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sabato 6 aprile 2019

Levi Bryant: ontologia orientata alle macchine









1 Introduzione all’ontocartografia


Questo testo intende trattare dell’ultimo libro di Levi Bryant: Ontocartography. In questo libro Bryant difende una forma di ontologia orientata dalle macchine, nella quale “oggetto” e “macchina” diventano sinonimi. La cosa curiosa di questo libro sta nella sua tesi fondamentale: ogni cosa è una macchina. L’autore ci invita a mettere in discussione e a cambiare radicalmente il nostro concetto di macchina. Ripensando il nostro concetto di macchina possiamo analizzare gli oggetti da un punto di vista completamente diverso. Non ci chiediamo più cosa significano, ne semplicemente cosa sono, ma ci chiederemo piuttosto se funzionano o meno. Macchine in questa teoria sono i numeri, il corpo umano, gli alberi, le case, tanto quanto l’automobile o il computer.


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All’inizio del libro Levi Bryant chiarisce che intende costruire una teoria materialista e se la prende con certi filosofi famosi di oggi, i quali sono accusati di professare un falso materialismo che si interessa molto più del significante e del linguaggio, piuttosto che della realtà materiale. Nel mirino di Bryant troviamo il filosofo sloveno Slavoj Žižek, al quale viene attribuita la tesi secondo la quale la realtà è socialmente costruita. In questo caso l’ideologia non avrebbe esistenza sul semplice piano delle idee, ma è qualcosa che costruisce la realtà nel suo essere. Bryant, inoltre, non intende nemmeno ridurre il materialismo ad un mero problema storico, come accade nel marxismo. Bryant piuttosto sembra ispirarsi all’atomismo degli antichi, a Lucrezio.


2 Le macchine come assemblaggi


La teoria di Bryant vuole essere pluralista nella misura in cui non afferma l’esistenza di un solo tipo di materia, ma di molti tipi che vanno a costituire tutti i livelli di realtà. Ad ogni livello della realtà, che si parli di fisica, chimica, biologia, sociologia, economia, ecc., troviamo degli oggetti che sono definiti da Bryant come “macchine”. Gli atomi sono macchine che compongono complesse formule chimiche, che sono macchine che vanno a comporre più complesse entità biologiche come le cellule, che sono macchine che compongono il corpo umano, che è una macchina che compone un individuo, che è una macchina che compone la società, ecc. Ad ogni livello della realtà troviamo macchine, ma ogni macchina è un assemblaggio di altre macchine. Dire che l’uomo o l’albero sono delle macchine non significa che sono meccanici e che siano composti da elementi rigidi, assemblati necessariamente in un certo modo.

In generale sulle macchine possiamo dire questo:

a) Ogni macchina è un assemblaggio di altre macchine.

b) Ogni macchina si definisce nei termini di una serie di operazioni che applica su degli input per restituire degli output.

c) Le operazioni che le macchine possono eseguire sugli input che ricevono sono definite dai poteri della macchina stessa.

Queste definizioni meritano di essere ulteriormente spiegate. Nella prima vediamo apparire, oltre al concetto di macchina, il concetto di assemblaggio. L’assemblaggio adoperato qui da Bryant è certamente ripreso da Manuel De Landa, il quale, a sua volta, lo riprende da Deleuze. DeLanda è un filosofo deleuziano messicano che negli ultimi anni ha letteralmente rivoluzionato la filosofia continentale. In DeLanda l’assemblaggio è composto da parti che interagiscono tra loro, le quali sono legate da relazioni esterne nelle quali le parti esercitano attualmente dei poteri facendo scaturire dalla loro interazione una nuova entità con nuove capacità emergenti. È da comprendere che l’assemblaggio non è nulla al di fuori dell’interazione di queste parti, le quali sono altri assemblaggi. Se l’assemblaggio esiste, invece di essere semplicemente la somma di una serie di parti, è perché dall’interazione di queste parti si generano delle proprietà emergenti che sono solo dell’assemblaggio e non sono di nessuna delle parti presa come singola. Il caso più banale di assemblaggio per DeLanda è il corpo umano. Il nostro corpo umano è composto da organi, ossa, muscoli, ecc. Questi elementi costituiscono le componenti dell’assemblaggio. Essendo che le relazioni nell’assemblaggio sono esterne, ogni parte dell’assemblaggio può essere staccata dall’assemblaggio e questo è quello che accade con il corpo umano nel caso dei trapianti. Tuttavia è chiaro che è la disposizione di tutti quegli elementi nel corpo umano a rendere possibile un complesso assemblaggio che è il nostro organismo ed è parte di noi.

