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sabato 3 maggio 2014

Lezione V: Lo scopo della conoscenza




Le riposte date nelle lezioni precedenti, sembrano in qualche modo essere un contenuto da depliant, con appunto le varie sfaccettature della filosofia, dove il singolo è solo una strada possibile, ma non si deve dimenticare che sono le soluzioni di filosofie che pongono i problemi dell'originario, perché appunto questo è quello che accomuna e come antitesi si deve vedere queste altre soluzioni che appunto partono da presupposti e orizzonti diversi, evitando le domande o cambiandole e quindi reimpostando il problema. Lo scopo della conoscenza però sembra essere una cosa del tutto attuale ed è in effetti una cosa che ci interessa molto, dato che noi prendiamo per buono l'utile, quando spesso questo utile nella nostra società è ciò che ci fa guadagnare più soldi o altro del genere. Allora  il punto era cercare di dare una risposta alla domanda: verso dove va la conoscenza? si può rispondere ovviamente in vari modi, c'è chi pensa in effetti forse nell'antichità la cosa era più così, ovvero che la conoscenza in particolar modo è quella che forma l'uomo sapiente, ma l'uomo sapiente non è solo tale ma è anche e sopratutto saggio, solo che saggio ha anche una valenza morale, perché il saggio è chi sa operare saggiamente, ma non è saggio fare il male, il saggio è buono. Pensate all'idea che la conoscenza in fondo sia quella che scaccia il male, nell'idea di Socrate e di Platone che pensavano che il male fosse pura ignoranza, la conoscenza invece porta l'uomo verso il bene e la saggezza, ma appunto perché la morale, come del resto aveva capito Nietzsche, è quella parte su cui regge molto del discorso platonico delle idee. Le idee sono idee perché sono buone, dice Platone, è l'idea del bene che fa si che le idee siano quello che sono, in questo senso queste idee si reggono su un principio morale, sul bene, ma proprio per questo le idee sono valori. La conoscenza per gli antichi può avere valore morale, ma le cose cambiano ben presto, quando qualcuno come Aristotele si è presto reso conto che i malvagi sanno cosa sia il bene, non lo fanno, ma appunto la teoria deve avere un altro scopo, la conoscenza nasce dallo stupore, così come la filosofia che è l'amore per il sapere, quindi più che altro non è qualcosa di essenziale, nel senso che l'uomo comincia a chiedersi quante stelle stiano nel cielo solo dopo che è riuscito a soddisfare i suoi bisogni primari come mangiare, bere, dormire, quando ha imparato a sopravvivere nel mondo, a combattere contro la belva, dopo l'uomo ha il tempo di alzare gli occhi al cielo e meravigliarsi del numero delle stelle quasi sconfinato, questa natura strana che prima sembrava non averla vista o non averla colta in questo suo elemento, così che l'uomo cerca risposte ai suoi interrogativi che nascono solo ora. Quello che si fa interessante e che poi in realtà negli anni il sapere sia sempre passato da quello astratto a qualcosa di sempre più concreto e quindi al sapere tecnico. Secondo l'idea del sapere tecnico, quello che si è detto prima è falso, perché in pratica il sapere nasce proprio a seguito dell'ostilità del mondo nei confronti dell'uomo e non con il superamento di questa, anzi tale superamento avviene grazie al sapere tecnico. Credo che la direzione presa verso il sapere tecnico cominci in astronomia con personaggi come Galileo, ma anche certamente Bacone è tra i personaggi da menzionare, forse però quello che meglio ha teorizzato la cosa è stato il filosofo Cartesio. La questione del sapere tecnico complica ulteriormente la relazione tra soggetto e oggetto, perché la mera percezione delle cose in realtà si da le cose per quello che sono, ma non la conoscenza di esse, che non è nelle cose, ma è un nostro rideterminare le cose, nel senso della forma matematizzante, perché per lo più il sapere tecnico è sapere quantitativo. Riprendiamo quello che c'era prima, ovvero lo schema della conoscenza sensibile ( prendiamo anche quello che si basa solo sulla contemplazione ):

