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sabato 21 aprile 2018

Deleuze: la ragione intuitiva VIII


 






Nei testi precedenti ho parlato di razionalità. Fino a questo momento ho presentato dei modelli di razionalità che più o meno rientrano nello schema di Kant. Ho designato la ragione strumentale come lo stadio più primitivo della razionalità. Per ragione strumentale intendo quella ragione che si interroga sulla razionalità dei mezzi soli e non dei fini. A partire dalla ragione strumentale i modelli di razionalità si fanno più complessi ed evoluti. Ci sono modelli di ragione in un cui il fine non è più un mezzo per qualcos'altro (es. ragione pratica pura di Kant), modelli in cui la ragione prima di capire quali sono i mezzi più razionali, si chiede se i fini siano razionali o meno (es. ragione oggettiva di Horkheimer), ci sono modelli in cui la ragione non riguarda giudizi a posteriori come la ragione strumentale, ma giudizi a priori (es. ragion teoretica pura di Kant) e altro ancora. Qualcosa, tuttavia, sfugge al modello di Kant e non vi può essere compreso: l'intuizione. Kant intende per intuizione il singolo dato sensibile e quando si chiede se siano possibili delle intuizioni per l'intelletto, egli afferma che è impossibile. Esiste un altro senso della parola "intuizione", che è il senso che noi attribuiamo normalmente a questa parola: avere un'idea brillate. Spesso pensiamo che l'intelligenza sia una questione di ragionamento e con questo spesso intendiamo un calcolo logico deduttivo. Tuttavia esiste un altro tipo di intelligenza: un'intelligenza intuitiva. Senza questo tipo di intelligenza non sarebbe possibile nemmeno quel calcolo logico deduttivo, in quanto l'intuizione sta alla base della congiunzione e della connessione di idee. La mia intenzione è di presentare un altro modello di razionalità basato sull'intuizione. Questo modello è stato pensato principalmente da due filosofi: Henri Bergson e Gilles Deleuze. Deleuze stesso interpreta il metodo di Bergson come metodo che segue l'intuizione.

Esistono due modelli classici sull'intuizione: la teoria razionalista dell'intuizione e la teoria empirista dell'intuizione. Quella che chiamo teoria razionalista dell'intuizione sostiene che possiamo avere un'idea nuova semplicemente sommando due o più idee della nostra mente. Supponiamo che le menti funzionino come degli insiemi. Data la mente A al tempo t1 come insieme che contiene gli elementi (idee) A e B, è sufficiente sommare A e B per ottenere C, l'idea nuova che deriva dalla somma. L'equazione A + B = C esprime la somma di due idee per ottenere una terza idea. Questo modello dice certamente qualcosa di vero, ma manca completamente il punto: dov'è l'intuizione? La somma non ci restituisce mai l'intuizione, così come nessun calcolo logico. L'intuizione è piuttosto questo: come ti è venuto in mente di fare questo: A + B = C? L'intuizione è l'idea di sommare le due idee per avere la terza idea, quindi è un'altra idea. Se prima le idee nella mente erano due, dopo non sono tre, ma quattro. L'intuizione non era un'idea già presente nella mente: veniva da fuori. In tedesco si usa il verbo "einfallen" per dire che ci è venuto in mente qualcosa. Letteralmente il verbo vuol dire "cadere dentro". Problema: da dove? Da dove viene l'intuizione? La teoria empirista dell'intuizione tenta di risponde a questo problema affermando che l'intuizione viene dall'esterno, dal mondo che è oggetto dell'esperienza. Se osservo un oggetto e noto un cambiamento in esso, o se semplicemente vedo un oggetto da un'altra prospettiva, potrei avere una brillante intuizione. I problemi di questo modello sono i seguenti: sul piano empirico gli oggetti possono rimanere identici anche se ontologicamente mutano; quando un oggetto muta, non è detto che io sia consapevole che sia mutato, potrei anche non accorgermene; nel caso cui me ne accorgessi, a quel punto devo spiegare cosa ha fatto sì che prima non ho notato il mutamento e ora sì, tenendo presente che non posso appellarmi ad altri fatti esterni, salvo rari casi. Un altro modello sull'intuizione meriterebbe di essere aggiunto: il modello platonico. È famoso l'episodio del Menone in cui Socrate interroga uno schiavo dimostrando che anche lo schiavo, pur non avendo mai seguito nessun corso di matematica, è arrivato a risolvere il teorema di Pitagora. Secondo Socrate la spiegazione dell'intuizione dello schiavo è la seguente: l'anima prima di cadere in questo mondo ha contemplato le idee nell'iperuranio e quando è caduta ha dimenticato la verità, tuttavia in quel momento ha incominciato a ricordare qualcosa. L'intuizione è un ricordo, un frammento di qualcosa di molto profondo che riemerge dall'anima. Questo modello ha troppe assunzioni indimostrabili (anima, immortalità, idee platoniche, mondo delle idee, ecc.), per questo è difficile da sostenere come tesi. Tuttavia esiste un altro modello che potrebbe sembrare diverso, ma in realtà è abbastanza simile e ha molte meno assunzioni indimostrabili. Mi riferisco al modello freudiano dell'intuizione. Alcune persone, continuando a pensare ad un problema durante il giorno, sognano la soluzione ("la notte porta consiglio"). Secondo questo modello l'intuizione dipende dal fatto che noi diventiamo coscienti di contenuti inconsci. Le idee, in questo senso, possono essere dette nuove, solo nella misura in cui ci erano oscure, ma hanno sempre abitato in noi. Questo modello ha come unica assunzione l'esistenza dell'inconscio.