Il secondo punto è molto importante perché si potrebbe dire che è il punto centrale per cui Bryant sostiene che ogni cosa è una macchina. L’idea è che ogni cosa va pensata come una macchina che riceve input, opera sugli input che riceve e restituisce un output. È facile pensare questo quando ci si riferisce alla tecnologia. In realtà è la definizione matematica di programma che dice che il programma è una funzione che prende un input e restituisce un output. Vediamo questo, ad esempio, nei linguaggi di programmazione come Java, Python, Perl, C++, ecc. Ma secondo Bryant il concetto di macchina va esteso anche a cose come i numeri, le formule, il debito o gli alberi. Ad esempio una formula prende dei numeri come input, opera su quei numeri una somma restituendo come valore un output, ossia il risultato della somma. L’albero prende come input l’anidride carbonica e applicando operazioni di carattere biologico restituisce come output l’ossigeno che noi respiriamo.

Si tratta di cambiare radicalmente il concetto di macchina che noi stessi abbiamo. Non diremo più che la macchina non è spontanea, che non si evolve, che è rigida. Ci sono due punti su cui pone l’accento Levi Bryant: il fatto che il design può essere imposto dalla macchina stessa; il fatto che la macchina, non essendo rigida, è pluripotente come le cellule. Il design può essere imposto dalla macchina nella misura in cui il materiale impone dei limiti all’uomo. Mentre per quanto riguarda il concetto di “pluripotenza”, ripreso chiaramente dalla biologia, esso sta a significare che la macchina ha molti poteri. Per “poteri” non si intende nulla di magico, è semplicemente l’insieme delle capacità di un oggetto. Le capacità non sono proprietà della sostanza, perché le proprietà della sostanza dipendono dalle capacità. Le proprietà della sostanza, come ha illustrato bene Levi Bryant nella Democrazia degli oggetti, sono dei modi di agire dell’oggetto, non cose che l’oggetto possiede. Bryant distingue nell’oggetto e di conseguenza nella macchina il virtuale dall’attuale. Il virtuale consiste nell’insieme dei poteri di un oggetto definito dalle sue singolarità, concetto della matematica ripreso dalla topologia. Ogni oggetto ha delle capacità che possono consistere nel produrre affetti o nel subirli. Una penna scrive, un foglio ha la capacità di patire l’azione della scrittura. La mano ha la capacità di lanciare, la palla di essere lanciata. Il fatto che queste capacità rimangano reali senza dover essere esercitate attualmente dall’oggetto o dalla macchina, significa che esse sono virtuali. Infatti la penna conserva la capacità di scrivere anche quando non scrivo.

Da un lato possiamo riconoscere nell’oggetto diverse capacità che dipendono anche da relazioni esterne con altri oggetti. Per esempio la relazione tra il fatto che vediamo certi colori e la presenza di una luce che illumina l’oggetto osservato. Dunque le nostre macchine in certe relazioni con altre macchine producono output differenti. Nell’esempio di Bryant abbiamo una roccia che, con il grande calore diventa magma e con il raffreddamento diventa friabile. Dall’altro lato possiamo intendere una pluripotenza nella macchina nei diversi usi che possiamo fare di essa. Una roccia può all’occorrenza diventare un’arma, uno strumento per segnare un posto, la componente base di un edificio, un posto dove sedersi, ecc. Insomma le macchine che fanno parte di assemblaggi possono essere sempre separate dagli assemblaggi e assemblate con altre macchine.