S← O1

S→O2

 S→O3

La questione sta nel fatto che nell'ultimo caso, quindi la rideterminazione dell'oggetto, che sarebbero le nostre conoscenze applicate a O2, la proiezione, non O1, per dare O3, che sicuramente sarà diverso da O2, alla fine tutto parte dal soggetto senza che ci sia intervento alcuno dell'oggetto. Già perché questa cosa? ovvio, la prima era conoscenza sensibile, la seconda è intellettuale. Prima abbiamo solo parlato della conoscenza sensibile, ma una migliore discussione su tale conoscenza sarà possibile farla più avanti. Il punto è se questa conoscenza che è intellettuale, venga solo dall'intelletto o dipenda dalla conoscenza sensibile e in effetti in questa opposizione penso che si possa trovare il dualismo empirismo/razionalismo. Vediamo il modello empirista, che mi dice appunto che la conoscenza ha come partenza l'esperienza e che senza di essa io non posso conoscere, allora anche le cose più astratte della geometrie e della matematica vengono da li, infatti una volta non si usavano numeri e segni, ma sassi, quindi qualcosa di più concreto. Perciò posso credere che le cose stiano così:

S1← O1

S2→O2

 S2→O3

Perché S1 non è S2, infatti qualcosa S2 sa in più di S1, l'oggetto la base appunto dell'esperienza e da questa il soggetto ha appreso qualcosa, diciamo dall'osservazione, questo spiega la differenza e lo scarto, dopo di che il soggetto applica l'appreso rideterminando l'oggetto e ottenendo O3, in effetti quasi, quasi il secondo passaggio della proiezione sembra inutile, però può essere lasciato per distinguere il mero percepire dal sapere sul percepito. Il punto più cruciale però è quello dell'esperienza dell'esperimento, perché è quello che conta di più nell'idea empirista. Funziona così: noto un fenomeno, per esempio vedo un fatto A, mi chiedo quale sia la sua causa, ipotizzo che sia B, allora per esperimento creo le condizioni perché si possa dare B e poi vedo se si produce A, se è quello che accade allora esperimento riuscito, se no l'ipotesi è falsa e si deve cercare un'altra soluzione. Quindi vediamo prima di tutto un errore che si fa comunemente, per esempio pensare che il soggetto abbia una qualche relazione con la propria esperienza, evidentemente a meno di non credere l'esperienza stessa come un in sé, si deve pensare che che se si sa che l'esperienza è relazione, ciò non possibile. In particolare l'esperienza sarebbe la relazione stessa tra soggetto e oggetto:

E = ( S ↔ O )

Nel caso in cui si dovesse credere nell'esistenza di una qualche relazione tra il soggetto e l'esperienza, allora sarebbe vero questo:

S ↔ ( S ↔ O )

Il problema è che il soggetto compare due volte, il primo soggetto dovrebbe essere diverso dal secondo, il che non ha senso, che ci siano due soggetti, ma nemmeno che il soggetto si dia due volte. Quindi vediamo ora il caso dell'esperimento, se chiamiamo l'ipotesi H, la causa C, l'effetto E, la nostra O sarà sempre oggetto, potremmo dire che, in realtà l'ipotesi è sempre:

Cx →E1

Si suppone che una causa determinata sia quella che fa scaturire quel determinato effetto, la causa supposta può essere diversa, indicata con la variabile x, mentre l'effetto è già dato, è quello che osserviamo. Cosa succede quando il soggetto fa l'esperimento, di solito l'esito è questo:

S1 → Cx

S2 ← ( Cx →Ey )

