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sabato 26 dicembre 2015

Filosofia della storia in Kant





Gli scritti sulla storia di Kant sono normalmente inseriti tra gli scritti politici. Questa non è una scelta casuale perché dopotutto esiste davvero un collegamento tra questi. La Pace perpetua è infatti pensata a partire da questi scritti. Ci sono degli scritti che sembrano avere un carattere antropologico, per esempio quelli che trattano sulle razze umane e poi vi sono degli scritti sulla storia in senso stretto. In questo testo non parlerò affatto del commento di Kant all'opera di Herder sulla storia, in quanto vorrei concentrarmi su quanto Kant ha scritto di suo su questo tema, piuttosto che sugli scritti critici nei confronti di altri autori a lui contemporanei. Comincerò dunque dalle Congetture sull'origine della storia che cercano di tracciare le vicende dell'uomo delle origini. Ovviamente non si hanno dati su questo, ma Kant si basa su quanto scritto sulla Bibbia, nella Genesi, usandolo come modello convenzionale per spiegare l'origine della storia. Kant immagina quindi un uomo e una donna all'origine delle vicende umane (chiaramente il riferimento è ad Adamo ed Eva, ma non usa mai questi nomi). I primi uomini non erano affatto dotati di ragione e per questo erano solamente guidati da puri istinti, per questo i loro unici interessi erano quelli della procreazione e del proprio mantenimento. Però perché potessero veramente crescere e svilupparsi, essi dovevano essere nati in un luogo della terra che fosse particolarmente favorevole all'uomo, perciò un posto dove il cibo fosse abbondante, il clima mite e così via (qui il riferimento è all'Eden). Kant immagina successivamente che si sia formata la ragione nell'uomo e che quando questo è accaduto la prima cosa che ha fatto l'uomo è stata quella di espandere i limiti oltre gli istinti. Se prima il godimento dell'uomo era nel solo presente, successivamente l'uomo ha cercato di proiettarsi anche nella dimensione del futuro, allargando il campo temporale del suo godimento. La ragione, però, non ha solo lo scopo di estendere il campo degli istinti, ma anche quello di poterli dominare e per questo e altri motivi, la ragione è stata donata all'uomo perché l'uomo è il fine ultimo della creazione (qui però la creazione si riferisce alla natura, in quanto Kant vede nella natura una finalità e una provvidenza, ma questo non va riferito in alcun modo a Dio). Da questo momento l'uomo dotato di ragione deve sviluppare non solo questa facoltà, ma anche realizzarla. In questo senso la storia sarà da un lato piena anche di male, il quale male stimola l'attività umana verso un miglioramento e le guerre sono anche viste in quest'ottica; dall'altro il fine dell'uomo è la pace perpetua, ovvero la costituzione di una repubblica di Stati in armonia tra loro. L'uomo però durante il corso della storia si è effettivamente moltiplicato, in più la sua presenza è ora diffusa in ogni luogo del mondo e in base a questo si sono, nelle diverse parti della terra, sviluppate diverse razze. Ci sono due scritti in cui Kant parla delle razze umane, il primo è: Delle diverse razze di uomini,  il secondo è: Determinazione del concetto di razza umana. Questi due scritti sono molto simili, trattano lo stesso argomento e hanno il medesimo scopo. Da quello che si intuisce, si tratta di mostrare le diversità degli uomini su questa terra, capire quanto è vario il mondo rispetto a quello che ci circonda e dall'altro si tratta di far capire che queste diverse razze appartengono ad una sola specie umana. La razza non è la specie, differisce da essa in quanto due persone di razze diverse possono procreare, mentre questo non sarebbe vero per quanto riguarda due persone di specie diversa. Le persone derivate dalla mescolanza di razze diverse sono dette mezzi-sangue, mentre un caso diverso sono tutte quelle caratteristiche che possono avere le persone all'interno della stessa razza, come ad esempio differenti colori degli occhi o differenti