Qui Levi Bryant descrive questa formula:

1) macchina A attiva una risposta nella macchina B.



3 L’ontologia delle macchine


Macchina è il genere assoluto nell’ontologia di Levi Bryant, poiché ogni cosa è una macchina. Dopo di che le macchine si distinguono in primo luogo in due tipi: le macchine corporee e le macchine incorporee. Una macchina corporea occupa sempre un luogo preciso e ha una certa durata temporale. Esempi di macchine corporee sono il nostro corpo, le cellule, gli insetti, le automobili, i computer, i pianeti, ecc. Una macchina incorporea non ha dei limiti temporali, ha sempre un supporto fisico per esistere, ma non dipende da quel supporto fisico, dunque non è nemmeno legata precisamente ad un luogo. Esempi di macchine incorporee sono i numeri, le teorie, i concetti, le ricette di cucina, ecc.

Le macchine inoltre sono sempre dei termini intermedi o mediazioni di altre macchine. Con questo si intende che una macchina può semplificare il lavoro di un’altra macchina, come quando usiamo una lavagna per fare dei calcoli, ma si intende anche che le macchine possono essere estensione di altre macchine, come quando un martello estende la nostra mano nell’operazione di piantare un chiodo.

Nel secondo capitolo Levi Bryant entra più nel dettaglio sulla natura della macchina e cerca di gettare più luce sulla sua definizione di macchina. Una macchina è un sistema di operazioni che agisce sugli input e restituisce degli output. Nell’analisi delle macchine l’ontologo deve cercare di comprendere quali sono queste operazioni che compongono la macchina. Nella macchina, dunque, possiamo distinguere almeno tre elementi:

1) Le operazioni

2) Le trasformazioni

3) Gli Input/Output

Nell’albero, ad esempio, riconosciamo come input l’acqua, la luce e l’anidride carbonica. L’albero, tuttavia, applica delle operazioni su questi input. Una di queste operazioni si chiama “fotosintesi”. Le macchine non rappresentano nulla, esse producono. Quindi nell’analisi delle macchine le domande diventano: cosa producono? Funzionano? Che cosa fanno? La macchina, come ho detto, ha sempre una doppia natura: attuale/virtuale. Sul piano virtuale abbiamo tutti i poteri della macchina che appaiono completamente non manifesti. Sul piano dell’attuale possiamo apprezzare gli output della macchina. In questo senso le proprietà dell’oggetto che si manifestano esteriormente sono, nell’ontologia di Bryant, parte dell’attuale e perciò degli output della sostanza in quanto motore di differenza. I poteri virtuali della macchina sono reali anche quando questi non sono esercitati attualmente e non dipendono dai soggetti che osservano la macchina, dunque sono oggettivi. Tuttavia la macchina può perdere alcuni dei poteri, semplicemente perché alcune macchine al suo interno smettono di funzione o interagiscono come precedentemente con altre macchine. I poteri della macchina, infatti, derivano dalla relazione delle altre macchine di cui la macchina è composta.