Rispetto a questi tre modelli quello di Deleuze ne rappresenta un quarto molto più avanzato. I modelli precedenti sono opposti nella misura in cui alcuni cercano l'origine delle intuizioni nel mondo esterno e altri nel mondo interno. Deleuze rompe con l'opposizione esterno/interno grazie al suo concetto di Fuori. Deleuze pensa piuttosto una dimensione anonima che precede la distinzione soggetto/oggetto o interno/esterno. Deleuze con Freud coglie l'importanza dell'inconscio nel pensiero, ma pensa l'intuizione come un metodo rigoroso. Il metodo dell'intuizione in Bergson secondo Deleuze segue principalmente tre punti:

1) Portare il vero e il falso nei problemi.

2) Combattere l'illusione e trovare le differenze di natura.

3) Porre i problemi e risolverli non in funzione dello spazio, ma del tempo.

La nozione di intuizione in Deleuze si intreccia con il tema del problema. Il primo passaggio dell'intuizione consiste nel riconoscere che il vero e il falso riguardano i problemi, non meno delle soluzioni e delle risposte. Bergson spesso scrive a proposito di problemi mal posti, Bergson critica chi confonde il tempo con lo spazio, chi considera antecedente la privazione rispetto alla presenza di qualcosa, chi confonde la memoria con la percezione. È a partire da queste confusioni che nascono tutti gli errori e i problemi mal posti. Questo spiega anche il secondo punto: la guerra contro l'illusione. L'ultimo punto si riferisce alla relazione tra la durata e l'intuizione. L'intuizione è durata nella misura in cui è processo.

L'intera sezione sulla filosofia del testo Che cos'è la filosofia? di Deleuze e Guattari è dedicato al tema dello studio dei problemi e dell'origine dei concetti. La creazione dei concetti, secondo Deleuze, costituisce la pratica del filosofo. Il filosofo è l'amico del concetto. Il concetto non si scopre: si crea. È importante sapere come è avvenuto questo fatto, perché il concetto si crea in risposta ad un problema. Per capire da dove nasce un concetto bisogna essere ben consapevoli del problema che sta a monte rispetto al concetto. Un esempio di Deleuze: il concetto di Idea di Platone nasce dal problema dei pretendenti. Se vogliamo capire chi è il migliore in un dato settore, ad esempio il management, è opportuno avere un modello del manager ideale e capire quale tra le persone selezionate si avvicina di più al modello. Ogni cosa per Platone è in relazione alle idee sia perché è mimesis delle idee sia per metexis, ossia per partecipazione nell'idea. La partecipazione ha diversi gradi nelle cose, ci sono cose che partecipano di più dell'idea e altre di meno. Il concetto è definito da Deleuze come puro incorporeo, come qualcosa di virtuale che sfugge alle coordinate energetico-spazio-temporali. Il filosofo non è dedito alla chiacchiera o al dialogo, come gli uomini di senso comune che si radunano ai tavoli del bar per condividere commenti sulle proprie passioni. Il filosofo è seduto a un tavolo da gioco e lancia dadi, come faceva Eraclito davanti al tempio di Artemide. I problemi vanno costruiti e c'è un buon modo per costruire i problemi e uno cattivo. A seconda di come è stato impostato il problema, la risposta viene da sé. Il concetto si genera a partire da come il problema è stato costruito. Tutto questo deve essere visto come intuizione. Inoltre Deleuze parla di un piano di immanenza, un piano sorvolato da questi concetti come eventi. I concetti si concatenano sul piano e il piano definisce le opzioni. Ogni domanda ha le sue opzioni di risposta, le antinomie di Kant sono sempre due opzioni diverse alla stessa domanda.

