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martedì 15 luglio 2014

lezione IX: oltre il dualismo interno/esterno



Ci sono una serie di posizioni che possono dirsi oltre il dualismo tra l'interno e l'esterno o meglio ancora, se ci si vuole attenere alla terminologia che ho voluto tenere nella lezione precedente, l'esteriore e l'interiore, giacché si diceva che questi termini erano diversi dai primi. Tuttavia succede che non tutte queste filosofie sono contro l'idea dell'originario, per esempio non l'idealismo, ma può esserlo una sua evoluzione, che è il costruttivismo postmodernista. Qui però voglio parlare prima di tutte delle due posizioni di cui si accennava prima e poi un po' del materialismo, sopratutto di Sartre. L'idealismo ha molte declinazioni, in questo caso vediamone tre:

1 la realtà che noi osserviamo è solo apparenza, costruita da noi da principi a priori dell'intelletto, però la fuori c'è una realtà in sé, che non possiamo conoscere, ma c'è, perché è derivabile dalla finitezza stessa dell'apparenza che nella sua realtà chiusa apre lo spazio ad una dimensione indefinita oltre sé stessa che è quella cosa in sé. Il limite pone un indefinito oltre il limite che è quello che sta la fuori, ma non è conoscibile, se non per la sua esistenza che è derivata negativamente. Questa posizione è sul  modello di Kant.

2 la realtà oggetto dei nostri sensi, è una nostra costruzione, dello spirito o della mente, possiamo dire anche meglio dell'intelletto, le famose categorie kantiane, solo che in questo caso, al di là dell'apparenza non vi è nulla. Alcuni di questi autori sono stati accusati di nichilismo, del resto come si potrebbe dire che c'è qualcosa che non si può conoscere, ma noi pretendiamo poi di conoscere la sua esistenza. In questa posizione ci possiamo mettere Hegel e Fichte, attenzione, non inserite Schelling, che al contrario dovrebbe essere ritenuto un realista.

3 le nostre sensazioni non hanno propriamente un'origine esterna, come se ci fosse qualcosa la fuori, però probabilmente ci sbaglieremmo anche se dicessimo che vengono da noi, del resto sia chiaro, noi non siamo in grado di costruire la realtà, ma appunto si deve pensare un terzo, le sensazioni vengono da qualche mente infinita, da Dio. Da notare che anche i due personaggi che citavo prima in realtà come soggetto della propria filosofia o l'Io infinito ( Fichte ) o lo Spirito Assoluto ( Hegel ), che sono di nuovo Dio, ma penso che questa posizione non sia del tutto uguale a quella precedente. In questa posizione potremmo metterci sia gli occasionalisti come Malebranche, sicuramente Berkeley.

