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mercoledì 1 agosto 2018

Nietzsche: genealogia della morale












 

 

Riassunto e spiegazione della Genalogia della morale di Nietzsche


Genealogia della morale è uno di quei testi di Nietzsche tra i più attuali. In questo scritto voglio offrirvi molto più di un riassunto dell'opera o una spiegazione, vorrei farne un'analisi che tenga conto della sua portata nella filosofia morale e nel pensiero contemporaneo.


 




Una domanda inquietante attraversa tutta l'opera: perché l'uomo pensa che il bene sia migliore del male? Nietzsche ha sempre in mente il lavoro del martello del Il crepuscolo degli idoli, quello che abbatte le tavole dei valori. Per Nietzsche è completamente assurdo dire che quel che è buono per me deve esserlo anche per tutti gli altri. Questo implica un certo relativismo nella concezione del bene. Inoltre Nietzsche non valuta le azioni in base alle intenzioni. Egli vuole comprendere, al contrario, se qualcosa è utile alla vita oppure non lo è. Se qualcosa non è utile alla vita, allora gli è dannoso. È il dovere utile alla vita? è il bene utile alla vita? e che bene dovrebbe essere utile alla vita? Aprendo un nuovo punto di vista nella morale, Nietzsche incomincia a porre queste domande. Il dovere non è affermazione della vita, ma è rinuncia. Se io desidero qualcosa, se esiste un divieto che mi impedisce di soddisfare il mio impulso e io decido di seguire quel divieto, allora devo rinunciare al mio desiderio o ai miei istinti. Siccome gli istinti, istinti che sono sempre espressione della volontà di potenza, sono la vita, secondo Nietzsche, allora con la morale nega la vita. La compassione è una forma partecipazione nella sofferenza di un altro (mitleiden in tedesco, da cui "leiden" vuole dire soffrire e "mit" vuol dire con). Con la compassione diminuisce la mia potenza, in quanto, spinozianamente parlando, la tristezza e il dolore sono diminuzione della potenza, mentre la gioia un suo aumento. Se qualcosa diminuisce la potenza e, come sostiene Nietzsche, la vita è potenza, allora questo qualcosa va contro la vita e questo qualcosa, in questo caso, è ciò che Schopenhauer chiama compassione. Nietzsche ha chiamato "nichilismo" la decadenza e la volontà di negazione della vita. Egli ha riconosciuto questa volontà negatrice all'interno del cristianesimo, come si apprende nell'Anticristo.

Il primo capitolo, Buono e malvagio/Buono e cattivo, tratta molti temi simili agli ultimi capitoli di Al di là del bene e del male. Nella morale tradizionale il buono è l'altruistico o il non egoistico, mentre il cattivo è l'egoistico. Nietzsche cambia completamente il linguaggio della morale, affermando di voler risalire a nozioni storicamente più originarie, le quali, egli accusa, sono state trasformate. Nelle società aristocratiche, come quella greca, buono era il nobile o il signore, mentre cattivo era il malriuscito. Nietzsche compie anche delle indagini linguistiche sui termini Bonus e Gut. Gut (bene) verrebbe da Got (Dio), ad indicare l'uomo divino o il nobile. Bonus (buono) verrebbe da bellum (guerra), il quale risalirebbe a duellum (duello). Il buono, in questo senso, è il potente, il felice e il caro agli dei.

In origine, immagina Nietzsche, dovevano esistere due caste: quella sacerdotale e quella guerriera. Nella società aristocratica vigeva una morale aristocratica con i suoi concetti di bene e di male. Buono è il nobile, cattivo lo schiavo. Il nobile è il forte, mentre lo schiavo è il debole. Quando questi concetti sono stati rovesciati, in quel momento è nata quella morale che la conosciamo noi, ossia quella morale che glorifica il debole e il povero. L'istinto di risentimento che viene dallo schiavo porta lo schiavo verso la vendetta e vede nel padrone il male, ossia il cattivo. Nella morale dello schivo, dunque, cattivo è il forte perché violento, mentre il debole è buono. Capite che nella logica della potenza di Nietzsche questa inversione ha degli effetti nefasti sulla vita. Questa nuova morale ha fatto dell'uomo una bestia mansueta, un'animale domestico come il cane. Essa ha livellato e ammalato l'uomo nei suoi istinti e nelle sue forze sessuali creatrici.

È chiaro che ci troviamo di fronte ad un pensiero molto vicino a quello del Trasimaco, il quale credeva che il bene fosse l'utile di chi comanda o del più forte. Tuttavia, penso sia meglio non vedere la cosa troppo in termini politici, per bollare Nietzsche come un pensatore di destra. Penso sia più utile chiedersi se ci sia del vero nelle sue ipotesi antropologiche, perché così andrebbero prese. In un certo senso, quest'opera è un'opera che dà un grosso contributo all'antropologia e all'etnologia. David Graeber, ad esempio, l'attuale antropologo anarchico del debito, si è chiaramente ispirato anche a questo testo.

Le origini della morale secondo Nietzsche


Il secondo capitolo (Colpa, cattiva coscienza e simili) tratta dell'origine della morale a partire dalla relazione tra il debitore e il creditore. Questo è il famoso capitolo a cui si ispirano molti studiosi sul debito. Perché possa esistere qualcosa come una relazione creditore/debitore, deve prima esistere un uomo che si possa indebitare, ossia un uomo che sia in grado di chiedere ad un altro qualcosa e di promettergli di ripagarlo adeguatamente. L'uomo deve essere, cioè, per dirla con Austin, capace del performativo, ossia educato a promettere. La promessa: "pagherò". Tuttavia la promessa, a meno che non esistano degli atti scritti, non può che fondarsi sulla memoria, ossia la memoria del creditore e quella del debitore. Nietzsche crede il dimenticare sia una facoltà attiva nell'uomo e non sia semplicemente passiva. Un uomo che dimentica non può mantenere le promesse e non ricorda nemmeno cosa ha promesso. Dunque è necessario che qualcuno trovi il modo che questo si ricordi della sua premessa. Come fare a fare ricordare le cose? Usando delle mnemotecniche. Non sono delle semplici tecniche di memoria, sono qualcosa di molto più brutale. Questo è qualcosa che deve precedere il sistema di scrittura, ossia le tavole del debito o i bastoncini di credito. In origine, suppone Nietzsche, il creditore si serviva del corpo del debitore e poteva marchiarlo con il fuoco. La sofferenza è qualcosa che rimane nella memoria. Fin tanto che si soffre, non si cessa di ricordare. Questa è la mnemotecnica che ha in mente Nietzsche: la tortura.

