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giovedì 3 maggio 2018

Nietzsche: La filosofia nell'epoca tragica dei greci










Capire Nietzsche, in un certo senso, significa capire i presocratici. Nietzsche si interessava molto dei presocratici, quasi come se la verità della filosofia fosse tutta lì. In La filosofia nell'epoca tragica dei Greci Nietzsche ricostruisce a suo modo una piccola storia del pensiero dei presocratici. Qui "tragico" deriva dal fatto che Nietzsche fa finire la tragedia con la venuta di Socrate: il pensatore dialettico. La tragedia, dunque, si potrebbe dire presocratica. Nietzsche definisce il popolo greco come un popolo in salute e per questo afferma che la filosofia ha potuto prosperare in esso. Senza questo fatto non sarebbe mai potuto accadere.

La filosofia in Grecia incomincia con Talete e, sempre con Talete, incomincia l'analisi storico-filosofica di Nietzsche. Talete è di Mileto e merita di essere preso in considerazione in quanto ha sostenuto che il principio di ogni cosa è l'acqua. Secondo Nietzsche questo enunciato ha almeno tre interpretazioni:



1 L'enunciato ci dice qualcosa sull'origine delle cose.

2 Quel che dice, lo dice prescindendo da ogni favola o racconto.

3 In quell'affermazione è contenuto l'enunciato: "tutto è uno".

Talete afferma che l'acqua è ciò da cui ogni cosa ha origine. In questo modo Talete sta asserendo qualcosa sul principio di ogni ente. Questa sua asserzione, più o meno giustificata o verificabile, comunque non poggia su una qualche narrazione. Talete, dunque, non racconta un mito per spiegare l'origine delle cose. Si tratta forse di un'ipotesi scientifica? Aristotele affermava che Talete credeva l'acqua come principio perché ogni essere vivente si ciba di alimenti umidi. Tuttavia ciò che vi è di più filosofico nell'affermazione di Talete, secondo Niztsche, sta nella sua presa di posizione per il monismo, nell'affermazione secondo la quale il principio di ogni cosa è unico. Con Talete la filosofia compie i suoi primi passi.

Il degno successore di Talete, secondo Nietzsche, è Anassimandro. Anassimandro afferma che il principio di ogni cosa è l'indefinito. Anassimandro, secondo Nietzsche, comprende perfettamente che ogni cosa che nasce deve perire. Ora, se gli elementi hanno tutti una nascita, allora devono avere anch'essi una fine. Quindi nessuno degli elementi può essere principio di ogni cosa, ma solamente qualcosa che non ha origine può esserlo. Dunque il principio non è determinato di alcuna sorta, essendo che ogni cosa determinata possiede un'origine. Ne consegue che il principio è ciò che non è determinato o l'indeterminato. In altre parole potrebbe essere detto "illimitato", dal momento che ciò che ha origine è limitato. A questo punto ogni cosa ha origine dall'indeterminato, ma deve avere una fine. Anassimandro afferma che ogni cosa che nasce si stacca dall'indeterminato e con la morte torna nell'indeterminato. Questa per Anassimandro costituisce una forma di giustizia. Ogni cosa perché esiste, paga per la sua esistenza con la morte. La colpa consiste nel fatto di essersi staccata dall'indeterminato. Spesso, durante l'analisi dei presocratici, tenendo presente che questo scritto di Nietzsche appartiene alla prima fase, Nietzsche cita Schopenhauer, confrontandolo con il pensiero dei presocratici. Nel caso della giustizia di Anassimandro Nietzsche osserva che Schopenhauer ha sostenuto che, per giudicare una persona, bisognerebbe tenere conto del fatto che egli non dovrebbe esistere affatto e che paga la sua colpa di esistere con le sofferenze e con la morte.

Nietzsche salta Anassimene. Dopo tutto, dal punto di vista filosofico, non ha detto nulla di più rispetto a Talete. Al contrario, una vera svolta in filosofia si ha solamente con Eraclito. Nell'analisi del pensiero di Eraclito di Nietzsche tenete presente che questo filosofo ha influenzato tantissimo il pensiero di Nietzsche stesso nel corso del tempo. Eraclito non cercava un principio dietro tutta la realtà dei fenomeni. Egli ha riportato tutto sul piano delle apparenze. Quindi prima Eraclito elimina la cosa in sé, in un certo qual modo. Poi Eraclito nega l'essere. Nietzsche afferma che Eraclito nega l'essere nel senso che Eraclito riconosce ogni cosa come temporanea. In pratica Eraclito afferma che non esiste altra cosa che il divenire. Questo significa che tutto muta e non è possibile parlare dell'essere perché una volta che assume una qualità, essa è già mutata. Il divenire è possibile, nella lettura di Nietzsche di Eraclito, grazie al fatto che, di due contrari, sempre in lotta fra loro, uno vince temporaneamente sull'altro. Ogni cosa contiene per Eraclito dei contrari. Quindi, osserva Nietzsche, anche il miele non sarà semplicemente dolce, ma dolce e amaro allo stesso tempo. Per questo Eraclito è stato accusato da Aristotele di contraddizione, ma Eraclito, in realtà, non fa altro che rivelare i meccanismi necessari del divenire e della natura. La contesa e la lotta sono la nuova forma di giustizia secondo Eraclito, diversa da quella di Anassimandro. Questa lotta mostra la vera natura della materia. La materia, come ha detto Schopenhauer, è un agire. Schopenhauer identificava la materia con la causalità. Nietzsche, in questo senso, dice di Eraclito che le cose non sono altro che effetti o scintille derivate dallo scontro dei due contrari.

Non finisce qui il discorso su Eraclito. Nietzsche afferma anche che Eraclito presupponeva una prospettiva nella quale il discorso della giustizia e della colpa sarebbero scomparsi. Se la colpa nasce con una realtà separata, la colpa si annulla in una realtà unica: quella del fuoco. Il fuoco è il principio di ogni cosa, afferma Eraclito. Tuttavia, osserva Nietzsche, qui non è da intendere nel senso che il fuoco è come una cosa in sé. Il fuoco è unità, ma l'unità è lo stesso della pluralità in un gioco nel quale il fuoco, nelle sue mescolanze, genera ogni cosa. È qui che Eraclito scopre l'Uno. Nietzsche quindi legge Eraclito come filosofo della necessità e del gioco del caso, che sembrano due opposti, ma non lo sono. Necessario è il meccanismo del divenire e la sua legge, ma tutto il resto, come tutto ciò che deriva dalle mescolanze del fuoco, non è altro che frutto del caso. Curiosamente Nietzsche afferma che in Eraclito non c'è nulla di oscuro, che non si è mia visto filosofo più chiaro. In effetti Nietzsche ci restituisce Eraclito in pochi ed evidenti pensieri.