La posizione idealista secondo me si può riassumere in questo modo: immaginatevi due cavalieri che combattono l'uno contro l'altro, il primo cavaliere colpisce il secondo con la sua spada, all'improvviso si sfila l'elmo del secondo cavaliere, il primo cavaliere rimane pietrificato nel vedere se stesso nell'altro cavaliere, perché vede la sua stessa faccia. Il primo cavaliere è il soggetto, il secondo è l'oggetto, il soggetto non fa altro che scoprire che dietro quell'oggetto con tanto di elmo, tolto l'elmo c'era lui stesso, ha trovato lui stesso come soggetto. L'oggetto dunque non è qualcosa che è in sé, ma al massimo è non io o costruzione comunque di noi stessi. Questa posizione in realtà ha sempre un originario, è il soggetto come punto di partenza, in altri casi può essere Dio. La posizione di Kant secondo una mia teoria non dovrebbe rientrare però, perché pone al centro non il soggetto, ma l'evento della conoscenza. nel caso invece del secondo tipo di idealismo, si vede come in realtà tutto sia diverso, il soggetto riacquista valore, anzi meglio ancora un centro. È ancora lecito chiederci chi siamo, solo che questo accade dal punto di vista di un Io molto più astratto e generale, qualche soggetto sommo che attraverso noi conosce e compie se stesso. Si vede in Hegel dove la conoscenza dello Spirito Assoluto, diventa lo Spirito Assoluto si conosce attraverso noi. Non c'è forse un da dove veniamo in Hegel, ma c'è sicuramente un verso dove andiamo, che è la finalità stessa di questo Spirito Assoluto, che è il suo auto-realizzarsi. Invece il costruttivismo è una posizione più complessa e in realtà molto diversa, perché? perché di mezzo c'è Nietzsche, lui è quello che spiega questa trasformazione, anche perché questa posizione si ispira il più delle volte ad  un frammento di Nietzsche, ma è sicuro che forse senza l'idealismo non sarebbe mai esistita. Per comprendere lo costruttivismo si dovrebbero mettere insieme l'ermeneutica, Nietzsche e l'idealismo. Markus Gabriel spiega la posizione usando questa immagine: se per l'idealismo si era già detto che si trattava di pensare che se si vedesse il mondo con un paio di occhiali, se questi occhiali mettiamo sono blu, vedremmo il mondo blu, allora per il costruttivismo bisogna pensare come se noi avessimo tanti occhiali, ognuno per una cosa differente, uno per la politica, per la scienza e così via. Si deve partire dall'affermazione di Nietzsche che dice che non vi sono fatti, ma solo interpretazioni, poi aggiungerci la nozione che arriva dall'ermeneutica che dice che le interpretazioni sono sempre iscritte nel circolo ermeneutico interpretativo, dove la cosa più importante è che non esiste un originario, non c'è un punto di partenza come si era già detto in una lezione scorsa, dove si parlava di questo argomento; infine si aggiunge l'idealismo che dice che in realtà non c'è un mondo che reale, ma solo apparente e questo è una nostra costruzione. Il punto però che si deve aggiungere rispetto al discorso che si era già fatto sul circolo ermeneutico è quello di Nietzsche che elimina l'unità dell'oggetto e anche del soggetto. L'unità dell'oggetto non esiste perché non esiste più l'oggetto, che è ridotto solo alle sue molteplici interpretazioni; ma sparisce anche l'unità del soggetto, perché anche esso è frammentato alle sue interpretazioni, così come si vede nella letteratura, in autori come Pirandello, Svevo e Joyce. La conoscenza di noi stessi non fa altro che produrre nuove interpretazioni, perché noi siamo uno, nessuno, centomila secondo i costruttivisti. Non hanno senso in ogni caso le domande delle filosofie dell'originario, perché non c'è originario e non c'è né soggetto e nemmeno oggetto. Vediamo ora invece un po' la posizione materialista, essa dice che noi siamo come gli oggetti in quella che abbiamo sempre chiamato realtà esterna, ma questa non è esterna, se no presupporrebbe quella interna, meglio sarebbe dire che nessuna delle due c'è, c'è una realtà di cui noi facciamo parte come corpo, ma del resto solo quello è, perché se ammettiamo che esiste solo la realtà materiale, allora non può esservi altro che il corpo.   Questa posizione, ancora meglio delle altre si trova di fronte al problema del superare il dualismo tra realtà interiore e esteriore. Tutto questo vorrei mostrarlo parlando della posizione di Sartre. Prima di tutto rendiamoci conto di essere nel mondo e di far parte di esso, che negare il mondo dicendo che è solo una funzione vorrebbe dire a questo punto anche negare se stessi. La posizione di Sartre sembra consistere in dualismo tra in sé e per sé, dove il primo sta per le cose che diciamo indipendenti da noi per quello che sono, mentre in per sé è sempre in quanto l'ente si fa oggetto dell'atto intenzionale di una coscienza, dove appunto è chiaro che gli oggetti non possono essere ridotti a costruzioni della coscienza, ma nemmeno la coscienza può diventare completamente come un oggetto, del resto, se ci pensiamo bene, la coscienza è quella cosa che ha sempre la libertà di pensare che il mondo possa non essere, perché quanto questo possa magari essere preso come paradossale. Sartre spiega bene tutto ciò parlando di un voyeur che osserva una donna nuda, in quel caso la donna è oggetto della coscienza come un per sé, lui stesso comunque si sa come qualcosa che intenziona la donna nuda, ma poi se viene scoperto dalla donna succede che diventa oggetto di un'altra coscienza, lui stesso si scopre come oggetto di un'altra coscienza, in quel senso si sa in un modo diverso come qualcosa in sé, in un certo senso, ma nel senso che ci vediamo come conosciuti da altri. In generale su questa strada si deve vedere la posizione che va oltre quel dualismo tra esteriorità e interiorità. Nella lezione successiva andando avanti su questo argomento discuterò di una strada che io ho elaborato su questo punto.


