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sabato 9 aprile 2016

Lezione VII: Il problema del divenire e la sua logica











L'ultima lezione era finita con il discorso sul divenire, per esempio ci si chiedeva che ruolo avesse la permanenza della cosa nel divenire. La cosa è intesa in questo senso come espressione di struttura e questo suo permanere è un brillare nel grande vuoto. Il reale non è altro che questo, quando per reale si intende l'attuale ci si riferisce immediatamente alla cosa come espressione di struttura. Infatti avevo detto che il divenire apre tutto il possibile, esso non è altro che il possibile aperto e da questo ne consegue che il permanere come il brillare della cosa come singolo nel cielo stellato avvolto dal nero non-essere della determinatezza degli altri possibili come puri potenziali si oppone al divenire stesso. Scusiamo Spinoza del fatto che abbia dato un'immagine delle cose secondo totale necessità causale e abbia detto questo immanenza, questo poteva andare data un'immagine meccanicista della scienza che non conosceva ancora l'improbabilità della fisica quantistica, cioè non conosceva le cose che come sotto la luce della determinazione dell'attualità e non tutto il virtuale dei probabili che stanno dietro a tutto ciò. È la fisica quantistica che ci da una nuova immagine del divenire, il paradosso del gatto di Schrödinger è un paradosso in primo luogo del divenire, dato che è logico che il divenire funzioni per paradossi. Ci è utile pensare come uno spinozista alla Deleuze che ha concepito il divenire come pura virtualità, come lancio puro senza risultati che però purtroppo misconosceva il problema vero del possibile. Si dovrebbe, qui metto solo un appunto veloce, leggere la Logica del senso come un libro della fisica quantistica. Se il divenire è possibile aperto, il reale come attuale è semplicemente un risultato del divenire, ma non c'è risultato mai nel divenire se si prende il divenire in sé. La filosofia è sempre partita dalle cose, un errore che si trascina dietro, poi ad un certo punto ha cominciato a dare valore al divenire e al tempo sull'essere, quindi si sono succeduti filosofi come Nietzshce, Heidegger, fino al problema del post-modernismo e Deleuze. Il problema della permanenza va intenso come il brillare della cosa, attimo che subito scopare, ma è ciò che affiora nel rovesciato rapporto tra possibile e l'attuale, l'al di qua che noi vediamo e diciamo che le cose mutano, diciamo che le cose mutano presupponendo le cose e non parlando mai del mutamento stesso che ci sembra impossibile senza le cose. Per esempio secondo il divenire si possono dare più percorsi delle trasformazioni di un oggetto, anzi il divenire stesso tiene aperto davvero tutto il possibile. Quindi dato un oggetto A questo può seguire dei mutamenti nelle parti della sua identità singolare, quindi fare catena, cioè scrivere su di sé, in molte forme quanti sono i suoi probabili. Quando si parla del divenire puro si intende parlare di tutto il possibile, cioè appunto del lancio senza risultato, ma poiché si danno degli attuali come risultati del divenire considerando le cose nei passaggi vari di trasformazione, se si parte delle cose e si dovesse dire come un oggetto può mutare, non ci sarà un solo mutamento possibile, ma una serie di probabili e una serie di improbabili. Il problema di determinare l'evento successivo dato un evento particolare anche conoscendo davvero tutti i fenomeni non si da nella forma in cui è stato posto il problema, anzi direi che non esiste se si considerano le cose come pura potenzialità. È ovvio che le cose come determinate non tendono verso una trasformazione, ma tendono verso il loro ritorno. Certamente la cosa è molto più problematica, soprattutto se si considera che esiste una differenza tra l'uomo e le mere cose, tra un cambiamento di un carattere, l'evoluzione di una coscienza e il semplice mutamento di un corpo. Allora il primo problema di questa lezione deve essere quello del divenire e della permanenza delle cose. Esiste un carattere permanente degli oggetti perché gli oggetti hanno una resistenza, in primo luogo l'oggetto conosce una resistenza quando si contrappone al soggetto, tuttavia andrebbe indagato se la resistenza dovesse corrispondere solamente a questo o se invece vi sia qualcosa di molto di più. In effetti se poniamo un soggetto possiamo contrapporre ad esso un oggetto, ma questo è il punto di vista del soggetto che conosce l'oggetto come altro. L'idealismo e filosofie di questo genere hanno superato la prospettiva in questo senso, si tratta semplicemente di riconoscere la funzione del pensiero in questo oggetto, riconoscere le cose come mediate. Ogni volta che l'uomo supera la resistenza dell'oggetto in questo senso allora abbatte la cosa per ritrovare di nuovo se stesso. La filosofia quindi è per essenza qualcosa di meglio del puro realismo, anzi essere realisti vuol dire arrendersi alle cose. Il realista argomenta sempre della resistenza degli oggetti e dice: tutte le mattine mi sveglio e la mia stanza è in un certo modo, sono sul letto, ho un sveglia sul comodino e così via. Finché questa realtà rimane in questo modo tutto sembra solido anche nel tempo, ma poi tutto muta e gli oggetti si corrodono fino a rompersi. Se dicessimo che le cose scompaiono ci riderebbero in faccia come se si trattasse di uno stupido trucchetto alla Harry Potter, ma noi che cosa possiamo dire delle cose che non ci sono più? se dovessimo provare a qualcuno che c'erano e che non ce le siamo sognate, come dovremmo fare?. Si può però ancora dire che le cose debbano essere viste alla rovescia nel senso che non c'è l'oggetto che diventa nulla, ma ci sono due nulla e tra questi l'oggetto, dire che le cose sono perché prima non erano e poi non saranno, ma appunto fare leva sul fatto che non ci saranno più per dire al contrario che sono state reali. Questa strada è troppo effimera, le domande che prima ho posto la fanno già crollare e si deve aggiungere che il fatto che una cosa brilli per un po' può parlare di realtà nel momento stesso solo in cui era attuale e poi ciò non si può più fare. Allora il problema qui è il brillare per un po' delle cose, espressione di struttura che emerge nella realtà oceanica come cosa individuale, capire questo fenomeno del divenire e non come presupposto. Capire questo significa capire il tempo, il tempo tende ad abbattere questo fenomeno nella trasformazione. Se pensassimo che le cose hanno un tempo in cui rimangono uguali e un tempo in cui mutano, allora dovremmo pensare che vi sono due tempi o che il tempo differisca dal divenire. Se vogliamo metterla così si può dire che la prima legge del divenire consiste nel fatto che nessuna cosa rimane mai uguale, quindi non c'è mai davvero una permanenza delle cose nel senso della durata dell'Uguale della cosa. Si può dire parimenti che la cosa comunque finché non cessa davvero muta solo di attributi o di qualità in qualche modo permane. È però una falsa illusione perché non c'è in verità nessuna unità trascendente delle cose, c'è identità delle cose solo per catena, come prescrive un'identità singolare delle cose. La permanenza è una falsa eternità, esiste davvero, ma non nel senso delle cose che rimangono uguali, bensì nel ritorno di tutte le cose. Nietzsche parlava di eterno ritorno, ma non doveva intendere l'eternità, bensì la perpetuità degli enti e così che si potesse intendere la permanenza delle cose nel senso del ritorno di esse. Il primo modello del tempo identifica il passato con il futuro, per esso sono la stessa cosa, quindi di necessità le cose devono ritornare. Questo fatto lo si vede decisamente dal problema dell'eterno ritorno che come tempo circolare non definisce mai due direzioni che non siano simultanee, cioè dice sempre che ciò che è stato sarà e ciò che sarà è già stato. È il produttivo di leggere le cose in due direzioni e leggere in un doppio senso le direzioni: il futuro è passato, il passato è futuro. Aiôn fa parte del discorso di Deleuze, lo descrive come tempo dalla direzione simultanea, qualcosa è nello stesso tempo già stato e sarà, ma la cosa va intesa sempre nell'ottica di una sintesi disgiuntiva inclusiva, per usare la sua terminologia e quindi: futuro e passato ma dello stesso perché l'evento è uno solo ed univoco. Un primo modello del tempo dovremmo derivarlo in questo preciso modo:

- il presente come singolo è il carattere della permanenza dell'oggetto come tale, il suo Uguale.

- se il presente è una parte del tempo, esso dovrebbe essere un momento in cui il tempo si arresta, quindi il tempo dovrebbe differire dal divenire e avere dei momenti in cui le cose non si trasformano.

- il tempo non differisce assolutamente dal divenire a meno che il tempo sono si sdoppi, ma il tempo non può darsi che come unico, non nel senso che c'è un solo tempo, ma nel senso che strutturalmente il tempo è una cosa sola, altrimenti per ogni tempo che si da dovrebbe sdoppiarsi. Con questo intendo dire che il tempo in senso fisico-matematico è solo funzione di qualche schema che garantisce una certa comprensione delle cose, ma non è mai il tempo in sé perché ciascuno deve avere il suo tempo.

- allora il presente non rientra nel tempo, ma il passato e il futuro senza il presente non si possono più realmente distinguere, per questo motivo si daranno assieme come la stessa cosa.

La situazione come momento in cui i tempi si incrociano per dare un divenire unico di tutti i corpi e gli spiriti non si da mai se si seguono dai punti di vista dispiegati delle espressioni. Si dovrebbe dire che una sola è l'eternità una volta per tutte, ma i tempi delle cose sono le loro durate. La perpetuità delle espressioni garantisce una permanenza come ritorno, ma altro non esiste che questo e non si conosce momento in cui le cose cessino di mutare davvero. Torneranno a brillare come un tempo! questo si deve dire piuttosto: passato = futuro. Certo il presente esiste davvero, ma solo nella prospettiva dell'eternità, certo non è vero che tutto è determinato, già scritto, anche perché se no perché dire che il divenire tiene aperto il possibile, ma tutto questo solo nella prospettiva dell'eternità. A dire il vero si potrebbe dire che non c'è altro che eternità, ma una si dice invero perpetuità ed è il ritorno delle cose. L'altra eternità è immobile ma non tiene fissa una cosa, tutto il possibile tiene fisso. Il problema è che le due cose si incrociano continuamente, per questo diciamo anche che adesso è presente poi sarà futuro e prima era passato, ma solo nel senso in cui un po' di eternità può inserirsi nella durata, questo fenomeno si chiama: libertà, beati i pochi che la conoscono!. Ho fatto tutta questa carrellata sul tempo, ma forse non era nemmeno il caso, quello che conta è che riprenderò tutti questi argomenti in lezioni future, ora ci dobbiamo avvicinare a determinare le tre leggi di Eraclito del divenire. Scusatemi se le letture dei filosofi sono un po' troppo personali, ma dovrete abituarvi a questo stile se volete seguire questo testo e prendere tutto come se in fondo si trattasse di vedere quel filosofo nell'ottica del formarsi di questo pensiero che qui espongo e in questo senso tutto diventa come particolaristico, fino a ridursi alla prospettiva, cioè al vedere le cose con gli occhiali blu. Quindi le tre leggi di Eraclito sono queste:

1 la legge della guerra o del conflitto

2 la legge del divenire altro o della trasformazione delle cose

3 la legge dell'amore o dell'unità degli opposti

In quest'ottica si legge tutto il divenire:

la prima legge dice che ogni cosa per emergere deve emergere sull'altra, quindi le cose cominciano ad essere negando le altre e in un conflitto con queste. Ad esempio ogni respiro deve vincere una resistenza, il giorno deve emergere sulla notte, ogni espressione di struttura deve scansare le altre per diventare la protagonista del momento. Tutto questo implica un conflitto originario perché qualcosa si possa poi affermare come reale, nel senso di attuale. Si veda Nietzsche e la volontà di potenza come afferma la lotta, non per vita, come pensava erroneamente Darwin, ma per la potenza.

la seconda legge dice che ogni cosa che è qualcosa deve diventare di necessità il suo opposto, diventare il nemico ideale del conflitto. La vita esiste perché resiste alla morte, la morte arriva comunque ed è la stessa vita che muta in morte, non che la morte prenda il suo posto spodestandola. Tutto questo è ovvio: gli affamati siano saziati ha un senso solo in questa legge, per esempio noi possiamo dalla veglia al sonno e ritorno. La legge in realtà deve avere un doppio volto: prima Uno diventa Altro, ma poi Altro torna Uno. Questo accade ovviamente per le determinazioni che hanno un opposto, perché certo qualcosa da non bianco può diventare bianco, poi tornare non bianco, ma solo in questo senso allora la legge si legge in quel caso. Per esempio non si dice che una cosa rossa diventa viola, si dice che una cosa rossa diventa non rossa.

la terza legge dice che non c'è nessuna opposizione, ma tutto è una cosa sola, o la strada all'in sù e quella all'in giù sono la stessa cosa, il che è uguale. Questo lo si dice per esempio del giorno e della notte che sono tutti e due parte di una sola giornata, oppure si può notare come la vita comprenda continui cedimenti e piccole morti e come la morte in realtà sia vita o rinascita, ma forse molte di queste cose non risultano troppo chiare e potremmo dire semplicemente come i taoisti che il bianco implica il nero e il nero il bianco e cose simili.

Mentre le prime due leggi parlano della trasformazione, la terza parla dell'eternità. Una cosa che si dovrà vedere in lezioni successive è come la durata non si opponga all'eternità.

Tesi: si vuole dimostrare che il tempo conosce l'uguaglianza di passato e di futuro.

Ipotesi: il tempo ha tre dimensioni: passato, futuro e presente, queste dimensioni sono diverse tra loro come tre momenti del tempo.

