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sabato 18 maggio 2013

Kant spiegazione



È la prima volta che mi occupo specificatamente di questo filosofo, di solito ne parlavo, ma giusto accennandone, mentre in realtà discutevo di altri filosofi. È uno dei massimi filosofi di tutta la storia della filosofia, anzi beh, di solito viene detto che lui è il più importante assieme a Platone, ad ogni modo pensatela come volete è sicuro che il suo pensiero ha determinato un'epoca. Nato nel 1724, presso famiglia piuttosto modesta, tutti lo ricordano perché sembra non fosse uno che amava tanto spostarsi, qui si vede proprio come ci possa essere un fondo di verità quell'affermazione di Deleuze, quando diceva che in fondo il viaggio era uno spezzare la continuità del divenire, la continuità del divenire qui è per esempio quella routine, la quale aveva continuità e linearità proprio perché ogni evento abbracciava il suo principio, tutte le volte passeggiata alla stessa ora e così via. Morto nel 1804. Se la sua vita non era ricca, almeno lo erano le sue opere. Diciamo pure che io qua avrei intenzione di affrontare solo il periodo critico, quelle delle tre critiche, la prima la critica della ragion pura del 1781.


Kant e compassi


Quale interesse ha qui Kant? dunque tempo prima aveva scritto un libro contro Swedemborg, il suo intento era quello di mostrare che esistevano dei limiti alla conoscenza, che la ragione come strumento non poteva andare oltre il campo dell'esperienza, che quindi spiriti o realtà superiori al mondo fenomenico degli enti che ci sono dati, non si può dire che esistano perché non ci sono prove. In sostanza se uno si immagina la ragione come un compasso, tutti sanno che i compassi tracciano circonferenze al più curve, quindi si sa che questo è il campo limitato del compasso, non si userà mai il compasso per tracciare una linea, cosa che verrebbe più facile usando una squadra. In questo senso, la ragione come il compasso ha un campo limitato che è quello dell'esperienza, oltre non può andare, tutto quello che la ragione asserisce su qualcosa che cade oltre il dominio dell'esperienza è da dirsi un mero paralogisma. Il compasso descrivendo il suo campo d'azione, descrive contemporaneamente i suoi limiti e un mondo indefinito che si presenta ad di là dei suoi limiti. è doveroso dunque ricordarsi queste due affermazioni che fa Kant, ovvero che appunto i concetti senza le sensazioni sono vuoti, mentre le sensazioni senza i concetti sono cieche.


giudizi e giochi di prestigio


Nella critica della ragion pura viene fatta una vera classificazione di giudizi, in analitici, sintetici, a priori e a posteriori; si tratta di una terminologia tra l'altro molto usata in filosofia, ma sembra ora che per esempio con Puttnam e Quine si sia tentato di far cadere la differenza tra analitico e sintetico. Un giudizio è chiaramente formato da un soggetto e un predicato come « il mio gatto è nero», il gatto è il soggetto, nero invece è una qualità che si predica


1 il giudizio analitico è come un coniglio che viene estratto da un cilindro, la dove però il soggetto è il cappello con il coniglio, mentre il predicato è il coniglio stesso. Per esempio se io dico: « il triangolo ha tre lati», predico ad un soggetto qualcosa che è già contenuto nel soggetto stesso, così come il coniglio era già nel cappello; questo lo si vede di più trasformando il giudizio così: « quell'ente che ha tre lati ha tre lati», una ripetizione che consiste in ciò: l'ente = cappello, il quale ha tre lati= coniglio nel cappello, poi di nuovo questo « ha tre lati», che è il coniglio estratto.


2 il giudizio sintetico è invece si ha quando si produce una nuova conoscenza che non era già contenuta nel soggetto stesso, il predicato aggiunge qualcosa di sostanzialmente innovativo. Per esempio quando dico: la Terra ruota attorno al Sole, non sto dicendo qualcosa che per necessità è contenuta già nell'essenza della Terra, anche perché c'è almeno un mondo possibile in cui questo non è vero. Immaginate un prestigiatore che con un colpo di bacchetta facesse comparire all'improvviso un pavone sul palco, un colpo di scena, in questo caso il predicato (pavone), non è contenuto nel soggetto ( bacchetta).


