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sabato 24 marzo 2018

Luciano Floridi e la quarta rivoluzione: come l'infosfera cambierà le nostre vite










La quarta rivoluzione è un libro recentemente pubblicato dalla Cortina editore. L'autore del libro è Luciano Floridi, uno dei pochi filosofi che si interessano di informatica e che ha subito colto le vaste opportunità per la filosofia nell'informatica. Floridi si è interessato molto di temi etici relativi all'informatica, tuttavia questo libro non è tanto rivolto a questi, quanto piuttosto al tema dell'informazione. L'obbiettivo di Floridi è quello di costruire una vera e propria filosofia dell'informazione, rispetto alla quale questo libro costituisce il primo pezzo del progetto. In solo questo libro sono contenuti numerosissimi nuovi temi. La filosofia di Floridi rinnova l'intero pensiero e le molteplici branche della filosofia con un nuovo linguaggio e un nuovo modo di pensare. Ogni capitolo del testo è rivolto ad un tema specifico e prende di mira una branca della disciplina filosofica altrettanto specifica.



Il primo capitolo vuole rinnovare il linguaggio della filosofia della storia, all'insegna dell'entrata da parte dell'uomo in una nuova era: l'iperstoria. Se si considera che Luciano Floridi è un filosofo analitico, il fatto che si interessi di un tema come la filosofia della storia raddoppia la novità del tema. Non è facile trovare un filosofo analitico che si interessi di filosofia della storia, tanto è vero che si direbbe che propriamente la filosofia della storia esiste solo in ambito continentale. Tuttavia Floridi entra nel tema con un obbiettivo preciso: rendere conto del superamento della storia. La storia come disciplina studia il nostro passato a patire da documenti e reperti. La storia come la conosciamo comincia con l'invenzione della scrittura, allorché solo in quel momento si è incominciato a conservare documenti o tracce scritte. Tutto ha inizio con i Babilonesi. Prima della storia, ossia prima dell'introduzione della scrittura, ci si riferisce al periodo con il nome di “preistoria”. Alcuni popoli, popoli che abitano nell'Amazzonia, vivono ancora nella preistoria, mentre la maggior parte dei paesi del mondo vive nella storia. Con la nascita dell'informatica e lo sviluppo delle ICT (tecnologie di comunicazione informatica) nasce una nuova era: l'iperstoria. È verso questa era che ci stiamo sempre di più dirigendo. Paesi iperstorici sono l'Italia, la Gran Bretagna, gli U.S.A., il Giappone, ecc. Si può prevedere sempre più una maggiore diffusione di internet e sempre più una maggiore dipendenza dalle tecnologie informatiche. La storia viene fatta partire con l'invenzione della scrittura e quindi con la creazione di documenti che conservino la memoria del passato. Oggi questo meccanismo si è trasformato con l'informatica in un continuo immagazzinare dati su dati.

Vediamo più da vicino come funziona l'informazione. Luciano Floridi traccia uno schema di questo tipo per designare il ciclo dell'informazione:

  • Creare
  • Raccogliere
  • Immagazzinare
  • Elaborare
  • Distribuire
  • Consumare
  • Riciclare

Oggi si parla molto di “Big data”. Molti identificano il problema di oggi nell'immagazzinare una montagna di dati che è in continuo aumento e che prima d'ora non si era mia vista. Tuttavia secondo Floridi il problema non è la vasta quantità di dati, il problema va visto su un altro piano: quello intellettivo.

«La vera questione epistemologica con i big data è quella di disporre di pattern (strutture) di piccola scala. Poiché, oggi, possono essere generati e processati così tanti dati, in modo veloce, economico e potenzialmente su tutto, la difficoltà che grava suoi nuovi ricchi, da Facebook a Walmart, da Amazon a Google, e sulla vecchia fortuna dei dati, dalla genetica alla medicina, dalla fisica sperimentale alle neuroscienze, è proprio quella d'individuare dove reperire, in tali immensi database, nuovi pattern dotati di valore aggiunto, e in che modo questi ultimi posano essere sfruttati per la creazione di ricchezza, lo sviluppo delle vite umane e il progresso della conoscenza. Si tratta di un problema di potenza intellettiva e non computazionale.» (Floridi, Luciano, La quarta rivoluzione, Cortina, Milano, 2017, p.16)

La storia comincia con la scrittura, la scrittura implica la creazione di documenti e questi documenti sono oggetto di studio da parte dello storico. Il documento in quanto tale consiste in una traccia iscritta su carta, papiro o altri materiali. In quanto traccia inscritta il documento comincia a formare una memoria. Come funziona la memoria nel computer? Il problema della memoria nel computer è serio. Quando apriamo un file office o word per scrivere qualcosa sopra o per modificare qualcosa di già scritto, quando lo salviamo, non stiamo conservando qualche traccia, il computer, al contrario, sostituisce il file precedente con una nuova versione. Questa non è memoria in senso tradizionale, ossia nel senso della conservazione del passato. Oltretutto, avendo a che fare con sistemi che cambiano e si aggiornano continuamente, nasce il problema dei file non più supportati, dei vecchi floppy che non vanno più perché non si usano più e non sono più leggibili. In pratica il computer ha la tendenza all'oblio piuttosto che alla memoria. Un altro esempio è quello dei link rotti, delle pagine che su internet non sono più attive e così via. Dunque, secondo Floridi, la questione non è tanto semplicemente la conservazione di dati passati, ma la possibilità che si possano generare tanti dati assieme allo stesso tempo. Rispetto alla grande montagna di dati che è in aumento a seguito dell'entrata nell'iperstoria la domanda diventa, secondo Floridi, cercare di capire quali siano i file inutili da cancellare.

