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domenica 22 giugno 2014

lezione VIII: interiore ed esteriore nella storia della filosofia




La prima cosa da fare in questa lezione è in qualche modo fare un ripasso di quello che è stato detto precedentemente, non tanto dall'inizio, ma solo per spiegare da dove salta fuori questo discorso sull'interiore e l'esteriore, sopratutto perché noi ne sentiamo la necessità, dato tutto quello che abbiamo detto precedentemente. In effetti prima era saltato fuori il problema della conoscenza, ci si era chiesto come nella filosofia dell'originario si configurasse il problema della conoscenza, quindi il problema diventava da dove viene la conoscenza, qual'è il suo fine e cosa mai debba essere la conoscenza; si è visto inoltre come ci siano state delle filosofie che hanno superato il problema dell'originario, trovando altre soluzioni. Si è pensato che in fondo la conoscenza presupponesse la relazione dell'esperienza, che è quella del soggetto con l'oggetto; si è fatto però notare che ci sono altre vie, per esempio prendere la relazione in sé stessa e considerare la relazione e non i termini come soggetto e oggetto. In questo caso si è fatto notare che nelle filosofie dell'originario spesso la relazione soggetto/oggetto presuppone l'esistenza di due realtà, una quella interiore, spesso associata al soggetto, l'altra quella esteriore, ovvero quella dell'oggetto; poi ci sarebbe ancora quella differenza tra apparente reale, spesso connessa all'ente che si dice da un lato l'ente apparente e l'altro  l'ente reale, ma non di questo ci occuperemo al momento, ma appunto solo di quello che ho detto sopra. La differenza preliminare che va fatta è tra interiore/esteriore e interno/esterno, perché se prendo un bel barattolo di vernice, la vernice si dice che è dentro in barattolo, nel senso che è al suo interno, se fosse fuori ci sarebbe da preoccuparsi, perché l'avremmo rovesciata, in quel caso sarebbe  all'esterno, solo che in tutti e due i casi la vernice è nel mondo esterno, là fuori, quindi nella realtà esteriore. Interiore potrebbe essere la nostra anima o il nostro io. Normalmente le filosofie si dividono in dualiste e in moniste, per quello che ci riguarda ora, solo una filosofia dualista e un tipo solo di monismo ammettono la distinzione che viene detta reale da alcuni e invece apparente da altri. La posizione dualista è quella sostenuta da Cartesio, quella monista che sai può accettare è quella di Spinoza e poi spiegherò perché. Non ho davvero intenzione di parlare di tutti quelle persone che hanno sostenuto posizioni dualiste, nemmeno mi interessa parlare di filosofo per filosofo, che non avrebbe proprio senso, ma se mai vedere le posizioni in generale, prendendo magari dei personaggi che mi sono sembrati esemplari. Quindi perché Cartesio? perché concepiva una distinzione reale tra la realtà interna e quella esterna, che sarebbe quella inestesa e quella estesa, ; distinzione reale vuol dire tra due res, che sono una quella inestesa e l'altra quella intesa. La cosa che colpisce di più e su cui bisogna ritornare in futuro è che mentre la realtà esteriore sembra essere una sola, spesso si pensa che la realtà interiore non sia una sola, ma ve ne debba essere una per ogni soggetto, vedremo che questo dipende da un errore che poi spiegheremo, ma per adesso basti osservare che in effetti Cartesio va in questa direzione. Vediamo chiaramente subito qual'è il problema della filosofia cartesiana, ovvero se io pongo due realtà opposte e diverse, nel senso della loro stessa natura, non farò altro che rendere impossibile il passaggio dall'una all'altra. Vediamo di studiare meglio questa posizione, noi abbiamo precedentemente detto:

S ( io )→ O ( cosa )

In Cartesio diventa:

S ( cogito )→ O ( corpo esteso )

Il problema è che in fondo quel soggetto è solo interiore e per soggetto non si potrebbe prendere il corpo, mentre il corpo è sempre qualcosa nella realtà esteriore, così allora al di là della mera relazione con gli oggetti, c'è sempre prima una relazione con il nostro corpo. Il problema diventa tra pensiero e volontà, se il pensiero possa dare l'azione, ovvero questo:

P → A
P = Pe →Po

A = Ae →Ao

( Pe →Po ) → ( Ae → Ao )