Deleuze intende costruire una nuova immagine del pensiero con il concetto di intuizione. Questo progetto è già presente in Differenza e ripetizione. La Critica della ragion pura ha un difetto fondamentale: il trascendentale è stato pensato ricalcandolo sulla realtà empirica, in questo senso esso è doppio rispetto all'empirico. Kant ha pensato le condizioni di possibilità di conoscenza del mondo stesso sulla base della struttura del mondo, in questo senso il suo trascendentale rimane un doppio della realtà empirica. Che il pensiero debba semplicemente essere il doppio della realtà è esattamente ciò che critica Gilles Deleuze. L'immagine classica della verità in filosofia viene da Aristotele e Aristotele sostiene la teoria della corrispondenza. Secondo la teoria della corrispondenza un enunciato è vero se e solo se esiste un fatto che corrisponde a quell'enunciato (l'enunciato "il muro è bianco" è vero se e solo se esiste un muro che è bianco ed è esattamente il muro a cui si riferisce la frase). Questo riduce il pensiero ad una riproduzione della realtà, ad fatto di doppio, eliminando completamente l'aspetto produttivo. Deleuze, al contrario, riconosce la produzione della verità a partire dalla costruzione dei problemi. La forma di pensiero che si limita a riprodurre la realtà è il riconoscimento. Lungo la storia della filosofia il riconoscimento è l'immagine del pensiero più diffusa. È bene citare almeno tre nomi: Socrate, Cartesio e Kant. Nel Teeteto Socrate pensa il falso e il vero a partire dal misconoscimento e il riconoscimento. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teodoro!", allora dico il falso perché non l'ho riconosciuto. Penso sia Teodoro, mentre è Teeteto. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teeteto!", dico il vero perché l'ho riconosciuto. Infatti egli è effettivamente Teeteto. Cartesio, nella seconda delle Meditazioni, sostiene che se osserviamo un pezzo cera compatto con le sue qualità, poi lo sciogliamo al fuoco, saremo in grado di riconoscere che è lo stesso pezzo di cera. Da questa osservazione Cartesio intende inferire che c'è un soggetto pensante alle spalle di questo riconoscimento, ma continua a far riferimento al modello del riconoscimento come forma di pensiero. Kant nella Critica della ragion pura costruisce un modello di pensiero che chiama "giudizio determinante". Il giudizio determinante consiste nell'applicazione della regola al caso, l'applicazione del concetto all'intuizione. Il concetto secondo Kant consiste in una funzione che unifica una molteplicità di rappresentazioni. Il concetto di uomo unifica una serie di rappresentazioni di uomini, ad esempio Socrate. Il concetto senza l'intuizione (il dato sensibile) resterebbe vuoto, così come l'intuizione senza concetto sarebbe cieca. La conoscenza in Kant consiste nell'unione di queste due parti. La comunicazione tra queste due parti eterogenee è possibile solo grazie alla rappresentazione. Così la conoscenza diventa un'applicazione del concetto all'intuizione attraverso lo schema. Questa conoscenza rimane sempre una forma di riconoscimento perché consiste in questo: applicare il concetto all'esemplare e dire che l'esemplare ricade sotto quel concetto. Dire, cioè, questo è un tappeto, ossia il tappeto intuito coi sensi ricade sotto il concetto di tappeto. Il problema del riconoscimento non riguarda solo la filosofia ed è anche piuttosto attuale. Le neuroscienze, come nota lo stesso Deleuze, fanno del cervello l'organo del riconoscimento. Nelle neuroscienze si parla molto di referenziale ed inferenziale. Si parla di referenziale quando, vedendo qualcosa, sono in grado di dire cosa è a partire dalla semplice impressione dell'oggetto. L'inferenziale, invece, si basa sull'inferenza. Se ho una serie di dati, per esempio mi dico che un koala ha la pelle grigia, delle orecchie rotonde, che si arrampica sugli alberi, quando vedrò un animale, sulla base di quei dati, potrò dire se si tratta di un koala o meno. Entrambe queste funzioni condannano il pensiero ad essere riproduzione e non produzione. In una qualche misura sono proprio l'opposto dell'intuizione.