3 il giudizio può essere a posteriori, ovvero quando noi deriviamo uno stato di caso a partire dalla realtà esterna, quindi principalmente dall'esperienza. il prestigiatore che inventa una corda di fazzoletti, il risultato che è dato da un materiale esterno che si offre a noi.


4 il giudizio può anche essere a priori, in qual caso è derivato dalla sola ragione, per esempio si usa il termine prova priori con certe prove dell'esistenza di Dio, per esempio la dove si dimostra la sua esistenza a partire dal concetto di Dio medesimo ( es. Dio è sommamente perfetto, ma l'esistenza è una perfezione, quindi Dio esiste). Il prestigiatore che indovina la carta che una persona designata ha scelto dal mazzo, non comprende tutto osservando le carte stesse del mazzo, le quali non gli direbbero nulla.


Kant punta a giudizi che da un alto siano derivati dalla sola ragione, per cui si possano dire universali, in caso contrario non lo sarebbero, ma questi giudizi devono produrre conoscenza nuova non già contenuta nel soggetto del giudizio stesso. Quindi giudizi sintetici a priori.


La ragione che è giudice e giudicato.


Nel corso dell'opera in sostanza Kant vuole arrivare al punto che la ragione giudica se stessa, in qualche maniera si autocritica, quindi si pone in due ruoli quello del giudice e quello del giudicato. Le domande sono:


a come è possibile una matematica pura?


b come è possibile una fisica pura?


c la metafisica è davvero una scienza?


Queste tre domande del resto sono quelle domande a cui tenta di rispondere nelle tre parti della critica del ragion pura:


a estetica trascendentale


b analitica trascendentale


c dialettica trascendentale


estetica trascendentale


Noi non possiamo separare le nostre singole sensazioni e prenderle astrattamente, isolandole dallo spazio e dal tempo. In effetti non lo spazio e il tempo sono forme a priori della nostra sensibilità, in qualche maniera non possiamo separare le sensazioni da essi, perché le sensazioni si presentano già nello spazio e nel tempo, per esempio se dico che vedo un gatto nel giardino, intanto vedo che questo darsi nel gatto non è un semplice darsi come mero ente, ma è un darsi nel presente ( tempo) e in un certo luogo (giardino). Lo spazio e il tempo però non vanno quindi pensati come qualcosa di meramente esterno, ma anzi sono interni a noi come condizioni della sensibilità. Sull'intuizione dello spazio Kant fonda la geometria, in fondo le figure geometriche cosa sono se non degli enti spaziali, dico a parte il punto che non ha dimensione, in questo senso non si deve affatto presupporre esistenza di entità astratte a dimensione inferiori a tre. L'intuizione del tempo invece risulta di particolare importanza per l'aritmetica, in quanto alla fine il contare e la serie numerica non sono che una sequenza temporale. Se io conto qualcosa non faccio che mettere in una serie numerica le mie unità che sto sommando. Per Kant noi non vediamo mai 10 piccioni, 5 elefanti o chissà cos'altro, noi vediamo sempre dei piccioni e degli elefanti, poi quando noi li contiamo e li contiamo proprio in questa successione dove le singole unità si susseguono in una specie di linea temporale. Questa posizione risolve una serie di problemi che si ponevano nella posizione psicologista nei confronti dei numeri, essa infatti considerava i numeri come mere rappresentazioni mentali, ma non riusciva a risolvere due problemi:


1 come possono i numeri essere nella nostra mente, se i numeri sono infiniti e la nostra mente finita?


2 se ogni mente ha la propria rappresentazione di ogni numero, allora come possiamo comunicare equazioni matematiche se poi appunto questi numeri sono rappresentazioni soggettive?


