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sabato 28 luglio 2018

Cartesio: Il genio maligno (prima meditazione)




Cartesio e il dubbio iperbolico



 

 

 

Meditazioni metafisiche di Cartesio: il dubbio iperbolico


Le Meditazioni metafisiche è una delle opere più note di Cartesio e affronta molti temi tra i quali ciò che può essere considerato certo nella conoscenza umana, le prove dell'esistenza di Dio, la realtà del mondo esterno, ecc. La prima delle meditazioni metafisiche tratta di ciò che è dubitabile. È qui che Cartesio formula il suo esperimento mentale sul Genio Maligno. In questo articolo spiegherò come funziona l'esperimento del Genio Maligno, mostrando in cosa consiste il metodo cartesiano del dubbio iperbolico.

Cartesio, sin dall'inizio, ammette di aver creduto in passato in tante cose che oggi non reputerebbe in alcun modo vere, in quanto non sono fondate su principi sicuri. Inoltre afferma di aver aspettato un'età avanzata prima di cercare le fondamenta di una conoscenza sicura, ossia prima di cercare quei principi indubitabili di ogni conoscenza.





La prima mossa di Cartesio consiste nel minare alle fondamenta principali del sapere sino a lui accettato. Una prima forma di conoscenza viene dai sensi. Se si ammette che i sensi sono un mezzo di conoscenza vero e sicuro, bisognerà tuttavia constatare che vi sono casi in cui essi ingannano, per esempio quando abbiamo un'illusione o un'allucinazione. L'illusione si ha quando qualcuno vede qualcosa con una proprietà differente da quella posseduta realmente dall'ente. Per esempio, se vedo una macchina arancione, perché la macchina è illuminata in un certo modo, ma la macchina in realtà è rossa, ho a che fare con un'esperienza di illusione. Il caso dell'allucinazione si ha quando vedo cose che non esistono affatto. Per esempio quando vedo un elefantino rosa sul pavimento, quando in realtà non c'è nessun elefantino sul pavimento.

Cartesio dichiara che i sensi ingannano. Questo non significa che lo facciano sempre, che non esistono percezioni veridiche di alcun genere, tuttavia l'errore da Cartesio è posto nei sensi, piuttosto che nell'intelletto. Vediamo un passaggio famoso dell'opera:

«Ma, benché i sensi c'ingannino qualche volta, riguardo alle cose molto minute e molto lontane, se ne incontrano forse molte altre delle quali non si può ragionevolmente dubitare, benché noi le conosciamo per mezzo loro: per esempio, che io son qui, seduto accanto al fuoco, vestito d'una veste da camera, con questa carta fra le mani; ed altre cose di questa natura. E come potrei io negare che queste mani e questo corpo sono miei? a meno che, forse, non mi paragoni a quegl'insensati, il cervello dei quali è talmente turbato ed offuscato dai neri vapori della bile, che asseriscono costantemente di essere dei re, mentre sono dei pezzenti; di essere vestiti d'oro e di porpora, mentre son nudi affatto; o s'immaginano di essere delle brocche, o d'avere un corpo di vetro. Ma costoro son pazzi; ed io non sarei da meno se mi regolassi sul loro esempio.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.18)

Prima Cartesio considera il fatto che, anche se ogni tanto i sensi ci ingannano, ci sono cose che noi diamo per scontato e tendiamo a considerare come vere: per esempio il nostro corpo e gli oggetti ci circondano. È normale che lo facciamo perché esiste una continuità nell'esperienza di questi oggetti, ossia noi li percepiamo tutti i giorni e tutta la realtà che vediamo appartiene ad un mondo a cui siamo abituati. Successivamente Cartesio prende in considerazione il caso del folle, ma, come noterà anche Foucault molto più avanti, non prende sul serio questo caso. Infatti sarebbe da folli regolarsi sull'esempio dei folli. Questo significa che Cartesio crede fermamente nella ragione e non dubita neanche un po' di essere pazzo. Egli piuttosto si serve di un altro caso: quello del sogno. Infatti il testo prosegue in questo modo:

«Tuttavia debbo qui considerare che sono uomo, e che per conseguenza, ho l'abitudine di dormire e di rappresentarmi nei sogni le stesse cose, e alcune volte delle meno verosimili ancora, che quegl'insensati quando vegliano. Quante volte m'è accaduto che ero presso il fuoco, benché stessi spogliato dentro il mio letto? È vero che ora mi sembra che non è con occhi addormentati che io guardo questa carta, che questa testa che io muovo non è punto assopita, che consapevolmente di deliberato proposito io stendo questa mano e la sento: ciò che accade nel sonno non sembra certo chiaro e distinto come tutto questo. Ma, pensandoci accuratamente, mi ricordo d'essere stato spesso ingannato, mentre dormivo, da simili illusioni. E arrestandomi su questo pensiero, vedo così manifestamente che non vi sono indizi concludenti, né segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno, che ne sono tutto stupito; ed il mio stupore è tale da esser quasi capace di persuadermi che io dormo.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.18-19)