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martedì 8 marzo 2016

Lezione VI: primo tentativo di determinare i codici nella teoria dei codici







Cos'è un codice? la domanda è da riformulare: cosa intendo io per codice? una sequenza di elementi connessi tra loro. Questa sequenza stabilisce cosa è qualcosa, essa è sempre una struttura, ma non tutte le strutture sono codici, ci sono strutture generali, esse non hanno lo scopo di codificare. La codificazione è sempre di individui, si potrebbe dire che il potere ha tutti gli interessi a bloccare una formazione di catena per gelare un codice e impedire uno sviluppo di una sequenza. È troppo bello: quando hai la password hai il controllo sul soggetto, a meno che il soggetto non cambi password, fate catena!. Un codice non è solo un insieme di numeri, è sempre quei numeri ma in modo tale da variarli ancora senza perderli mai, deve sempre aggiungere senza togliere, creare connessioni senza abbandonare, lascia alle spalle ricordi e allo stesso tempo tenere nel presente il suo passato. Dobbiamo partire dagli esempi, faremo come gli uomini ordinari! diremo in questo modo: un bel giorno mi sono alzato dal letto e mi sono diretto in bagno, ma quando mi sono guardato allo specchio: una verruca!. Un elemento del codice si è aggiunto variando la pelle precedente, sto mutando! il divenire sviluppa i codici e fa catena. Fare catena non è ridurre in catene, le catene sono proprie del corpo plastico e della crema anti-rughe. Nel codice in primo luogo ci sono degli elementi di base: la palla è rossa, pesa 2 grammi, è completamente gonfia e liscia. Prendiamo questi termini e costruiamo un piccolo codice: ABCD. Poi diciamo che questa palla muta da un giorno all'altro, le parti cominciano a cambiare: il rosso si scolorisce e la palla si sporca. La sporcizia forse non fa parte del codice della palla, ma può produrre dei mutamenti sulla palla: temporaneamente il suo peso sarà diverso. Allora il codice si complica: ABCD-DCFR. La palla non è solo la seconda parte del codice, ma tutto l'intero codice, anche se le qualità che la riguardano direttamente sono quelle dell'ultima parte del codice. Ogni cosa si definisce per un insieme di proprietà, niente sostanza, solo un codice di proprietà che è una singolarità in uno degli stati dell'essere. Ogni cosa muta, ma quando muta non cambia completamente, cambia alcune qualità e costituisce sempre una catena di cambiamenti. Di ogni cosa che cambia rimane sempre il segno in ciò che è cambiato, di modo che tutti questi segni sono ciò che rimane attualmente della cosa. Quando ci chiederemo ma cosa è la cosa stessa, allora sorrideremo e diremo: pura possibilità! pura possibilità! e cosa altro potrebbe essere se infatti può mutare!. Il divenire presuppone l'essere e il non essere, in realtà l'essere così intenso sarebbe solo il manifestato del possibile, quindi quel possibile che si è fatto reale, mentre il non essere sarebbe tutto quel possibile escluso dal reale che si riapre perché potrà essere nello stesso movimento del divenire. Quello che conta è determinare le qualità e gli elementi del divenire come singolarità di codice e cercare quindi di spiegare come e se esiste qualcosa di generale. Si potrebbe pensare di no, che ci sono solo singolarità e che di generale non ci sono che le astrazioni mentali, per questo bisogna parlare ora di identità generali. Il problema è sempre stato in queste lezioni come considerare queste strutture rispetto a tutti gli stati dell'essere, è sicuro che lo stato dell'essere sembra avere una struttura per essere quello che è, ma questa non va mai intesa come qualcosa che si separa dagli stati. Ho escluso già la vecchia possibilità che si desse un edificio delle identità generali in contrapposizione con gli stessi stati dell'essere, non esiste un modo poi per evitare questo dualismo, oltre al paradosso di pensare le identità generali fuori dall'essere stesso, come se non fossero. Si era pensato che le identità generali come strutture fossero le radici stesse degli stati dell'essere, ma questo impediva di concepire le singole cose come differenti se non per elementi di coda e questo poi crea il fenomeno strano per cui non si capisce come da una radice generale di uno stato dell'essere che si suppone essere una struttura si passi a degli individuali come possono essere le parti di un codice di una identità singolare. Si potrebbe quindi accarezzare l'idea di pensare che l'identità generale sia solo un concetto o un qualche modo di leggere il mondo e per questo appartenga alla sola mente, se così fosse le strutture sarebbero ridotte ad uno solo degli stati: la mente. Tuttavia se così fosse non ci sarebbe nessuna oggettività nella determinazione delle differenze tra i vari