4 Delle macchine binarie


Tra le varie tipologie di macchine Bryant prende in considerazione il tema delle macchine binarie. Levi Bryant si ispira qui chiaramente al capitolo sulle macchine desideranti dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. In quel capitolo Deleuze e Guattari distinguono almeno tre tipi di macchine: le macchine paranoiche, le macchine miracolanti e le macchine celibi. Di tutti questi tipi di macchine Bryant parla solo delle macchine paranoiche, che sono le macchine binarie. Le macchine binarie sono composte da due macchine: macchina sorgente e macchina organo. Queste due macchine sono accoppiate secondo una relazione di “and”. Mentre Deleuze vedeva nelle macchine miracolanti l’”or” booleano, le macchine paranoiche o binarie sono connesse le une dalle altre da una relazione di congiunzione. Ogni macchina è attraversata da dei flussi. La macchina sorgente è la macchina da cui parte il flusso, mentre la macchina organo è la macchina che lo riceve. In questo caso Bryant offre il seguente esempio: abbiamo come macchina organo un albero e come macchine sorgenti il sole, la pioggia, la microfauna e altre piante. Le macchine dunque si relazionano con dei flussi, compiendo delle operazioni su questi flussi che ricevono come input e restituendo degli output. Tuttavia le macchine non sono aperte ad ogni forma di flusso. L’uomo, ad esempio, vede solo ciò che sta nello spettro elettromagnetico che cade dal rosso al violetto. Esistono animali, i quali, invece, hanno percezioni maggiori delle nostre. I gatti, ad esempio, vedono anche l’ultravioletto. Questo significa, nei termini dell’ontologia orientata alle macchine, che ci sono macchine che sono aperte ad altri flussi. Leggendo la percezione in termini di flusso, Bryant può permettersi di reinterpretare il problema della Critica della ragion pura di Kant. Kant voleva dire che la percezione è la relazione dell’uomo con un flusso di dati sensoriali come input, ma siccome l’intelletto è una macchina che rielabora e applica operazioni su questo flusso di dati, restituendo un output (la nostra rappresentazione della realtà), ne consegue che non possiamo sapere quanto l’output corrisponda all’input.

Dal momento che l’ontologia orientata alle macchine considera ogni cosa una macchina e la percezione come un tipo flusso che entra in relazione con delle macchine, essa intende cambiare l’approccio della filosofia rispetto alla fenomenologia. Nella filosofia la fenomenologia è sempre consistita nello studio dell’esperienza umana, oggi emerge la necessità di estendere la fenomenologia anche agli animali, alle piante e persino agli esseri inanimati. Questo è il compito di una nuova fenomenologia coniata dal filosofo Ian Bogost: la fenomenologia aliena. È chiaro che non possiamo sapere che tipo di esperienza ha del mondo un orso, ma possiamo provare a cercare di abbandonare il nostro punto di vista umano e cercare di vedere come potrebbe essere il mondo se lo vedessimo dal suo punto di vista. Non sapremo di preciso come sia, ma possiamo inferire delle cose. Certamente questo ci permetterebbe di avere un completo altro atteggiamento nei confronti degli animali e delle piante, ad esempio.

Ho detto che ogni macchina è composta da altre macchine, nel senso che ogni macchina è un assemblaggio di altre macchine. Questo significa che la genesi dell’individuo si ha dall’iterazione di molte macchine le une con le altre, ossia dalla nascita dell’assemblaggio come tale. In questo modo emergono delle capacità della macchina che non fanno parte delle singole componenti dell’assemblaggio. Siccome ogni singola macchina che compone un assemblaggio è del tutto autonoma, ne consegue che una macchina può smettere di funzionare in un assemblaggio in accordo con altre macchine dell’assemblaggio. Questo malfunzionamento è all’origine del problema macchinico, uno dei problemi che l’ontocartografo deve affrontare nello svolgimento del suo lavoro.

È da diverso tempo che studio questa teoria dell’assemblaggio nella versione costruita dal filosofo Manuel De Landa, a cui certamente Bryant si ispira. L’impressione generale che mi sono fatto è che esista il rischio che la teoria dell’assemblaggio promuova una forma di nichilismo, in quanto porterebbe alla conclusione che l’individuo è un’illusione prodotta dalla relazione delle componenti dell’assemblaggio. La teoria nega che esista un assemblaggio definitivo, ma sembra anche sostenere che non esistano nemmeno degli elementi minimi degli assemblaggi. In questo senso esistono solo assemblaggi di assemblaggi, la cui componente essenziale è la relazione, seppure esterna, delle parti dell’assemblaggio. L’individuo può sembrare reale fino a quando esistono queste relazioni, ma se dovessero crollare, l’individuo scomparirebbe come un castello di carta, in cui le carte cadono per terra e perdono la loro relazione originaria che dava forma al castello. Questa teoria dell’assemblaggio è molto interessante, ma penso che vada lavorata molto meglio sul piano metafisico. Bisognerebbe definire ancora meglio l’assemblaggio. La relazione è vista come esterna, per esempio, ma è molto più essenziale nell’assemblaggio di quello che si crede. Infatti l’assemblaggio esiste solo perché esistono parti in relazione tra loro e queste parti sono soltanto altri assemblaggi.