Nietzsche, successivamente tratta di Parmenide e sostiene che Parmenide rappresenti un punto di svolta nel pensiero dei presocratici. In un primo momento Parmenide si accosta al pensiero di Anassimandro e, conoscendo l'opposizione tra la cosa in sé e il divenire, egli nega il divenire, al contrario di quanto ha fatto Eraclito. Di fatto Parmenide, a dispetto di Eraclito, era un logico. Egli, inizialmente, afferma Nietzsche, aveva diviso ogni qualità in due: la positiva e la negativa. Aveva fatto questo con tantissime qualità come la luce e le tenebre, il fuoco e la terra. Parmenide, successivamente, si è lanciato sempre più profondamente nell'astrazione, toccando le vette più alte. Egli ha detto che ciò è è e ciò che non è non è. Il pensiero di Parmenide sembra rimanere fedele ad un banale principio di identità: A = A. Da questo principio risultano due affermazioni: essere = essere; non essere = non essere. Ogni possibile mescolanza viene negata da parte di Parmenide come illusione. Il divenire è dunque un'illusione. Ogni cosa che è viene dall'essere e non può venire dal non essere. Solo l'essere ha delle qualità, mentre il non essere non può averne alcuna. Anzi, del non essere non vi è affatto discorso.

Parmenide, a questo punto, non può più credere ai suoi sensi. I sensi, come la vista o l'udito, non gli comunicano altro che il divenire, ma, secondo Parmenide, il divenire è illusione, dunque i sensi gli comunicano solamente un'illusione. Egli crede solo nell'essere, nell'essere in quanto è qualcosa che accomuna ogni cosa. Per questo Parmenide è considerato il padre dell'ontologia, anche se l'ontologia che si fa oggi è molto diversa dall'ontologia di Parmenide. Tuttavia Nietzsche non simpatizza veramente per Parmenide e si chiede: non sarà forse questo essere un semplice fatto empirico? Io respiro, dice Nietzsche, dunque sono. Non potrei nemmeno parlare del mio essere se non fossi vivo e non sarei vivo se non respirassi. È chiaro che, a questo punto, l'essere non sarebbe più un'entità astratta. Ma è la logica che ha portato Parmenide su quella strada.

Anche il più famoso allievo di Parmenide è stato condotto alla negazione del divenire per quella via. Zenone di Elea, infatti, ha negato tutto ciò che implicasse l'infinito, in quanto l'infinito in atto genera una contraddizione. Se ci fosse un infinito tra me e una persona che sta davanti a me, io non potrei mai raggiungerla, siccome lo spazio si divide all'infinito e ogni volta che raggiungo la meta di una parte, devo prima aver raggiunto la meta della meta e così via. Questo paradosso vale per il caso di Achille e la tartaruga, ma anche per il caso della freccia. In entrambi i casi il problema sta nella contraddizione che sorge nel mettere assieme il movimento con lo spazio assoluto. Dunque il movimento è illusione per Zenone, ma anche la pluralità, in quanto contraddice l'unità originaria dell'essere. Tuttavia, si chiede Nietzsche, se io percepisco in questo mondo pluralità e movimento, allora devo concludere che i miei sensi ingannano. Se i sensi ingannano, la realtà dei sensi è illusione. Ma se la realtà dei sensi è illusione, allora non è. Come può, dunque, questa realtà che non è, ingannare qualcuno?

Certo è che se si nega il mutamento, allora le cose appariranno come assolutamente eterne. Magari cambiano nella forma e nella posizione, ma osserva Nietzsche, come i dadi che si lanciano, quelli rimangono sempre tali. Dopo Parmenide il problema consisteva nell'introdurre il movimento in qualche modo. Anassogora, ad esempio, afferma che il movimento c'è, contraddicendo Parmenide, perché, dice Anassagora, le rappresentazioni delle cose nel pensiero sono in successione. Prima si negava il movimento per il semplice fatto che due cose eterogenee non possono avere effetto l'una sull'altra e nemmeno l'una diventare l'altra. Anassagora, invece, sostiene che le cose possono urtarsi e produrre effetti l'una sull'altra, grazie al fatto che la materia che è sottesa in tutte è la medesima, sebbene differiscano le qualità.

Secondo Anassagora esiste un moto di ogni cosa semplicemente perché vi è un intelletto che governa ogni cosa. Questo intelletto è chiamato Nus e consiste in una sostanza sottile che è pensiero. Questa sostanza muove ogni cosa che ha in sé, ma non c'è nulla di esterno che muove il Nus. Dunque, il problema che si pone è il seguente: qual'è il motore primo e come può esistere un motore primo, di una natura tale che esso stesso non è mosso. Questo è il Nus: intelletto che muove da sé le cose. Dopo questo passaggio si tratta di spiegare come avvengono le varie mescolanze. Con l'intento di risolvere questo problema, Anassagora pensa una teoria del caos dove ogni cosa deriva da ogni altra. In questo senso tutto è in tutto. La differenza sta tipo di sostanza particolare che, nelle singole cose, prevale sulle altre. Egli ha immaginato l'intera realtà in origine come fatta di granelli di sabbia, ossia di punti molti piccoli, che chiama "omeomere". Questi elementi si mescolano gli uni con gli altri. L'unica cosa che non si mescola è il Nus. Il Nus è ciò che muove in cerchio tutto il resto e lo muove secondo il fine di creare un ordine ultimo. Questo ordine verrà raggiunto un giorno, ma al momento le cose tendono verso di esso.