Kant in realtà pensa che il numero in qualche modo si costruisca con il metodo spiegato prima, quindi non c'è una vera e propria oggettiva rappresentazione che diventa oggetto del pensiero stesso della mente. Questa posizione va presa in seria considerazione perché verrà ripresa e in parte modificata da un certo Brower, il quale è considerato il padre dell'intuizionismo, una posizione di rilievo all'interno della filosofia della matematica.


analitica trascendentale


Dunque noi abbiamo una serie di dati, ma cosa opera la connessione tra questi dati? io sento un suono, vedo un colore, percepisco una certa forma, ma poi cosa mi dice che si tratta di una campana? dunque quello che viene compiuto qua è un vero ribaltamento della prospettiva, ovvero invece di partire dall'oggetto, si parte dal soggetto. Noi facciamo mai esperienza di cosa in sé , ma sempre di cose che sono per sé , ma il per sé non è da prendere in un senso ancora troppo scolastico, se mai come un per il soggetto. Noi abbiamo di fronte quei fenomeni,  che il famoso campo delineato dalla ragione, come campo dell'esperienza, il cerchio descritto dal compasso; la cosa in sé per Kant è inconoscibile, è quell'area indefinita oltre la linea definita dall'esperienza, l'area indeterminata che il compasso lascia fuori da sé descrivendo il cerchio e sopratutto determinandolo , quindi mettendo un discrimine tra determinato e non determinato. Adesso vediamo di capire perché vediamo le campane, nel senso del perché troviamo un oggetto così perfettamente costituito. La spiegazione è questa: nel nostro intelletto abbiamo delle categorie che fanno a costituire l'oggetto; mi spiego noi attraverso il giudizio determinante andiamo a costituire l'oggetto come fenomeno, prima tutto ci era dato nel qui e nell'ora, ora con i concetti puri dell'intelletto che poi sono le categorie siamo in grado connettere i vari dati empirici.






Qui occorre fare una precisazione, intanto le categorie sono 12 e non dieci come quelle di Aristotele, per esempio qui troviamo anche la causalità, ma quello che di solito si sottolinea a questo punto è il come Kant si perfettamente riuscito a risolvere due dei problemi che avevano gli empiristi, i quali erano i seguenti:


a il problema della sostanza: Locke ha dimostrato che non vi è nessuna necessità della presenza di una qualche sostanza e solo un nostro presupposto. È famoso l'esempio dell'indiano che dice che la terra sia sorretta da un elefante, che questo elefante sia sorretto da una tartaruga e qualcuno gli chiedesse cosa mai sorregge la tartaruga, lui avrebbe detto che c'è qualcosa e che ci deve essere qualcosa ma non sa bene cosa sia; allo stessa maniera ragionano le persone che sostengono che vi sia una sostanza. Di fatto pensiamoci bene, noi riferiamo quelle qualità, quella quantità ad un solo oggetto, questo riferire ci fa pensare che ci sia una sostanza e che questi non siano che accidenti della sostanza, se no penseremmo che il giallo del canarino, non sarebbe del canarino, il bianco del muro non sarebbe del muro, ma vivremmo in un caos di qualità che non avrebbero nulla a cui riferirsi. Di fatto adesso credo che l'idea di sostanza sia un po' messa da parte perché in effetti noi nella realtà vediamo una serie di qualità che sono accidenti della superficie, ma dietro a questa superficie ci sta un'altra superficie e così via, insomma la superficie è il nostro vero limite e al di là non possiamo andare, la sostanza sembra ancora una supposizione e non abbiamo prove in favore.