5 Le macchine e il ruolo dell’ontocartografia


Nella parte più avanzata del libro Bryant sembra trovarsi d’accordo con una tesi molto diffusa oggi nella filosofia continentale: il mondo non esiste. È una tesi che sostengono filosofi come Markus Gabriel o Alain Badiou, partendo da punti di vista molto differenti. Anche Bryant sostiene che il mondo non c’è. Cosa si intende per mondo? Si intende l’idea che esista un qualcosa che comprenda tutte le cose, una sola realtà dove stanno tutti gli oggetti assieme. Secondo Bryant non esiste un solo mondo, ma ve ne sono molti. Dire che il mondo non c’è, non vuol dire che non esistono mondi. Vuol dire soltanto che non c’è il mondo dei mondi, non c’è una realtà unica. Levi Bryant arriva a questo sostenendo che il mondo è una ecologia di macchine interrelate le une con le altre. Bryant sostiene che non esiste un solo mondo, semplicemente perché, a differenza degli olisti, non crede che tutto sia in relazione con tutto. Esistono le relazioni tra le macchine, ma bisogna capire quali macchine sono in relazione con quali altre macchine e quali non lo sono affatto. La più lontana supernova dell’universo non ha alcuna relazione con noi. Da questo possiamo dedurre che se esistono macchine ad ogni livello della realtà (sociale, biologico, chimico, fisico, ecc.), non esiste una macchina delle macchine. Non esiste, cioè una macchina che è assemblaggio di tutte le cose che esistono.

Una macchina può essere una macchina agente. Una macchina si dice agente nell’ontologia orientata alle macchine se soddisfa questi due requisiti:

1) La sua azione è intenzionale e non una semplice reazione.

2) L’azione parte dalla macchina stessa e non da altre macchine.

Qui emerge il problema del soggetto all’interno di una teoria che vede il soggetto come una macchina in mezzo a tante altre macchine. Il soggetto è capace di comporre lui stesso macchine. L’uomo è un animale tecnologico. L’uomo, in quanto macchina agente, svolge un ruolo cruciale nella definizione degli assemblaggi, pur essendo lui stesso un assemblaggio. L’uomo è l’animale pensate, che può definire e pensare nuovi assemblaggi. Bryant riprende qui il concetto di “mente estesa” dal filosofo della mente Andy Clarck. Secondo Clarck la mente è un sistema complesso che comprende il corpo, il cervello e il mondo esterno. Prova di questo, secondo Clarck, è il fatto che spesso per pensare ci serviamo del mondo esterno. Quando facciamo matematica, ad esempio, non facciamo i calcoli tutti a mente, ma ci serviamo di carta, lavagna, penna e altri strumenti, per poter lavorare sul calcolo matematico.

Ogni macchina è un assemblaggio, ma l’assemblaggio è una relazione tra macchine. Esistono almeno due tipi di relazione: una diretta e una indiretta. Nella relazione diretta la macchina agisce direttamente sull’altra macchina. Nella relazione indiretta la macchina agisce sull’altra macchina solo tramite un’altra macchina. Ogni macchina può staccarsi dall’assemblaggio e andare a comporre altri assemblaggi con altre macchine. Ogni macchina ha almeno due aspetti: contenuto e espressione. Quando consideriamo la macchina dal punto di vista del contenuto la consideriamo solo dal punto di vista materiale. Quando consideriamo l’espressione vediamo la macchina in modo diverso. Sul piano dell’espressione, ad esempio, dice Bryant, abbiamo il “pullman delle 8:00”, mentre sul piano del contenuto il pullman è lo stesso del “pullman delle 9:00”. È noto l’esempio dello psicoanalista Lacan, il quale spiegava come due espressioni come “maschio” o “femmina”, poste al di sopra di due porte, perfettamente uguali, possono trasformare una porta nell’ingresso del bagno degli uomini e l’altra nell’ingresso del bagno delle donne.