Nietzsche, come si vede, racconta la storia di solo alcuni dei presocratici, come se selezionasse volutamente dei nomi: Talete, Anassimandro, Eraclito, Parmenide e Anassagora. Altri nomi, ad esempio Empedocle, non figurano affatto. Nietzsche mostra svolta dei presocratici come superamento del mito e come l'inizio dell'avvicinamento ad una spiegazione più scientifica della realtà. Anassagora, ad esempio, viene descritto da Nietzsche come il filosofo che scopre il movimento meccanico del cosmo.

lunedì 25 agosto 2014

Pitagora



 ( tratto da: Pitagorismo e la magia dei numeri )




Pitagora nasce a Samo vero il 571 -570 a. C., si dice sia stato allievo di Anassimandro, viaggerà molto per l'oriente e anche in Egitto. Nel 532-31 Pitagora si era trasferito in Magna Grecia, dove a Crotone fonda la prima scuola pitagorica, da lì ci sarà una grossa diffusione per tutta la Magna Grecia. La scuola di Pitagora era sia un'associazione religiosa/filosofica, che politica. Era di carattere religioso in quanto c'era una dottrina esoterica, un rito di iniziazione non semplice, delle regole, tra sui il dovere di osservare il silenzio sulle dottrine, l'astensione da certi cibi ( carne e fave ), l'osservazione del celibato. Era anche di carattere politico perché Pitagora e i pitagorici erano sostenitori del governo aristocratico locale, il che non gli creo pochi problemi, visto che successivamente si assisteranno a delle rivolte da parte di simpatizzanti per la democrazia e fu in quel momento che Pitagora dovette scappare e tornare in Grecia, morirà nel 497 - 96. Chi era Pitagora? sicuramente un filosofo ed un matematico, ma si dice fosse anche un santo, anzi di più si dice che la sua stessa dottrina verrebbe dalla bocca stessa di Apollo che gliela avrebbe rivelata. Un'altra delle cose sconvolgenti che ci racconta un pitagorico è che si dice che Orfeo in realtà non sia mai esistito, che tutta la dottrina orfica in realtà non venga niente meno che da Pitagora stesso e del resto non sono poche le somiglianze tra le dottrine, così come non sono nemmeno pochi gli storici delle religioni che darebbero retta a questa tesi, ma non tutti sono ancora d'accordo, Eliade per esempio; se però ciò fosse vero, immaginatevi che cosa significherebbe, quale straordinaria intelligenza e sapienza si celerebbe dietro questa famosa figura. Molta della dottrina di Pitagora ce la racconta Aristotele e lui stesso afferma che Pitagora fu il primo a dire che il principio delle cose non fosse qualcosa di puramente materiale, come semplicemente un elemento, ma qualcosa d'altro come il numero. Il numero infatti per Pitagora rappresenta l'essenza delle cose, la vera sostanza. Abbagnano dice meglio:

" Il numero come sostanza del mondo è l'ipostasi nell'ordine misurabile dei fenomeni." ( Abbagnano, Nicola, Storia della filosofia. La filosofia antica. Dalle origini al Neoplatonismo, Tea, Farigliano, 2001, pp. 28 )

Il numero è, come dicevo, ideale e principio delle cose, ma la cosa più astuta di Pitagora, come ci spiega Abbagnano è il fatto che sia riuscito a riassumere in esso sia l'aspetto spaziale che quello aritmetico, infatti numero viene inteso in tutti e due i sensi. Il numero per Pitagora ha sicuramente molti significati, oltre ha essere sostanza delle cose, ha dei significati spirituali, in particolare è da notare questo simbolo esoterico, la Tetraktys, simbolo che diventerà vero oggetto di venerazione da parte dei pitagorici:










Si tratta di una specie di triangolo equilatero con base 4, ma dall'altro canto sono anche i primi dieci numeri, quindi riassume e fa vedere bene come l'aspetto aritmetico e quello spaziale dei numeri siano una cosa sola. L'altro punto da dire qua è come in fondo questo simbolo rappresenti la costruzione di tutta la realtà, nel senso che prima vediamo il vertice, il punto,  con numero 1, poi 2, due punti e quindi la linea, dopo il 3, tre punti e la figura geometrica piana e il 4 , quattro punto per il solido. Questo simbolo avrà nella storia dell'umanità numerosi significati esoterici, ma questi li vedremo nella terza parte del testo. L'altro punto è il carattere di opposizione tra i numeri, perché se c'è un'opposizione tra le cose e le cose in sostanza sono numeri, allora questa opposizione va ricondotta ad una numerica, quella tra pari e dispari a cui sono associati tutta una serie di significati successivi.

Dispari: limite, misurabile, unità, destra, maschio quiete retta, luce, bene, quadrato.

Pari: illimitato, incommensurabile, molteplicità, sinistra, femmina, movimento, curva, tenebre, male, rettangolo.

C'è poi anche una specie di teoria sull'universo in Pitagora, pensa infatti che al centro dell'universo e in origine di esse vi sia un grande fuoco, esso trasforma ciò che è illimitato che entra in collisione con esso in limitato e ordinato. Il fuoco è al centro i pianeti del nostro sistema ruotano attorno ad esso, sono come delle sfere e il nostro sole non è altro che un qualcosa che raccoglie i raggi del fuoco originario per distribuirli sulla terra e gli altri pianeti; inoltre Pitagora affermerebbe che l'universo ha un limite e questo limite sarebbe come una grande sfera di fuoco che avvolge ogni cosa.

L'ultimo punto interessante sulla dottrina di Pitagora è la sua etica, la quale coincide con la sua spiritualità, nel senso che il senso stesso dell'essere pitagorici e fare pratica vuol dire in vario modo esercitarsi a somigliare sempre più alla divinità, questo lo si fa con varie pratiche che concernono sia l'anima che il corpo. C'è una metempsicosi e la pratica del vegetarianesimo, che sono due cose molto legate, perché la prima afferma che l'anima umana, che è armonia, quindi numero, si reincarna non sol in altri uomini o donne, ma anche animali, piante o insetti, mentre il vegetarianesimo proprio su questo punto di vista si fonda, perché se il fagiano che mangiamo a tavola potrebbe essere la reincarnazione della nostra madre morta ci passerebbe la voglia di farlo, diciamo che non si uccidono animali perché potrebbero essere la reincarnazione di altri uomini, anche legati a noi.