b il problema della causa; come dice Hegel in effetti gli empiristi hanno negato le categorie di universalità e necessità, un esempio di questa negazione lo si vede chiaramente in questa critica al concetto di causalità da parte di Hume. IN sostanza se noi prendiamo un martello e lo gettiamo contro la finestra, analiticamente nella causa non deriviamo l'effetto, ovvero nella causa, che è il martello non trovo l'effetto che è il rompersi della finestra. Io baso il mio giudizio sull'abitudine, sul fatto che ho già visto persone compiere gesti simili e so cosa è successo dopo, sempre lo stesso effetto. Il sole domani potrebbe non sorgere, non sta scritto nel sole che debba farlo, così come il computer che avete davanti tra tre secondi potrebbe esplodervi in faccia. Sembra tutto assurdo, ma la spiegazione è questa ovvero che noi pensiamo che ci siano delle leggi in natura e che saranno sempre le stese, ma niente ci dimostra che ciò è vero, potrebbero domani cambiare. La fisica secondo Hume non ha validità necessaria, si fonda sul probabile e sulla ricorrenza, per dare ricorrenza eterna e una base solida di universalità alla fisica, Newton ha dovuto introdurre la nozione di Dio, come qualcuno che avrebbe garantito la ricorrenza delle leggi, non solo anche le nozioni di spazio e tempo assoluti.


come risolve questi problemi Kant? cambiando appunto, come si era detto, la prospettiva: non siamo noi come unità in mezzo a tanti oggetti, come mera parte tra tante parti che ruotiamo attorno parte della realtà senza centralità alcuna, ma sono gli oggetti a ruotare attorno a noi, perché noi li costituiamo, sono gli oggetti per la conoscenza, i fenomeni. Ora la causalità e la sostanza non sono là fuori, ma fanno parte di quei concetti puri attraverso i quali costituiamo la realtà, quindi sono nel nostro intelletto.


( secondo me ha ragione Ferraris ha correggere Kant, perché va detta « rivoluzione tolemaica» e non «copernicana», dato che in realtà pone proprio l'uomo al centro e non ai margini del sistema. Devo dire che anche io avevo sempre avuto un dubbio su questo e non capivo che analogia ci fosse tra quello che faceva Kant e quello che ha fatto Copernico; Ferraris ha chiarito perfettamente dove sta il problema.)


L'io come pura funzione


Kant deve però pensare a qualcosa che unifichi, ad una unità prima a cui ricondurre tutto, si tratta dell'appercezione sintetica trascendentale ovvero l'io penso. Quello che io trovo interessante è questa io che è ridotto a mera funzione, non ha più carattere psicologico. L'io penso deve accompagnare ogni mia rappresentazione. Già con Hume stava cadendo il concetto di identità, in fondo l'identità nasce dal fatto che vedendo rappresentazioni simili in una serie continua, pensiamo vi debba essere un'identità che si celi al di là. Per esempio se io ho un gatto che chiamo Tip, io posso avere diverse rappresentazioni di Tip, mentre il divenire agisce su di lui, le immagini sono diverse, ma si assomigliano, collegando le impressioni penso che ci sia il mio gatto come essere che ha identità, come un Sé, nulla di più falso, infatti sono solo immagini staccate, Lo stesso accadrà più avanti con Nietzsche, il quale nega l'io proprio perché quest'ultimo non poteva che soggiornare in quel mondo reale che è diventato favola e quindi l'io è diventato fiaba, di conseguenza è sprofondato nell'abisso della contraddizione del divenire. Quello che poi farà invece Kant è riportare l'io come soggetto morale, ma questo lo vedremo più avanti.


il ponte tra sensazione e intelletto


La facoltà che permette davvero questo passaggio è l'immaginazione trascendentale, la quale produce determinazioni del tempo secondo regole, che sono queste ultime schemi trascendentali puri. Le regole a cui si alludeva prima non sono che qualcosa che ci indica come fare uso legittimo dell'intelletto. Le regole sono dette principi puri dell'intelletto.
Questi principi sono divisibili in quattro gruppi:


1 assiomi dell'intuizione, l'aspetto quantitativo applicato agli oggetti naturali, la matematica applicata alla fisica.


2 anticipazioni della percezione, quell'aspetto che riguarda l'intensità che accompagna le nostre sensazioni.


3 analogie dell'esperienza, quell'aspetto che concerne le connessioni che riesce a cogliere l'intelletto, che sono: permanenza, successione e simultaneità.


4 postulati del pensiero empirico in generale, quell'aspetto che ha a che fare con il contenuto dell'oggetto, se vada considerato possibile, reale o necessario.