Il senso di colpa viene instillato nel debitore, non è un rimorso naturale nell'uomo che sorge dal fatto che l'uomo sa che avrebbe potuto agire diversamente e non lo ha fatto. Questa concezione della morale, la morale dell'intenzione, è tardiva. Questa concezione, in ogni caso, presuppone che si sia già passati per tutto ciò che in queste pagine di Genealogia della morale descrive Nietzsche. Prima viene questa mentalità calcolatrice che conta e valuta, questa mentalità dell'uomo che fa equivalenze: tot. danno = tot. pena. Tutti i debiti devono essere saldati, anche con la carne. La sofferenza è il compenso per il debito. Il debitore dà in pegno, quando fa un contratto con il suo creditore, il corpo suo o il corpo della sua donna. Se il debito non viene saldato, allora il creditore può fare quello che vuole con il corpo del debitore o con quello della sua donna. Queste sofferenze e punizioni si trasformano in orrende feste, feste crudeli. Lo scopo della pena è destare il senso di colpa nella persona che si sta torturando. Anche dietro questi processi sta sempre la volontà di potenza, quella volontà di sopraffare e di sfruttare. La volontà di potenza appartiene qui al creditore o al signore che comanda e la esercita per incutere paura. Nietzsche, tuttavia, non crede nella colpa, egli adotta un punto di vista spinozista. Secondo Spinoza non esistono colpevoli, esistono solo persone impotenti, ossia persone che non sanno controllare le proprie passioni. Ciononostante, per Nietzsche, l'obbiettivo non è affatto il voler controllare le proprie passioni. L'intelletto, egli afferma, senza le passioni sarebbe castrato.

Da dove nasce, invece, la cattiva coscienza? Secondo Nietzsche, si è rivolta verso l'interno. È nata una specie malata: quella delle persone aggressive nei confronti di se stesse. È qui che Nietzsche individua l'origine della morale come noi la conosciamo, della morale come un attacco ai propri istinti. Con questa svolta emerge il peccatore come individuo malato.

Cosa significano gli ideali ascetici è capitolo che tratta proprio dell'istinto dell'uomo contro la vita, di come l'uomo ha desiderato evadere dal suo corpo ed evadere questo mondo. Che cos'è l'ideale ascetico? Esso è esattamente la negazione di sé di Schopenhauer, una negazione di sé e della volontà come qualcosa che agisce in noi, negazione che Schopenhauer stesso ha visto nella musica. Schopenhauer, infatti, al pari di Kant, ha sostenuto che l'arte è contemplazione disinteressata del bello. La musica, in particolare, è contemplazione della volontà stessa, un fatto che Wagner, da quel che sostiene Nietzsche, sembra aver messo in note. Tuttavia, come può essere contemplazione disinteressata quella di uomo che osserva una venere dipinta? Non è forse questo "disinteressato" una mossa contro i propri impulsi? La vita non è questo, il disinteresse è un'arte dell'ascesi, un modo per trascendere la vita e negarla.

Nietzsche scrive la storia di questi ideali ascetici, una storia che comincia con le origini della filosofia, ossia da quei filosofi che vedevano nella contemplazione il modo di vivere più alto dell'uomo. Platone ha detto che il senso della vita di un filosofo sta nella morte, ossia lo sperimentare la morte già in vita. Con questo egli intende un acquietamento degli impulsi nell'essere umano. Dopo il filosofo viene il prete. Il prete accetta un solo modello di vita: quello di chi vive negando la vita stessa e pensando ad una vita promessa futura in un altro mondo. Perché far prosperare una razza simile, si chiede Nietzsche, la quale è contro la vita stessa? Nietzsche definisce la stirpe dei preti, e di chi segue il loro esempio, come dei malati. Con la diffusione di questa malattia, ossia la volontà negatrice della vita, insita in persone sofferenti che non sanno vivere con il dolore e vogliono la morte piuttosto che vivere con la propria sofferenza, emerge una lotta tra sani e malati. Secondo Nietzsche il sano è in stato di accusa perché forte, vigoroso e di buona salute. Questo soggetto è attaccato dal malato, dal debole e dal sofferente. Il nichilismo per Nietzsche, si tenga presente, consiste anche in questa piega di malati, malati perché non possono più vivere su questa terra o non sanno più farlo e ne desiderano un'altra.

Che cosa ci insegna quest'opera oggi? In un passaggio Nietzsche nega la teoria contrattualista, affermando che è più probabile che un orda di uomini biondi possa avere preso il potere con la forza, piuttosto che ci sia stato un accordo all'origine della società. In questi testi Nietzsche sembra il Darwin della filosofia, nel senso che riesce a cogliere con occhio disincantato quale potevano essere le condizioni dell'uomo nelle società primitive. Nietzsche, tuttavia, oppone la volontà di potenza alla lotta per la vita di Darwin. In questo testo è anche mirabile una tesi fondamentale: che la colpa e la morale nascono dal rapporto tra il debitore e il creditore. Dietro ogni debito, ha notato anche Graeber, si nasconde una forma di morale: i debiti devono essere saldati, guai a chi non salda i debiti!

sabato 21 luglio 2018

Nietzsche: Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell'avvenire.

Al di là del bene e del male Nietzsche




 

 

 

Riassunto e spiegazione di al di là del bene e del male


«Posto che la verità sia una donna -, e perché no? non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s'intendevano poco di donne? che la terribile serietà, la sgraziata invadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi alla verità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guardarsi appunto i favori di una donna? - certo è che essa non si è lasciata sedurre- e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì in attitudine mesta e scoraggiata. Ammesso che essa in generale se ne stia ancora in piedi!» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 3)

Al di là del bene e del male è considerato da Leo Strauss la migliore opera mai scritta da Nietzsche. L'opera tratta sì del tema della morale, del tentativo di superamento della morale, ma è molto più di tutto questo. Già nella prefazione Nietzsche dice tutto: è un attacco a Platone e al cristianesimo, in quanto forma di platonismo per il popolo. Nietzsche è colui che si è posto il compito di rovesciare Platone.




Dei pregiudizi dei filosofi





Dei pregiudizi dei filosofi è il titolo della prima sezione del libro. Esso incomincia riprendendo il tema affrontato all'inizio della prefazione nel passaggio che ho prima citato: la verità. Etimologicamente la parola "filosofia" significa "amore per la verità" o "amore per il sapere". Questa è solo una definizione etimologica, badate bene. Potrei dire, ad esempio, della biologia che è "discorso sulla vita" o dell'economia che è "amministrazione della casa". Queste definizioni sono altrettanto etimologiche, ma è evidente in questi casi, come in quello della filosofia, che queste definizioni non dicono veramente nulla sulla scienza di cui si pretende di parlare. Anche la psicoanalisi, in ogni caso, ha detto che il filosofo è colui che desidera la verità. Questa definizione è un altro modo di approcciarsi alla filosofia e certamente non definisce la filosofia come scienza, ne spiega come mai la filosofia dovrebbe essere una scienza. È vero tuttavia che per molto tempo la filosofia è stata identificata con la ricerca della verità e si è pensato che il filosofo fosse colui che ha la volontà di verità. Ma da dove nasce la volontà di verità? potrebbe nascere dal suo contrario, ossia dalla volontà di menzogna? È impossibile, sostiene il filosofo, che la volontà di verità possa venire da questo mondo menzognero. Per questo deve esistere un altro mondo.