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lunedì 11 agosto 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro V:



L'oggetto primo di questo libro sembra essere il mutamento di costituzione, ovvero com'è che avviene il passaggio da una costituzione ad un'altra?, la risposta sarebbe molto semplice: o si cambia con una rivolta, oppure perché semplicemente vanno al potere delle persone che sono contrarie al potere vigente e questa è una delle cose di cui si deve tenere conto se si vuole mantenere un regime. Il problema quindi adesso diventa sul perché mai debba darsi una rivolta, quali sono le sue cause. Esse sono individuate da Aristotele nella disuguaglianza, che può riguardare il denaro, un ampio divario tra ricchi e poveri, ma soprattutto il fatto che certe persone in un determinato regime non abbiano accesso alle cariche politiche e quindi siano esclusi dalla vita pubblica. Per quanto riguarda gli strumenti che si usano durante la rivolta, Aristotele ne individua almeno due: uno è la forza, la violenza di chi non ha il potere e vuole prenderselo, della massa povera contro la casta ricca, oppure può essere l'inganno, nel qual caso si riesce a fare le cose magari anche con il consenso, solo che, come si sa nella maggior parte dei casi vengono usate entrambe le tecniche. Per fare alcuni esempi di cambiamento di costituzione: per esempio la democrazia nasce dall'oligarchia, da un regime in cui pochi ricchi hanno il potere e la massa dei poveri è tagliata fuori, questa massa che non ne può più si ribella ai ricchi e prende il potere con la forza; oppure la tirannia che nasce dalla democrazia, dove appunto un uomo carismatico, populista, attira masse con l'inganno, facendo belle promesse irrealizzabili a priori, come milioni di posti di lavoro, una sanità impeccabile ed efficentissima, ricchezze per tutti, poi mano a mano un po' con il consenso popolare, un po' magari anche con la forza e brogli elettorali prende il potere e diventa il tiranno. Se interessante capire come muta una costituzione, allora lo è anche capire come si possa conservare una costituzione, come difenderla e impedire il mutamento. A questo punto la cosa più importante è l'uguaglianza, ovvero un regime dove meno persone possibili non hanno accesso alle cariche, per esempio si diceva che una monarchia come quella di Sparta lasciava spazio alla voce del popolo ( gli spartiati ) attraverso gli efori; poi per risolvere il problema delle ricchezze, ci vuole uno Stato in cui ci sia una larga classe media, solo uno Stato con una larga classe media è uno Stato che può reggersi bene. Oltretutto ci sono state delle persone ricche che hanno messo in comune con i poveri, secondo l'uso, parte delle loro ricchezze, questo ha permesso loro di non avere il popolo contro. Quello che conta inoltre per mantenere una costituzione è che ci siano delle leggi che servino per controllare chi è contro un certo regime e che gli stessi magistrati facciano altrettanto, così come si deve garantire maggiore mescolanza tra la popolazione, tra poveri e ricchi, perché gli oppositori sono forti solo quando sono uniti. Le magistrature per non essere contro la costituzione, devono si non esserlo, ma si deve anche controllare per una buona magistratura, che sia competente, giusta, virtuosa. Il tiranno invece, nel suo caso a parte, se vuole mantenere il potere dovrà fare un paio di cose, come per esempio tenere alla larga al popolo da sé e vivere in disparte in un luogo ben difeso, fare si che il popolo sia sempre diviso e impedire qualsiasi tipo di associazione, anche cose come le mense comuni, così come i sudditi non devono fidarsi l'uno dell'altro, come accadeva nei totalitarismi e magari mettere spie in giro che controllino e riferiscano tutto al tiranno, nonché aggiungerei io, pagare dei soldati mercenari come guardie del corpo o almeno che ti difendano il tuo palazzo e la tua famiglia. 

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lunedì 28 luglio 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro IV:



Il quarto libro in realtà riparte dalle varie costituzioni, solo che va più a fondo, perché ogni tipo di costituzione ha per così dire dei sottotipi, dunque delle declinazioni, non c'è per esempio una sola modalità di democrazia o di oligarchia. In più mano a mano il problema sta diventando come nascono le costituzioni, come si passa da una costituzione all'altra, quali sono gli elementi principali delle costituzioni, per esempio appunto parlare dei tribunali e delle magistrature. Qui intanto voglio segnale la seguente definizione di costituzione:

" La costituzione è un ordine delle magistrature cittadine, concernente il modo della loro distribuzione, il governo della cittadinanza e il fine di ciascuna." ( Aristotele, Politica, Utet, Torino, 2006, pp. 186 )

Rispetto alla Repubblica qui non si parla di una costituzione ideale, ma se mai ci si pone il problema della costituzione più realizzabile; inoltre Aristotele critica la Repubblica per esempio per il fatto che dividendo le classi solo in tre, Platone ha semplificato troppo, per esempio la distinzione tra classe produttiva e classe guerriera finisce per non avere senso, non appena ci si rende conto del fatto ci sono nelle varie città stato dei contadini guerrieri che abbracciano le armi. La cosa che però forse è la più importante di questo libro sono tutti i sottotipi dei governi e delle costituzioni, c'è poi la discussione su come sia formata una costituzione, i suoi vari elementi. Cominciamo a parlare dei  vari sottotipi dell'oligarchia:

1 possibilità di adire a cariche tramite il censo, ovviamente in modo che sia a vantaggio dei più ricche a svantaggio dei più poveri.

2 in un altro caso sono i magistrati che scelgono tra chi ha il censo chi deve occupare le cariche vacanti.

3 c'è sempre la forma ereditaria, tra le famiglie dei più ricchi.

4 in questo caso non è più la legge che governa, ma i magistrati si sono posti al di sopra della legge.

Segue un discorso sulla democrazia, nella quale vengono individuati i seguenti sottotipi:

1 dove la legge è sovrana, la popolazione partecipa al governo solo in minima parte, perché molti hanno da lavorare dei campi e non hanno tempo per darsi alla politica.

2 dove i diritti politici sono concessi a tutti, tutti gli uomini liberi, liberi però si intende dalle necessità, liberi dal lavoro, cosa che non è facile a dirsi, anche per il problema che si diceva prima.