stati dell'essere. Questa supposizione di prima, cioè il riduzionismo mentale ha comunque un suo senso dal momento che è la mente che compie quei tagli che ci permettono di definire entità base per costruire una teoria. In vero, dice la filosofia dell'Uno, esiste una sola realtà oceanica, ma la realtà oceanica si dice sempre degli stati dell'essere perché questi stati comunicano e si dice anche delle singole cose perché queste cose sono tutte connesse. Un'identità generale secondo la filosofia dell'Uno è composta da un nucleo fatto di principi territoriali, cioè che si riferiscono al mondo in quanto mondo, ed è composta anche da una serie di linee descrittive che stanno certamente per qualcosa non solo di completamente mentale, ma sono mappe descrittive per leggere il mondo. Se vediamo un leprotto all'ombra di una quercia, tutti se vediamo la stessa cosa diremmo che quello è un fatto, ma poi nel descrivere questo fatto compaiono numerose differenze, si può parlare di luce non riflessa sul leprotto, si può parlare di fotoni contro la quercia e così via. C'è un qualcosa che sembra rimanere uguale, ma le sue descrizioni ontologiche sono molto diverse perché partono da entità completamente diverse, queste entità sono solo funzionali alla mappa. In un certo senso la struttura della materia è la definizione della materia in quanto tale, ma di cosa è fatta la materia: di corpi?, di elettroni?, di molecole?. In realtà la materia si potrebbe dire che è tutte queste cose, si deve solo capire come viene divisa dalla stessa mente, ciò che è valido per tutti sono i principi generali, per esempio che la materia è estesa, che è corruttibile e così via. A questo punto se si determina un concetto si deve capire in che modo questo poi sia nella realtà, nel senso che stia per una struttura reale e non sia solo concetto e basta. Allora bisogna capire in primo luogo la differenza tra un codice a catena, come quello dell'identità singolare e un codice non a catena, ma una struttura a nucleo, come quello dell'identità generale. Allora se non si vuole pensare le strutture come completamente fuori dagli stati, ma negli stati stessi dell'essere, si deve comprendere la relazione tra queste strutture e le stesse cose individuali che sono nei vari stati. Cioè un'identità singolare deve comprendere queste strutture in sé senza però far pensare che queste si moltiplichino, ma lasciandole come puro investimento di un determinato elemento o parte di un codice a catena. Un verde di una foglia di una pianta deve avere la struttura del colore e nello stesso tempo potersi definire nella sua unicità quale è secondo un codice a catena. Il problema diventa da dove pescare quella stessa individualità che compone la singola cosa, cosa ci rende unici? questa potrebbe essere la domanda. Si potrebbe rispondere delle differenze, ma è questo principio che è completamente sbagliato, perché ci rende unici solo il fatto che siamo pura possibilità. In realtà si deve prendere un'altra direzione per risolvere il paradosso delle strutture e degli stati: in primo luogo conviene, calate le strutture negli stati, pensare che quindi quel fenomeno di cosa possa valere davvero per le strutture e non avere beatamente nulla a che fare con i codici delle identità singolari. Se avessimo una totalità uniforme e indeterminata come potrebbe essere uno stato: dove si formano in questo degli individuali? se io ho una tavola che sto colorando tutta di rosso, la dove il colore non è più uniforme, ma si addensa, dove cioè le macchie rosse pur investite da questa struttura sembrano affermare una propria particolarità, in quel punto trovo l'individuo. Deve quindi immaginare che la stessa struttura possa in qualche modo incresparsi, come dovesse incurvarsi su se stessa senza perdere se stessa, qualcosa di inviluppato diventa individuale. L'individuo come l'onda sul mare. Alla dico che la materia ha una struttura, come tutti gli stati, ma una cosa è la struttura, un'altra è l'espressione della struttura. Un'espressione di struttura è un modo in cui la struttura viene affermata da una stessa individualità e l'individualità è l'onda della struttura, quel punto in cui la struttura non si fa più uniforme ma incontra un punto di curva, rispetto al suo sviluppo lineare normale. L'identità singolare si forma tenendo conto una catena di queste espressioni, onda che sempre si risolleva dal mare e torna nel mare. Si potrebbe dire che solo gli individui sono reali perché sono lo stesso risultato del possibile, ma se tutto è possibile, nulla è reale. Esso lo è perché il divenire viene prima di ogni situazione e non afferma in sé nessuna individualità, piuttosto queste individualità sembrano voler resistere al divenire secondo il principio di permanenza.