Il pensiero secondo Deleuze è un irruzione del nuovo, come un fulmine che ci colpisce in un istante. Qualcosa fa breccia nella nostra mente, un segno tutto da decifrare. Il pensiero implica le potenze dell'inconscio. Il pensiero non rinvia ad un soggetto pensante (Cogito), ma alle potenze anonime dell'inconscio stesso che precedono l'Io e lo attraversano creando un disordine nelle facoltà, tutto l'opposto dell'armonia del bello. Si tratta piuttosto del caotico sublime. Il pensiero è processo e l'intuizione funziona proprio in questo modo. 

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giovedì 9 aprile 2015

Intuizione e Anti-Logica



"Si immagini un Hegel filosoficamente barbuto, un Marx filosoficamente glabro così come si pensa ad una gioconda baffuta." (Deleuze, Differenza e ripetizione, Cortina, 2010, p.4)

“ Credere nella filosofia è segno di buona salute. Non lo è mettersi a pensare.” (Cioran)


Quando mai la filosofia è stata una questione di pensiero? il pensiero quotidiano, i nostri pensieri come le nostre opinioni sono dei circuiti, sono come dei binari, possiamo scorrere sopra, possiamo passarci mille volte, ma sapete che cosa succede a chi cammina sempre in tondo per molto tempo? prima o poi scava la sua fossa per morirci dentro. Non è una questione di presunti intelligenti, intelligenti sono i pensatori, ma la filosofia a dire il vero ha più a che vedere con l'intuizione. Io stesso non dovrei essere detto intelligente, ma semplicemente una persona che cerca di lasciare la porta aperta alle intuizioni. Una concezione di questo tipo dipende dal fatto che i pensieri, in quanto tali, sono solo ripetizioni, mentre sono le intuizioni che portano delle novità nei pensieri. Ci possiamo accorgere di questo problema se poniamo davvero la questione su da dove venga la nuova conoscenza. Il problema in origine sembra venire da una matematica di idee e di pensieri. Molto spesso questa visione è influenzata da un certo razionalismo, del resto molto di questa posizione ha del razionalismo e qui vorrei parlare anche della posizione empirista sull'argomento per vedere che cosa davvero avrebbe da dire in più. Se io possiedo un pensiero come: "i cavalli hanno quattro zampe" non ci cavo nuovo sapere a meno, per esempio, di non connetterlo con altro. Per esempio posso chiamare quel pensiero A, mentre chiamo B il pensiero che dice: "le oche hanno il becco". Questi due pensieri non mi danno nulla a meno che non li accosto, per esempio in un confronto posso dire che: " i cavalli non hanno il becco" (C) e "le oche non sono animali a quattro zampe" (D). Quando per esempio sommo due idee come A e B cosa succede? in un meccanismo di comparazione tra A e B ho ottenuto idee come C e D; quando sommo, per esempio se sommo un'idea A con una B per dare un'idea C, non faccio molto di diverso, non è pensiero: è intuizione. Nel primo meccanismo io posso pensare che: A, B ├ C, D, tuttavia se analizzo meglio mi accorgo che questa formula funziona solo se aggiungo delle intuizioni particolari. Per esempio se dico che A: "i cavalli hanno quattro zampe" può essere scritto con a1 (cavalli) è a2 (quattro zampe); se dico anche che B: "le oche hanno il becco" si può scrivere con b1 (oche) è b2 (becco), allora ne deduco che C è traducibile in a1 non è b2 e D diventa b1 non è a2.  A, B ├ C, D è una formula che presuppone che: A è confrontabile con B, a1 si confronta con b2 e b1 con a2.  Si presuppone sempre l'idea del confronto. Per esempio nel caso della somma è ancora più evidente, quando per esempio dico che: A, B ├ C. In questo caso posso pensare che il nuovo sapere si produca dalla somma tra A e B, per esempio posso dire che al tempo t1, le mie idee nella testa sono due, sono A e B. Quando le sommo penso che le idee nella testa siano tre, ovvero A, B e C, ma mi sbaglio, perché c'è sempre l'idea A+B, una quarta idea, l'idea della somma. Allo stesso modo prima non potevo dire semplicemente che mi è venuto in mente di confrontare le idee, perché cosa vuol dire: mi è venuto in mente, se non che hai avuto un'intuizione.