colori dei capelli, queste caratteristiche non costituiscono delle razze e nel caso in cui persone con differenti caratteristiche dovessero accoppiarsi, in quel caso queste caratteristiche potrebbero rimanere invariate (ad esempio l'azzurro degli occhi di una madre potrebbe non passare necessariamente ai figli). Sono comunque i caratteri ereditari, i quali nelle razze si trasmettono immancabilmente, a dare origine alle varie razze. Ci sono 4 razze secondo la divisione di Kant e quella comunemente accettata all'epoca, queste quattro razze sono: i neri, i biondi, i rossi, i gialli. Queste razze sono tali per Kant a causa dei differenti climi in cui questi esseri umani hanno vissuto, la razza bionda del nord Europa vive in un clima freddo ed umido, la razza rossa del nord America vive in un clima freddo e secco, la razza nera africana vive in un clima caldo ed umido, mentre la razza giallo-oliva, come gli indiani, vive in un clima caldo e secco. Sono questi vari climi ad aver determinato le varie razze, in quanto questi uomini hanno vissuto in quei luoghi con quei climi a lungo tempo. Tutte le razze che non sono comprese in questo elenco (ad es. i bianchi non sono tutti biondi con gli occhi azzurri) sono il realtà il derivato della mescolanza tra queste razze (i mezzi-sangue). Tutte le razze sono parte di una sola specie e la specie è quella umana. L'uomo in primo luogo si definisce come animale razionale, ciò significa che è intrinseco all'uomo il fatto di avere una ragione in quanto gli è essenziale, ma tutte quelle caratteristiche che non sono questa, per esempio il fatto di avere due braccia, due occhi, due gambe o tutte quelle caratteristiche che contraddistinguono le varie razze non sono essenziali in quanto non fanno l'uomo come uomo. Se però è la ragione ciò che distingue l'uomo dall'animale, questa ragione non è nell'uomo casualmente, ma perché venga sviluppata. Nello scritto: Una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Kant scrive una serie di tesi che argomentano nella direzione che io sto esponendo un po' alla volta, per esempio dice che le disposizioni naturali sono destinate a svolgersi in modo completo, che nell'uomo la disposizione è quella della razionalità e che è suo destino svilupparla. L'uomo, secondo Kant, è caratterizzato da una insocievole socievolezza, la quale spiega tutto il corso contorto dell'essere umano. L'uomo infatti è per natura egoista e preferirebbe vivere da solo, però l'uomo dotato razionalità è portato sempre a superare questo suo egoismo. In questo si potrebbe leggere una lotta tra istinti e ragione, il cui esisto deve essere il dominio della ragione sugli istinti, che in questa logica significherebbe la vittoria dell'umanità sull'animalità. Tuttavia vi sono due istinti che in primo luogo guidano l'uomo: uno è quella all'amore per la vita, quindi anche l'autoconservazione, ma l'altro è quello alla procreazione. Da questo si comprende che già l'istinto della procreazione implica almeno il fatto che l'uomo debba entrare in relazione con una persona dell'altro sesso. A parte questo fatto, la storia umana rivela una finalità oscura della natura per l'uomo, una sorta di Provvidenza che consiste nella realizzazione della ragione e quindi alla fine nella fondazione di uno Stato con una buona costituzione in cui i cittadini siano liberi e successivamente di una repubblica degli Stati che possa garantire la pace perpetua. Questo fine della natura, anche se viene definito Provvidenza, non si realizzerà per necessità, noi abbiamo solo la speranza che si possa realizzare. Come si nota o come si noterà ancora meglio più avanti, Kant non crede che l'uomo possa vivere senza lo Stato, ovvero l'uomo deve avere per necessità un governante o più governanti. Questo dipende dal fatto che l'uomo non segue naturalmente una condotta morale, in un certo qual senso lo Stato è una forma di grande ragione e il problema sono sempre gli istinti ribelli. Ovviamente essendo anche il sovrano o i sovrani uomini, anche loro avrebbero bisogno