Il secondo capitolo annuncia la nascita di un nuovo spazio: l'infosfera. Il capitolo comincia con una analisi di tre tipologie di tecnologie: tecnologie di primo ordine, tecnologie di secondo ordine e tecnologie di terzo ordine. L'infosfera trova luogo solo a partire dalle tecnologie di terzo ordine. In generale Luciano Floridi definisce la tecnologia come un “essere-tra”. Un esempio: gli occhiali da sole che stanno tra noi che li indossiamo e il sole che altrimenti abbaglierebbe i nostri occhi. Nella filosofia spesso la tecnologia viene definita come protesi, come un prolungamento dell'uomo o del soggetto che se ne serve. Non è tanto questa definizione che segue Floridi, definizione che forse si applica solo alle tecnologie di primo ordine e secondo. Piuttosto Floridi riflette sul carattere di mediazione della tecnologia, in quanto lo “stare tra” della tecnologia impedisce un'esperienza immediata e funziona piuttosto da medio. Vediamo meglio come sono strutturate queste tre forme di tecnologia.

Tecnologie di primo ordine: sono le tecnologie che mettono in relazione l'uomo con la natura e funzionano in modo che l'uomo tramite queste possa agire sulla natura senza agire su altri strumenti tecnologici. Le tecnologie di primo ordine seguono questo schema: uomo-tecnologia-natura. L'esempio di Floridi è quello dell'ascia. L'ascia è uno strumento che usiamo per tagliare, ad esempio, la legna. L'uomo attraverso l'ascia taglia la legna, nel tagliare la legna e per mezzo dell'ascia, l'uomo entra in una relazione mediata con la natura.

Tecnologie di secondo ordine: sono tecnologie che agiscono su altre tecnologie. In questo caso l'agente è sempre l'uomo, ma la tecnologia non agisce direttamente sulla natura, agisce su un'altra tecnologia. Le tecnologie di secondo ordine seguono questo schema: uomo-tecnologia-tecnologia. Il risultato è la scomparsa della natura dallo schema. In questo passaggio l'uomo si trova sempre più distante dalla natura in quanto la sua relazione non è solamente più mediata da un solo strumento tecnologico. Un esempio di tecnologia di secondo ordine è il cacciavite. Il cacciavite si usa applicato su chiodi, ossia su altre tecnologie. È sufficiente trovare quello con la punta giusta per far ruotare il chiodo. Ci sono diversi altri tipi di tecnologie di secondo ordine: televisore, lavatrice, lavastoviglie, ecc. In questo tipo di tecnologie c'è ancora qualche essere umano che almeno preme dei bottoni, mentre è scomparso completamente l'elemento della natura.

Tecnologie di terzo ordine: sono tecnologie che agiscono su altre tecnologie per mezzo di tecnologie. In questo caso non c'è presenza umana, l'uomo non svolge più nessun ruolo perché le macchine comunicano tra di loro. Le tecnologie di terzo ordine seguono questo schema: tecnologia-tecnologia-tecnologia. Il tipico esempio di tecnologia di terzo ordine è il computer. I robot potrebbero costituire un altro esempio, ma queste tecnologie non sono ancora molto diffuse come i computer.

Con il progredire della tecnologia quel che accade è che prima scompare dalla relazione la natura e poi l'uomo. Si potrebbe pensare questo tipo di risultato in termini molto pessimistici, affermando che non c'è più contatto immediato con la natura, che la natura è morta e che l'uomo è diventato del tutto obsoleto, pronto per essere sostituito da una macchina. Non è questa strada che prende Floridi, anzi il filosofo sembra abbastanza ottimista nei riguardi della tecnologia, anche se il suo ottimismo è moderato. Nella relazione definita dalla tecnologia secondo Floridi è importante distinguere uno che la usa e un qualcosa a cui viene applicata e che richiede quella tecnologia. L'uomo è colui che usa la tecnologia, ma il vecchio discorso dell'uomo come animale tecnologico a Floridi non interessa perché oggi sappiamo che esistono animali che sanno sviluppare rudimentali tecnologie di primo ordine. La differenza tra l'uomo e l'animale sta piuttosto nel grado: l'uomo è in grado di sviluppare anche tecnologie di secondo ordine e di terzo, a dispetto dell'animale. Il soggetto che usa la tecnologia deve essere piuttosto chiamato “utente” e ciò a cui la tecnologia si rivolge è definito da Floridi come “suggeritore”. Floridi, infatti, spiega che la tecnologia viene creata a partire da una esigenza concreta e questa dipende da un qualche termine a cui la tecnologia si rivolge. Per esempio : l'esistenza del sole, il pericolo che può derivare dai suoi raggi, impone all'uomo la costruzione di una serie di tecnologie per proteggersi (occhiali da sole, cappello, ombrello parasole, tende, ecc.).

I primi due tipi di tecnologie non danno origine all'infosfera, sono le ICT a farlo. L'infosfera si definisce come spazio informazionale. Questo spazio si sviluppa con la comunicazione dei diversi dispositivi tecnologici. Se prima c'era ancora una differenza tra l'essere connessi e l'essere sconnessi, nel mondo di oggi questa differenza cade. Siamo sempre connessi alla realtà informatica, in quanto la realtà informatica non è più semplicemente l'internet del computer, ma invade i nostri elettrodomestici, le nostre auto, gli smarthphone e così via.

«A un livello minimo, l'infosfera indica l'intero ambiente informazionale costituito da tutti gli enti informazionali, le loro proprietà, interazioni, processi e reciproche relazioni. È un ambiente paragonabile al, la tempo stesso differente dal, cyberspazio, che è soltanto una sua regione, dal momento che l'infosfera include anche gli spazi d'informazione offline e analogici. A un livello massimo, l'infosfera è un concetto che può essere utilizzato anche come sinonimo di realtà, laddove interpretiamo quest'ultima in termini informazionali. In tal caso, l'idea è che ciò che è reale è informazionale e ciò che è informazionale è reale.» (Floridi, Luciano, La quarta rivoluzione, Cortina, Milano, 2017, p.44 e 45)