Kant e alieni


C'è una pagina nella dialettica trascendentale in cui Kant fa riferimento a uomini della luna, dei quali non afferma chiaramente l'esistenza, ma dice appunto che forse un giorno potremmo incontrarli nella serie delle nostre esperienze.


« Che nella Luna ci siano degli abitanti, benché nessun uomo li abbia mai percepiti, deve certamente ammettersi; ma questo non significa altro se non che nel progresso possibile dell'esperienza noi potremmo incontrarci in essi; giacché reale è tutto quello che sta in un contesto con percezione secondo leggi  dal progresso empirico» (Kant)


 Questo punto vi serve solo per introdurre il discorso, diciamo che si può facilmente assimilare l'uomo della Luna, in quanto non terrestre, ad una forma aliena. Ad ogni modo qui diventa interessante perché per Kant tutta quella struttura tra forme a priori della sensibilità e principi puri dell'intelletto, in realtà vale per l'uomo, il che vuol dire che noi come umani vediamo la realtà in questo modo in base ad una struttura interiore. Gli animali e gli alieni come vedono la realtà? noi la vediamo tutti allo stesso modo perché la struttura è la stessa, ma l'alieno che struttura ha? come interagisce con la realtà, certo anche lui si presume non abbia accesso diretto alla cosa in sé, ma che tipo di fenomeni constata nelle sue esperienze? questi sono piccole problematiche che nascono dalla posizione kantiana, che tende a dare una risposta, principalmente a cosa sia l'uomo.


La dialettica trascendentale


Dunque in questa sezione Kant si occupa della questione sul se la metafisica sia una scienza o meno. La risposta di Kant sarà negativa, ovvero non può esserlo perché la conoscenza si limita a fenomeni, non può andare oltre ad essi, applicare le categorie a qualcosa che non è fenomeno, non può voler dire altro che fare paralogismi trascendentali. Quindi cose come l'anima, il mondo e Dio non si può dire nulla, tuttavia queste ultime non sono inutili, sono Idee regolative della ragione. L'anima è la totalità della funzioni, il mondo la totalità dei fenomeni e Dio una totalità che comprende ogni cosa, proprio queste idee ci portano all'universalizzazione delle leggi della fisica per esempio. Seguono quindi quattro antinomie che in fondo derivano da problemi che partono proprio da queste tre cose: Anima, Mondo e Dio.


1 se il mondo sia finito o infinito nello spazio e nel tempo


2 se il mondo sia divisibile all'infinito o ci siano degli elementi primi


3 se vi è una causa libero o se tutto sia determinato dalle leggi naturali


4 se il mondo dipende da un essere necessario o se sia tutto contingente


Le prime due antinomie in quanto pretendono di dire qualcosa sul mondo che non è a noi conoscibile sono false, del resto non va fatto l'errore di Schopenhauer che ha pensato che la seconda antinomia contenesse un errore di ignoranza, in quanto la dinamica dimostra che la materia è divisibile all'infinito, perché Kant qui parla di mondo e non di materia, non è la stessa cosa. Le altre due antinomie se prese da punti di vista diversi risulterebbero entrambe vere. Infine nella dialettica trascendentale si trova una critica alle tre più grandi prove dell'esistenza di Dio, una quella ontologia, l'altra quella teologica e infine quella teleologica.


1 prova ontologica: la prova ontologica sostenuta da Anselmo diceva questo:


Dio è un essere di cui non si può pensare nulla di più grande
se Dio non fosse, ci sarebbe qualcosa di più grande di lui, ma ciò non è possibile per la sua essenza.


quindi Dio esiste




era già stata contestata da Tommaso che aveva detto che in fondo non si faceva altro che mostrare l'inscindibilità nel concetto di Dio di essere ed essenza, ma si diceva nulla sulla natura di Dio, ma solo sul suo concetto. La prova è stata ripresa da Cartesio e riformulata così:


Dio è un essere sovranamente perfetto


l'esistenza è una perfezione


allora Dio esiste


Kant rifiuta tutto questo perché considera l'esistenza una posizione assoluta e oltretutto qualcosa che non aggiunge nulla all'essenza dell'oggetto, l'oggetto che esista o no non cambia l'essenza, mentre Cartesio intendeva l'esistenza come proprietà.