Nietzsche ripete l'operazione distruttiva del martello, quell'operazione cardine del testo Il crepuscolo degli idoli. Il filosofo crede in entità inesistenti che sono solamente supportate dal suo pregiudizio. Il filosofo crede che esiste un mondo al di là del mondo, un mondo vero, rispetto al quale, questo mondo sarebbe falso. È un pregiudizio su questa realtà credere che questo mondo sia ingannevole, proprio perché non c'è nulla di più immediato della realtà sensibile e non c'è nulla di più certo dell'esistenza del corpo. Non potremmo nemmeno dirle queste fesserie se non avessimo un corpo e una lingua per parlare. Il mondo vero è una favola, una storia che non vogliamo più sentire. Il mondo attuale è stato condannato, osserva Nietzsche, perché prospettico, perché non è mai nello stesso modo, ma è sempre diverso a seconda del soggetto che lo percepisce. In stati diversi o alterati, l'uomo giudicherà la realtà diversamente. Una zanzara, chiaramente, non vede il mondo come lo vediamo noi. Per questo, solo per questo, dovremmo pensare che questo mondo sia finto e che ve ne sia uno più vero?

L'uomo, secondo Nietzsche, non è diverso dalla macchina. Questa macchina è soggetta a una moltitudine di istinti ed impulsi. Quello che ha fatto il filosofo prima di Nietzsche era pensare che l'istinto alla conoscenza fosse un marchingegno che funziona da sé ed è completamente indipendente, non essendo influenzato da altri istinti. È proprio questo quello che Nietzsche intende mettere in discussione! Dietro l'istinto alla conoscenza sta sempre un altro istinto. Nell'uomo sono molti gli istinti e gli uni sono contro gli altri. Quando l'uomo ha creduto di comandare gli istinti con la ragione, in realtà era un istinto contro tutti gli altri che comandava l'uomo e usava la sua ragione. Questa verità viene spiegata da un autore inglese come Daniel W. Smith, il quale afferma che, secondo Nietzsche, il fumatore che smette di fumare non è un agente razionale che agisce contro i suoi impulsi a fumare, ma è l'istinto a smettere di fumare, quell'istinto contro l'altro del fumare, a essere il vero soggetto.

La questione, sostiene Nietzsche, non riguarda il vero o il falso, ma riguarda la vita. Alla vita serve ed è servita anche la menzogna. Tuttavia, la vita non cerca la semplice conservazione o la sopravvivenza. La vita cerca la potenza, la vita è volontà di potenza e creazione. Kant, uno di questi cercatori della verità, andava fiero per le sue categorie e il suo imperativo categorico. Su cosa sono fondati questi concetti? donde sappiamo che sono veri? Kant ci dice che dipendono da una facoltà. Kant è uno scopritore di facoltà. Egli parla di ragione teoretica e pratica, di intelletto, dell'immaginazione e della sensibilità. Ha cercato persino una facoltà del giudizio, che non ha trovato. Alla ricerca delle facoltà, osserva Nietzsche, si sono dedicati anche gli studiosi di Tubinga. Tutte ricerche vane! che ne è, in fondo, di queste facoltà al di là del cervello? Quello della facoltà, sostiene Nietzsche, era solo un trucco. Oggi la psicologia nutre forti dubbi nei confronti di simili ricerche. La psicologia, che etimologicamente significa "discorso sull'anima", in realtà sembra più provare la sua non esistenza, mostrando come le "malattie dell'anima" siano "malattie del cervello".

Tutto ciò che non è strettamente conoscenza immediata è conoscenza mediata, dunque interpretazione. I sensi non sono nati per camuffare questo mondo, sono i soli che ci danno qualche certezza immediata! Più una scienza si attiene ad essi, pensa Nietzsche, più questa scienza si avvicinerà alla certezza dell'immediato e sarà più lontana dall'interpretazione. La fisica, ad esempio, proprio nel suo servirsi della sensibilità ed essendo scienza sperimentale, si avvicina alla certezza dell'immediato. Molti concetti della filosofia non sono dati dall'esperienza sensibile o da fatti empirici, ma sono solo interpretazioni. Nietzsche qui si riferisce principalmente a questi tre concetti:

1 L'Io come derivato dal pensiero.

2 La volontà o il libero arbitrio.

3 La causa sui, ossia l'essere causa di sé medesimi.

Cartesio sosteneva che dal semplice fatto che io mi rappresento qualcosa, concepisco qualcosa o dubito di qualcosa, posso derivare che io sono. Se non fosse vero che io sono, allora non potrei nemmeno rappresentare, concepire o dubitare. Nietzsche nega questa dimostrazione, mostrando che l'io non è altro che interpretazione. Dal punto di vista di Nietzsche non è evidente l'io del soggetto quanto è evidente il pezzo di cera nell'esempio di Cartesio o l'impulso elettrico nel mio cervello che sta alla base del pensiero. Il mio corpo e i corpi esterni sono più immediati del mio io. L'io è solo una causa originaria del pensiero supposta dai filosofi. Credere nell'io è una semplice credenza nella grammatica, come se il pronome personale dovesse poi corrispondere a un che di reale.

Dal fatto che esiste un'esitazione nella scelta, molti filosofi hanno creduto che dovesse esservi una forma di libero arbitrio. Il volere è stato considerato da molti filosofi, tra cui Schopenhauer, un concetto alquanto ovvio, che non ha bisogno di spiegazioni. Nietzsche nutre forti dubbi nei confronti di questo. La volontà, sostiene Nietzsche, è da un lato un allontanarsi da un certo stato e dall'altro l'avvicinarsi verso un certo altro. La volontà non implica solo una tensione, ma anche un pensiero che la comanda, il quale non è veramente distinguibile dalla volontà stessa. La volontà, inoltre, è passione per il comando, dunque, osserva Nietzsche, si può parlare di libero arbitrio solo riferendosi ad una volontà che vuole il comando e un'altra che obbedisce a questa. Nietzsche nega la libertà nell'essere umano. La libertà è stata spesso giustificata tramite la morale. Kant aveva detto: se devi, allora puoi. Per Nietzsche non c'è libertà, l'uomo è semplicemente soggetto dei suoi istinti e tutti questi istinti fanno capo ad una sola volontà: la volontà di potenza.