di un sovrano sopra di loro e questo è un problema del tutto insolubile, anche se certamente il sovrano dovrebbe essere un uomo di ragione. Il problema del sovrano in Kant, lo si vede bene dai vari scritti di politica, non si risolve mai. Il sovrano è per logica colui che non ha nessuno sopra lui stesso, per questo ad esempio Kant crede che la protesta sia completamente illegittima in quanto significherebbe che il popolo può giudicare il sovrano ma potrebbe farlo solo ponendosi al si sopra di esso stesso. Il sovrano comunque rimane un problema perché non è migliore del suo popolo, nel senso che anche lui è uomo. Questo deve colpire in primo luogo perché Kant in realtà è uno dei grandi filosofi dell'autodeterminazione, l'autodeterminazione significa riconoscere sempre ed in ogni luogo come unico sovrano se stessi. Kant non ha mai pensato a delle persone che potessero autogovernarsi, ovvero persone in cui la ragione dominasse completamente gli istinti, come è il caso dei governanti della Repubblica di Platone, perché in fondo questo autogoverno per Kant deve essere un'ideale irraggiungibile, cosa che gli era chiaro sin da quanto scriveva la Critica della ragion pratica. L'autodeterminazione in Kant non è però solo la capacità di pensare con la propria testa, anziché con quella degli altri, cosa che si trova scritta in: Che cos'è l'illuminismo?, in realtà già nella Critica della ragion pratica per Kant la legge morale l'uomo la deriva da se stesso e non se la fa dire dal prete o da altri, per questo nella morale esiste anche una forma di autodeterminazione. È questo che crea in Kant un conflitto tra legalità e moralità, la morale parte noi stessi, la legge viene dallo Stato, quindi da fuori, oltretutto se pensiamo alle "leggi razziali" comprendiamo che le leggi non necessariamente sono morali. Quindi il problema di fondo di Kant torna ad essere l'impossibilità della protesta nella sua legittimità che dipende anche da come concepisce lui stesso il sovrano o in particolare da questo. Kant infatti pensa come possibile e legittima la critica tramite penna, per esempio il fatto di scrivere contro l'operato del sovrano, ma questo dipende dal fatto che il sovrano non censura ciò che gli intellettuali scrivono. Non finisce qui ovviamente, perché Kant afferma che qualora dovesse avvenire una rivoluzione e dovesse instaurarsi un nuovo governo, non ha senso e non sarebbe legittimo praticare il reazionarismo per cercare di tornare alla costituzione precedente, ma bisogna accettare il nuovo regime e il suo sovrano. Kant, come diversi suoi contemporanei, vedeva come evento positivo la rivoluzione francese, ma ne condannava la violenza. Kant chiaramente era schierato per una costituzione repubblicana dove il potere è diviso tra esecutivo e legislativo. Il governo ha propriamente il potere esecutivo. La forma repubblicana è fondata sulla libertà dei cittadini e l'uguaglianza di fronte alla legge, essa però non può essere confusa con la democrazia in quanto la democrazia è governo di tutti, ma è tale, come accade in Roussau, per cui la "volontà generale" è in contraddizione in quanto finisce sempre per essere volontà di tutti contro pochi e volontà della maggioranza e poi nella concezione del Contratto sociale l'assenza di sovrani genera una unificazione del legislativo e dell'esecutivo nel popolo. Come sarà più chiaro avanti, secondo Kant, è una tendenza della storia il fatto che i regimi passeranno alla costituzione repubblicana. Questo fatto può avvenire tramite la rivoluzione, ma sarebbe più auspicabile che avvenisse da sé, cioè che liberamente il sovrano decidesse di delimitare i propri poteri. Queste forme di progresso, come quella genera dalla rivoluzione francese, più che essere una necessità sono una cosa in cui sperare e su questo argomento Kant scrive due testi: Se il genere umano sia in constante progresso verso il meglio; In che cosa consiste il progresso del genere umano verso il meglio?. Nel primo testo tratta dei vari modi di concepire la storia, per esempio