Ciò che è infomazionale è reale e ciò che è reale è informazionale”, afferma Floridi, quasi ricalcando la vecchia formula hegeliana (“il reale è razionale e il razionale è reale). A questo punto dovrebbe essere gettata via l'idea secondo la quale ciò che è informazionale è virtuale e dunque “finto”. Lo dice lo stesso Floridi che non si tratta della distopia di Matrix, ma allora di cosa si tratta? Potrebbe esserci una nuova ontologia alle porte? una nuova ontologia che ha come oggetto le informazioni? Floridi non parla di ontologia, ma si riferisce più spesso a temi epistemologici. L'infosfera per essere concepita in questo senso presuppone una continuità tra il mondo materiale e quello tecnologico, una grande zona grigia. Luciano Floridi parla di “onlife”, proprio perché oggi è sempre più difficile distinguere l'online dall'offline e la nostra vita rimane sempre in quello spazio informazionale. Nel capitolo Floridi trova anche delle associazioni tra la realtà informazionale di internet e quella del mondo quotidiano: le difficoltà nel flusso di informazione sono rappresentate bene da chi urla o gesticola per farsi capire; lo spam, come sappiamo, esiste anche nel più comune mondo della chiacchiera. Tre sono le operazioni che Floridi distingue nell'infosfera: scrivi, leggi, esegui. Con “scrivi” si manda il messaggio, con “leggi” il messaggio è recepito, mentre con “esegui” si esegue un comando o un'azione.




È interessante in questo capitolo il cambiamento nella nozione di esistenza in Floridi. Luciano Floridi distingue due concetti di esistenza in filosofia: uno dei medievali e uno dei moderni. Cartesio, il quale era profondamente influenzato dal linguaggio della scolastica, definiva come sommamente reale Dio, in quanto Dio non dipende da altro. La sostanza dipende dall'esistenza Dio e l'attributo dall'esistenza della sostanza, dunque la sostanza è meno reale di Dio, ma più reale dell'attributo. I medievali tendevano a pensare Dio come l'essere la cui esistenza è necessaria, mentre gli altri enti hanno esistenza possibile. Dio è ciò che permane più a lungo in quanto è eterno, mentre tutti gli altri enti di questo mondo hanno un'esistenza che ha un inizio con la nascita e finisce con la morte. Con i filosofi moderni, soprattutto con gli empiristi, il concetto di esistenza cambia completamente. Il filosofo moderno, dice Floridi, considera esistente tutto ciò che ricade nel campo empirico, ossia tutto ciò che è percepibile attraverso i sensi. Di ciò che noi non percepiamo o diciamo che non esiste o comunque dobbiamo ammettere che non ne possiamo sapere nulla. Kant, ad esempio, sosteneva che ciò che esiste è nel campo dello spazio-tempo come oggetto di una esperienza possibile, quindi un ente esiste solo in quanto fenomeno, in quanto si dà ad un soggetto che lo percepisce. A queste nozioni di esistenza Floridi aggiunge l'esistenza come interazione. Una costatazione di questo genere si basa sulla natura del mondo digitale e il suo potere di connettere utenti e macchine. In particolare il concetto tradizionale di esistenza, sia nella versione medievale, che quella moderna, può essere messo in discussione di fronte a giochi online come World of Warcraft. Il mondo di Warcraft esiste anche se non è percepito. La gente che passa buona parte della sua vita su questo gioco nel 2011 era arrivata circa a 11 milioni e il gioco, in quale tale, osserva Floridi, potrebbe essere collocato al 91° posto nei paesi come densità demografica. La realtà digitale sta profondamente cambiando le nostre esistenze e la filosofia per rendere conto di questa realtà ha bisogno di nuove definizioni e di un nuovo linguaggio. Il libro di Luciano Floridi riesce bene in questo suo compito, ma Floridi ci dice che è soltanto l'inizio.

Il terzo capitolo si addentra ancora di più nel tema dell'onlife e affronta la questione delle nostre identità nel mondo digitale. Il problema risulta serio soprattutto per chi fa un uso dei social media (Facebook, Instagram, Pinterest, ecc.). Con i social media, soprattutto, si presenta una nuova tipologia di sé sociale. Nasce l'esigenza da parte dei soggetti di dover prendersi cura del proprio sé sociale nel mondo digitale, essere più consapevoli di quello che scriviamo, di che effetti hanno i nostri contenuti e così via. Quel che ha più colpito fin da subito dei social media è il modo in cui facilmente la gente parla dei fatti più intimi in spazi che dovrebbero essere pubblici e non solo: si assiste al fatto che la gente è perfettamente interessata che il proprio contenuto sia diffuso nel modo maggiore possibile, ossia che l'attenzione degli altri si concentri decisamente su quel che scrivono o postano. Non è tanto questo il problema su cui si focalizza Floridi, egli piuttosto si interessa della questione della natura del sé: che differenza c'è tra noi e il nostro sé di Facebook? Siamo forse la stessa persona o il sé del social network è un altro oggetto sociale che ci definisce in un modo ma non esaurisce la nostra identità? Il vecchio problema della nave di Teseo, per dirla in termini filosofici, viene risolto da Floridi con una risposta che critica la domanda. Non dobbiamo chiederci della natura del sé in generale, ma vedere la cosa nei diversi contesti, perché dal punto di vista generale avrebbe un senso dire che siamo l'utente di Facebook in un certo senso, ma non in un altro.

Un altro tema affrontato da Floridi nel terzo capitolo è quello dell'educazione e dell'insegnamento. Oggi i computer sono molto più usati nelle scuole di una volta, anche se in molti casi troviamo sempre i classici alunni dietro ai banchi con carta e penna. Ci sono sempre più corsi online disponibili e un sacco di tutorial su youtube. Le possibilità di apprendere sempre più cose si sono moltiplicate moltissimo. Ovviamente bisogna stare attenti al materiale che trattiamo, soprattutto quando ad insegnare non sono dei professori, ma gente che gestisce siti su internet. All'interno dell'ambito della conoscenza Floridi distingue quattro componenti:

1) La conoscenza come informazione che si possiede su qualcosa o come un sapere far qualcosa. La conoscenza andrebbe divisa, come faceva Gilbert Ryle, in know that (sapere che) e know how (sapere come).

2) L'insipienza come un sapere di non sapere, un sapere di non avere una data informazione, la quale è oggetto di ricerca.

3) L'incertezza come non sapere se, non sapere se una data informazione è corretta o se quel che si sa è sufficiente ad un dato scopo.