Della causa sui Nietzsche non può che farsi beffe. Il concetto di causa sui nasce in filosofia in risposta al problema dell'esistenza di Dio. Se la mia esistenza, quella dell'uomo in generale, quella dell'universo intero, dipende da Dio stesso, da cosa dipende l'esistenza di Dio? Noi siamo enti, i quali abbiamo ricevuto l'esistenza. L'esistenza di Dio non dipende da altre cause: Dio è causa della sua stessa esistenza. Questo è quello hanno detto molti filosofi medioevali. Essere causa di se stessi è anche un fenomeno che sta alla base dell'autodeterminazione, ossia alla base di quel processo per cui l'uomo diventa origine di una serie causale, così come ha concepito la libertà Kant. Nietzsche paragona la causa sui al barone di Münchhausen che cerca di sollevarsi tirandosi per i capelli, immagine di un'impossibilità fisica.

Molti filosofi hanno tanto creduto in questi concetti, a causa dei loro dogmi e dei loro pregiudizi, ma non hanno affatto creduto alla certezza sensibile immediata. Molti filosofi, come ho già detto, hanno condannato questo mondo come una produzione dei nostri sensi o un inganno di essi. I sensi, lo si capisce dalla loro natura, afferma Nietzsche, non sono nati per produrre o costruire una realtà. Non ha alcun senso affermare che la realtà sensibile è produzione dei nostri organi di senso, perché questi organi di senso fanno parte di quella realtà e dovrebbero aver prodotto se stessi. "Esse est percipi" affermava un empirista come Berkeley, uno di questi filosofi. Sebbene gli empiristi credevano che la conoscenza del mondo sensibile fosse l'unica possibile, comunque facevano dipendere l'esistenza del mondo sensibile dal soggetto stesso.

Lo spirito libero







Lo spirito libero è il nome del secondo capitolo di Al di là del bene e del male e tratta di una nuova generazione di filosofi che ancora deve venire. Nietzsche si rivolge ai filosofi attuali comandando loro di abbandonare la loro volontà di verità, di mettersi al riparo e cercare piuttosto la solitudine. Il filosofo farebbe meglio ad abbandonare tutti i suoi pregiudizi e dogmi. Egli dovrebbe cercare dei compagni solo nei cinici.

Nel mezzo del discorso destinato ai filosofi dell'avvenire Nietzsche compone una storia della morale, a cui si dedicherà meglio successivamente, definendone un primo abbozzo. La morale ha una preistoria, ma anche una poststoria. All'inizio l'uomo giudicava l'azione non per la sua causa, ma per i suoi effetti. Egli riteneva buona l'azione che produceva gli effetti migliori, ossia quella che raggiungeva i migliori risultati. Con la morale, invece, l'uomo non considera più semplicemente gli effetti, ma le cause delle azioni. Questo significa che l'uomo considera ora le intenzioni delle persone quando agiscono. La morale giudica se le intenzioni nelle azioni sono buone oppure cattive. Qui il riferimento va a Kant come costruttore di una morale dell'intenzione. Dopo la morale, in questa dimensione al di là del bene e del male, non è più l'intenzione la causa considerata, ma le cause non intenzionali. Cause non intenzionali? istinti, passioni: la volontà di potenza. Si noti come secondo questo strano modello l'utilitarismo sarebbe da collocare nella preistoria in quanto valuta l'agire morale secondo gli effetti, ossia il bene della maggioranza.

Il problema della filosofia: il pregiudizio per cui la verità è meglio dell'inganno. Come si giustifica questo enunciato che a tutti i filosofi è parso davvero ovvio? Il fatto è che il male e il cattivo potrebbero venire dalla verità, mentre il bene dalla menzogna. I filosofi dell'avvenire saranno quei filosofi, sostiene Nietzsche, che hanno chiuso con la volontà di verità.

«Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l'immagine e l'allegoria perfino dell'odio.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 49)

L'essere religioso






L'essere religioso è il terzo capitolo di Al di là del bene e del male, capitolo nel quale Nietzsche spiega la natura della religione e dell'uomo religioso. La religione, secondo Nietzsche, è fondata su tre dietetiche: la solitudine, il digiuno e l'astinenza. Ciò che guida il religioso è principalmente un sentimento di rinuncia. Questo sentimento è lo stesso esemplificato nella rinuncia all'atto tipica dell'ascesi descritta da Schopenhauer. Schopenhauer, come via per la liberazione dalla volontà cieca ed egoista che è in ogni cosa nel mondo, definisce una forma di ascesi che consiste principalmente nell'abbandono a se stessi più totale: la totale rinuncia all'atto.

Tre sono le fasi nella storia della religione per Nietzsche: prima si sacrificavano i propri cari al Dio; poi sono stati sacrificati al Dio i migliori istinti dell'uomo (epoca della morale); infine si dovrà sacrificare Dio stesso per il nulla. La religione, sostiene Nietzsche, è stato sempre uno strumento di dominio e comando per plasmare l'uomo.

Il filosofo è anticristiano, osserva Nietzsche. Dall'illuminismo in poi filosofo ed ateo erano diventati quasi dei sinonimi. Ma non basta! Bisogna sbarazzarsi dei concetti di Dio e di peccato. Un altro pensiero ha nella sua testa Nietzsche: una strana forma di pessimismo nella quale, tutti quelli che ci sono passati hanno poi trovato l'istinto tracotante e dionisiaco. Con questo Nietzsche torna ai temi della tragedia, mostrando di non aver mai abbandonato quella via. Questo è il modello a cui il filosofo farebbe meglio ad attenersi, in quanto il filosofo deve avere cura dell'evoluzione dell'umanità.


Sentenze e mezzi è il quarto capitolo di Al di là del bene e del male, in questo capitolo sono disposti diversi aforismi in sequenza. Cito alcuni aforismi che potrebbero essere interessanti:

«"La conoscenza per amore della conoscenza" - è questo l'ultimo tranello che ci tende la morale: è così che ancora una volta ci si coinvolge completamente in lei.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 77)

«L'amore verso un solo essere è una barbarie: esso infatti si esercita a detrimento di tutti gli altri. Anche l'amore verso Dio.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 77)

«Una cosa, quando è spiegata, cessa di interessarci. - Cosa intendeva quel dio che suggerì: "Conosci te stesso!". Voleva forse dire: "Cessa di interessarti a te stesso! Diventa obbiettivo!".- E Socrate? - E l'"uomo scientifico"?-» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 79)

«Non esistono affatto fenomeni morali, ma soltanto una interpretazione morale di fenomeni...» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p.82)

«La volontà di vincere una passione non è in fin dei conti che la volontà di un'altra o di diverse altre passioni.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 83)

«Quel che uno è comincia a rivelarsi quando il suo talento scema - quando egli cessa di mostrare quel che può. Il talento è anche un ornamento; un ornamento è anche un mezzo per nascondersi.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 84)

«Quel che si fa per amore, è sempre al di là del bene e del male.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 86)

Si noti come in questi aforismi ricorrano spesso i problemi della morale e della conoscenza. Nietzsche tende quasi ad identificare le due cose dicendo che il volere la conoscenza per la conoscenza è solo un tranello della morale. Nietzsche accusa chiunque faccia della filosofia una teoria della conoscenza. Si badi bene che in Germania esistono persino cattedre in filosofia di teoria della conoscenza (Erkenntnistheorie). Molto spesso si dice che chi ama il sapere, non dovrebbe perseguire il sapere se non per il sapere stesso, ma questo significa ammettere che quel sapere non è utile. Oltretutto vorremo sapere di che sapere si tratta, si tratta forse della conoscenza immediata che traiamo dai sensi? No, si tratta di un'interpretazione del mondo. Quella conoscenza, così come la morale, non è altro che interpretazione del mondo.