2 prova teologica:


Afferma che posta una causa deve esservi una causa che la pone a sua volta come effetto prima che essa possa diventare causa di altro, nella serie causale non può esserci un regresso infinito, quindi deve esservi una causa finale e questa è Dio stesso. Kant rifiuta un prova del genere, perché a suo avviso si potrebbe benissimo andare avanti all'infinito, oltretutto la casualità si applica solo ai fenomeni, qui invece si pretende di passare dai fenomeni ad un noumeno che è Dio stesso.


3 la prova teleologica:


presente tra quelle di Tommaso, tra le cinque vie, consiste nel partire dall'ordine del mondo e mostrare come tale ordine non possa che derivare da una creatura intelligente che ha voluto quell'ordine, la quale è Dio stesso. Cartesio rifiuta questa prova perché vedo la realtà come puro meccanismo e non vuole cause finali nella fisica. Kant invece sostiene che qui pensando Dio come architetto perfettissimo c'è un rimando alla prova ontologica e quindi il discorso rimane uguale.




Critica della ragion pratica


In quest'opera Kant si occupa della questione della morale, il problema era fondare la morale sul soggetto stesso, cosa a difficoltà aveva tentato di fare Cartesio. Prima di Cartesio si partiva da presupposti metafisici, in pratica si considerava un ordine già pre-esistente stabilito, delle volte per giustificare il bene si introduceva Dio. La soluzione di Kant sta nel mostrare come noi possiamo costruire una morale fondata su un principio formale, sul quale vanno a fondarsi tutte le massime che diventeranno a questo punto delle leggi. Dunque tanto per anticipare Kant intende con massima, per esempio quando davanti ad una porta troviamo scritto « si prega di chiudere la porta una volta entrati», questo è un esempio di massima la quale di per sé come mero comando non ha ancora carattere morale, di per se massima può essere anche « uccidere il proprio cognato per intascarsi l'eredità». Nella critica della ragion pratica, Kant spiega che l'uomo è come fosse composto da due parti, una è quella sensibile, l'altra è la ragione, in mezzo sta questa volontà, essa può lasciarsi guidare dalla sensibilità e del resto l'uomo tende spontaneamente verso la sensibilità ( pensate a quella pagina della Bibbia, Mosé che riceve le tavole torna dal suo popolo e lo trova a venerare un toro), mentre dall'altra parte abbiamo la ragione che solo con la forma del comando riesce a determinare la volontà. Queste forme di comando sono appunto gli imperativi, da un lato quelli ipotetici che seguono la forma, « se voglio A, allora devo B», per esempio « se voglio vincere la gara, devo allenarmi molto», l'altro tipo di imperativi sono quelli categorici e questi corrispondono ad un domando diretto al quale non ci si può sottrarre, per esempio « ama il tuo prossimo». Dunque in realtà come si era detto prima Kant vuole fondare su base formale e non contenutistica la sua morale, perché il contenuto vuol dire un riferimento sensibile ed empirico, ma la morale secondo Kant deve essere il dovere per il dovere. Il principio formale è questo:


« Agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che diventi una legge universale»