3 può capire che invece le cariche siano retribuite e questo diventi un modo per convincere persone ad entrare nella politica o almeno chi prima non lo avrebbe fatto per problemi di denaro e lavoro, adesso sarebbe più invogliato.

C'è un discorso anche per il regime costituzionale:

1 essendo che questo tipo di costituzione non è altro che la fusione tra quella democratica e quella oligarchica, si possono prendere delle cose dalle due costituzioni e metterle assieme, si prende ciò che si considera migliore e si crea una costituzione mista.

2 si può trovare il medio tra le due costituzioni e fare un regime costituzionale in questo modo.

3 si possono usare entrambi i sistemi legislativi, sempre che non si contraddicano.

Si finisce con la tirannia:

1 la tirannia sarà sicuramente dispotica, ma le leggi si conservano.

2 ereditaria.

3 si parla di potere assoluto, dove il bene è l'utile del più forte.

La costituzione più realizzabile per Aristotele è il regime costituzione, perché è la più salda ed evita i conflitti, perché è una mescolanza tra tutto; oltretutto uno dei problemi relativi alle rivolte dipende dal fatto che certe persone non partecipano alla sfera politica perché gli viene impedito, invece il regime costituzionale essendo mescolanza di un regime dove il potere e della massa povera e un altro dove il potere è della minoranza ricca. Tre sono in particolare gli elementi della costituzione:

1 l'assemblea.

2 magistrature.

3 tribunali.

L'assemblea era costituita da tutti quelli che avevano diritti politici, nel caso delle magistrature dei tribunali tutti i cittadini hanno diritto a candidarvisi. Il punto è chi decide? perché per esempio si può pensare che nelle decisioni, per esempio se entrare in guerra oppure no, possano concorrere sia i cittadini che i magistrati, oppure solo i magistrati o i cittadini. Un altro problema può essere quanti devono essere i magistrati e quali sono i ruoli dei magistrati? dipende dalla costituzioni, dice Aristotele, perché certi magistrati in certe costituzioni non hanno senso, per esempio il consiglio ha senso nella costituzione democratica, dice Aristotele, ma non i probuli. In ogni caso le differenze tra le magistrature, secondo Aristotele, sono principalmente tre:

1 chi nomina.

2 tra chi si nomina.

3 il modo in cui si nomina.

Ci sono però ancora le seguenti caratteristiche:

1 o tutti i cittadini possono nominare o solo alcuni di certi gruppi.

2 possono essere nominati tutti o solo alcuni di certi gruppi privilegiati.

3 o si vota o si sceglie per sorteggio.

Quando invece ci si vuole occupare dei tribunali si deve guardare chi occupa le cariche e vedere a chi viene concesso, qual'è l'oggetto della sua funzione e la metodologia per l'elezione del giudice. I tipi di tribunali sono diversi dagli omicidi, ai danni ai beni pubblici, quello sugli stranieri e così via.

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lunedì 21 luglio 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro III:



Il soggetto della città è il cittadino, questa è la prima osservazione di Aristotele nel terzo libro, perché giustamente ci si chiede, visto che si sta analizzando la polis, quale sia l'agente nella polis. Chi sono però questi cittadini? quando una persona può dirsi cittadina? il caso più ovvio come lo ero del resto per quanto riguardava già lo schiavo, è quello della persona che sarebbe già figlia di due genitori entrambi cittadini, in quel caso non ci sono dubbi, però ovviamente si può sempre continuare a chiedere  perché i suoi genitori sono cittadini, così che se la risposta fosse la stessa, si dovrebbe prima o poi arrivare ad un caso non spiegabile con quella semplice formula. Teniamo presente che per Aristotele, si deve avere almeno una certa età per essere cittadini, non essere troppo giovani, ma anche essere troppo vecchi, cosa curiosa che dice Aristotele, non va bene per essere cittadini, quando appunto parla, Aristotele, di cittadini scaduti. Allora i cittadini devono avere un'età media, ma non sono certo cittadini gli schiavi, le donne sono cittadine? cittadini, dice Aristotele, sono le persone che hanno accesso alle cariche delle magistrature e a quelle dei tribunali. Da questo consegue che gli schiavi non avendo accesso a tali cariche non possono essere cittadini, ma non possono essere cittadini anche i meteici, gli stranieri, quindi in realtà principalmente il cittadino era un greco. C'è una contraddizione per quanto riguarda la donna che poteva essere cittadina, ma non godeva di potere politico. L'altro problema, a parte il fatto che non sempre l'accesso alle cariche è possibile a tutti, dipende un po' dalla costituzione, ma come si è già visto anche nelle monarchie il popolo poteva avere la sua voce, ad ogni modo l'altro problema che nota Aristotele stesso, è che può capitare che ci sia un rivolgimento politico, che cambi la costituzione e che con questo passaggio ci siano persone che prima non erano cittadine e che poi lo diventano. È per questo che l'attenzione di Aristotele si sposta, inizia a chiedersi cosa determini l'identità della città e quando possa mutare la costituzione, a che condizioni. L'identità di una città, dice Aristotele, dipende dalla costituzione e dalle leggi. Ci deve essere un governante, ma questo è chiaro e si parla anche della differenza di virtù tra governante e cittadino, quando quest'ultimo spettano temperanza e giustizia, il primo deve essere oltre a ciò prima di tutto giusto. La giustizia e saggezza messe in insieme fanno si che il governante possa fare leggi e agire nell'interesse del bene comune. Prima si diceva che due cose erano importanti per l'identità di uno stato, una è la costituzione, l'altra sono le leggi, ma quante e quali tipi di costituzione ci sono? la classificazione va fatta a partire da un certo modello, che poi verrà molto usato e dovranno essere distinte le forme politiche corrotte da quelle giuste. Il metodo è questo: dividere secondo il numero delle persone che hanno potere, se il potere è di uno, di pochi o di molti. Se il potere è di uno si può avere un governo giusto come la monarchia o un governo corrotto come la dittatura, in questo caso il potere è assoluto e la legge è fatta per il vantaggio dell'unico governante. Se il potere è di pochi, allora può essere secondo una versione giusta, l'aristocrazia, da aristos che sta per migliore ed è quindi il governo dei migliori, oppure può essere un governo corrotto come nel caso dell'oligarchia, dove governano una minoranza di ricchi. Se il potere è di molti, può trattarsi di un regime giusto come quelle del regime costituzionale, che in fondo Aristotele non descrive se non come una mescolanza tra democrazia e oligarchia, oppure può trattarsi di un regime corrotto come la democrazia, che non è altro che la tirannia della massa dei poveri. Cosa distingue i due tipi di regime? una cosa è il fatto stesso che i regimi giusti agiscono in conformità delle leggi esistenti, a differenza di quelli corrotti e che poi questi non mirano affatto al benessere collettivo, ma solo a quello di chi governa. A questo punto viene da chiedersi se ci sia un tipo di costituzione, tra quelle giuste, che sia preferibile, al che Aristotele fa un paio di considerazioni, ovvero è certo che è meglio se al governo ci fossero i migliori, non sempre ciò accade nella monarchia dove il figlio che succede al padre potrebbe non essere all'altezza del padre, l'aristocrazia d'altro canto è il governo dei migliori, però potrebbe essere, dice lui, che la massa nel suo insieme e non come singoli, sia migliore della minoranza dei migliori. La costituzione preferibile secondo Aristotele è il regime costituzionale, perché è un po' quello a metà fra tutto, una mescolanza un po' tutto, del resto come dire il meglio per Aristotele sta sempre a metà.