Per la storia naturale della morale è il quinto capitolo di Al di là del bene e del male. Nietzsche parla spesso della morale come contro natura, in libri come Il crepuscolo degli idoli o Genealogia della morale, in quest'ultimo ricerca le origini della morale a partire dal rapporto debitore/creditore. Nietzsche, oltre a condannare la morale come falsa, come una volontà di trovare colpevoli dove non sono, come invenzione della libertà per poter dare la colpa, cerca una storia della morale. Nietzsche vuole comprendere da dove nasce la morale. La ricerca dei fondamenti della morale ha impegnato tantissimo i filosofi, ma sono stati trovati davvero questi fondamenti? Platone affermava che il bene è l'idea delle idee e chi conosce il bene non può che agire bene. Qui Nietzsche afferma che in Platone c'è ancora una mezza verità: ossia che il male non è mai veramente intenzionale, infatti Platone affermava che il malvagio è solamente un ignorante. Il peggio è venuto dopo: è venuto quando Kant ha detto che la legge morale è un fatto della ragione. Kant non dimostra l'esistenza della legge morale, la considera un fatto, ossia la dà per data. Ponendo la legge morale, successivamente Kant dimostra che noi siamo liberi e responsabili. Egli lo dimostra così: se tu devi, allora puoi. Nietzsche mette in questione quel che per Kant è un fatto e afferma che non vi sono che prospettive o interpretazioni morali di fenomeni. La verità è che la morale è nata per un solo scopo: l'obbedienza. Si noti qui il contrasto con Kant: per Kant l'uomo è libero e capace di autodeterminarsi, proprio grazie al dovere e alla morale; per Nietzsche non è così, il dovere viene da qualcuno che pretende gli si obbedisca. Se il qualcuno che chiede l'obbedienza non è esterno, ma è interno, non cambia niente. La morale ha sempre insegnato a tiranneggiare sui propri istinti. Tuttavia, come ho già detto, Nietzsche crede che questo dominio di sé è finto. In verità non vi è che una guerra tra istinti ed impulsi. La filosofia si è spaccata in due su un problema: ragione o istinti? Socrate e Cartesio erano dalla parte della ragione; molti filosofi moderni, invece, hanno scelto gli istinti, mentre Platone pensava che i due potessero conciliarsi, in quanto entrambi mirano al Bene. La morale è sempre stata legata ad una certa arte del comando: gli stoici con la loro etica volevano comandare con la ragione le emozioni; Spinoza invitava a superare le passioni, ossia a non ridere e a non piangere. Perché questo legame tra il comando e la morale? Nietzsche ci dice che la morale europea è la morale del gregge. Un gregge è fatto di pecore e di un pastore. L'uomo buono è l'uomo che obbedisce, questo è l'uomo che riconosce il dovere come un fatto. Il caso limite dell'uomo che nega signori e dei, per Nietzsche, non cambia rispetto a quest'uomo.

Noi dotti





Noi dotti è il sesto capitolo di Al di là del bene e del male, capitolo che riprende la discussione interrotta sulla filosofia e il filosofo. È venuto il momento per Nietzsche di analizzare il rapporto tra la scienza e la filosofia. Dopo Kant assiste ad un fenomeno nella filosofia per cui le scienze si separano dalla filosofia stessa. Da questo momento, spodestata dal suo trono, la filosofia si trova in mezzo a molti concorrenti, concorrenti che vorrebbero prenderle il posto. La filosofia incomincia sempre più ad essere disprezzata e non compresa. Si accusa la filosofia di essere una materia puramente teorica e non sperimentale, intendendo con questo che non è una scienza e che non serve a nulla. Nietzsche riconosce che non esistono più grandi filosofi come Eraclito, Empedocle o Platone. Egli riconosce anche una filosofia decadente e scrive questo libro (Al di là del bene e del male) dedicandolo ai filosofi del futuro, ad una generazione nuova di filosofi. Il problema nella filosofia, e questo sembra molto attuale, è che la filosofia stessa riconosce la superiorità delle scienze rispetto a se stessa. Nietzsche si scaglia contro i positivisti. Essi sono i primi a dire che la scienza è superiore rispetto alla filosofia, mentre la filosofia non è altro che una teoria della conoscenza. Altra osservazione di Nietzsche molto attuale: la torre della scienza è sempre più alta ed esiste il rischio che la filosofia si specializzi come le scienze. Nella filosofia analitica, ad esempio, è proprio questa specializzazione che stiamo vedendo oggi. Se da un lato la filosofia analitica è una filosofia molto più sperimentale, allo stesso tempo essa è diventa una filosofia specialistica e fatta di specialisti dei settori scientifici più disparati. Ma i tempi non sono finiti e l'avvenire è ancora davanti a noi! Arriveranno un giorno questi filosofi dell'avvenire di cui parla Nietzsche e a cui questo libro di cui parlo è stato consacrato? È possibile. Questi filosofi Nietzsche li descrive come dei critici e degli sperimentatori. Qui emerge il doppio uso del martello: quello per distruggere e quello per creare. Creare scolpendo la pietra col martello.

Le nostre virtù


Le nostre virtù, un capitolo in cui Nietzsche mostra, al contrario di quel che ci si potrebbe aspettare, che anche nella sua etica esistono delle virtù. Quali sono queste virtù? Nietzsche parla spesso di "senso storico". Il senso storico si ha quando si è consapevoli del passato, quando si sa che non esistono valori eterni e che ogni civiltà ha i proprio valori, i quali sono stati pensati per scopi precisi che convengono a quella società. Nietzsche parla anche della tenacia e della capacità di sopportare il dolore. La compassione rende gli uomini piccoli e condividere il dolore degli altri non è altro che un modo per ridurre la propria potenza. L'uomo non deve cercare di superare il dolore, l'uomo deve saper soffrire e saper vivere con il dolore. Questa è la virtù dello spirito tragico. Un'ultima virtù è l'onestà, ossia il dire le cose per come sono. Questa virtù la mette in pratica Nietzsche quando critica i filosofi per propri pregiudizi e li accusa di voler negare il mondo sensibile.