La prossima lezione deve quindi trattare il problema del divenire per introdurre un elemento che potrebbe spiegare meglio la relazione tra possibile ed individuale.

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sabato 14 novembre 2015

Lezione V: costruire una teoria dei possibili modificando la relazione tra atto e potenza






La filosofia dell'Uno sin dalle sue origini, ovvero quella filosofia che io stesso ho concepito, sostiene che in principio era la possibilità infinita. La possibilità infinita non è altro che il vero potere dell'Uno, quando noi siamo veramente nell'Uno perché siamo tornati all'Uno allora possiamo possedere tale potere. La possibilità infinita è semplicemente l'unione di tre indefiniti: l'indefinito numerale, quello formale e quello azionale. L'indefinito non è altro che la serie stessa senza termine di un certo tipo di elementi. L'indefinito numerale determina un ente secondo una sua moltiplicazione all'indefinito di apparenti doppioni senza termine, ad esempio indefinite tigri di un certo tipo. L'indefinito formale invece moltiplica all'indefinito le forme di un ente, per cui per esempio potremmo trovarci di fronte ad una moltiplicazione indefinita di specie diverse e tantissimi incroci. L'indefinito azionale ripete all'indefinito le azioni. La possibilità infinita come potere è la capacità di fare un numero indefinito di azioni, di tutti i tipi che si vogliono in tutte le forme che si voglio; come possibilità infinita in sé non si tratta altro che della "creazione". In questa lezione voglio prendere in considerazione la teoria per cui i possibili sono codici, ma devono essere di una natura tale da non supporre dei codici al di sopra di sé, essi devono essere di modo tale da essere puramente individuali e non generali. René Guénon considera il possibile come essere e afferma che il possibile si divide in due: uno manifesto e un altro non manifesto, attuale e virtuale?. Ha senso dire: in principio era il possibile in quanto doveva darsi una potenzialità pura, noi però pensiamo l'atto come quello che c'è, mentre diciamo che la potenza è ciò che deve essere ancora. Su questo ci sarebbe da dire che persone come Rudolf Steiner sostengono che si possa fare effettiva esperienza di quello che viene chiamato "potenza", quindi non è che non abbia nessun carattere concreto. Mano a mano che le lezioni continuano dovrò cercare di esplicitare sempre di più certe tesi del testo sulla filosofia dell'Uno che ho scritto tempo fa, per esempio potrebbe avere un senso dire in questo momento che il possibile secondo la mia filosofia dell'Uno non è altro che lo stesso codice non attualizzato che costituisce quella che, sempre in questa filosofia, viene chiamata: identità singolare. In un primo momento potremmo definire questa identità singolare come una specie di catena fatta da parti, queste parti sono gli elementi che costituiscono la cosa non in questo momento, ma sempre, perché l'identità singolare è un concetto complesso che si basa sull'idea che qualcosa sia un punto di indeterminazione che attraversi delle parti costruendo catene, l'idea dell'identità singolare è che noi siamo noi stessi solo e soltanto a patto che non lo siamo, cioè io sono sempre tutta la mia catena dell'identità singolare e mai solo l'ultimo pezzo, ma per continuare a costruire una catena non devo mai aderire completamente alla catena, altrimenti divento una potenzialità molto vicina alla possibilità infinita o ad un suo frammento. L'infinito, del resto, ha sempre questa caratteristica per cui se fosse tagliato non darebbe fuori che parti indefinite. Possiamo immaginarci una pianta che ha una serie di parti in un certo momento della sua esistenza, essa diviene, cambia il suo corpo, ma è sempre lei stessa in quanto tutti questi cambiamenti sono in una catena che formano la pianta in quanto pianta. Se tagliassimo la pianta possiamo vedere la sua identità singolare impressa in tutti quei cerchi concentrici che stanno per tutto il suo passato, ma che è ancora adesso, così come ora è l'intera catena e non solo l'ultimo pezzo. Chiaramente la pianta in sé non è nulla se non la sua possibilità infinita di essere qualsiasi cosa, in questo senso si potrebbe quasi dire che in principio vi sia la libertà. Anche noi non solo nel corpo, ma anche nel carattere e come Io siamo delle identità singolari, io posso avere certe caratteristiche particolari, ma poi nella vita cambio, posso cambiare solo se non mi identifico completamente con me stesso (se non faccio la "statua", come si dice in filosofia dell'Uno), allora sono libero di essere quello che vogliono rimanendo me stesso perché sono la catena, non solo l'ultima parte, ma l'intera catena. Il punto di indeterminazione è una versione singolare della versione totale della possibilità infinita, la nostra essenza come libertà decisionale, ovvero in principio vi era la decisione, così come forza decisionale, in accordo con la teoria delle forze che spiegavo nel mio testo sulla filosofia dell'Uno. La possibilità infinita noi in questo momento ce la immaginiamo in ipotesi, per vedere la nostra teoria sui codici dei possibili, come qualcosa che si smembra sempre per dispiegarsi tutta con moltissime facce e queste non sono altro che i singoli codici dei possibili;  dopo tutto il segreto è essere la realtà oceanica della catena di tutti questi codici e non essere nessuno di essi mai. Se questi codici non sono altro che l'essere, tenendo presente che dal punto di vista dell'esistenza ciò che è, è l'energia e dal punto di vista dell'essenza ciò che è, sono i codici o gli stati, allora questi codici sono già tutti perché in principio ci sono loro, quello che conta da vedere è perché alcuni di questi codici sono manifesti (attuali) e altri non lo sono (virtuali). Quello che noi vediamo è ciò che diciamo attuale, ma in realtà potrebbero benissimo essere dei codici di possibili che si danno a noi in qualche modo, mentre ciò che non vediamo deve distinguersi in qualcosa che c'è come le sensazioni che magari non hanno immagine, o anche il magnetismo o altre cose di questo tipo e in qualcosa che non si da a noi, ma non per questo non esiste. Deleuze considerava il virtuale come qualcosa che è reale, ma che non è un puro possibile; chiaramente anche Bergson da cui Deleuze prende spunto parla di questo. Il problema del virtuale sembra porsi in filosofia per il semplice motivo che vi sono delle cose che noi non vediamo semplicemente perché non le osserviamo, per esempio quello che si trova alle nostre spalle, ma che comunque hanno un "essere", oppure si può parlare delle sensazioni come il dolore, delle azioni virtuali che possiamo compiere sulle cose, della memoria o dei pensieri. È chiaro che questo discredito del possibile deriva semplicemente dal fatto che viene considerato come qualcosa di astratto, ma noi nella nostra ipotesi supponiamo che sia qualcosa di molto diverso, che non sia solo entità mentale, ma l'origine di quello che c'è. Così il virtuale non sarebbe altro che quel possibile che non si manifesta, ma questo, come si è già detto, va preso nel senso che avviene per differenti cause. Per finire la lezione faccio notare che nel testo della filosofia dell'Uno i possibili sono sempre considerati come degli in sé, mentre tutto il resto è qualcosa che si da ad un soggetto. In questo senso non c'è nessuna prova che questi oggetti che si danno a noi in questo mondo non si diano allo stesso modo in altri universi paralleli. L'idea è che ci sia uno stesso possibile in sé che si possa dare più volte; ad esempio una persona che recita al teatro si da al pubblico degli spettatori, nel senso che questi lo vedono, ma in quanto è oggetto del loro sguardo non è mai un in sé, ma sempre un per sé, così come in sé può darsi come per sé anche ad una telecamera della sorveglianza o alla televisione se qualcuno sta filmando. Questo semplice fatto dimostra come qualcosa possa darsi più volte, ma questo significa che ciò vediamo non è mai un in sé, anche se l'in sé è sempre in una frequenza in quanto ha un codice oggettivo. I nostri mondi non sono altro che degli schermi televisivi in cui compaiono questi possibili o meglio lo schermo sono i nostri stessi occhi. Ciò che conterà ora in futuro sarà quello di analizzare meglio cosa sia il possibile e la struttura del suo codice.