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venerdì 8 novembre 2013

Realismo, idealismo, dualismo e altro ancora ( un'Ikea di posizioni filosofiche)








Il presente testo è stato pensato a lungo, parte da vari dati sparsi, un po' da letture non finite, diciamo anche pezzi di letture, perché in fondo ci interesseranno solo diciamo magari capitoli di alcuni libri e così via. Il tema è evidentemente quello espresso nel titolo, non si tratta però di una dimostrazione, nelle quale certe posizioni verranno scartate per poi lasciarne una sola, al contrario invece è un catalogo di posizioni filosofiche (come quelli dell'Ikea) o meno in merito ad una Aussicht über die Welt, quindi si può dire una prospettiva vera e propria sul mondo, tenendo presente che la prospettiva va intesa nel carattere generalizzato, non della mera mia prospettiva che qui non avrebbe nessuna rilevanza, ma appunto si tratta di comprendere un rapporto tra Subjeckt e Gegenstand, vedere in che modo il soggetto si relazioni con un oggetto, sempre che si possa parlare in questi termini dualistici. C'è un libro che avevo giusto cominciato, tempo e per ora messo un po' da parte che si intitola “ die Philophie der Freiheit” di Rudolf Steiner; di questo libro mi interessa solo il secondo capitolo dal titolo: “ Der Grundtrieb zur Wissenschaft” ( l'impulso fondamentale alla scienza), dove in effetti si tratta del problema del dualismo e del monismo. Sotto termine dualismo viene inteso proprio la posizione di Cartesio, mentre nel caso del monismo vengono prese posizioni come quella del materialismo, lo spiritualismo e in un certo senso una posizione panteista. La prima posizione sostiene che esistano due realtà completamente separate, abbiamo da un lato l'io e dall'altro il mondo, ci sono però ovviamente delle varianti, per esempio quella che ho detto prima, che poi è quella di cui parla Steiner è una posizione ancora diciamo un po' solipsista, l'esempio classico è Cartesio, la dove la dimensione del Cogito è contrapposta al mondo stesso come qualcosa che sussiste di per sé; però si può pensare invece un dualismo tra spirito e mondo, un po' come quello di un Bergson che distingue materia e memoria, dove la memoria non tanto l'Io perché il moi fondamental che non ha più una sua individualità , poiché collocato in una dimensione non quantificabile. Cartesio sosteneva quella famosa posizione, dopo aver in fondo fondato il Cogito senza far alcun riferimento al reale, perché il reale è concepito anche se questo poi può modificare allo stesso modo, in realtà la mente per Cartesio è quella trova i tratti che congiungono le variazioni degli enti, quella costruisce un'identità della cosa, che i sensi stessi non sono in grado di cogliere, ma certo forniscono il materiale perché ciò avvenga; il punto sta nel fatto che il mondo magari lo sto sognando mentre c'è qualcosa che traccia delle identità sul reale e lo fa indipendentemente dalla sua esistenza, questa dimensione o questo soggetto deve esistere e nel suo esistere è completamente indipendente dalla dimensione materiale, solo Dio invece si farà garante dell'esistenza del mondo esterno, un mondo che del resto si offre a noi senza che noi possiamo cambiarlo.