Le macchine hanno un proprio spazio e un proprio tempo. Questo spazio e questo tempo non sono il tempo e lo spazio di Newton. Nello spazio newtoniano, lo spazio preesiste gli oggetti e gli oggetti sono collocati in quello spazio. Lo spazio delle macchine dell’ontologia orientata alle macchine è uno spazio topologico. Secondo lo spazio topologico, lo spazio non preesiste le macchine, ma è definito dalle macchine stesse. Lo spazio è la rete dei nodi prodotti dalle macchine. A seconda dei nodi di relazione delle macchine tra di loro, potremmo avere spazi completamente diversi.

Troviamo almeno tre tipi di network:

Il network centralizzato, dove tutti gli elementi sono in relazione con un elemento centrale.



Il network decentralizzato, dove vediamo la presenza di numerosi centri locali distribuiti.



Il network distribuito, dove gli elementi sono connessi gli uni agli altri, senza che esista né un centro generale, né dei nodi centrali locali. 

 


Dal punto di vista del tempo possiamo dire che le macchine conoscono forme di tempo molto diverse. Ogni macchina ha il suo ritmo interno e il suo mondo conosce una durata propria. Dunque bisogna parlare di tempi molto diversi a seconda dell’assemblaggio, piuttosto che di un tempo omogeneo uguale per tutte le macchine. Il tempo è definito da Bryant come la velocità alla quale le macchine eseguono le operazioni. Queste operazioni sono operazioni sui flussi, ma non sono operazioni gratuite. Ogni lavoro della macchina chiederà sempre un dispendio di energia.

Nell’ultima parte del libro Levi Bryant discute di una ipotesi che si è sviluppata all’interno del movimento dell’ontologia orientata all'oggetto: l’esistenza degli oggetti oscuri. Un oggetto oscuro (dark object) è un oggetto che non ha relazioni con nessun altro oggetto e i cui poteri sono dormienti. In questo senso l’oggetto oscuro non ha nessun potere attivo. Stando così le cose, se la manifestazione materiale è in realtà il risultato di un ouput dell’oggetto, ne consegue che gli oggetti oscuri non hanno manifestazione materiale e attuale, ma esistono solo sul piano virtuale. Se l’idea dell’oggetto oscuro è solo una ipotesi, è vero anche che tutti gli oggetti sono almeno un po’ oscuri perché i loro poteri non sono sempre attivi, e se non capitano le condizioni giuste, potrebbero non attivarsi mai.

Il mestiere dell’ontocartografo, secondo Bryant, è soprattutto quello di definire mappe e studiare queste mappe. L’ontocartografia lavora su mappe. Di mappe ne esistono almeno di quattro tipi:

1) mappa topologica (mappa che studia le relazioni tra le macchine)

2) mappa dei divenire (mappa che studia le trasformazioni e i mutamenti nelle macchine)

3) mappa dei vettori (mappa che studia il futuro probabile di una macchina)

4) mappa modale (mappa che studia gli assemblaggi che avrebbero potuto esistere, ma che non si sono generati)

Trovo molto importante questo libro (Ontocartography. An ontology of machines and media) perché è il primo testo che prende sul serio la teoria delle macchine definita da Deleuze e Guattari in Anti-Edipo, non per restituire semplicemente una versione trasformata dalla psicoanalisi o dare interpretazioni alternative della schizofrenia. Deleuze non parla solo di schizofrenici, in quel capitolo parla anche delle piante, ad esempio, delle piante come macchine. L’idea di Deleuze sulle macchine desideranti, evidentemente, era molto più generalizzata rispetto al caso particolare dell’uomo e del malato di mente. Non solo: è un testo che sembra cogliere l’aspetto ingegneristico della teoria di Deleuze, cosa che fino ad ora a molti altri non era riuscita. Penso a Levi Bryant come uno dei filosofi continentali contemporanei più innovativi assieme a Manuel De Landa.