Noi possiamo fare questo esperimento, prendiamo una nostra massima, tipo per esempio: « lasciare la porta aperta quando si entra», immaginate un mondo in cui tutti si comportasse in questo modo, vorreste viverci? con la porta aperta potrebbe entrare chiunque in casa, anche un malintenzionato; uccidere, rubare se prima di farlo pensiamo ad un mondo in cui tutti si comportassero in questo modo, anche nei nostri confronti, perché rubiamo agli altri, altri potrebbero benissimo rubare a noi, se uccidiamo qualcuno un giorno potrebbe ucciderci. Nessuno di noi vorrebbe vivere in un mondo simile, quindi ecco il senso della regola, proviamo a trasformare la nostra massima in legge universale e vediamo cosa succede, in certo senso questo è il processo. Le massime che si fondano su questo principio possono davvero essere leggi.
Due sono le cose più importanti per una morale che possa dirsi fondata, le leggi e poi la libertà, da dove partire? all'inizio Kant è tentato a partire dalla libertà, poi però vede che ciò non è possibile che se mai la libertà è fondabile sulla datità della legge morale. È un fatto che vi siano leggi morali, questo noi lo scopriamo perfettamente quando proviamo senso di colpa, lo proviamo unicamente perché siamo coscienti di come dovremmo comportarci, ma sentiamo che non ci siamo comportati secondo quel modello, questo ci permette di capire che potevamo agire diversamente, quindi si certo libero arbitrio, ma qui c'è anche l'idea che un individuo è più libero compiendo un azione buona che non facendo il contrario. Ci ancora due temi interessanti, per esempio quello della santità e quello del sommo bene. Detto in poche parole si può dire chiaramente che per Kant non vi siano davvero santi, nel senso chi dovesse considerarsi tale è un fanatico morale, infatti come potrebbe in un essere finito realizzarsi la perfezione morale? per Kant non può, ma c'è comunque un continuo migliorarsi, un continuo tendere verso la perfezione massima, la quale non verrà mai in realtà raggiunta. L'altro tema era il sommo bene, il quale non che è l'unione tra virtù e felicità, di queste due Kant nota che non si può davvero derivare l'una dall'altra, un'azione virtuosa non comporta la felicità , al quale è elemento sensibile e dipende dalla materialità, al massimo a seguito di un'azione virtuosa possiamo provare una certa soddisfazione, non più di questo. Dunque come si è visto in questo testo Kant ha reintrodotto la libertà, ma reintroduce anche l'anima come soggetto morale, in più introduce anche Dio come ordinatore del mondo, sede e condizione della felicità. La possibilità della realizzazione del sommo bene nasce dal fatto che l'anima in quanto immortale, può proseguire questo cammino di convergenza dopo la morte di moralità e felicità.


critica del giudizio


In quest'opera Kant si propone di trovare qualcosa che accordi il determinismo della scienza con la libertà morale. Esso viene trovato nel sentimento, il quale poggia sulla facoltà di giudizio, a metà tra intelletto e ragione pratica. Questa parte cerca di accordare questi due elementi citati prima tramite il giudizio riflettente. Questo tipo di giudizio a differenza di quello determinante, il quale aveva come punto di partenza universale, qui invece l'universale è il punto di arrivo perché si parte sempre dal particolare empirico. il giudizio riflettente in particolare vede queste realtà particolari dal punto di vista del fine. Ci sono due tipi di giudizio riflettente:


1 il giudizio estetico, riferito al bello e al sublime, non necessariamente dell'arte.


2 il giudizio teleologico, la natura e il mondo sono visti come orientati verso un fine.


Sul primo tipo di giudizio c'è da dire, a proposito del bene, che esso non è nelle cose, ma deriva sempre da un rapporto tra noi e le cose, inoltre il bello è inteso come qualcosa senza concetto e con il quale noi ci rapportiamo con un totale disinteresse, tra l'altro il bello è anche detto oggettivo.


Poi viene la questione del sublime, si tratta di un piacere inteso in senso negativo, per esempio il perdersi nell'immensità della natura, che prima di portarci a questa grande potenza infinita, ci mostra la nostra finitezza in confronto ad essa.
Ci sono due tipi di sublime per Kant, uno è quello dinamico e l'altro quello matematico, nel primo caso si tratta della potenza della natura che ci mette paura, per esempio uno tsunami o un terremoto, nel secondo caso era quello che si diceva prima, quindi l'infinitezza della natura.


Riamane ora da vedere il giudizio teologico, il quale sai rivolge proprio a questo principio organizzatore, ma anche finale interno alla natura. La natura come organismo come unione di parti che interagiscono tra di loro, nel quale in principio di sviluppo è interno.