Der Dualismus richtet den Blick nur auf die von dem Bewußtsein des Menschen vollzogene Trennung zwischen Ich und Welt. Sein ganzes Streben ist ein ohnmächtiges Ringen nach der Versöhnung dieser Gegensätze, die er bald Geist und Materie, bald Subjeckt und Objeckt, bald Denken und Erscheinung nennt. Er hat ein Gefühl, daß es eine Brücke geben muß zwischen den beiden Welten, aber er ist nicht imstande, sie zu finden.” ( Steiner)

Der Dualismus sieht Geist (Ich) und Materie ( Welt) als zwei grundverschiedene Wesenheiten an, und kann deshalb nicht begreifen, wie beide aufeinander wirken können.” ( Steiner)

La prima citazione in fondo dice quello che si era già detto prima, ovvero parla della natura del dualismo, due realtà divise che sono da un lato spirito ( Geist) e materia ( Materie) oppure pensieri ( Denken) e apparenza ( Erscheinung). Si aggiunge però il pezzo finale che incomincia a parlare delle problematiche di questa posizione, collegato poi a quello che viene detto nella seconda citazione, infatti si dice appunto che il problema sta nel trovare un ponte ( Brücke ) tra queste due realtà, basti pensare alla teoria della ghiandola pineale di Cartesio, ovviamente falsa, ma non perché la ghiandola pineale non abbia nulla a che vedere con lo spirituale, perché questa entità dovrebbe trovarsi a metà tra il materiale e lo spirituale, se la consideriamo con un doppio volto, come materia nel cervello e poi come qualcosa di anche spirituale bene allora però come fanno a comunicarsi le due facce?. Il secondo problema che nasce a che fare con la Wirkung, “wirken” è il verbo usato da Steiner si riferisce all'azione, al come possa una realtà agire sull'altra, per esempio se io penso di alzare il braccio, poi com'è che il braccio si alza, come possono due realtà separate comunicare tra loro ed avere un effetto l'una sull'altra, anche perché posso fare anche un esempio contrario, se tiro un calcio contro un muro sento dolore, in questo caso è la materia ad avere un effetto sullo spirito. Ci sono persone come Malebranche, tra l'altro un cartesiano, che sostengono che le nostre azioni non siano davvero in rapporto causale con i pensieri, anzi che noi sbagliamo ogni volta nel cercare la causa, siamo sempre di fronte ad una Ursache che è falsa, noi facciamo un collegamento per associazione, questo dipende da come ragioniamo nella nostra ricerca della cosa originaria; di fatto in realtà noi colleghiamo pensieri e azioni, la vera causa di ogni cosa è Dio, un Dio che interviene in continuazione, sempre indaffarato a permettere le connessioni tra cose. Si tratta evidentemente di una posizione estrema, difficilmente provabile.

In seguito come alternativa alla posizione precedente, si aggiunge anche il monismo, il monismo secondo Steiner ha tre varianti. Monismo vorrebbe dire pensare una realtà davvero indivisibile, come una sola, in questo caso può essere allora materialismo o spiritualismo, oppure panteismo se vogliamo chiamarlo così. Per primo viene affrontato il materialismo, si tratta della posizione secondo la quale ogni cosa che esiste è materiale, tutto va spiegato sulla base stessa della natura materiale come meccanismo e insieme di leggi necessari che regolano l'esistente, in teoria il materialismo dovrebbe comportare anche una assenza di libertà quindi una mancanza di etica, ma questo si può ancora discutere. Trovo importante come lo introduce Steiner, del resto questo poi si collega facilmente ad un altro libro in tedesco che sto leggendo.

Der Materialismus kann niemals eine befriedigende Welterklärung liefern. Denn jeder Versuch einer Erklärung muß damit beginnen, daß man sich Gedanken über die Weltercheinung bildet.” ( Steiner)

Il problema del materialista è il pensiero, perché si deve partire dalla concezione, il problema è che lui concepisce come materiale persino il pensiero, questo sembra creare una prima difficoltà, perché non si potrà mai parlare di pensiero sul mondo, perché questo pensiero è già parte del mondo, che se dovesse essere pensiero del mondo, il mondo dovrebbe pensare se stesso. Si può pensare il mondo se non si può essere separati dal mondo stesso?. Ci sono delle problematiche sul pensiero materialista che sono sollevate appunto anche in questo altro libro, si intitola “ Warum es die Welt nicht gibt”, scritto da questo professore di Bonn: Markus Gabriel, si tratta nientemeno di un altro sostenitore di una posizione contemporanea che si fa chiamare “nuovo realismo”, di cui voglio parlare molto più avanti.