Popoli e patrie


Il capitolo Popoli e patrie tratta dell'uomo contemporaneo a Nietzsche. Nietzsche parla di livellamento dell'uomo e di appiattimento dell'individuo nella massa. Hanno voluto l'uguaglianza? volevano essere tutti uguali? Bene, dice Nietzsche, ci sono riusciti! Hanno tutti gli stessi diritti, hanno democratizzato tutto e si sono omologati. La democratizzazione per Nietzsche è il livellamento dell'Europa. Nietzsche preferisce la disuguaglianza. Questo lo si comprende bene nel capitolo successivo, laddove parla della natura dell'aristocrazia. 
 

Che cos'è aristocratico?







Che cos'è aristocratico? è il titolo dell'ultimo capitolo di Al di là del bene e del male. Molti confondono l'aristocrazia con l'oligarchia, ossia pensano che l'aristocrazia sia il governo dei ricchi, ma non è così. L'aristocrazia è il governo dei migliori e non dei ricchi. Chi sono questi migliori per Nietzsche? Nietzsche parla spesso di questi uomini superiori e afferma che l'umanità si rende decadente se non accetta l'idea della disuguaglianza. Chi è questo uomo superiore? Nietzsche ogni tanto lo descrive come un solitario, come un uomo audace, come un uomo che non assume valori imposti, ma li crea lui stesso. Ne consegue che Nietzsche sta dicendo che l'uomo superiore ha volontà di potenza. La volontà di potenza è quella volontà che sta alla base di ogni istinto nell'uomo, la volontà di potenza è il fondamento. Questa volontà chiaramente è anche forza e sopraffazione. Nietzsche dice che non c'è da meravigliarsi di fronte ad un uomo sfrutta un altro uomo. Egli afferma che questo fa parte della volontà di potenza, che è naturale. Afferma inoltre che la vita è offesa e sopraffazione. Non stupiscono, quindi, tutte le letture di destra di Nietzsche. Eppure sono esistiti marxisti nietzscheani e persino anarchici nietzscheani. Emma Goldman, ad esempio, sosteneva che il vero anarchico è aristocratico, aristocratico nel senso in cui lo intende Nietzsche.

Dopo aver detto che la volontà di potenza è volontà di sopraffazione, Nietzsche distingue due forme di morale: quella del signore e quella dello schiavo. Le due morali cambiano profondamente rispetto alle nozioni di bene e di male. Secondo Nietzsche in origine buono era ciò che è nobile, mentre cattivo era lo spregevole. Quando la vecchia aristocrazia è crollata, quando lo schiavo ha preso il sopravvento e ha preso il sopravvento anche la sua morale, allora un'altra morale è diventata quella dominante: una morale opposta alla prima. Nella morale dello schiavo è il nobile a essere il cattivo, perché il nobile è forte, guerriero, non ha compassione e soprattutto è un egoista. La morale dello schiavo è fondata sulla debolezza, la compassione e l'altruismo. La morale dello schiavo è la morale dell'uomo del gregge, dell'uomo livellato, della massa, dell'uomo che obbedisce o dell'uomo addomesticato. Nietzsche spesso identifica la morale dello schiavo con la morale cristiana, come fa nell'Anticristo.

Vediamo, al contrario, questa morale del signore:

«A rischio di dispiacere a orecchie innocenti, questo è per me un fatto: l'egoismo è compreso nell'essenza dell'anima aristocratica, intendo dire quella fede irremovibile che a esseri "quali noi siamo" altri esseri debbano per natura restare sottomessi e sacrificare se medesimi. L'anima aristocratica accoglie questo dato di fatto del proprio egoismo senza alcun interrogativo e senza peraltro avvertirvi un senso di durezza, di costrizione, d'arbitrio, ma piuttosto come un qualcosa che può avere il suo fondamento nella legge originaria delle cose- se cercasse di dare un nome ciò, direbbe che "è la giustizia stessa".» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 210)

Le parole qui sono molto forti, Nietzsche parla di "fede irremovibile che a esseri 'quali noi siamo' altri esseri debbano per natura restare sottomessi e sacrificare se medesimi". Il dominio è un elemento essenziale che Nietzsche pone nella volontà di potenza e ne rappresenta il suo lato oscuro. È chiaro di cosa sta parlando, non esiste un modo per perdonarlo, ma alcune cose andrebbero comunque dette sull'egoismo di Nietzsche. Jung, lettore di Nietzsche, sostiene che amare se stessi, in realtà è un'impresa molto difficile e l'amor fati di Nietzsche risponde proprio a questo problema. La maggior parte della gente non è disposta amarsi per quello che è, essa ama solo ciò che vorrebbe essere o diventare, ma non quello che è. Nietzsche, invece, include nella morale del signore l'autoglorificazione. Un obbiettivo del genere è possibile solo quando l'uomo sarà capace di voler il proprio destino senza desiderare in alcun modo di cambiarlo. Questo è il profondo egoismo di cui parla Nietzsche e questo egoismo è molto diverso dall'egoismo di chi vuole tutto per sé.

«La profonda sofferenza rende nobili.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 216)

mercoledì 27 dicembre 2017

L'etica kantiana e i suoi quattro teoremi III








Se è possibile pensare una filosofia delle azioni in Kant, questo si lo può fare a partire dalla sua morale, perciò a partire dalla  Critica della ragion pratica. La morale kantiana viene da me inserita all'interno della sezione sul pre-azionale. La morale di Kant viene spesso pensata come morale dell'intenzione, anche se certamente hanno ragione i critici a dire che non si riduce solo a quello e che i risultati dell'azione per Kant non sono del tutto irrilevanti. Tuttavia, per fare un esempio di cosa voglia dire "morale kantiana", quando affermo "uccidere è immorale", se credo non esista nessuna eccezione a questo caso, è evidente che il mio interesse in morale è rivolto al dovere e non tanto al risultato dell'azione. Si chiede, per esempio, ad un soggetto che ha commesso un crimine per quale motivo lo abbiamo fatto, proprio perché se ne vuole conoscere le intenzioni. Il dovere in Kant non è subordinato a nessun altro fine, per questo non c'è un risultato (es. il bene della maggioranza) a cui mira l'azione. La potenza della morale di Kant sta nel metodo matematico: costruire una morale basata su teoremi. Certo questo non è esattamente il metodo geometrico di Spinoza, ma tenta di eguagliarne il rigore. Attraverso ognuno dei teoremi è possibile saggiare la teoria delle azioni di Kant.