 Prima in soggetto crea la causa per vedere se l'effetto si produce, l'effetto desiderato può prodursi o se ne produrrà un altro, non importa l'esito, il soggetto sarà modificato dall'esperienza, perché ne saprà qualcosa in più, che o quella causa genera davvero quell'effetto, oppure che quella causa non lo genera e magari ne genera un altro. Quello che si nota è che nella struttura dell'empirismo in qualche maniera quello che conta l'analisi dettagliata dell'oggetto perché da qui parte la conoscenza, mentre tutte le modificazioni del soggetto, si possono semplicemente analizzare come semplici variazioni del soggetto stesso. Come obbiezione all'empirismo io dico che la stessa persona spesso fa la stessa esperienza e non scopre mai nulla, poi capita quella volta che trova qualcosa, ma l'esperienza era sempre la stessa. Non è detto che l'oggetto debba modificare il soggetto a meno che sia la prima volta che sia osservato, le cose mutano certo quindi di per sé al di là di quella relazione che chiamiamo esperienza, ci sono delle modificazioni di soggetto e oggetto che avvengono di per sé, però è anche vero che per esempio uno scienziato può fare lo stesso esperimento senza comprendere tante volte e poi capire di colpo, come si spiega. Vedo che in filosofia non si usa molto la categoria dell'intuizione, perché è qualcosa di scomodamente poco razionale. Vediamo ora invece un po' il razionalismo, in questo la conoscenza vera e propria viene fatta partire dalla ragione, per esempio quella matematica e quella geometrica, ma anche metafisica e altro ancora. L'idea è che detto semplicemente esisterebbero dei concetti semplici, per esempio Leibniz diceva che la logica avrebbe dovuto cercare un linguaggio di concetti primi, da questi concetti auto-evidenti e auto-fondati si parte per il sapere e qui tramite connessione si ottiene il resto, per esempio regole di Cartesio:

1 regola dell'evidenza, non accogliere mai qualcosa che non sia chiaro e distinto.

2 regola dell'analisi, scomporre il problema negli elementi primi.

3 regola della sintesi, partire dalle cose semplici per arrivare a quelle più complesse.

4 regola dell'enumerazione, rivedere i vari passaggi per controllare gli eventuali errori.

Nel caso del razionalismo se si prendono queste regole accade questo:

1 Pe →Po

Nel senso del pensante ( Pe ) che agisce sul pensato ( Po ), dato che appunto valuta il pensato se sia chiaro e distinto, cioè compreso e distinguibile dal resto del pensato. Pe ≠ S, non è il pensante il semplice soggetto, perché in realtà il soggetto comprende anche il pensato, dunque in realtà qui il soggetto si relaziona con sé.

2 Po →xpo

Il pensato si frammenta in varie parti singole per essere analizzate, ovviamente ad opera del pensante, il numero non è specificato, non si sa, quindi torna la variabile, ma si tratta comunque di parti. Il pensato però va configurato specificamente come problema quindi conviene cambiare la formula in questo modo:

Pro →xpro

Se per Pr si intende problema ora è più chiaro e così potrà formulare la terza regola in questi due modi:

3 Po ← xpo

Poc ←xpos

Quindi il pensato semplice diventa un pensato complessa e l'ultima regola e solo controllo dei passaggi quindi semplicemente il caso del pensante che si relaziona come mero spettatore rispetto quello che compare sopra.

4 Pe → ( Poc ←xpos )

Nei primi casi il pensate agisce comunque, ma appunto non è mero spettatore. Tutto questo processo deve essere pensato come un qualcosa che avviene nel soggetto, quindi in questo modo:

S↔S = ( Pe1 →Po ) → ( Pro →xpro ), Pe2 → (Poc ←xpos), (Pe3 → ( Poc ←xpos )) → Pe4.