È vero, dunque, che posso vedere bastoncini spezzati nell'acqua, che in realtà non sono spezzati, o colonne cilindriche da lontano, che in realtà sono parallelepipede, ma anche quando vedo il mio corpo fatto in un certo modo, anche se penso che questo è assolutamente certo e non mi inganno, certamente mi sarà capitato più di una volta di sognarmi con un corpo differente e credere che quello fosse il mio corpo, almeno per la durata del sogno. Che prove ho io in questo momento che non sto sognando? Potrei dire che le cose che io adesso osservo sono solide e concrete, che resistono alla mia mente. Questo argomento non sembra molto forte, non è forse vero che nei sogni le cose appaiono così reali e concrete? Possiamo pensare che questa realtà è quella di tutti i giorni, che nel sogno, invece, troviamo spesso elementi piuttosto bizzarri come uomini che volano o personaggi senza testa che parlano, mentre ora non vediamo altro che gli oggetti a cui siamo abituati e questo mondo segue salde leggi che sono descritte dalla fisica, dunque non esistono uomini volanti o persone senza testa che parlano. Tuttavia, dice Cartesio, spesso nei sogni ci capita di sognare le cose come le vediamo ora, senza una grossa differenza. Ci capita di essere ingannati anche in quei sogni, soprattutto in quei sogni, dove apparentemente non accade nulla di strano. Perciò come posso essere certo che non sto sognando?

L'esempio del sogno serve a Cartesio per dubitare in generale dei sensi. Infatti, se prima dubitavamo dei sensi solo occasionalmente, quando ci capitava di essere sotto effetto di illusione o di allucinazione, ora possiamo dubitare dei sensi in generale, in quanto non abbiamo prove che questa che percepiamo è realtà e non un sogno. Tuttavia, anche arrivati a questo punto, Cartesio pensa che i sogni possano comunque avere qualcosa di più fondamentale di cui sono composti e questo qualcosa sia reale. Quando il pittore dipinge, anche se le immagini che dipinge sono figure create da lui, almeno i colori devono essere veri. Potrebbe essere, ipotizza Cartesio, che il sogno sia una mescolanza, al pari di quelle creature fantastiche come i centauri, nella quali almeno determinate componenti sono vere. Di che cosa sta parlando Cartesio? Cartesio si riferisce a cose come la quantità, la grandezza, il numero, l'estensione, ecc. Cartesio sta dicendo che posso dubitare dei miei sensi, posso persino pensare che sto sognando, ma anche se sogno, saranno comunque veri enunciati come "2 + 3 = 5" o "il quadrato ha quattro lati". Dunque posso dubitare dei sensi, ma non di materie scientifiche come la fisica, l'astronomia o la matematica.

L'ipotesi del Genio Maligno


In realtà non è proprio così. Posso dubitare anche della matematica, secondo Cartesio. Posso farlo, ad esempio, se incomincio a dubitare dell'esattezza della mia facoltà della conoscenza. È qui che entra in gioco l'esperimento mentale del genio maligno. Infatti nel testo si legge:

«Tuttavia è da lungo tempo che ho nel mio spirito una certa opinione, secondo la quale vi è un Dio che può tutto, e da cui io sono stato creato e prodotto così come sono. Ora, chi può assicurarmi che questo Dio non abbia fatto in modo che non vi sia niuna terra, niun cielo, niun corpo esteso, niuna figura, niuna grandezza, niun luogo, e che, tuttavia, io senta tutte queste cose, e tutto ciò mi sembri esistere non diversamente da come lo vedo? Ed inoltre, come io giuridico qualche volta che gli altri s'ingannino anche nelle cose che credono di sapere con la maggior certezza, può essere che Egli abbia voluto che io m'inganni tutte le volte che fo l'addizione di due e di tre, o che enumero i lati di un quadrato, o che giudico di qualche altra cosa ancora più facile, se può immaginarsi cosa più facile di questa. Ma forse Dio non ha voluto che io fossi ingannato in tal giusa, perché di lui si dice che è sovranamente buono. Tuttavia, se repugna alla sua bontà l'avermi fatto tale che io m'inganni sempre, sembrerebbe esserle contrario anche il permettere che io m'inganni qualche volta; e tuttavia io non posso mettere in dubbio che egli lo permetta.» 

(Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.20)

Qui Cartesio incomincia a delineare il suo esperimento mentale. Cartesio suppone che possa esistere un essere tanto potente da averci creato di una natura tale per cui ci inganniamo sempre. La nostra facoltà di conoscere può compiere tutte le operazioni matematiche che vuole, ma, una volta terminate, non potrà nulla di fronte al dubbio secondo il quale essa stessa commette errori perché programmata per sbagliarsi. Di fronte all'idea che possa esistere un genio maligno, tutto diventa dubitabile, non solo il mondo esterno, ma la mia intera conoscenza. A questo punto non solo dubiterò del fatto che sono qui a scrivere o a leggere un testo sul computer, ma anche delle mie certezze più solide come il fatto che il punto è un'entità senza dimensioni o che la radice di quattro è due. Certo è che se questo genio maligno fosse Dio, osserva Cartesio, non dovrebbe essere tale, perché Dio è buono e non inganna. Tuttavia io almeno qualche volta mi inganno, sicuramente nei casi di illusione e allucinazione.

Ciononostante potrei rispondere a Cartesio in questo modo: io sono ateo, non credo in Dio. Se sono ateo non crederei nemmeno in un genio maligno o in chissà quale altro demone. Cartesio ha una risposta anche per questo, infatti scrive:

«Vi saranno forse delle persone, che preferirebbero negare l'esistenza di un Dio così potente, piuttosto che credere incerte tutte le altre cose. Ma per adesso non resistiamo loro, e supponiamo, in loro favore, che tutto ciò che è detto qui di Dio sia una favola. Tuttavia, in qualunque maniera essi suppongano che io sia pervenuto allo stato e all'essere che possiedo, sia che l'attribuiscano a qualche destino o fatalità, sia che lo riferiscano al caso, sia che sostengano che ciò accade per un continuo concatenamento e legame delle cose, è certo che, poiché errare ed ingannarsi è una specie d'imperfezione, quanto meno potente sarà l'autore che essi attribuiranno alla mia origine, tanto più probabile sarà che io sia talmente imperfetto da ingannarmi sempre. Alle quali ragioni io non ho certo nulla da rispondere, ma sono costretto a confessare che, di tutte le opinioni che avevo altra volta accolte come vere, non ve n'è una della quale non possa ora dubitare, non già per inconsideratezza o leggerezza, ma per ragioni fortissime e maturamente considerate: di giusa che è necessario che io arresti e sospenda oramai il mio giudizio su questi pensieri, e che non sia loro più credito di quel che darei a cose, che mi paressero evidentemente false, se desidero di trovare alcunché di costante e di sicuro nelle scienze.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.20-21)

Posso negare Dio, ma non è quello l'essenziale del problema di Cartesio, l'essenziale consiste nella possibilità che la nostra facoltà di conoscere, comunque sia stata creata, sia necessariamente difettosa e dunque ci porti sistematicamente a sbagliare. L'unica differenza tra l'ateo e il credente, secondo Cartesio, è che mentre il credente di fronte all'idea di una facoltà del conoscere imperfetta può rispondere dicendo che Dio è buono e non ci ha creato perché ci ingannassimo, l'ateo non potrà mai usufruire di una risposta simile e avrà sempre motivo di dubitare della certezza della conoscenza della sua mente. L'ateo, infatti, dopo aver svolto un teorema di Euclide, potrà sempre dubitare di avere una ragione che si inganna, anche quando svolge il teorema di Euclide.

Arrivati a questo punto Cartesio formula in modo esplicito l'esperimento del genio maligno:

«Io supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio, non meno astuto e ingannatore che possente, che abbiamo impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penserò il cielo, l'aria, la terra, i colori, le figure, i suoni tutte le cose esterne che vediamo, non siamo illusioni e inganni, di cui egli si serve per sorprendere la mia credulità. Considererò me stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne e di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di aver tutte queste cose. Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero; se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di verità alcuna, almeno è in mio potere di sospendere il mio giudizio. Ecco perché baderò accuratamente a non accogliere alcuna falsità, e preparerò così bene il mio spirito a tutte le astuzie di questo grande ingannatore, che, per potente ed astuto ch'egli sia, non mi potrà mai imporre nulla.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.21-22)

In tutto il testo Cartesio mette in atto il metodo dello scettico, ossia il dubbio metodico. Il suo scopo non è però quello dello scettico. Cartesio cerca qualcosa che non sia assolutamente dubitabile, ossia un punto fermo da cui partire. Nelle meditazioni successive Cartesio proseguirà il suo viaggio alla ricerca di conoscenze evidenti e certe.