Il primo teorema:

«Tutti i principi pratici, che presuppongono un oggetto (materia) della facoltà di desiderare come motivo determinante della volontà, sono empirici e non possono fornire leggi pratiche.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.39-41)

Dimostrazione:

Kant intende per oggetto della facoltà di desiderare la rappresentazione dell'oggetto desiderato. Un principio che ha come fine la realizzazione di tale oggetto è un principio pratico empirico. Infatti Kant afferma che un principio di tal fatta avrebbe come scopo il piacere, in quanto piacevole è la soddisfazione del desiderio. Dal momento che non si può determinare a priori se con la realizzazione del desiderio corrisponderà un piacere, questo può avvenire solo per via empirica, quindi a posteriori. Potrà dunque esserci una massima come principio pratico empirico, ma non sarà una legge, proprio perché le leggi sono a priori.

Il secondo teorema:

«Tutti i principi pratici materiali, come tali, sono di una sola e medesima specie, e appartengono al principio universale dell'amor proprio, ossia della propria felicità.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.41)

Dimostrazione:

Qui per principio pratico materiale Kant intende sempre i principi pratici empirici, quindi quei principi pratici che mirano al soddisfacimento del desiderio, ossia al piacere. Cercare in ogni modo di conseguire il piacere consiste nell'essere umano nella ricerca della felicità. Fare della felicità il motivo determinante delle proprie azioni, afferma Kant, costituisce il principio dell'amor proprio. Siccome tutti i principi pratici materiali hanno la stessa caratteristica (perseguono tutti il piacere), allora sono tutti della medesima specie.

Il terzo teorema:

«Se un essere razionale deve concepire le sue massime come leggi pratiche universali, esso può concepire queste massime soltanto come principi tali che contengano il motivo determinante della volontà, non secondo la materia, ma semplicemente secondo la forma.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.55)

Dimostrazione:

Con materia di un principio pratico Kant intende l'oggetto a cui la volontà mira, quindi l'oggetto desiderato. Se il motivo determinante della volontà è un oggetto, perciò l'azione è condizionata patologicamente, allora il principio che la guida non è una legge. Se si astrae dalla materia della legge, ne rimane la pura forma. È la forma della massima che deve guidare l'uomo morale.

Il quarto teorema:

«L'autonomia della volontà è l'unico principio di tutte le leggi morali e dei doveri che loro corrispondono: invece ogni eteronomia del libero arbitrio, non solo non è la base di alcun obbligo, ma piuttosto è contraria al principio di questo e alla moralità della volontà.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.71)

Dimostrazione:

Kant definisce come unico principio di moralità la determinazione dell'agire dell'uomo mediante la sola forma della legge e non mediante la materia. L'indipendenza dell'uomo dall'oggetto o della materia è una libertà negativa, afferma Kant, ma la capacità dell'uomo di determinarsi tramite legge è una forma di libertà positiva. L'uomo è autonomo in quanto è capace di autodeterminarsi, ossia agire a partire dalla legge che è prescritta dalla sua stessa ragione.

A partire da questi teoremi si possono distinguere due modalità di azione: l'agire condizionato dal desiderio; l'agire morale. Nell'agire condizionato dal desiderio secondo Kant accade questo: l'uomo desidera qualcosa, produce la rappresentazione del suo desiderio e questa diventa motivo determinante della volontà, di modo che la volontà possa realizzare l'oggetto del desiderio. L'uomo morale non è condizionato dal suo desiderio, non mira alla realizzazione del suo desiderio, ma compie il dovere esclusivamente per osservare la legge. Da qui si deducono un paio di fatti interessanti: la morale non serve perché l'uomo possa conseguire la felicità; l'altruismo non consiste nel pensare semplicemente agli altri oltre che a se stessi. L'agire morale non produce piacere, perciò non ci promette nessuna felicità, al contrario, in quanto l'agire morale è un agire contro il nostro amor proprio, esso produce dispiacere e dolore. Un esempio semplice: se ho un panino al salame e vedo un uomo affamato, certamente è moralmente giusto cedergli panino, ma è ovvio che questa rinuncia al piacere, siccome noi desideravamo mangiare il nostro panino, provocherà in noi dispiacere. Riguardo al tema dell'altruismo andrebbe fatta questa considerazione: il secondo teorema dimostra che anche un'azione che avesse come oggetto la felicità della maggioranza, comunque seguirebbe il principio dell'amor proprio. Infatti ogni volta che desideriamo qualcosa, sia anche il bene del prossimo, lo facciamo sempre per il piacere che ci attendiamo dalla realizzazione di tale desiderio, perciò, non importa il tipo di oggetto, resterà sempre egoismo.


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giovedì 21 marzo 2013

Cartesio: La morale provvisoria







Cartesio e le regole della morale provvisoria


In questo testo ho intenzione di parlare per lo più del metodo cartesiano, della morale e delle teorie meccanicistiche con particolare riferimento a quelle sul cuore. Per quanto riguarda le altre parti, ovvero le questioni sull'io, su Dio e il dubbio metodico, ho già scritto da altre parti, in un testo che si intitola “ commento alle meditazioni metafisiche di Cartesio”. Quindi adesso voglio semplicemente visionare quelle che sono le regole del metodo cartesiano e mostrare quelle che in effetti sono le basi del razionalismo. Le regole in sostanza sono quattro e le troviamo nell'opera famosa: “ Discorso sul metodo”. La prima regola è quella dell'evidenza, si tratta di non accogliere mai come vero qualcosa che non sia a noi chiaro e distinto, dove chiaro sta solo per il fatto che noi siamo in grado di comprendere la cosa in maniera immediata, mentre distinto significa che noi dobbiamo essere in grado se mai di poter pensare una cosa separatamente dalle altre. Il contrario è l'oscuro e il confuso, tra l'altro trovo curioso che un filosofo come Deleuze molto più avanti in “differenza e ripetizione”, dirà che non si può conoscere se non appunto con idee oscure e confuse, del resto per lui la mente come potrebbe conoscere senza essere un po' brilla. Il problema se mai qui sta sulla chiarezza perché non è cosa assai evidente, molti hanno obbiettato a Cartesio che spesso ci sbagliamo alla luce del sole. La seconda regola è quella dell'analisi che detto banalmente consiste nel scomporre il problema ai suoi elementi primi. La terza regola è più interessante, è quella della sintesi, che consiste nel passare da cose più semplici ad altre più generali e complesse, ma riflette un po' anche la dinamica razionalista, le “cose” più semplici non sono altro che un qualcosa di evidente che noi possiamo tranquillamente cogliere intuitivamente, ovvero si tratta di cose come il dubbio, l'estensione, che possono essere colte assai facilmente senza metodo discorsivo; le “cose” più complesse derivano per lo più da connessioni di queste più semplici, si tratta qui invece di deduzione, di applicazione di metodo discorsivo, così che si attua davvero la sintesi. L'ultima delle quattro regole è l'enumerazione, la quale consiste in una ricapitolazione, una revisione dei vari passaggi, un controllo per vedere se vi siano degli errori o meno. Quello che c'è da notare è appunto che il razionalismo vuole sempre in qualche maniera partire da delle nozioni prime che noi possiamo scorgere già nella nostra mente, dal momento che la realtà esterna non ci fornisce dei dati, anzi se mai ci impedisce di concepire al meglio quelli che abbiamo già, nel senso che le sensazioni varie non ci aiutano a concepire meglio quella nozione di estensione che è già in e su cui Cartesio vorrebbe fondare la sua fisica. In questo senso il più delle volte in una filosofia razionalista troviamo la concezione delle idee innate, perché senza una materiale che sia sempre stato in noi, da dove partiremmo? Ovviamente escludendo la possibilità di partire dai sensi, del resto essi ci fornirebbero solo delle immagini che non ci aiuterebbero più di tanto nella nostra ricerca. Però come ben sappiamo questo voler fondare tutto sul soggetto in Cartesio ancora funziona nel piano delle filosofia teoretica, mentre sul piano della filosofia pratica le cose stanno in maniera diversa , ovvero Cartesio tenta di fondare una morale vera e propria, ma alla fine ne crea una solo provvisoria che non vorrà sostituita da nessun'altra. Come le regole del metodo anche quelle della morale sono sempre quattro.