Si legge in questo modo, ovvero che vi è una relazione che si può dire tra il soggetto con se stesso, nel senso di un operare razionale del soggetto in sé stesso, il quale ovviamente produce sempre nuove modificazioni e questo è uguale al fatto che il pensante primo analizzi il pensato per vedere se sia chiaro e distinto, da questo poi possono nascere dei problemi e questi devono essere scomposti per essere analizzati nelle parti elementari, il processo precedente modifica il pensate perché ora conosce del nuovo che sono i problemi e i loro elementi essenziali, per cui ripartendo dalle singole parti semplici del sapere e autoevidenti arrivare alle cose più complesse per rispondere ai problemi posti, anche questo produce un altro pensante che ora conosce queste "cose composte", il terzo pensante che rianalizza quel processo di prima e in qualche maniera questo gli permette di ripassare sul processo generando nuovi cambiamenti e producendo infine il quarto pensante. Questo appunto per far vedere il processo in quanto tale in generale un po' del razionalista, però quello che conta è capire che per il razionalista c'è un originario della conoscenza che già si trova dentro noi e sono quelle che Cartesio chiama le idee innate e che poi anche le cose semplici e auto-evidenti, sono i concetti primi e molte altre cose. Il dubbio che mi viene in mente per quanto riguarda Cartesio è se il Cogito cartesiano sia il pensante ( Pe ) o il soggetto ( S ), perché nel caso della seconda meditazione Cartesio parla di una relazione tra rappresentante e rappresentato, ciò non avviene con il soggetto che non ha il rappresentato come suo esterno, ma come interno e quindi in quel caso si relaziona con sé, mentre sarebbe più vero del pensate che nel pensiero crea la relazione con il pensato, appunto perché il pensiero è esperienza interna.  Il punto debole del razionalismo secondo me, a parte cercare di capire come faccia questo materiale dell'intelletto a esserci sempre stato o essere stato posto da Dio magari, è quello che di un terzo uomo tra le idee e le cose semplici, perché se io cerco di collegare le idee, per esempio mi viene in mente che il fuco riscalda e quindi collego il calore con il fuoco o altri casi, ecco ci deve essere quell'idea che ho io di questa relazione, questa idea non la trovo nella mia testa nel momento in cui collego le idee, nel senso che se nel momento X le mie idee sono 4, ne collego due, allora dovrei avere 5 idee, però se nel momento X non c'era l'idea del collegamento tra queste due idee e le idee sono quattro, non si spiega come siano diventate 5 solo e semplicemente rifacendosi alle 4 idee, perché in esse non è contenuta quell'idea della connessione, quindi qualcosa deve pur venire fuori dall'intelletto e il totale finale delle idee sarebbero 6. È un esempio che sembra stupido, perché non si possono contare le idee che abbiamo in testa, sarebbe come contare le stelle nel cielo, ma il mio evidentemente era solo un esperimento mentale. Quindi riprendendo anche assieme la critica che facevo agli empiristi, c'è un elemento che si introduce che non sembra venire né dall'oggetto perché non spiega da solo la variazione, oltretutto adesso sappiamo anche che solo quello che c'è nella ragione non ci basta per spiegare questo fenomeno della scoperta e dell'intuizione. Per ultima cosa dico brevemente che il dualismo soggetto oggetto si può superare o con quelle filosofie che sono dette da me dell'evento in sé, che considerano il soggetto e l'oggetto come per sé per l'evento, oppure c'è chi invece evita l'originario inscrivendo il soggetto e l'oggetto in un circolo interpretativo che non ha un vero inizio e tanto meno una fine, dove la modificazione è continua, che è l'ermeneutica. La mia posizione che non discuterò tanto qui è quella di riprendere soggetto e oggetto ma considerarli solo più come maschere.

venerdì 11 aprile 2014

lezione III: sulla conoscenza




In queste lezioni appunto si vuole presentare in un certo senso una nuova prospettiva sulla storia filosofica, quindi appaiono come nuove e lo sono davvero se si considera appunto il modo in cui sono costruite e la lettura che si da alla storia del pensiero. Volevo per così dire esternalizzare qualcosa che in parte tenevo per, ma anche si trova nei miei scritti, solo che ora diventa storia sistematica. Il punto era partire da una nuova impostazione, ma prima di tutto partendo dai problemi fondamentali che possono essere visti prima come generali e poi anche come meri particolari, questo è in effetti il passaggio che si vuole compiere qui in effetti, perché qua si cerca di capire come tutto quello che si diceva prima nella sua astrattezza sia applicabile ad una cosa come la conoscenza. Si tratta di riprendere il modello di prima, ponendo prima quella che è la versione della filosofia che si pone i problemi sull'originario, quindi parliamo appunto di un adattamento delle tre domande che si evidenziavano sopra alla questione più particolare della conoscenza. Le domande diventano:

che cos'è la conoscenza?