In questo senso l'Anti-Logica si basa sempre sul principio che il nuovo sapere quando connette semplicemente delle idee o dei pensieri implica sempre l'intuizione della connessione che non è mai veramente nella mente, ma è sempre fuori di essa. Il primo principio dell'Anti-Logica è quello del paradosso di Carroll dell'implicazione, dove si dice sempre che l'implicazione è un terzo. In quel caso si diceva che se  A, B ├ C, questo poteva esserlo solo se le premesse sono vere, ma quali premesse? A e B, ma anche AB che non è altro che D, ma D se è vero deve essere vero anche ABD, dunque E, E se è vero deve essere vero anche ABDE, quindi F e così all'infinito.

L'implicazione implica un terzo, è evidente che non basta solo dire  A, B ├ C, perché c'è sempre quell'idea di sommare A e B, ovvero A+B, questa è l'intuizione.

Con questo principio si potrebbero smontare molti pensieri logici come:

P→ Q, Q→R├ P →R

(P & Q) →R ├ P →(Q→R)

In tutti e due i casi non ci vuole molto per capire che l'implicazione implica sempre una connessione degli elementi, una somma che non può essere altro che il frutto di una intuizione, un elemento che non ha nulla di logico. Per esempio nel primo caso si pensa che data una mente X, nella quale al tempo t1 ci siano due pensieri come: P→ Q, Q→R, se questa persona decide di connettere le due idee per ottenere P →R, per avere dunque alla fine tre pensieri al tempo t2, ciò è un errore, perché i pensieri alla fine sono quattro e il logico dimentica sempre l'intuizione, essa è: (P→ Q) + (Q→R). Del resto si potrebbe pensare che P→ Q non presupponga già nessuna intuizione, in realtà anche in quel caso c'è sempre un'altra intuizione, per esempio se supponiamo che una mente al tempo t1 abbia le idee P e Q, non basta dire che il soggetto ha connesso con l'implicazione le due idee per dare: P→ Q, bisogna sempre introdurre un'intuizione che in questo caso è: l'idea che P implichi Q, difficile da esprimere in una formula, si potrebbe dire che se: P, Q ├  P→ Q, l'intuizione è: esiste una relazione tra P e Q, tale che se P, allora Q.