4) L'ignoranza come non sapere di non sapere qualcosa, come non sapere di non essere a conoscenza di una data informazione.

L'insegnamento, secondo Floridi, deve lavorare su questi quattro punti: l'istruzione deve insegnarci uno sguardo critico sul sapere che già possediamo; l'istruzione deve farci capire quale sia l'informazione che ci manca, farci capire i nostri limiti e insegnarci a imparare cose nuove; l'istruzione ci deve insegnare la capacità di dubitare.


Il quarto capitolo del libro tratta il tema centrale di tutto lo scritto: la quarta rivoluzione. Floridi periodizza la storia dell'evoluzione umana seguendo quattro rivoluzioni alle quali assegna a ciascuna un protagonista o un eroe: Copernico, Darwin, Freud e Turing.

La prima rivoluzione è quella di Copernico. Copernico pensa l'universo non più con la terra al centro, ma con il sole. La terra viene spostata in periferia. Con questo metodo viene spazzata via una certa concezione antropocentrica dell'universo.

La seconda rivoluzione è quella di Darwin. Darwin scopre che gli animali sono quello che sono ora in quanto hanno seguito un processo di evoluzione che segue la logica della selezione naturale. Anche l'uomo è un animale come gli altri da questo punto di vista, un animale che si è evoluto a partire dalla scimmia. In questo modo la specie umana smette di avere qualche forma di privilegio rispetto alle altre specie.

La terza rivoluzione è quella di Freud. Freud ha dimostrato che il soggetto è diviso: coscienza/inconscio. La nostra mente non è completamente trasparente a se stessa. L'uomo è soggetto all'inconscio e non è più quell'animale capace di controllare sé stesso e il suo desiderio (illusione del nevrotico).

La quarta rivoluzione è quella di Turing. Turing ha costruito una macchina intelligente che costituisce il primo modello di computer. Il primo modello di computer è l'A.C.E. (automatic computer engine). Con questo passo l'intelligenza non sembra essere più un privilegio dell'uomo, visto che è contesa da altre macchine.

La natura di questa quarta rivoluzione mi sembra un po' problematica. Quando Floridi parla di intelligenza si riferisce ad un tipo di intelligenza che segue lo schema del calcolo. Floridi afferma che la ragione è calcolo. Questa forma di intelligenza nell'uomo è solo un tipo di razionalità. In realtà l'uomo quando pensa fa molto di più di calcolare. Visto che qui si parla di filosofia, se l'uomo sfidasse un computer nella filosofia vincerebbe ancora l'uomo. È vero che il computer è perfettamente in grado di fare logica, forse anche di analizzare bene un'argomentazione. Tuttavia la filosofia non è solo questo. Filosofare significa problematizzare, mettere in discussione un sapere che si possiede, farne un'analisi critica e dubitare. Questo, che io sappia, non riesce a farlo il computer. È interessante notare il modo in cui facciamo uso dei motori di ricerca: noi interroghiamo i motori di ricerca. Le nostre “query” sono delle domande che poniamo a Google, Yahoo o Bing. Il computer parte sempre da un sapere pregresso, un sapere che contiene perché è stato programmato in un certo modo, ma non è capace di dubitare di quel sapere o di problematizzarlo. Il computer sfida l'uomo sul piano della matematica e della logica, ma ci sono altri tipi di intelligenza, come ad esempio quella intuitiva.

Il quinto capitolo tratta il tema della privacy. Luciano Floridi distingue quattro forme di privacy:

1) Privacy fisica: libertà da intrusioni tangibili.

2) Privacy mentale: libertà da intrusioni psicologiche.

3) Privacy decisionale: libertà da intrusioni procedurali.

4) Privacy informazionale: libertà da intrusioni informazionali.

Floridi definisce la privacy come “funzione della frizione informazionale nell'infosfera”. Questa frizione viene meno quando non ci sono più barriere che impediscono alla nostra informazione di diventare facilmente fruibile da parte degli altri. Il problema della privacy è una delle questioni cruciali oggi. Dobbiamo stare attenti alle informazioni che mettiamo in circolo sui social media, ci sono tecnologie di tracciamento (cookies) che permettono di sapere chi sta navigando su internet e cosa sta facendo, infine c'è il problema degli hacker. Il paradosso di oggi è questo: Google e Facebook raccolgono una quantità spaventosa di dati, per questo sanno tutto su di noi, ma se vogliamo fare analytics, o vogliamo avere delle statistiche sul traffico del nostro sito, per forza di cosa ci deve essere qualcuno che prende dati. Se non fosse così, cosa succederebbe alla nostra economia? Amazon e gli e-commerce funzionano anche grazie ad una montagna di dati che hanno sui loro clienti, i quali spesso vengono usati per capire quali sono le loro preferenze e comprendere come convincerli a spendere di più. In pratica la nostra società consumista si fonda anche su questo raccogliere dati. Per questo, se si intende mettere in discussione questa prassi, bisogna mettere in discussione un intero modello economico. Secondo Floridi la privacy poggia su una particolare nozione di “proprietà” applicata alle informazioni. Qui il possesso non funziona come con gli oggetti, in quanto non è tanto un “avere”, ma un “essere”. Un “essere” che diventa “avere” nelle nostre espressioni linguistiche come nell'avere sentimenti. Queste informazioni definiscono un sé, il furto di questi dati ha a che fare con questo sé. Ciò di cui dobbiamo essere consapevoli, osserva Floridi, è che noi su internet costruiamo un altro sé.

Un argomento che non è trattato da Floridi è quello del deep web. Questo è un tema che dovrebbe interessare chi occupa di etica in ambito informatico. L'uomo per proteggere la privacy cerca la via dell'anonimato. Nel caso del web esistono degli strumenti apposta per questo, strumenti oramai divenuti abbastanza noti come T.O.R. (the onion router). È importante tenere presente che l'anonimato non è necessariamente positivo e che comunque, chi abita il deep web capita che lo sfrutti per compiere azioni illecite. Floridi cita, ad esempio, il racconto dell'anello della Repubblica di Platone dove un soggetto, impossessatosi dell'anello, può fare quel che vuole, diventando invisibile e oscuro di fronte alla Legge. Questo è una bella storia che trova un esempio nella realtà anonima del deep web.