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" Politica " ( Aristotele ), Libro II

differenza tra identità e il modello aristotelico

martedì 8 luglio 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro II:



Il secondo libro della politica di Aristotele comincia con il problema dei beni da mettere in comune, che se si vuole può essere visto anche come una discussione sul pubblico e sul privato, quando per esempio si dice che qualcosa o tutto deve essere comune, penso sia anche possibile trasformarlo in qualcosa o tutto deve essere pubblico. Ci sono ovviamente tre casi che si possono dare, come osserva Aristotele, alcuni di questi sono stati già sostenuti e anche da illustri pensatori, per cui vale la pensa discuterne e del resto poi sostenere una tesi o l'altra fa la differenza, anche perché tutto ha delle conseguenze e poi ci sono delle varianti in ogni singola posizione. Le posizioni possibili sui beni comuni, si diceva che erano tre e sono:

1 nessun bene è in comune, da che ne consegue che tutto è privato.

2 alcuni beni sono in comune, questo vuol dire che alcune cose sono di tutti, o almeno non solo di pochi.

3 tutti i beni sono in comune, questa posizione è il comunismo.

La prima posizione, come osserva Aristotele, ha il difetto che in quel caso tutto sarebbe privato, non avrebbe nemmeno senso la città, perché la città in primo luogo nasce come comunità e la comunità senza nulla in comune non è una comunità. Le famiglie che si riuniscono nel caso nulla sarebbe in comune, rimarrebbero in qualche modo lo stesso divise. Il terzo caso invece è quello di Platone, in particolare per quel che riguarda la Politica e in parte anche le Leggi. Nella Politica Platone afferma che per le prime due classi, ovvero quella dei governanti e quella dei custodi che i beni devono essere completamente in comune, tutto vale per i beni come gli oggetti, ma anche cose come i figli e   le mogli; nel caso invece delle Leggi, si dice che nel caso dello Stato ideale, in esso non dovrebbe esserci proprietà privata. Platone è un comunista? beh, non lo direi così affrettatamente, in realtà a parte questa idea di tipo comunistico, la costituzione di cui parla Platone nella Repubblica non ha nulla a che vedere con il sistema comunista e poi ovviamente il comunismo ha senso solo in quanto precedentemente si sia data una società capitalista, cosa che non ha senso per un pensatore dell'epoca. Vediamo però che Aristotele, in realtà, non si trova d'accordo con questa posizione, essa era nata, secondo Platone, dal fatto che ciò avrebbe favorito l'unità della città, ma come dimostra Aristotele, la città non è tanto unità, ma molteplicità di cittadini e non può che essere così, altrimenti  il cittadino sarebbe uno solo, ma i cittadini sono molti e sopratutto diversi, diversi come sono le idee e i valori che hanno. Il raggiungimento di una qualche unità, se si può parlare di unità, per Aristotele  deve dipendere dall'educazione e non da altro, del resto, come dirà nel libro ottavo, l'educazione non è semplicemente fatto privato, ma dovere di tutta la città, l'intera città contribuisce all'educazione. Vediamo però quali sono le varie obbiezioni che contrappone Aristotele alla posizione platonica, oltre a quello che si è detto prima. Infatti Aristotele fa notare una serie di conseguenze della posizione platonica, alcune a noi note, per esempio quando a scuola ci dicevano se avremmo mai trattato i beni pubblici scolastici nello stesso modo se fossero stati beni privati a casa nostra e noi siamo costretti a dire di no, ma cosa vuol dire questo no? noi tendiamo, dice Aristotele, a trattare meglio le cose che consideriamo nostre, ma non ci curiamo molto delle cose che non sono private e che diciamo pure che sono di tutti. Guadiamoci attorno, le fermate dei pullman con le palette rotte, treni pubblici rovinati da scritte, tutto ciò che è pubblico viene continuamente danneggiato da parte di vandali, ma perché? farebbero lo stesso se fossero completamente loro? Aristotele ci dice di no. Altri due punti sono più delicati, sono anche strani per noi, uno è quello della comunione dei figli, l'altro è quello della comunione delle donne. La comunione dei figli crea un problema secondo Aristotele, infatti come accade nel caso del bene pubblico, se i bambini fossero di tutti, sarebbero maggiormente trascurati, questo poi avrebbe delle ricadute sull'educazione. L'attenzione per l'educazione dei figli deriva prima di tutto dal fatto che tale persona la consideri tuo figlio e non di tutti. L'altro problema potrebbe generare degli scandali, perché in effetti, fa notare Aristotele, in una società dove i figli sono di tutti, quindi nessuno conosce i propri reali genitori, dove le donne non sono precisamente mogli di qualcuno, dove appunto non si conoscono i parenti, da un lato succederebbe che i figli potrebbero accoppiarsi sessualmente anche con le loro ignote madri e sorelle, anche senza volerlo, semplicemente perché non lo sanno e l'omicidio dei genitori sarebbe più semplice. La posizione di Aristotele a questo punto sarà quella intermedia, che dice che solo alcune cose devono essere in comune. Aristotele infatti dice:

" A questo modo la separazione delle incombenze non provocherà recriminazioni reciproche, e ognuno darà contributi maggiori badando a ciò che gli spetta in proprio, mentre, grazie alla virtù, quanto all'uso, comuni saranno i beni degli amici, come dice il proverbio." ( Aristotele, Politica, Utet, Torino, 2006, pp. 102 )

Le proprietà possono essere messe in comune solo in quanto all'uso, del resto è quello che già facciamo proprio con gli amici, quando li invitiamo a casa e gli diciamo: fai come fossi a casa tua!, ma ovviamente la casa è ancora nostra e nessuno ce la toglie, noi mettiamo solo in comune in quel momento delle cose per quel che concerne l'uso. La proprietà privata però genera un problema, che è quello della ricchezza, ci sono persone che hanno tanta proprietà privata, alcuni direbbero troppa, altri aggiungerebbero che è un'ingiustizia, ma cosa vuol dire tutto ciò? in base a cosa alcuni hanno più ricchezze e altro meno, c'è una giustizia distributiva?, questo è per esempio un buon argomento di cui parlare. Aristotele dice che nelle Leggi di Platone, non è molto chiaro come debba avvenire la distribuzione delle ricchezze, Aristotele è convinto che la ricchezza deve avere un certo limite, in fondo come dice troppe ricchezze attirano nemici e ladri, ma poi è ovvio che tutto ciò deve essere pensato nell'ottica di una migliore distribuzione, almeno che tutti abbiano il minimo per vivere. Nelle Leggi si parlava di un massimo e si diceva che tutto ciò eccedeva di ricchezza oltre quel massimo doveva essere dato in mano allo Stato che meglio avrebbe saputo distribuirlo. Oltretutto le ricchezze sono anche una delle cause delle rivolte, sopratutto si immagina in casi come nelle oligarchie dove i ricchi sono i pochi al governo e i poveri sono la massa fuori dal governo. Già però allora qui ci vanno di mezzo anche gli onori, gli onori sono l'altra causa della rivolta, per esempio il fatto stesso che una parte sia esclusa dalla partecipazione politica. Quindi? Aristotele durante tutto il libro ci parlerà delle varie forme di costituzione, ma ci parla anche di quelle che appunto sono a lui conosciute, delle città non solo della Grecia. Parliamo per esempio di Sparta, Cartagine e Creta. A Sparte a governare c'erano due re, ma il potere non era solo regio, era lasciato spazio anche a dei rappresentati del popolo, si tratta di cinque magistrati, detti efori, nominati dalla parte più alta della società che sono gli spartiati. Seguono sotto gli spartiati, i perieci, piccoli proprietari terrieri, per poi finire con gli iloti che sono appunto gli schiavi. Il vantaggio degli efori è quello di dare voce al popolo, almeno agli spartiati, di modo che non siano del tutto esclusi in qualche modo dagli onori, che in caso contrario potrebbero essere potenziali ribelli contro i re. Il regime spartano, come si sa del resto è orientato verso la guerra,. il cittadino viene addestrato alle armi sin da piccolo e in questo è simile a Creta, dove anche in quel caso la finalità dell'organizzazione della costituzione è quella. La costituzione cartaginese, Aristotele la considera simile a quella spartana, è però una specie di misto tra oligarchia e aristocrazia, perché non vengono solo scelti a comandare quelli di valore, ma anche quelli più ricchi. Anche in questo caso ci sono degli analoghi agli efori. Queste sono costituzioni simili, Aristotele parlerà nel prossimo libro delle varie forme di costituzione, di tutte quelle possibili.


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lunedì 30 giugno 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro I:






Avevo intenzione di cominciare un commento al libro Politica di Aristotele, il quale secondo me è come una grande fenomenologia di tutte le forme di costituzione, del resto penso sia un po' distante dal classico libro di filosofia politica che ci aspetteremmo, anche se certe preferenze dell'autore espresse in modo esplicito non mancano. Il mio interesse in questo caso è quello di fare degli approfondimenti sulla polis, intendo con questo certamente in primo luogo la città, ma che poi questa città era una città stato, quindi una città con un proprio governo che aveva un potere che si estendeva anche sulle varie colonie. Certo non dimentichiamoci mai che Aristotele ha vissuto nell'impero di Alessandro Magno e poi regni ellenici vari. Il primo libro tratta molte cose diverse, da un lato un piccolo abbozzo sulla formazione della città, la differenza tra i vari tipi di potere, l'origine della schiavitù e questioni sull'economia antica. Vediamo appunto partendo dal primo punto, che del resto poi si collega agli altri, come è vero che tutti sono intrecciati; la città sembra che prima di tutto nasca dalla famiglia, che come si dice sempre è quasi come fosse il suo atomo, essa è poi, come si dice, il punto di partenza, perché tutto parte da famiglie che erano separate le une dalle altre. Queste famiglie da sole non sarebbero vissute, quindi  si organizzano in villaggi, con il vantaggio di essere in molti e di avere più protezione contro il nemico esterno, più aiuto in caso di bisogno, più collaborazione. Nemmeno in villaggi da soli sono indipendenti e quindi devono per necessità costituire una città prima o poi. La città è l'unica che è effettivamente autosufficiente sotto ogni punto di vista, o almeno quello è l'obbiettivo minimo che vorrebbe raggiungere. Il secondo tema che invece si voleva affrontare erano i vari tipi di potere, questo è del resto molto connesso a quello che si è detto prima perché se si tiene conto che l'unità prima dell'intera società è la famiglia, le prime forme di potere vengono lì, si parla infatti di padronanza, di cognugalità e di paternità. La padronanza si instaura tra il padrone e lo schiavo, quindi tra chi comanda e obbedisce, dove quest'ultimo non è più di una cosa. Qui viene il terzo tema, quello degli schiavi. Gli schiavi in questa società non avevano nessuna libertà, erano considerati come oggetti e potevano essere anche venduti come merci, però nello stesso tempo lavorando per altri, gli viene dato da mangiare, hanno un posto dove vivere, possono anche sposarsi e avere dei propri figli, che però saranno fin dalla nascita a loro volta anche loro schiavi. La società del resto era fatta da questi cittadini greci liberi, che vivevano perché mantenuti dai loro stessi schiavi e avevano tutto il tempo libero per poterlo dedicare alla politica, come in certi casi, ma non in tutti, oppure alle armi come in altri. C'erano poi i meteici, anche loro liberi, senza diritti politici, erano in realtà persone magari non greche che venivano fuori, non saprei se dargli degli immigrati. Alla fine c'erano anche gli schiavi, ricordiamo però che alcuni di essi riuscivano a raggiungere la libertà, cosa affatto non impossibile. A questo punto però, si chiede Aristotele, ma da dove nasce lo schiavo e in cosa differisce dall'uomo libero, perché in fondo visti dal di fuori apparirebbe che non c'è nessuna differenza e questo quasi ci fa pensare che lui stesse cominciando a rendersi conto che in fondo anche loro sarebbero uomini, ma allora com'è che ci sono gli schiavi? Ovviamente se qualcuno è nato figlio di uno schiavo è chiaro che è uno schiavo, ma questo non spiega niente, se chiedessimo del perché suo padre fosse schiavo, forse si arriverà a fare appello al nonno, ma insomma prima o poi si arriva ad un primo di cui non sarebbe chiaro del perché sia schiavo, non essendo in alcun modo figlio di chissà quale altro schiavo. Ci sono schiavi che sono tali per leggi, per esempio persone che per i troppi debiti nei confronti di una certa persona, hanno deciso di estinguere quei debiti facendosi schiavi di quella stessa persona; oppure capita che in guerra si facciano dei prigionieri e che questi poi diventino schiavi del popolo vincitore. Ciò che fa notare in modo particolare Aristotele stesso, è che tra questi ultimi casi, ci possono essere persone magari greche, che fino a poco tempo erano liberi, cosa che lo colpisce, del resto non dovrebbe essere così. Aristotele, infatti, se parla di schiavi parla di persone che sarebbero schiave, ma per natura. In fondo, dice Aristotele, che fa parte già dei rapporti naturali,  che ci sia qualcuno che comanda e qualcuno che obbedisce, per esempio nel caso dell'anima e del corpo, la dove in quel caso è l'anima che comanda e il corpo che obbedisce. Anche nel caso degli esseri umani qualcuno è fatto di una natura che è portato all'obbedienza e altri al comando, però questo come si vedrà lo si può dire anche del potere statale, dove in fondo anche lì c'è qualcuno che obbedisce e qualcuno che comanda, ma qui lo schiavo non è libero, non è libero nel corpo, pur rimanendolo nell'anima. Così poi ci sarà il problema successivo su quale debbano essere le virtù che debbano essere assegnate a i vari tipi, per esempio Aristotele pensa che la temperanza sia una virtù che spetta a tutti compreso lo schiavo, ma ognuno poi deve avere delle virtù secondo i suoi doveri, dato che uno che è padrone deve comandare e l'altro obbedire. Veniamo ora alle altre forme di rapporto di potere, si parlava per esempio di cognugalità, quindi del rapporto tra marito moglie. Aristotele dice che presso i barbari la donna era trattata al pari dello schiavo, non aveva nessuna libertà di alcun tipo; mentre Aristotele fa notare che lo schiavo è qualcuno che non ha per niente facoltà deliberativa, mentre la donna la possiede ma è incapace. Il rapporto tra uomo e donna nell'antichità, del resto non c'è da stupirsene, era di disparità assoluta, anche se la donna presso i greci non era cosa come gli schiavi. Noto che Aristotele non si occupa molto di quello che invece rivoluzionariamente aveva detto Platone nella Repubblica, le donne, almeno per quello che riguarda le prime due classi, quella dei governanti e dei guerrieri. C'è poi il rapporto tra i padri e i figli, dove i figli hanno il dovere di obbedienza nei confronti del padre. Infine il potere del sovrano che non è lo stesso di quello del padrone, perché si suppone che esso sia esercitato su persone libere, non dei servi; si può fare forse eccezione, nel caso della dittatura. L'ultimo argomento che ci rimaneva è quello dell'economia, anche in questo caso si deve partire sempre dalla famiglia, perché come ho notato, la concezione dell'economia dipende da cultura a cultura, spesso lo si vede nella stessa parola. Nel caso dei greci la parola era oikonomia, da oikos, che è in fondo la casa, quindi l'economia nasce dal nucleo famigliare; mentre per esempio la parola tedesca per dire economia sarebbe Wirtschaft, da Wirt che è l'oste, perché l'economia in quel caso inizia dalle osterie. Partendo da questa distinzione che sembra prima di tutto semantica, si capisce che la prima economia è quella domestica, la quale ha come unico compito quello di rendere autosufficiente la famiglia. La famiglia doveva disporre di tutti i suoi mezzi per farlo, mezzi inanimati, come per esempio il caso dei terreni, altri strumenti tecnici e così via, ma poi c'era ancora i mezzi animati, che sono in particolare gli schiavi, anche quelli devono poi essere mantenuti. C'è poi un altro tipo di economia, che consiste, in effetti, prima di tutto nello scambio, esso dipende dal mercato, ci sono mercati al minuto e mercati più grandi. Ad ogni modo ogni cosa era cominciata dal baratto, perché serviva per appagare quei bisogni che non si riuscivano ad ottenere da soli come famiglia, ma appunto si dovevano ottenere con baratti con altre merci, secondo i bisogni di ciascuno; poi è stato messo di mezzo il denaro come valuta per lo scambio, il che non è un male, se non che poi qualcuno ha pensato di sfruttare il mercato e lo scambio per farci molti soldi, questo tipo di economia Aristotele la chiama crematistica. La cosa però più ignobile è invece il prestito ad interesse, ovvero il fatto stesso di fare soldi con i soldi stessi, questo ovviamente corrompe i costumi e crea quella famosa fetta di indebitati che un giorno non riuscendo a pagare questi debiti si fanno schiavi, ecco come nascono quelli!.