quello pessimista che pensa che la storia vada sempre verso il peggio, quello ottimista che pensa che la storia vada sempre verso il meglio, quello abderitista che pensa invece che la storia resti sostanzialmente invariata. La posizione pessimista è definita da Kant terrorista, infatti essa non lascia speranze per il futuro e sembra convincere le persone a rassegnarsi, a non combattere più per la giustizia, per il bene nel mondo e per un futuro mondo di pace. Il terrorismo storico è caratterizzato per una totale assenza di speranza, ma questa denominazione che gli da Kant non può essere un caso e certamente rivela l'effetto psicologico che hanno quelle persone sugli altri, spesso sui giovani nel dire che non esiste più futuro, che non si può fare nulla, ma che il destino dell'uomo rotola verso la sua autodistruzione e noi siamo dei semplici spettatori di questa catastrofe. Questa idea certamente negherebbe la possibilità di qualsiasi rivoluzione che possa dirsi efficace, ma non è questo che interessa a Kant, ciò che interessa è che certamente negherebbe la possibilità da parte dell'uomo di un progresso morale. Ad ogni modo questa posizione, secondo Kant, è sbagliata perché non si può dire del corso dell'umanità se esso sarà sempre in discesa o se in un certo punto non possa esserci una svolta, un cambio di rotta. Insomma per Kant è del tutto imprevedibile il corso della storia a priori, esistono solo calcoli e visioni che si fanno le persone a posteriori che però non necessariamente si realizzeranno. Una seconda concezione della storia, quella seconda la quale la storia tende verso il meglio, è detta eudemonista. Kant nega che questa possa essere vera in quanto essa vorrebbe affermare un aumento del bene nella storia, ma questo deve dipendere dal singolo individuo e questo vorrebbe dire che nell'effetto di un'azione buona dovrebbe esserci più bene che nella sua stessa causa, il che è impossibile. La posizione abderitista sostiene che la storia rimane pressoché uguale, nel senso che magari ogni tanto ci saranno dei progressi e poi dei regressi, ma questi ritornano sempre ciclicamente. A dire il vero Kant è un abderitista, tuttavia è convinto che nella storia esista una tendenza verso il meglio, per esempio la rivoluzione francese rappresenta a suo modo un progresso morale ed etico dell'umanità. In fondo è proprio nel progresso morale, che il terrorismo storico renderebbe impossibile nel caso avesse ragione, che Kant vede una tendenza verso il meglio nella storia. Kant dice: "Qual vantaggio apporterà all'umanità il progresso verso il meglio? Non una quantità sempre crescente della moralità dell'intenzione, ma un aumento degli effetti della sua legalità negli atti doverosi (...)" (Kant, Immanuel, Scritti storici. Se il genere umano sia in constante progresso verso il meglio, Utet, Torino, 2010, p.226) Nel progresso la quantità di bene può aumentare solo se ciò accade a partire dalla libertà stessa dell'uomo, ma questo ovviamente non è un fenomeno naturale, non rientra cioè nella serie causale dei fenomeni, per questo dal punto di vista naturale è molto più probabile che accada che nascano sempre uomini migliori, piuttosto che gli effetti nelle azioni dell'uomo possano aumentare come quantità di bene. Ad ogni modo a chi dispera sul progresso umano Kant dice: "Io biasimo chi, considerando i mali dello Stato, comincia a disperare della salute dell'umanità e del suo progresso verso il meglio: ma io mi affido al rimedio eroico che dà Hume e che potrebbe produrre una cura rapida: «Quando io vedo oggi» egli dice « le nazioni in procinto di farsi la guerra tra loro, è come se vedessi due brutti figuri ubriachi, che si battono con bastoni in un negozio di porcellane. Non solo essi metteranno molto tempo a guarire dalle ammaccature che si sono fatte reciprocamente, ma dovranno anche pagare tutti i danni che hanno procurato»." (Kant, Immanuel, Scritti storici. Se il genere umano sia in constante progresso verso il meglio, Utet, Torino, 2010, p.228)