Il sesto capitolo parla del tema dell'intelligenza, qui ritorna il problema della conoscenza da parte degli strumenti informatici. Di fatto, secondo Floridi, non è vero che le macchine stanno diventando più intelligenti e noi più stupidi. La macchina usa una forma diversa di conoscenza, basata su dati, la quale comunque richiede un uomo che interpreti i dati. Il metodo classico dello scienziato trova una esposizione nelle opere di Bacone e in quelle di Galileo. Osservato un determinato effetto lo scienziato ipotizza la causa di quell'effetto. Ricreando le condizioni e ponendo la causa in laboratorio lo scienziato può verificare se si presenta l'effetto atteso e capire se la sua ipotesi è corretta oppure no. Quello che invece ci permette di fare il data mining è di trovare delle correlazioni tra dati, ossia di comprendere che spesso quando accade un certo fenomeno ne accade anche un altro e per questo questi due fenomeni devono essere associati. La correlazione non spiega perché certe cose accadono, dunque dal punto di vista dello scienziato questa non è conoscenza, a differenza del meccanismo causale. Anche se questo è vero, Chris Anderson, nel suo famoso articolo (End of theory), ritiene che una grande mole di dati alla fine parli da sé e che non richieda ulteriori spiegazioni. Floridi fa notare che, forse, anche Bacone sarebbe stato dello stesso avviso, in quanto preferiva certamente i fatti alle ipotesi e avrebbe pensato che un grande numero di fatti avrebbe reso le ipotesi del tutto superflue. Non è di questo avviso Floridi, il quale ritiene che il problema sia diverso: si tratta piuttosto di capire, visto che i dati sono così tanti, quali sono quelli veramente utili ed è per questo che c'è ancora bisogno di un uomo che analizzi i dati.

Inoltre, riprendendo il discorso sull'intelligenza artificiale e la natura della quarta rivoluzione, Floridi afferma che l'intelligenza delle macchine, se così la si può chiamare, non è per niente simile a quella umana e rimane ancora di molto inferiore. È noto che al momento nessuna macchina artificiale ha mai superato il test di Turing. Il test di Turing funziona in questo modo: un terzo deve decidere a partire dalle risposte corrispondenti a determinate domande se ha a che fare con una macchina o con un essere umano. Quando questo soggetto esaminatore non è più in grado distinguere la macchina dall'uomo il test di Turing è superato. Le macchine tuttavia hanno delle buone capacità di analisi sintattica, ma non di analisi semantica. Secondo Floridi l'intelligenza delle macchine è molto diversa da quella umana, sebbene alcune macchine già riescano meglio dell'uomo in alcune cose come giocare agli scacchi. Floridi sostiene che il grande errore negli studi dell'intelligenza artificiale sia quello di pensare di poter simulare l'intelligenza umana. Invece di simularla, osserva Floridi, converrebbe piuttosto emularla. Bisogna accettare la natura diversa dell'intelligenza della macchina, ma non questo significa diminuirne le capacità.


Il settimo capitolo tratta il tema dei robot e dei compagni artificiali. Quel che osserva Floridi qui è che i robot hanno bisogno di un ambiente specifico dove lavorare, perciò quel deve che bisogna fare è contribuire alla costruzione di spazi che siano adattati alle macchine intelligenti che si intende utilizzare, di modo che queste possano agire nel mondo più efficace. Strumenti artificiali intelligenti accompagnano sempre di più la nostra esistenza diventando dei veri compagni artificiali (C.A.). Animali virtuali, avatar, Tamagotchi sono tutti esempi di compagni virtuali attuali, ma c'è da immaginarsi che il fenomeno si evolverà ancora di più, facendo diventare i compagni virtuali una parte integrante della nostra vita. Questi compagni virtuali avranno un sacco di memoria sulla nostra esistenza, sapranno molto su di noi e potranno vivere ancora, quando noi saremo morti. C'è da aspettarsi un futuro di amici e fidanzate virtuali, ancora prima della venuta dei robot veri e propri. Questo nuovo tipo di entità cambieranno la nostra esistenza e influenzeranno sempre di più la nostra vita.

Nello stesso capitolo Luciano Floridi tratta il tema del web nelle sue evoluzioni. Il web ha avuto già due evoluzioni ed adesso se ne prevede una terza. Il web 1.0 è prima forma assunta dal web. Il web 1.0 è principalmente costituito da siti e da utenti che navigano su siti, ma non esiste nessuna forma di iterazione. Gli unici mezzi che permettono di far comunicare l'utente con chi gestisce il sito sono l'e-mail e il numero di telefono. Il web 2.0, legato all'editore Tim O'Reilly, sviluppa la parte interattiva, facendo sì, come afferma Floridi, che noi come utenti possiamo essere sia consumatori che produttori di informazioni. Questa forma di web rende la realtà di internet ancora più orizzontale. Il web 2.0 è caratterizzato dalla nascita dei podcast, dei blog e dei social network. Il web 3.0 è dove ci stiamo già dirigendo, un web che funziona su dati o come un database. Esso non è, osserva Floridi, il tanto agognato web semantico. Tuttavia Floridi si muove oltre: parla di web 4.0 come web che elimina le differenze tra le società storiche e quelle iperstoriche; parla di web 5.0 come web del cloud computing che cancella ogni barriera tra il globale e il locale; parla di web 6.0 come web onlife che cancella la distinzione tra online e offline.