Visto che è evidente che non si può derivare nuova conoscenza dal solo soggetto, un'alternativa la offre l'empirismo, come soluzione dell'origine del nuovo sapere. Ci sono due tipi di empirismo: uno è quello classico, l'altro è quello trascendentale di Deleuze. L'empirismo classico pensa che la conoscenza venga dal mondo sensibile. Si possono fare degli esperimenti per provare a vedere se questa idea sia vera, per esempio se io osservo uno stesso oggetto che non muta o almeno di cui non colgo dei mutamenti, non posso certo riceverne nuovo sapere. Dunque il nuovo sapere presuppone sempre la modificazione dell'oggetto, ma perché l'oggetto si modifica? può capitare che si modifica perché sono io a modificarlo, ma in quel caso sono io che prima che cambi l'oggetto ho acquisito nuovo sapere. Per esempio se faccio un esperimento e mi accorgo che questo fallisce, se capisco posso modificare l'esperimento, solo che tutto questo presuppone sempre l'intuizione mia da soggetto che non viene da fuori. L'unico caso che rimane è quello in cui l'oggetto cambi in modo del tutto involontario, oppure per opera di altri. Ogni volta che noto i cambiamenti di un oggetto, in realtà, non faccio altro che aprire la mia coscienza all'oggetto, divento cosciente che l'oggetto è mutato. Se le cose stanno così vuol dire che ogni volta che guardo le cose da prospettive diverse, oppure semplicemente mi accorgo che sono mutate, tutto questo presuppone una presa di coscienza, dunque un cambiamento in me, come presupposto. In questo senso l'empirista avrebbe ragione solo se per esempio sbattendo la testa contro qualcosa avessi un'intuizione accorgendomi di una modificazione, dunque non sarebbe solo un cambiamento involontario, ma presuppone anche la mia incoscienza, come quando è caduta la mela in testa a Newton: quello è l'unico caso di intuizione che si possa accettare dell'empirismo, ma era poi vera la storia o l'ha inventata Voltaire?. C'è un secondo empirismo che invece pensa l'origine dell'intuizione non a partire dal mondo sensibile, ma a partire da un mondo-materia senza fondo, un regno dove sta il segno ed è questo che provoca in noi l'intuizione, la differenza in sé, non l'Identico del mondo quotidiano. Io sono convinto che le intuizioni provengano da un interiore puro, dunque un mondo interiore più profondo della nostra semplice individualità, solo che questa realtà comprende anche l'esterno. Contro Deleuze, possiamo dire che possiamo avere delle intuizioni anche tenendo gli occhi chiusi, per esempio facendo meditazione, ma questo va contro ogni tipo di empirismo. L'intuizione dovrebbe avvenire proprio quando il pensiero normale è sospeso e la mente viene svuotata. Io ho molte più intuizioni quando faccio meditazione, confesso, che quando osservo la realtà.

C'è una bella storia di Neil Gaiman in Sandman, in cui si parla di uno scrittore che ha rapito una musa e ne abusa sessualmente per avere idee per i suoi libri, per diventare uno scrittore di successo. Di fatto lo diventa, ma Sandman tornato per liberare la musa dai suoi anni di agonia decide di punire lo scrittore dandogli semplicemente quello che ha sempre desiderato: avere tante idee. Lo scrittore avrà talmente tante idee e intuizioni nella testa, senza limite che tuonano in lui, talmente tante che non riesce a scriverne una che subito comincia l'altra, troppe idee insieme che comincia a scriverle sui muri con il sangue sino ad impazzire e a chiedere pietà a Sandman. Quando questa gli sarà concessa, sarà comunque tornato lo scrittore fallito di una volta.

Ci si potrebbe chiedere cosa sia successo al personaggio della storia, ma noi ne conosciamo uno reale, uno che ha vissuto tutto questo. Che cosa è successo a Nietzsche? ecco la vera domanda! era troppo genio, troppo intelligente, aveva superato ogni limite, stava delirando intuizioni, aveva fatto di se stesso una porta sull'infinito e tutto il flusso di intuizioni scorreva fuori e urlava nella sua testa. Non mi credete? leggete questo passaggio che citano Deleuze e Guattari in Che cos'è la filosofia? su Jaspers: " Il filosofo presenta talvolta un'amnesia che fa di lui quasi un malato: Nietzsche, dice Jaspers, «correggeva egli stesso le sue idee per crearne di nuove senza però confessarlo esplicitamente; nei suoi stati di alterazione dimenticava le conclusioni a cui era precedentemente arrivato»" (Deleuze, Guattari, Che cos'è la filosofia?, Einaudi, p.12)

Nietzsche aveva un flusso di idee impressionante, alle volte le dimenticava, forse non faceva nemmeno in tempo a scriverle che ne aveva già un'altra, è come il personaggio di Gaiman. Il flusso di Nietzsche era fuori controllo, ma se esistesse un modo per controllarlo e se potessimo scoprire come accedervi, quante cose potremmo scoprire?.

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