da dove viene la conoscenza? quali sono le sue fonti?

verso dove va la conoscenza? il suo fine qual'è?

che cos'è la conoscenza? questa domanda è quella domanda che chiede sull'essere della conoscenza, ma appunto è un atto che interroga se stesso, nel senso che conoscere la conoscenza è una forma di conoscenza, quindi c'è un auto rivolgersi, esattamente come quando mi chiedo chi sono io, perché in quel caso non faccio altro che chiedere del mio essere, ma sono io che lo chiedo. Da dove viene la conoscenza? questa domanda interroga sui dati che ricevo dai sensi per esempio, che io non so di per sé cosa sia quella cosa che chiamiamo natura o mondo sensibile, devo chiedermi come sia, se sia come lo vedo o se sia altro da come lo vedo, che tipo di caratteristiche abbia. E poi: verso dove va la mia conoscenza? ovvero se alla fine del tutto questa conoscenza serva a qualcosa davvero, se abbia un suo senso, quindi un fine. Il punto è però che ci sono due tipi di conoscenza, nel senso della conoscenza sul mondo esterno, lasciando perdere quelle del mondo interno, che sono appunto quella sensibile e quella che forse potrebbe essere detta tecnica e che in effetti potremmo chiamare provvisoriamente così. Perché le cose potrebbero forse in certi modelli coincidere o comunque in qualche modo essere pensate in altro modo, però in altro caso devono essere distinte. Se la conoscenza sensibile sembra passiva, nel senso dell'oggetto che ci viene semplicemente dato per quello che è, così come appare e i sensi non hanno colpa, perché così lo ricevono, mentre la conoscenza tecnica in realtà è un applicare conoscenza, che potrebbe essere un matematizzare e geometrizzare, all'oggetto visto o percepito, di modo che se ne possa realmente disporre. Vedete io prendo un sasso in mano, non so che sasso sia, non so che proprietà abbia, non sono certo geologo, ma potrei non sapere nulla di sassi, allora probabilmente io quel sasso lo butto senza sapere cosa farmene. Però l'uomo in realtà di cose ne ha imparate sui sassi, forse anche per l'esperienza, sa per esempio che si possono usare come armi, se li lanci in testa a qualcuno faranno male, se li levighi e li fai appuntiti possono essere punte per lance, con i sassi o certi sassi e pietre si può accendere il fuoco. L'uomo dispone davvero degli oggetti di cui ha conoscenza, perché in questo senso sa come usarli, in altro caso non saprebbe proprio cosa farsene, quindi ne avrebbe solo percezione sensibile, ma nulla più. Comunque non ha senso dilungarci su questa cosa, perché conviene invece spiegare che tipo di relazione con l'originario abbiano queste cose, come invece potrebbe essere superato. Intanto, partendo dalla conoscenza sensibile, noi sappiamo di per sé che c'è una relazione tra un soggetto e un oggetto, questi prima di Kant erano detti in sé, ora però cosa sono questi due termini? il primo è molto problematico perché in realtà sfugge spesso alla comprensione e diventa quasi inutile se si nota che non è oggetto di nessuna delle tre domande di cui si parlava prima, perché è oggetto del chi sono io, ma anche determinandomi come io conoscente, quando chiedo cosa sia la conoscenza, in realtà parlo di un evento e al più mi riferisco a quella che deve essere una caratteristica dell'io. Invece l'oggetto è proprio la risposta alla domanda da dove viene la conoscenza, che poi potrebbe essere anche il mondo o la realtà esterna, mentre appunto l'oggetto è solo una parte, diciamo una parte tagliata e segmentata della totalità del mondo. Quindi lasciando da parte la questione del soggetto, che appunto non essendo oggetto delle domande non ci interessa al momento, passiamo all'oggetto identificato come originario della conoscenza. Però anche qui sorge un punto, ovvero se l'oggetto sia un dato indipendente oppure se per esempio sia costruito da noi stessi. Io posso pensare che l'oggetto esista realmente nel mondo esterno, altra questione è sia come lo vedo o meno, perché potrebbe essere diverso, ma se sostengo una o l'altra tesi, cambia l'originario. La fisica quantistica ci cambia gli originari, perché i reali oggetti sono diversi, ma al di là di questo, c'è una posizione che invece pensa l'oggetto non tanto come cosa esterna, ma se mai come nostra costruzione, per esempio una posizione come quella di Hegel, la dove la realtà è sempre mediata dalle nostre forme conoscitive. In ogni caso si deve fare ancora un'altra distinzione, ovvero quelli che pensano che la percezione sia solo contemplazione e quelli che pensano sia invece una forma di agire. Nel primo caso tutto si fa molto semplice, ci sono dei dati che sembrano partire dall'esterno e che arrivano ai sensi.