L'ottavo capitolo tratta il tema della politica e spiega come le ICT o la società iperstorica abbia mutato completamente la concezione della politica. Il web sembra avere una natura democratica e questo lo si riconosce immediatamente a partire dalla sua forma: la realtà di internet ha molti nodi, ma non ha nessun centro. Il mondo del web è completamente orizzontale, qui tutti leggono e postano, consumano e producono, sono allo stesso tempo sia attivi che passivi. Se un po' di tempo fa si sentiva dire che cose come la democrazia diretta o quella di Rousseau erano del tutto fantascientifiche o adatte solo a piccoli paesi, oggi tutto questo, grazie alla tecnologia è cambiato. Con internet si potrebbe davvero creare una democrazia in tempo reale. Nelle società iperstoriche, osserva Floridi, quello che cresce è una diffidenza per la politica in senso classico, per le vecchie forme partitiche. Non è un fenomeno solo italiano, laddove la politica è veramente corrotta, ma sta accadendo in buone parti dell'occidente. Ora i giovani, soprattutto, propendono maggiormente per i movimenti, piuttosto che per un partito. Questi movimenti, movimenti che si avvantaggiano della rete, sono i nuovi soggetti politici dell'iperstoria. I nuovi cittadini si informano in un altro modo e hanno sempre più diffidenza nei confronti dei media tradizionali. Un modo per raggiungerli è dato dai social media. I social media sono stati al centro dell'attenzione nelle proteste degli ultimi anni, sia nel caso Occupy, che nel caso della primavera araba. Tuttavia hanno giocato un ruolo strategico anche nel terrorismo. Una parte della società, del mondo della chiacchiera, dell'interazione con l'altro, si è spostata su queste piattaforme. Se internet dovesse risultare una nuova polis, allora questo potrebbe diventare un problema per le identità nazionali e quei confini che con il web svaniscono ogni giorno. Il web permette a persone da tutto il mondo di organizzare eventi in tutto il mondo, cercando di coinvolgere il maggior numero di persone possibili.

Nella parte finale del capitolo Floridi spiega come le ICT possano diventare delle armi e come le guerre del futuro saranno sempre di più delle cyber-guerre. Come funziona una cyber-guerra e quali sono i suoi mezzi? Un attacco da parte di hacker costituisce un attacco informatico. Attacchi di questo tipo possono rendere indisponibili per un certo tempo delle risorse del computer. Floridi cita il caso del DDOS (Distributed Denial of Service). Nel caso del DDOS l'attacco viene da più fonti con lo scopo di rendere un sistema instabile, magari saturando l'email. Gli hacker sono un primo esempio di soggetti da cyber-guerra, ma ve ne sono almeno altri due: i droni e i robot. Molta della tecnologia che oggi viene costruita ha come primo impiego un uso militare. Non dimentichiamoci, osserva Floridi, che lo stesso Internet è derivato dal periodo della guerra fredda. Questa tecnologia che viene usata in ambito militare cambia completamente le modalità della guerra. Già da tempo si parla in filosofia, per esempio ne discuteva Marcuse in L'uomo ad una dimensione, del fatto che la guerra sembra trasformarsi in un gioco a distanza dove, tuttavia, le vittime sono pur sempre reali. Tempo fa si parlava di questi missili puntati che avrebbero potuto partire semplicemente premendo un tasto e far scomparire una città. Oggi il tema ricade sui droni e questi strumenti aerei che bombardano a distanza il medio oriente, inviati principalmente dagli americani, i quali investono ingenti somme di denaro nell'esercito. Il governo americano ha anche speso molti soldi nella costruzione di robot. Oggi ci sono robot ispirati ad insetti (es. Asterisk), altri ispirati ad animali, soprattutto cani (es. Spot Mini) e altri che seguono il modello umano (es. Atlas oppure HRP-4C). Alcuni di questi robot incominciano ad essere utilizzati per scopi militari. Ad esempio Floridi cita il caso di SGR-A1, un robot della Samsung, che viene impiegato per sorvegliare il confine tra la corea del nord e quella del sud.

Il nono e il decimo capitolo, gli ultimi due, trattano del tema dell'ambiente e dell'etica. Se da un lato le ICT hanno comunque un impatto ambientale, nonostante tutto hanno un impatto ambientale inferiore rispetto alle altre tecnologie e possono essere d'aiuto nella nostra lotta per salvare il nostro pianeta dalle conseguenze dell'industrializzazione. Immaginando che le ICT avranno sempre più diffusione, si può sperare che l'impatto ambientale dell'uomo diminuisca. In effetti il computer e le altre ICT sfruttano principalmente la corrente elettrica ed è verso l'elettrico che una parte della tecnologia, come ad esempio le auto, si sta muovendo. Floridi suggerisce, per andare in questa direzione, di fare uso di metatecnologie, ossia di usare tecnologie che rendano più efficiente e meno dannoso il nostro mondo della produzione, la nostra stessa tecnologia.

La quarta rivoluzione di Floridi tratta di moltissimi temi, ma Luciano Floridi ci dice che è soltanto l'inizio, ossia che questo è solo il primo libro di una lunga ricerca che intende intraprendere per costituire una filosofia dell'informazione. E questo, molto probabilmente, è solo il primo dei miei commenti ai testi di Floridi o il mio primo scritto su Floridi.

sabato 3 febbraio 2018

L'avvenire della filosofia è nell'informatica








Negli ultimi anni nella filosofia sono aumentati i campi di studio (neuroscienze, biologia, fisica, mondo sociale, ecc.). Uno degli ambiti più interessanti è l'informatica. Questo ambito aprirebbe sbocchi molto significativi in filosofia non solo nel settore della ricerca, ma anche e soprattutto in quello della tecnologia. In questo breve testo ho intenzione di incominciare a individuare tutti gli ambiti possibili dell'informatica in cui la filosofia potrebbe inserirsi. Del resto, come spiegherò più avanti, è l'informatica stessa ad essersi già interessata di filosofia in tempi recenti. Quando avevo seguito il corso di informatica ricordo che il professore, sapendo che aveva di fronte un pubblico di studenti di filosofia, aveva tentato di avvicinarsi alle nostre tematiche e lo aveva fatto incominciando a parlare di temi di etica in ambito informatico. In effetti se si dovesse pensare un collegamento tra la filosofia e l'informatica la prima cosa che verrebbe in mente è l'etica. Gli esempi di casi che coinvolgono l'etica nell'informatica sono moltissimi: il famosissimo caso Snowden; i video di violenze che girano sui social network; i problemi di privacy rispetto ai dati; il problema della tutela della proprietà intellettuale nel mondo digitale (temi di informatica giuridica e filosofia del diritto). In filosofia ci sono molte teorie sull'etica, il materiale non manca. A dire il vero esiste anche una branca dell'etica che si occupa proprio di temi informatici. Il creatore di questa branca è un filosofo italiano che è andato ad insegnare in Inghilterra, il suo nome è Luciano Floridi. Tuttavia quella dell'etica è solo una delle tante branche della filosofia che è applicabile all'informatica, ce ne sono molte altre: ontologia, epistemologia, estetica, filosofia del diritto, ecc.