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lunedì 31 agosto 2015

Lezione III: il paradosso tra strutture e stati dell'Uno, analisi della metafisica orientale con René Guénon







Nella lezione precedente avevo mostrato come la divisione tra le due forme di filosofie dell'Uno esistesse prima della scissione successiva al fallimento della filosofia platonica, perché dopo tutto Parmenide può rappresentare l'Uno trascendente, l'Uno al di là del divenire, al di là del molteplice, mentre Eraclito è il filosofo dell'Uno dell'immanenza, il filosofo che dice che l'Uno non è al di là del divenire, ma è il divenire stesso. Platone va inserito sulla scia di Parmenide nel suo tentativo di correggere l'effetto dualista della filosofia parmenidea dicendo che anche il non essere è, infatti il non essere è differenza. La sua concezione della differenza lo ha portato ad un nuovo dualismo, quello tra le strutture (le idee) e la materia. Eraclito era forse il filosofo che creava più problemi nella teoria platonica, l'impossibilità di ridurre il divenire alle idee. Il bello è che in Eraclito esiste una risposta al problema delle differenze in Platone, questa risposta consiste nel rovesciare completamente il modello. Così Eraclito diceva:

“Se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici, le riconoscerebbero come distinte l’una dall’altra.”(Eraclito)

Quasi come in Deleuze sembra che la differenza sia in sé e non per sé. Questa concezione però va completamente contro l'idea delle strutture, delle essenze, semplicemente perché abbatte ogni idea di un modello originario. Salvo pensare che l'unico livello dell'Uno sia la materia, il che creerebbe una visione molto piatta e certamente immanente, si deve pensare che l'Uno abbia vari stati. Intanto c'è una complicazione iniziale: Parmenide intendeva l'Uno come essere, Eraclito come divenire, nessuno dei due però avrebbe mai pensato, come invece fa Plotino più avanti, che l'Uno possa essere oltre l'essere. Per il momento lasciamo perdere la posizione secondo cui l'Uno trascende l'essere e immaginiamoci che l'Uno sia l'essere, intendendo alle volte questo essere come ciò che è e magari altre volte il sistema più complesso di tutto ciò che si da, quindi potenzialmente anche il divenire. Il molteplice nella teoria dell'Uno-essere come stati diventa semplicemente la moltitudine degli stati di questo Uno. Se l'Uno è la radice ultima di tutte le cose, allora le cose si differenzieranno semplicemente per lo stato in cui si trovano. Ci saranno vari stati: materia, spirito, anima e mente, per ognuno di questi stati ci saranno altrettanti individuali che si distinguono per altre vibrazioni differenti, ma che hanno in comune lo stesso stato. Da questo punto di vista, prima di vedere Guénon, Spinoza è il personaggio più vicino a questa concezione dell'Uno. Spinoza parla di una sostanza con le sue proprietà, per esempio pensiero ed estensione, poi dice che queste proprietà dice che hanno degli attributi che sono gli individuali, i singoli pensieri e i singoli corpi. Dato che tutto viene dalla stessa Sostanza si può spiegare la connessione tra i corpi e i pensieri.  Guénon parla di stati molteplici dell'essere, questa è la metafisica orientale. Immagino che qualcosa di simile valga anche per quel che si dice sui corpi sottili, che dovrebbero risultate come stati differenti dell'essere. Il problema di una teoria di questo tipo è che si rischia di cadere nel dualismo se in questa teoria si introduce il modello strutture e quindi la sfida consiste sempre nel cercare di evitare questo modello cercando di trovare delle altre soluzioni. Immaginiamo che l'essere sia un codice, che se le cose che sono devono condividere la radice di questo codice ed immaginiamo che questo codice abbiamo come elemento radice: 1. In questo modo sapremo che se compare 1, quella cosa è. Gli stati dell'essere devono condividere questo elemento per poi aggiungere elementi nel loro codice che differiscano e determinano i vari stati, per questi elementi del codice useremo delle lettere. Così accade che: la materia ha il codice:1A, la mente: 1B, lo spirito: 1C, l'anima: 1D. Queste lettere potrebbero rappresentare delle variazioni di stato, anche se hanno la stessa radice. Dal punto di vista di Spinoza potrebbero essere anche le varie proprietà della sostanza. A questo devono seguire le individualizzazioni di queste cose, per esempio i singoli corpi o menti, per cui aggiungiamo dei numeri alle lettere da 2 in poi. Per esempio potremmo pensare che i corpi abbiano codici come 1A2, 1A3, 1A4, ecc... Il paradosso che si produrrebbe è che ci sarebbero dei codici, per esempio il codice della materia, che devono ripetersi per ogni molteplice e ogni singolo elemento in uno stato che condivide la struttura dello stato. Dal momento che nello stesso stato non potrebbe ripetersi il codice completamente uguale per ogni elemento, questi codici o strutture devono essere separati da tutte le individualizzazioni, provocando il dualismo indesiderato tra l'universale e l'individuale. In questo modello tutte le individualità sono costruite a partire da variazioni di codice che stanno sul termine, sulla coda.  Vediamo questi casi ad esempio: 1A34, 1C25, 1A35, 1D33. Ci sono due casi di codici che si riferiscono alla materia, mentre abbiamo un codice di uno spirito e quello di un'anima. Nei due casi dei codici di materia possiamo parlare dei corpi di Alberto e di Stefano, se il primo codice è il corpo di Alberto, il corpo di Alberto differisce da quello di Stefano perché nel codice ha 4 anziché 5. Una teoria delle essenze porta ad una teoria dei codici, la teoria dei codici è esattamente paragonabile a quella dei codici genetici; del resto, nell'ontologia della biologia, quando ci si chiede perché un animale sia di una specie, alcuni rispondo per via del codice genetico. Se è così la tigre è una tigre per via del suo codice genetico. Per evitare il paradosso dell'Uno molteplice si devono cercare altre strade. Si potrebbe per esempio continuare a pensare gli stati dell'essere come dei codici, ma pensare che quello che valga per l'Uno, debba valere anche per tutti i vari stati, per esempio che esista una materia in sé come un Uno e che tutto ciò che è materiale è sempre variazione di questo Uno e così anche per ogni altra cosa, persino il corpo di Alberto. Su questo punto Plotino per la sua teoria dell'Uno era partito dal fatto che aveva constatato che ogni cosa effettivamente è una. Il problema di questa teoria è che se ogni cosa è una, è anche vero che le cose hanno oblio e che si dividono all'infinito, a voler puntare tutto sull'unità si cade in un nuovo dualismo tra unità ed oblio. Qui si aprono due strade: quella di Proclo che cerca di portare l'Uno al di là dell'unità e una strada che cerca di concepire l'Uno senza l'unità, l'Uno come unico flusso di molteplicità. Si può comunque cambiare rotta fin da subito cercando di concepire un'altra teoria dei codici, una teoria in cui l'originalità degli elementi non venga da variazioni di code dei codici, ma che i codici non siano nati né per standardizzare, che si caratterizzino per essere in origine originali e che non siano delle gabbie, ma lasciano sempre spazio ad una decodificazione. In pratica chi si impegna per una filosofia dell'Uno e per una filosofia di tipo monista avrà sempre la sfida di fronte di ridurre tutte le dualità all'Uno, perché non devono essere cose che non possano essere riducibili.