S O1

Quindi appunto l'oggetto che influisce sul soggetto; poi però c'è un rielaborare e proiettare l'immagine come un fuori di sé.

S O2

Il punto è questo : O1 = O2 ? nel senso, l'oggetto da cui prendo dati è uguale a quello che io come soggetto ricreo? in questo caso potrei, intanto far notare come questo modello assomigli a quello di Hobbes, quando appunto parla del fantasma come rappresentazione del mondo sensibile, dove appunto ricevo dei dati, questi arrivano al cervello e poi una controforza rispetto alla prima, che è il movimento dei dati, praticamente proietta questo fantasma. Io posso fare il realista classico e pensare che O1 sia in effetti del tutto uguale a O2, in altro caso se credo che non siano uguali ci sono due soluzioni che si sono presentate, ovvero posso pensare che tra S e O1 ci sia un G di mezzo che modifica il dati originari e alla fine arrivandomi dei dati modificati io poi proietto un'immagine sbagliata. Il G possono essere per esempio quei famosi computer dell'esperimento mentale di Hilary Puttnam, dove appunto quei cervelli nella vasca sono agenti passivi che ricevono dati da dei computer, nulla è reale, anzi in questo caso non c'è nemmeno bisogno dell'oggetto.

S← G ← O1

C'è poi un altro modo di vedere le cose, che è quello di pensare che O2 sia una costruzione del soggetto, perché vedete in questa concezione, non si pensa che il soggetto sia semplicemente passivo nel suo atto di ricevere e proiettare, ma appunto sia del tutto attivo, che intervenga con le sue forme della conoscenza, quindi quei principi a priori dell'intelletto e cioè le categorie, per esempio: se vedo quattro mele, il quattro delle mele o la consapevolezza di questa quantità è una sintesi attiva dell'intelletto. In questo caso come nel primo O1 non è O2.

Bergson sostiene che il problema dei filosofi fino ad adesso nel caso della percezione sia stato che hanno concepito la percezione solo come contemplazione e non come azione, perché percepire in realtà agire, se io voglio vedere qualcosa dietro di me mi devo voltare, se voglio sentire che questo vestito è liscio, devo toccarlo, ma comunque devo agire e non ho altra scelta. A questo punto si complicano le cose, perché si deve introdurre il momento dell'azione.

azione

S → O1

ricezione

S ← O2

proiezione

S → O3

Il che pone una altro problema : O1 = O2 ? non proprio perché O1 è in qualche modo un in sé che però riflette un possibile, in particolare l'azione su di esso e i dati possibili, ma l'altro in effetti è lo stesso del primo in fondo.

A questo punto, per il momento si può dire che la conoscenza tecnica è un attivo sull'oggetto da parte del soggetto che ridetermina l'oggetto come per la conoscenza. Il soggetto è un po' diverso perché è un soggetto che ha un certo sapere, quindi poi potere sull'oggetto. Diciamo tanto per anticipare una cosa che le filosofie non dell'originario, che cercano di superare e trovare altre soluzione eliminano il dualismo oggetto e soggetto, partono dall'evento della conoscenza, preso come in sé e non lo considerano come mera relazione. 


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