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giovedì 12 settembre 2013

Un commento alla: "caduta nel tempo" di Cioran




Questo libro, come Squartamento, comincia con un racconto mitico: il racconto della Genesi di Adamo ed Eva. La caduta nel tempo, come Squartamento, tratta del tema della filosofia della storia parlando prima dell'entrata dell'uomo nella storia, poi dello sviluppo della storia, infine della fine della storia. Il percorso complessivo è: caduta nel tempo verso la caduta dal tempo. Adamo, nella versione di Cioran, è colui che invidia Dio. Adamo non avrebbe mai presagito questo se non glielo avesse fatto capire il serpente, il grande tentatore. Adamo viveva nella più totale innocenza e soprattutto ignoranza, il desiderio della conoscenza è stata la sua rovina. Dio ha messo il divieto ad Adamo di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, tuttavia Adamo ha scelto per il consiglio del serpente. Cioran suppone che Dio abbia posto un divieto ad Adamo perché temeva un Adamo in possesso del sapere, mentre non avrebbe mai temuto un Adamo immortale. Ma ad Adamo non interessava l'immortalità. Adamo preferì la morte. Questa fu l'origine di ogni disgrazia umana e la caduta dell'uomo nel tempo. Dio ha posto un divieto, ma forse non sapeva, come sa Freud, che i divieti stimolano il desiderio ad infrangerli. Se qualcosa ci attrae, è perché è proibito. Adamo del resto, osserva Cioran, non doveva nemmeno essere così tanto felice, visto che ha compiuto quella scelta. La scelta di Adamo è dettata dunque da un certo male interno. Si tratta di una vera tentazione, quella del serpente? Cioran suppone che Adamo abbia invocato il serpente, che lo abbia voluto. Il male, allora, era già da sempre in noi, non dobbiamo cercare il male originario in fonti esterne: il serpente. L'uomo non era fatto per l'eternità, aveva passione per l'ignoto e per questa passione ha dovuto pagare a modo suo. Separandosi dal mondo divino, l'uomo si è separato dall'essere stesso e in qualità di individuo si è condannato al non essere. Noi scopriamo noi stessi solo di fronte al nulla. Solo esercitandoci a non essere niente, a non identificarci con niente, possiamo davvero essere liberi. 





Non siamo realmente noi se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità” (Cioran)

Questo fenomeno può sembrare strano, nel senso che se Dio è essere e noi non siamo, allora perché cercare la salvezza nel nulla? La verità che noi nell'illusione crediamo ancora di essere, di essere queste persone qui, individuali, ma questo è falso. Eppure Cioran parla anche di una salvezza dall'essere, afferma che che più si è, meno si vuole. Questo ci porta all'idea che l'essere non è tanto la determinazione, perché altrimenti gli individui sarebbero, al contrario di quello che ho detto precedentemente. L'unica via, ancora possibile per l'uomo, sta nel negare la specie per cercare la strada verso l'albero della vita. C'è chi pensa che questa via sia ancora aperta. 


Il racconto dell'Eden spiega la caduta nel tempo dell'uomo o la sua caduta nella storia. Con questo evento incomincia l'avventura dell'uomo in questo mondo e la nascita della civiltà. Dal secondo capitolo La caduta nel tempo incomincia a trattare il tema della civiltà come decadenza. L'atteggiamento dell'uomo civilizzato è visto come sospetto da parte di Cioran perché egli vede in questo una forma di invidia e di vendetta. L'uomo civilizzato porta con sé lo stato di degenerazione e di decadenza. Egli intende condividerlo con gli altri, imporlo. Vuole cancellare i non civilizzati e gli analfabeti. Il civilizzato invidia chi ancora non è evoluto e per questo vuole punirlo. La Conquista degli spagnoli è una forma di vendetta, vendetta che si è riversata contro i popoli indigeni del Sud America. Oggi degli indios rimane davvero poco e la civiltà a conquistato quasi interamente quel continente. L'ultimo rifugio: l'Amazzonia. Si potrebbe fare un discorso analogo anche per l'America del nord e tutti quelle tribù che l'hanno popolata per millenni.