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sabato 11 ottobre 2014

lezione X: interiore puro



Eccoci qui, di nuovo per parlare in questo caso della mia teoria su questo punto, la quale non salva il dualismo, lo tiene solo come necessaria parvenza, supera il dualismo, ma solo considerandone la teatralità. Non si tratta in questo caso di ricomprendere una realtà che ci sembra fatta di opposti, nel senso di pensare un solo reale fatto di uno dei due aspetti del dualismo, fare vincere l'oggetto o il soggetto, ma appunto. come si è già visto in una lezione passata. constatare la teatralità del soggetto e dell'oggetto. Io vedo una mela, questa è la realtà come ci appare, poi però ci accorgiamo che le cose sono diverse, la realtà ci pone di fronte a due ruoli quali quello di soggetto e di oggetto, che come avevo già detto in una lezione precedente andavano rivisti come maschere. Il livello della maschera sembrava farci pensare solo che le cose stessero in un ruolo, non che le cose stesse nelle loro contrapposizioni erano anche quelle finzioni ulteriori. Se un attore interpreta una parte, noi diciamo che tutto è un contesto di finzione, ma il punto è cosa diremmo se invece pensassimo che l'intero teatro è un sogno, nel senso non di quell'oggetto riprodotto, palesemente finto, che abbiamo di fronte che gli attori pur consapevoli del nostro sapere ci invitano a considerarlo come vero, ma si parla proprio di quell'edificio, quella cosa che ci sembra così banalmente concreta che a sbatterci contro ci fracasseremo la testa, quel teatro!. Sarebbe un colpo duro, del resto io ho sempre detto di non essere un idealista, almeno ho cercato di comunicarlo a modo mio, di comunicare l'assurdità del pensiero che pone le cose come se niente fosse stato prima del soggetto. Di fatto io ho detto proprio quello che sembra, che è un sogno, ma cosa? il teatro, si ma nel senso che tornando a me stesso che guardo la mela, come guardatore svolgo il ruolo del soggetto che guarda, mentre la mela svolge il ruolo dell'oggetto guardato e fin qui era tutto chiaro nella passata lezione, ma ora si aggiunge di più, nel senso che io sono un Ego e la mela è quella cosa la fuori che ci sembra così divisa dal resto e tutto ciò è barzelletta. Pensiamo un po', non posso quantificare nell'interiore diceva Bergson, infatti si può dare quantità solo nella realtà spaziale esteriore, quindi quando parlo di Ego come qualcosa di distinto dagli altri individui mi inganno, ecco una parte del sogno; allo stesso modo la mela ci sembra così staccata da tutto il resto, ma ciò che lo divide è questo paradossale vuoto che vuole fare bella presenza tra le cose, come vuoto non sarebbe, ma appunto per questo si tratta solo di non manifestato, non di vuoto, la realtà è una cosa sola, tutte le divisioni sono tagli mentali, ecco l'altra parte del sogno. Abbiamo sognato di essere a teatro, svolgevamo dei ruoli, ma quello lo sapevamo e lo facciamo consapevolmente, sempre che l'uomo non si dimentichi che quando è nel mondo recita solo una parte e che anche se queste parti si contrappongono in fondo siamo tutti uguali. In verità né l'Ego, né la mela ci sono, ma solo una realtà che comprende ogni cosa, dove tutte le differenze cadono, forse una realtà a più livelli, dove la materia magari non è sullo stesso piano dell'anima, tutto però è Uno. Che cosa sono interiore ed esteriore? l'esteriore è falsa apparenza di questo mondo di cose separate, la cui separazione è più mentale che reale. L'interiore o è solo il terreno dell'Ego o diventa dell'Io, ma in quel caso non si distingue più dall'esteriore, quindi ci si trova in una realtà unica. In questa realtà l'anima e le cose non perdono se stesse, si trovano solo tutte in un diretto collegamento con le altre. In pratica, se fate cadere il soggetto e l'oggetto, cosa rimane? solo una cosa sola, una sola realtà. Il bello è che più cerchi di avvicinarti al tuo profondo interiore, più ti avvicini al profondo esteriore finché non esiste più una differenza, puoi cercare il tuo io e scoprire con questo anche l'oggetto in sé. Questo principio spiegherebbe molte cose come la telepatia e la telecinesi, ma ovviamente qui non sono gli argomenti di cui tratterò perché richiederebbero dei lavori a parte, che in questo momento non ho in progetto. Ad ogni modo si è già visto, tornando a quello che dicevo prima che in fondo cercare l'io, vuol dire scoprire una dimensione che non ha più una quantità e quindi in un solo interiore comune, dove gli io sono interconnessi, allo stesso modo cercare oltre le apparenze singolari delle cose, ci porta a capire che lo spazio non esiste per davvero e quindi che esse nel loro in sé sono anche comunicanti, ma se togliamo l'ultima contrapposizione, oltre a liberarci di tutte le insidie del dualismo scopriamo che la realtà è Uno. Arrivati qui, passati per la posizione dualista, non dimentichiamo che poi questa derivava dal problema del rapporto soggetto/oggetto posto da quello della conoscenza stessa, sia nel suo essere che almeno nella sua provenienza, dunque ora vediamo meglio un aspetto della conoscenza che è quello del concetto e quindi poi quello del linguaggio. Nella prossima lezione si parlerà di come è stato visto il concetto, allora cosa è il concetto, da dove viene e se ha uno scopo, poi si vedrà in altre lezioni come il problema del concetto e quello della definizione sia superato, per esempio da Wittgenstein, in quale modo, infine vedremo il rapporto concetto/linguaggio, fino ad arrivare a parlare di una mia teoria sulla costruzione di un linguaggio di concetti e vocabolari mentali.

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