Il pensante si relaziona con il pensato e questo è il pensiero; il pensiero si relazione con l'azione, che è relazione tra agente e agito. Però ovviamente per quello che si dice dovrebbe essere vero anche questo:

( Pe →Po ) → ( Ae → Ao ) =  ( S → O1 )  → O2

Nel senso che sicuramente, il soggetto come cogito è la relazione del pensante con il pensato, mentre invece l'agente sarà il nostro primo oggetto che è il nostro corpo, il quale si relazione con l'agito che è l'oggetto che subisce l'azione, il quale sarà un secondo oggetto, ma questa relazione seconda presuppone sia il pensiero che l'azione. Se io dunque muovo una palla, io penso di muoverla, ma non per questo la muoverò, poi l'agente, la mia mano muoverà la palla e l'agito sarà proprio la palla. Dove sta il problema? vediamolo nei suoi passaggi:

P → A

P ≠ A

S ≠ O

se P ≠ A, allora ~ ( P → A )

Se il pensiero è diverso per essenza dall'azione, allora se io penso come spiego che da questo ne deriva il mio alzare il braccio o qualunque sia l'azione che voglio compiere. Cartesio dice che è la ghiandola pineale che spiega questa unione, così cambia la cosa in questo modo:

P →G →A

P ≠ A

Quello che non si capisce però è la natura di questa G, ci sono tre vie possibili:

o G = P, ma P ≠ A, dunque ~ ( G →A )

o G = A, ma P ≠ A, dunque ~ ( P → G )

o P = G = A, ma allora ~ (  P ≠ A  ), dunque P →G →A.

Nei primi due casi, ammettendo la diversità radicale tra pensiero ed azione, non si può dare il passaggio anche aggiungendo questa G, che sta per la ghiandola. L'unico modo che rimane è negare che il pensiero sia diverso dall'azione, se però così stavano le cose, allora la filosofia di Cartesio cade. Partendo da questa conclusione, voglio cominciare ad illustrare il pensiero di Spinoza. Spinoza cambia l'idea della sostanza, perché se la sostanza è qualcosa che non è ulteriormente sorretto da altro allora essa non può essere qualsiasi corpo esteso e nemmeno il cogito, che non esistono per sé, ma appunto dipendono da Dio. La sostanza dunque non può che essere Dio stesso, ma chi è Dio? Dio è la sostanza infinita e lo stesso della natura, non può essere dunque separato dalla realtà naturale, posizione che si definisce panteista. Spinoza risolve il problema precedente semplicemente tenendo una posizione non più dualista, ma monista. Ci sono molte posizioni moniste, qui però ci interessa solo la posizione di Spinoza e quelle a lui affini. Spinoza dice che Dio possiede infiniti attributi, noi ne conosciamo solo due che sono il pensiero e l'estensione, come prima un realtà interiore e una esteriore, che però diventano aspetti di una sola realtà. Questi due aspetti poi si individualizzano in delle serie e in queste serie una è quella del pensiero e l'altra quella dei corpi estesi, così che essendo che c'è una radice comune al pensiero e all'azione, così si spiega il passaggio. Allora cambiano le cose in questo modo:

 ~ (  P ≠ A  ), perché D è P, ma è anche A, P → A.

Se Dio è sia pensiero che azione, il caso sembra risolto, il problema della posizione di questo genere  sta invece in un altro caso, ovvero come possa poi il molteplice annullarsi nell'Uno. Anche perché la pretesa è che la diversità tra pensiero e azione sia solo apparente, ma che poi si rapporti ad un uguaglianza della Sostanza con se stessa. Solo che:

( D è P )  ≠ ( D = P ), altrimenti si starebbe dicendo che P = A, ma non è questo il significato di ~ (  P ≠ A  ).

Si può concludere questo primo assaggio, riprendendo quel problema che si era detto prima, ovvero il fatto che spesso l'interiore è pensato come non collettivo, il che è un errore come afferma Bergson, perché quantificabili sono solo gli oggetti nello spazio, due cose non occupano lo stesso spazio, se no non sarebbero due, allora nell'interiore non c'è quantità. L'errore deriva dal fatto che se  si dice della realtà esteriore che ve ne è una apparente e una reale, così però non si è ragionato altrettanto con l'interiore. Bergson in ogni caso parte da una posizione dualista tra materia e memoria per evolvere la sua filosofia in un dualismo, nell'evoluzione creatrice.