Il destino della filosofia ha incrociato abbastanza spesso quello dell'informatica. In passato ho sostenuto che la filosofia è matematica. Il modo più semplice per sostenere una tesi del genere è farlo a partire dalla logica. Lo stesso Aristotele conferma la mia tesi in un passaggio della Metafisica quando scrive:

«Il filosofo è come quello che di solito si chiama matematico, e la matematica ha parti, perché in essa c'è una scienza prima, una seconda, e altre successive.» (Aristotele, Metafisica, Utet, Torino, 2005, p.266)

Non è un caso che cito Aristotele! Aristotele è il vero filosofo dell'informatica. Spero che in questo testo riuscirò a convincervene. Nella rivista americana The Atlantic è comparso un articolo dal titolo How Aristotle created the computer. Secondo l'articolo la creazione del computer va pensata come una storia delle idee che vengono dal campo della logica. La logica matematica è stata sviluppata più recentemente da Boole e Frege, ma il vero padre della logica rimane sempre Aristotele. Mentre la logica aristotelica compie i primi passi verso la formalizzazione, ma rimane sempre sul piano della metafisica, la logica booleana è il primo modello vero di logica matematica. L'articolo sottolinea il fatto che nello spiegare la storia della nascita del computer si fanno molti elogi a Shannon e a Turing, ossia a chi materialmente ha ideato il computer, ma spesso ci si dimentica della storia della logica nella filosofia che ha dato un altrettanto importante contributo alla creazione del computer. In realtà Alan Turing è soprattutto un logico, un logico che, assieme ad Alonzo Curch, ha dimostrato l'indecidibilità della logica predicativa, ossia di quella logica formale che era stata inventata proprio dal filosofo Frege. Frege aveva realizzato il sogno di Leibniz del linguaggio universale per tutte le scienze e soprattutto era il primo ad aver formalizzato i quantificatori. Chi ha scoperto i quantificatori? Aristotele li ha scoperti. Aristotele è famoso per il suo sillogismo, un algoritmo che permette di passare dal generale al particolare. Esempio classico: tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; Socrate è mortale. L'articolo riflette molto sull'influenza che ha avuto Aristotele sul matematico Boole. Boole in Laws of Thought ha formalizzato l'enunciato generale di Aristotele in questo modo: tutto ciò che è dell'insieme x (uomo) è anche dell'insieme y (mortale). Questo si scrive secondo Boole nel seguente modo: x = x * y. Claude Shannon usò la logica di Boole per creare circuiti elettrici. Questo fu anche il tema della sua tesi, tesi che si intitola Un'analisi simbolica dei relè e dei circuiti. Le tecnologie di Shannon, come spiegano nell'articolo, ora sono tecnologie che troviamo ovunque in informatica, anche in un moderno iPhone della Apple. Per capire come è veramente nato il computer, tuttavia, bisogna rivolgersi piuttosto ad Alan Turing e alla sua grande scoperta: l'indecidibilità della logica predicativa. Si dice decidibile un linguaggio della logica quando è possibile dire per ogni formula se questa formula è valida oppure no. La validità è espressa nella logica nei termini della conseguenza logica e una formula è conseguenza logica di un insieme di formule in logica se e solo se è impossibile che ciò che soddisfa tutte le formule dell'insieme non soddisfi anche quella formula. Quello che ha provato Turing è che non c'è un metodo per dimostrare che un dato argomento è valido, ossia che una certa formula è soddisfatta se e solo se appartiene ad un dato insieme di formule logiche. Il problema parte da un quesito di David Hilbert ed è noto come Entscheidungproblem (problema della decisione). Hilbert lo aveva pensato per la matematica, ossia si chiedeva se esistesse un algoritmo per dimostrare che un certo enunciato della matematica è vero oppure che è falso. La così detta macchina di Turing è stata pensata prima di tutto per risolvere un problema di questo tipo. Nell'articolo si dice che Alan Turing è stato il primo a pensare che motori, programmi e dati potessero lavorare assieme. Il primo computer che sfrutta il modello di Turing è l'ACE (Automatic Computing Engine). In sintesi l'articolo sostiene lo statuto di filosofo dell'informatica di Aristotele a partire dagli studi di Aristotele sulla logica. Come ho detto, del resto, il computer funziona anche grazie ad una tecnologia ispirata alla logica matematica, una tecnologia filosofica. Si noti, inoltre, come nella programmazione di fatto si fa molto uso della logica classica e del successo che ha avuto una teoria filosofica, come la teoria dei tipi di Bertrand Russell, all'interno della programmazione informatica.