Daraus folgt, dass sich auch der Materialist in einem bestimmten materiellen Zustand befindet, wenn er den Gedanken denkt: - es gibt nur materielle Zustände.- Wir wissen bereits, dass einige meterielle Zustände ( Gehirnzustände wie Einbildungen) sich auf nichtmaterielle Gegenstände beziehen, indem sie von ihnen irgendwie handeln. Woher weiß der Materialist also, dass sein Gedanke – Es gibt nur materielle Zustände- keine Einbildung ist? Wie kann er sicher sein, dass die materiellen Zustände, über die er nachdenkt, keine Einbildungen und demnach wirklich materiell sind?” ( Gabriel)

Il pensiero che ogni cosa sia materiale è anche quello materiale, oppure come si possano pensare concetti concreti come per esempio quello di idea, visto che tutto sarebbe materiale e così altri problemi ma poi il punto è anche quello di far vedere come in realtà, ci siano cose che sono nel mondo ma non sono materiali, lasciamo stare il problema sollevato dal filosofo sui Bereiche in cui andrebbe diviso il mondo se sottoposto ad una analisi ontologica, di cui parlerò più avanti, pensiamo invece ad una cosa, ad un certo punto questo autore cita una frase di Wittgenstein:

1. Die Welt ist alles, was der Fall ist.

1.1 Die Welt ist die Gesamheit der Tatsachen, nicht der Dinge” ( Wittgenstein)

Non si deve pensare che questo Gabriel condivida a pieno quello che dice Wittgenstein, ma vuole sollevare un problema, ovvero quello dell'esistenza di Tatsachen, dove Tatsache vuol dire normalmente realtà, ma parlando di Wittgenstein penso sia più appropriato dire fatti. Per Gabriel è chiaro che ci sono le cose, sono parti del mondo non come si legge invece nel pensatore austriaco, ma ci sono anche dei fatti, che sono relazioni tra cose, per esempio l'essere fratelli di, sposati con, il fatto che un oggetto sia sul divano, che una goccia scivoli per la grondaia, non si tratta di cose materiali, le prime soprattutto, ma nemmeno le seconde che si materiale hanno solo gli oggetti della relazione, non la relazione stessa.