la premiére était d'obéir aux lois et aux coutumes de mon pays, retenant constamment la religion en laquelle Dieu m'a fait la grâce d'être instruit dès mon enface, et me gouvernant, en toute autre chose, suivant les opinions les plus modérés, et les plus éloignées de l'excès, qui fussent communément reçues en pratique par les mieux sensés de ceux avec lesquels j'aurais à vivre”.

Quindi in buona sostanza si tratta di adeguarsi ai costumi e alle leggi del proprio paese, pur rimanendo fedeli al proprio Dio. Molto meglio questa strada piuttosto che dover decidere da due estremi, perché in fondo c'è il rischio di cadere in gravi errori, del resto in quel caso se ci sbaglia, si rischia di sbagliare completamente visto che non ci sono mezzi termini.

Ma seconde maxime était d'être le plus ferme et le plus résolu en mes actions que je pourrais, et de ne suivre pas moins constamment les opinions les plus douteuses, lorsque je m'y serais une fois déterminé, que si ellles eussent ètè très assurées.”

La seconda massima consiste dunque nel perseverare nelle decisioni prese dovunque esse portino, perché nel labirinto della vita, ogni decisione se mantenuta quella che era, o meglio ogni percorso sempre mantenuto uguale ci porta fuori dal labirinto. In realtà Cartesio fa proprio l'esempio dell'uomo che perso nella foresta cerca una vita d'uscita, se manterrà sempre la stessa direzione, non gli sarà tanto difficile trovarla.

ma troisième maxime était de tâcher toutjours plutôt à me vaincre que la fortune, et à changer mes dèsisrs que l'ordre du monde;”

In questo caso si tratta di non tentare tanto di modificare la natura per adattarla alle mie esigenze, quindi una natura che possa soddisfare il mio desiderio, ma se mai saper controllare il mio desiderio, controllare le mie passioni. Questa idea sembra essere ripresa dallo stoicismo, nel quale si diceva appunto che l'uomo doveva vivere secondo natura, dove però la natura non era altro che la ragione, il che vuol dire che bisogna vivere secondo ragione e virtù, se si vuole arrivare alla felicità bisogna diventare padroni di se stessi, comandare le proprie passioni e non partirle semplicemente dall'esterno come qualcosa che ci controlla e che decide cosa dobbiamo provare, si deve se mai cercare la pace interiore.


Enfin, puor conclusione de cette morale, je m'avisai de faire une revue sur les diverses occupations qu'ont les hommes en cette vie , pour tâcher à faire choix de la meilleure;”

In questo caso quella che definisce la via migliore, è quella di seguire la ragione e di cercare la verità; queste del resto non sono che delle regole che del resto ha seguito Cartesio, quindi qui si scende di più in un aspetto più personale.

Ora veniamo al questione del meccanicismo, questo modo di concepire da parte di Cartesio la realtà come una macchina, non solo l'universo ma anche il corpo umano e sopratutto quello animale. Cartesio simpatizzava per la teoria eliocentrica e pensava l'universo come governato da tre leggi che hanno a che fare con la conservazione del moto, la prima dice che un corpo rimane nel suo stato a meno c non venga urtato da un altro corpo, la seconda afferma che la quantità di moto impressa da un corpo a quella del corpo urtato è pari alla quantità di moto che perde, la terza legge spiega come in realtà i corpi tendano a muoversi in direzione rettilinea. Queste leggi spiegano il passaggio dell'universo dal caos all'ordine. Non c'è assolutamente nessun tipo di finalismo in tutto questo meccanicismo, quindi è eliminata del tutto l'idea di una causa finale in fisica. M veniamo pure alla parte del corpo, Cartesio spiega che corpo e spirito sarebbero collegati dalla ghiandola pineale, questo è ben noto, quindi da un lato noi abbiamo impressioni sensibili che si imprimono sui sensi che comunicano delle informazioni ai nervi, in questi nervi passano degli spiriti animali che arrivano fino al cervello e raggiungendo la ghiandola pineale, da essa scaturiscono altri spiriti animali che determinano il successivo movimento, questo è del resto il movimento involontario, o meglio un movimento del tutto meccanico, che avviene normalmente negli animali, anzi è quello proprio degli animali, secondo Cartesio. C'è chiaramente un movimento volontario, in quel caso è la volontà che determina la ghiandola pineale; quello che non si spiega è la natura della ghiandola pineale che se presa solo per corporea difficilmente potrebbe costituire un qualcosa per unire spirito e materia. Quello che però premeva di più dire , era sul cuore, ovvero quella concezione particolare sul funzionamento del cuore di Cartesio; in pratica per Cartesio il cuore non sarebbe altro che una grande stufa, quando si contrae il cuore produce dei vapori caldi che salgono fino ai polmoni per poi raffreddarsi con la respirazione e tornare al cuore, il sangue per mezzo del calore si dilata e schizza provocando la circolazione del sangue . Come si sa, questa teoria è falsa, ai tempi di Cartesio ve ne era un'altra che è quella di Harvey, nella quale il cuore è un muscolo o una pompa che con i suoi movimenti di dilatazione e contrazione mette in moto la circolazione del sangue; questa è la teoria che noi consideriamo più corretta, solo che appunto viene rifiutata da Cartesio perché pone il seguente problema: come fa il muore a muovesi da sé? Non riuscendo a dare risposta Harvey suppone vi sia una forza vitale.