Il legame tra la logica e l'informatica è molto stretto, ma non credo che l'uso di Aristotele in informatica finisca qui. Ho detto che oggi gli informatici sono molto interessati alla filosofia e questo riguarda soprattutto l'ontologia informatica. Si potrebbe pensare che l'ontologia informatica, dato che l'ontologia è una branca della filosofia, sia una branca della filosofia. In realtà è come un regno di mezzo che congiunge le due materie, dato che gli informatici stessi si interessano del tema. L'ontologia, per come la usano gli informatici, consiste in un gigantesco catalogo di ogni cosa. Spesso è usata per settori come il web o le banche dati. Il problema si capisce molto bene con un esempio di questo tipo: la divisione in cartelle e la distribuzione dei file. Prendo una cartella e la chiamo pdf, supponendo di metterci dentro tutti i libri con quella estensione. Pdf funziona come fosse un genere assoluto, genere sotto il quale ricadono tutte le tipologie di libri che metto nella cartella. Poi nella cartella apro altre cartelle scrivendo i nomi delle specie dei libri: filosofia, informatica, letteratura, storia, fisica, ecc. Nelle singole cartelle metterò altre cartelle con i nomi di autori, per esempio sotto filosofia posso mettere le cartelle: Gottlob Frege, Henri Bergson, Bertrand Russell, Jaques Derrida, ecc. In ogni cartella metto i libri che possiedo relativamente ad ogni autore. Con questo lavoro ho fatto una completa classificazione di tutti i miei file. Questo è quello che intendono gli informatici per ontologia. Chiaramente l'informatico non lo usa tanto per le cartelle, ma per le banche dati piuttosto o altro ancora. Questa accezione del termine ontologia, che non è l'unica, è stata creata dai filosofi. È un grande vecchio sogno dei filosofi quello di trovare un modo per classificare tutto ciò che esiste. Uno dei primi a farlo è stato proprio Aristotele nella sua Metafisica. Questa accezione di ontologia è riscontrabile nel metodo aristotelico della dialettica. Aristotele distingueva il genere dalla specie. Pdf è sicuramente il genere che accomuna tutti i file che hanno quella estensione. Dal momento che non tutti i file pdf sono identici, ve ne devono essere di molteplici specie. Allo stesso modo Aristotele diceva che l'animale è il genere che è comune sia all'uomo che al procione, solamente che il procione non è un animale razionale, ossia non appartiene alla stessa specie dell'uomo. Il problema consiste nel trovare i generi sommi e poi cominciare una divisione. I generi sommi secondo Aristotele sono le categorie. In generale Aristotele usava un metodo di divisione che segue la logica della non contraddizione. Per esempio il genere animale si divide in animali razionali e animali non razionali. Questo permette di generare un albero nel quale non ci sono rombi, ossia non ci sono elementi o sottospecie che ricadano contemporaneamente sotto categorie opposte. Questo problema della classificazione ha continuato a tormentare i filosofi anche dopo Aristotele fino a filosofi come John Wilkins e Roderick Chisholm. È degno di nota il fatto che gli informatici abbiano costruito un linguaggio di programmazione specifico proprio per l'ontologia, il linguaggio si chiama OWL (web ontology language).

Le meraviglie del pensiero di Aristotele non finiscono qua: la logica aristotelica esprime la prima forma di ragionamento deduttivo. È su questa forma di ragionamento che si basa l'intelligenza artificiale. Il computer è programmato per seguire determinate regole (generale) e quando si presenta un caso (particolare) che ricade sotto quella regola, la regola viene applicata. La filosofia è una grande scommessa sulla ragione e su come la razionalità giochi un ruolo essenziale nell'emancipazione dell'uomo e nel progresso. Con l'evolversi dell'informatica le macchine sono diventate sempre più complesse fino ai moderni robot. Il computer è nato come un calcolatore, perciò sorge una domanda spontanea: i computer e i robot hanno la ragione o almeno un modello un modello di razionalità strumentale? Il computer Deep Blue della IBM ha battuto il campione mondiale di scacchi, che conseguenze dobbiamo trarre da questo? che è stato più intelligente? Lo studio della robotica e dell'intelligenza artificiale è oramai entrato da parecchi anni nel dominio della filosofia. Inizialmente soltanto i filosofi analitici si interessavano del tema, ora anche alcuni continentali cominciano scrivere su questi argomenti. Nella filosofia analitica gli autori più interessanti sono Hilary Putnam, John Searle e Hubert Dreyfus. Putnam ha scritto in Mente, linguaggio e realtà alcuni capitoli sul rapporto tra la mente umana e i computer, con un particolare interesse per la macchina di Turing. Searle è famoso per l'esperimento della camera cinese, con il quale il filosofo intendeva dimostrare che il computer, a differenza dell'uomo, non è capace di conoscenza nel vero senso della parola. Hubert Dreyfus ha scritto un importante libro sul tema dei computer dal titolo: Che cosa non possono fare i computer. Dreyfus sostiene che l'intelligenza dei computer è diversa da quella umana. Mentre il computer segue semplicemente il ragionamento logico-deduttivo, l'uomo è capace di intuizioni e quando ha acquisito molto bene delle regole, non ha più bisogno di ricordarsele. Nella filosofia continentale ad interessarsi di intelligenza artificiale sono principalmente due autori: Steven Shaviro e Manuel De Landa. Shaviro ha scritto il testo Discognition in cui studia il pensiero umano e quello del robot. De Landa invece ha scritto un interessante libro sull'impiego dell'intelligenza artificiale in ambito militare (La guerra nell'era della macchine intelligenti) e un libro sul tema del cervello (Philosophy and Simulation: the emergence of synthetic reason) con un interesse per la teoria computazionale. Lo studio comparato della mente umana e dell'intelligenza dei robot è un settore che interessa vari ambiti della filosofia come la fenomenologia, la filosofia della mente e la neurofilosofia.

L'ontologia potrebbe interessarsi di moltissimi altri oggetti. Aristotele afferma che l'uomo è un animale sociale. Anche quando l'uomo è solo nella sua camera al computer si connette con gli amici e chatta. Oggi molta della realtà sociale è come se fosse trasferita su internet. L'ontologia sociale potrebbe studiare ed interessarsi anche dei social network. De Landa, ad esempio, ha dedicato una parte del suo libro sull'ontologia sociale a questo tema. Inoltre, dopo la svolta continentale dell'ontologia orientata all'oggetto e l'ontologia applicata degli analitici, lo spazio di studio sull'informatica potrebbe estendersi a qualsiasi oggetto. Così potrebbero nascere domande come: che cos'è ontologicamente un sito web? Come nascono gli oggetti nel web of things? Si potrebbe andare ancora oltre studiando proprio i meccanismi che stanno alla base di tutto il computer, è quello che sembra fare un libro come The logic of the digital di Aden Evens. Questo solo per quanto riguarda l'ontologia, ma ci sono ancora altre branche della filosofia come l'estetica. È possibile scrivere l'estetica della foto digitale o usare l'estetica come branca per studiare la grafica? Deve esserci un modo. Sono molti gli ambiti dell'informatica in cui la filosofia potrebbe introdursi e siamo solo all'inizio del viaggio.