante, ma posso pensare che la ragione sia un elemento della mia anima, che sia la mia anima, oppure posso far coincidere tale soggetto con il nostro cervello. Anche nel caso dell'anima posso concepirla come immortale, immateriale oppure posso dire che è fuoco sottile, fatta di atomi sottili ed in ogni caso mortale. La vera rivoluzione in questo caso bisogna pensare che sia stata fatta dalla psicologia, perché la psicologia alla fine ci dice quasi che i nostri pensieri su cui facciamo tanto affidamento in realtà spesso sono menzogne, qualcosa che maschera, ciò che conta sono le variazioni di questi pensieri e questo ci rivela un'altra realtà che è quella dell'inconscio.

Per esempio:

prima dico qualcosa sul fatto che sono andata a casa e ho visto il gatto passare davanti a me.

chiedendomi di vedere la realtà in un altro modo posso accorgermi che la risposta cambia, qualcosa è intervenuto, qualcosa affiora alla coscienza, qualcosa che prima non era cosciente.

Il concetto di inconscio freudiano complica la questione del nostro io, perché introduce qualcosa di nuovo, qualcosa che noi non sapevamo, qualcosa di nascosto. L'immaginazione per esempio non è semplicemente replica di cose esterne, ma spesso e volentieri si trova a fare i conti con influenze inconsce, ciò può avere a che vedere con paure, desideri e altro ancora. Ci sono pensieri ossessivi, persino una teoria di un filosofo molto rinomata potrebbe essere influenzata dal suo inconscio senza che lui stesso possa aspettarselo. Ora il concetto di io non fa altro che sottolineare che noi di noi stessi abbiamo ancora moltissimo da scoprire, che un nuovo regno oscuro si apre da esplorare e che la nostra conoscenza di noi stessi, è anche conoscenza dei nostri problemi, conoscenza di qualcosa che ha agito su di noi senza che noi potessimo accorgercene. La prossima lezione deve riguardare le vie per evitare l'io, concezioni alternative che schivino la domanda: chi sono?.


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