Segue alla posizione materialista quella spiritualista, si tratta di una posizione che sostiene che il mondo sia in qualche maniera costruito o costituito dall'Io, si tratta si può dire dell'idealismo vero e proprio. Però si deve tenere conto che tra costruire e costituire c'è una differenza molto grande, Steiner quando parla di spiritualismo si riferisce per lo più a Fichte, quindi alla forma più forte di spiritualismo, quindi all'idea che il mondo sia costruito da noi. Fichte sosteneva che la Gegenstand in fondo fosse contrapposta a noi per una sorta di auto-imposizione, nel senso di un Io che contrappone l'oggetto come mera assenza di sé a se stesso, quindi di fatto si può dire che prendendo in senso letterale immaginazione produttiva kantiana, Fichte afferma che noi costruiamo la realtà senza nemmeno saperlo, conoscere in realtà vuol dire compiere questo sforzo nel quale si ricomprende il non -io come io, dunque si prende coscienza della costruzione del reale. Kant potrebbe in effetti rappresentare il modello dell'idealismo più debole, diciamo meno forte che fa riferimento ad una costituzione della realtà a partire da principi a priori dell'intelletto, ma il punto è che la fuori davvero c'è una realtà in sé a noi non accessibile, ci sono dati che vengono da fuori che noi recepiamo e poi organizziamo prima collocando nello spazio e nel tempo con le forme a priori della sensibilità. Di fatto c'è una grossa differenza tra la nostra Darstellung, come rappresentazione del reale e la cosa in sé stessa, il come sono le cose senza nessuna prospettiva, questa mappa del mondo dipende da come siamo fatti noi, una formica vede il mondo in modo completamente diverso. In questa forma di idealismo rimane una realtà esterna, non possiamo conoscerla, è la vera demarcazione, un limite, dove comincia finisce il fenomeno nel senso di quella cosa per sé, l'oggetto per la conoscenza, l'oggetto già determinato. Ci sono altre posizioni idealiste come quella di Berkeley che sostiene che tutte le nostre sensazioni derivino dalla mente divina, non c'è realtà esterna in sé, le cose esistono solo quando le osserviamo, oppure ci sono posizioni di tipo idealista molto più vicine a noi, le troviamo nel post-modernismo, per esempio personaggi quali Vattimo, forse potremmo aggiungere anche Lyotard e Derrida, ad ogni modo l'idea del post-modernismo è che tutto quello che vediamo sia il derivato di una costruzione sociale, diciamo di un accordo un patto fra individui. Ovviamente questa posizione non è senza problemi, per esempio chi argomenta a favore della tesi idealista afferma che esistono solo prospettive sul reale, non c'è realtà stessa o se c'è non è quello che osserviamo, deve essere ben diversa, così che se un cane vede un divano non lo vede come lo vediamo noi, tuttavia se corre contro il divano ci andrebbe a sbattere contro come capiterebbe a noi se facessimo lo stesso, questo come lo spiega un idealista? Oppure se un grande scarafaggio cammina sui nostri piedi a poco servirebbe un metodo Gollum per scacciarlo via ( da ricordare nella parte del film dove cerca di scacciare l'altra parte del sé, quella più malvagia, dicendo: verschwinden und kommt nicht wieder! ( scompari e non tornare mai più!), un tentativo fallito, ma che gli ha concesso un attimo di illusione). La realtà si da a noi senza che possiamo modificarla, un altro problema che si pone in una posizione idealista.

Qui per contrapposizione anche se non citato da Steiner, dovrebbe starci il realismo classico, metafisico, il quale pretende di poter dimostrare il darsi di una realtà completamente indipendente da noi ed è esattamente come la vediamo, chi non la vede così non può che avere dei sensi difettosi. Quindi non c'è nulla di soggettivo, tutto è estremamente oggettivo, persino il caldo, il freddo sono qualità delle sostanze, le quali avrebbero quindi la caliditas e la frigiditas come conseguenti qualità a seconda che siano corpi caldi o freddi. Insomma nel realismo classico si considera la realtà tale quale ci appare e non può esserci trasformazione, nemmeno la minima traduzione. Questa posizione non è più nemmeno sostenibile, perché ci sono elementi che rimangono comunque soggettivi, come del resto voleva mostrare la divisione tra qualità primarie e secondarie attuata da Galileo, dove colori, odori, sapori e sensazioni varie ( tra cui il freddo e il caldo), sono soggettivi visto che dipendono se mai dai nostri sensi; per esempio non ci sono suoni se un albero cade in una foresta è il villaggio più vicino è abitato da una popolazione di sordi, non c'è sensazione per persone che non hanno un corpo con sensi atti a recepire dati esterni. Vorrei far notare che questa problematica può essere ovviata in un modo assai semplice, per esempio dicendo che sebbene non ci siano suoni ci sono almeno delle onde sonore, insomma ogni elemento soggettivo dato che non compare dal nulla, deve avere un corrispettivo nella realtà.

Adesso invece viene quella famosa terza posizione che io ho definito panteista, che in effetti in occidente si presenta sotto questa idea del Dio che non è separabile dalla natura, a sostenere un simile tesi troviamo tre personaggi: Spinoza, Schelling e Goethe. Il primo è considerato il fondatore del panteismo, pensava che ha fondamento di ogni cosa vi stesse la sostanza, questa aveva molte attributi, tra questi vi sono anche il pensiero e l'estensione, ogni cosa sulla terra è modo di questi attributi, i nostri spiriti sono modi dell'attributo del pensiero e i corpi dell'estensione, così che io so che alzando il braccio il meccanismo pensiero/azione, funziona perché in origine c'è un solo principio. Schelling e Goethe sostengono che lo spirito e la natura siano due facce della stessa medaglia. Steiner cita all'interno del testo due affermazioni contrapposte di Goethe, per poi affermare la verità di esse, il che fa quasi pensare che in fondo Steiner sostenga questa posizione o che la preferisca. Le citazioni sono le seguenti:

Wir leben mitten in ihr ( der Natur) und sind ihr fremde. Sie spricht unaufhörlich mit uns und verrät uns ihr Geheimnis nicht” ( Goethe )

Die Menschen sind alle in ihr und sie in allen” ( Goethe)

Non c'è nulla di più vero secondo Steiner del fatto che noi ci siano resi estranei ( fremde ) alla natura, ma che in realtà noi apparteniamo ad essa e siamo in essa. Questa posizione però trova difficoltà a spiegare come una realtà sola poi si sia divisa in due, quindi come si avvenuto quel famoso processo di estraneazione dalla natura.

Ci sono ancora due posizioni, una è quella intermedia, che tende a trovarsi a metà tra idealismo e realismo, l'altra invece è il nuovo realismo. Cominciamo pure dalla prima, ci sono diversi filosofi che sostengono questa posizione intermedia, il primo è Schopenhauer, un altro è Bergson e infine potremmo mettere anche Husserl, non sto a parlare di tutti e tre dettagliatamente, anzi meglio è parlare di Schopenahuer che dice il mondo non può essere qualcosa di completamente indipendente dal soggetto perché se no non si terrebbe assolutamente conto che è sempre l'occhio a vedere, un intelletto a conoscere, le informazioni sono ritradotte, però non è nemmeno vero che il mondo è costruito dallo spirito o la mente umana, che se fosse così allora come spiegare quei ritrovamenti di cetacei e altri animali come fossili, il mondo non dipende dall'uomo c'era prima di lui e ci sarà anche dopo, anche se l'uomo dovesse scomparire dalla terra, in questo senso in realtà ci troviamo sempre di fronte a una rappresentazione in cui è coinvolto sia il soggetto, che l'oggetto, perché la rappresentazione non è completa produzione dell'uno né dell'altro. Bergson parlerà di immagine come qualcosa che sta a metà tra rappresentazione e cosa, Husserl invece dirà che noi da un punto di vista fenomenologico per avere le esperienze pre-categoriali che si danno a noi dobbiamo mettere tra parentesi il mondo, quindi anche la sua esistenza, però in ogni esperienza io ho sempre un riferimento intenzionale a qualcosa, se l'esperienza è quella di vedere un albero, il riferimento intenzionale è l'albero stesso, ma se questo mettiamo proprio non esiste perde di senso l'esperienza, non s può essere realisti, ma nemmeno idealisti. La mia posizione di cui voglio parlare proprio ora è in un certo senso di questo genere, nel senso del fatto che non è assolutamente idealista, ma nemmeno realista; si tratta di capire che ci sono due realtà, da un lato noi come soggetti e dall'altro una realtà esterna. La realtà esterna potrebbe essere definita usando una formula alla Sandman: una tempesta id reale, alla quale voglio aggiungere energetica, perché si tratta di energia; immaginate una tempesta confusa di energia, ci sono tracce energetiche di varie frequenze, gli elementi delle frequenze o meglio queste frequenze stesse sono ciò che rendono le cose quello che sono, il problema di questa realtà è che manca l'unità, non ci sono singoli oggetti è tutto un uno, è il divenire pazzo, perché è continuo movimento e cambia in continuazione. Quello che facciamo noi come soggetti è di tagliare la realtà di trovare le unità ma questo dipende da noi, per esempio ci si chiede se la pila dei libri si un oggetto, se forse non ci sino meglio solo dei libri, o forse questi libri sono insiemi di pagine, le pagine insiemi di frasi, ecco tutti dipende da come viene tagliato il mondo. Il ruolo del soggetto è quello di dare unità, quindi divide quasi paradossalmente quella realtà omogenea. Questa posizione pone il problema di cercare di capire quanto dell'oggetto è veramente oggettivo nella frequenza della traccia energetica noi separata mentalmente da un tutto, poi anche come si possa tagliare il reale davvero, però è chiaro che se consideriamo che ne so una cucina, allora intendiamo il luogo e tutti i mobili e quello che c'è in essa come un qualcosa di unico, se prendiamo in considerazione un frigorifero stiamo tagliando una parte di reale come quando consideriamo solo il manico. Ora questa posizione è anche di più questo, è la possibilità di considerare molte più ontologie allo stesso tempo; la mi posizione è dunque molto vicina a quella di un filosofo americano come Hilary Puttnam, la sua posizione è chiamata: “ realismo interno”, l'idea è che vi sia una sola pasta del reale che noi la dividiamo in varie parti, ma questa operazione è puramente mentale. Questa posizione non è del tutto coincidente con la mia, perché in effetti in realtà è ancora molto idealista forse, ma vale la pena di analizzarla. Così descrive Puttnam il suo realismo interno:

“ Il realismo interno consiste , in fondo, solo nell'insistere che il realismo non è incompatibile con la relatività concettuale. Si può essere sia realisti che relativisti concettuali. Il realismo ( con la “r” maiuscola) è una posizione che prende il nostro schema familiare del senso comune, così come i nostri schemi scientifici e artistici, come validi, senza cercare aiuto nella nozione di una “cosa in sé” “ ( Puttnam)

Così alla fine più descrizioni della realtà possono essere vere contemporaneamente perché dipende solo da come la pasta viene tagliata.

L'ultima posizione da analizzare è quella del nuovo realismo, si tratta di un movimento filosofico contemporaneo di cui la figura più conosciuta è questo Maurizio Ferrraris filosofo italiano, che insegna all'università di filosofia di Torino. Il “ manifesto del nuovo realismo” è stato scritto proprio da Ferraris, ma credo che spieghi il perché questa forma di realismo sia davvero nuova, ovvero in che senso rompe con la tradizione di quel realismo tradizionale di cui si parlava molto prima, a questo punto penso che sia meglio tornare al nostro caro Markus Gabriel che è anche lui altro esponente di questa teoria del nuovo realismo Ne so libro uscito dalla Ullstein : “ warum es die welt nicht gibt” spiga meglio le cose come stanno sul serio, ovvero il nuovo realismo non si limita soltanto a dire che le cose ci sono indipendentemente da noi, ma aggiunge anche ci sono ed esistono le varie prospettive sull'oggetto; per esempio l'autore racconta di essere stato a Napoli con Ferraris avranno mangiato insieme e magari anche con altri, se immaginiamo che lui poi voglia vedere il Vesuvio, ecco che si presenterà una sua prospettiva sul Vesuvio, dopo di che ci saranno altre prospettive sul Vesuvio, tutte vere e reali, ma c'è il Vesuvio stesso indipendentemente da noi; sembra quindi che il nuovo realismo da un lato prenda per vera la realtà esterna, ma sia d'accordo anche sull'aspetto interpretativo del reale, quindi non ripudia affatto nemmeno la teoria costruttivista o idealista, solo dice che non si sono solo interpretazioni, ma anche fatti e cose reali. IL libro in teoria lo sto leggendo è che non ho ancora compreso quale sia lo scarto tra la prospettiva su una cosa e la cosa stessa, questo in effetti è un problema che si pone da questa tesi. Se vi state chiedendo perché allora qui come si legge anche dal titolo dell'opera ( perché il mondo non esiste) il mondo non esisterebbe affatto, ecco qui per mondo viene inteso non il nostro pianeta, ma se mai il tutto ( das Ganz), è questo tutto che non esiste perché il mondo è fatto di tanti settori di oggetti che non sono riducibili ad uno unico e superiore, in realtà ci sono solo come tanti piccoli mondi, tante Gegenstandbereich, che possono in parte essere ridotte a Redebereich, ma che non hanno uno sfondo comune, quello sfondo comune che noi chiameremmo normalmente mondo e che qui appunto si dice che non esiste. Chiaramente c'è uno stretto collegamento tra la possibilità di un nuovo realismo e questa non esistenza del mondo, se ci fosse un solo mondo come unico sfondo come parlare allora anche delle nostre varie prospettive?.