Cerca nel blog

Choose your language:

Visualizzazione post con etichetta la società della stanchezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la società della stanchezza. Mostra tutti i post

domenica 17 aprile 2016

Byung-Chul Han, La società della stanchezza: il libro del XXI secolo












"Così inteso, il rapporto tra Prometeo e l'aquila è una relazione con il sé, un rapporto di auto-sfruttamento. Il dolore al fegato, di suo incapace di dolore, è la stanchezza. Prometeo viene colto così, come soggetto di auto-sfruttamento, da una stanchezza senza fine. Egli è l'archetipo della società della stanchezza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.5)

La società della stanchezza è un dei libri di più successo del filosofo Byung-Chul Han. Un piccolo libro, ma non privo di numerosi spunti di riflessione. Questo libro segnerà d'ora in poi il nostro secolo e il nostro pensiero filosofico. Chi non lo legge si perderà un segno del futuro del pensiero. Il suo successo è spiegato dal suo contenuto e il suo contenuto sarà giudicato dall'avvenire, ma già il presente parla per lui. Questo libro parla di oggi  ed estende i suoi segni verso il futuro. Byung-Chul Han è sicuramente uno dei filosofi più interessanti in Germania oggi.



Dividerei il commento al libro in due parti in due parti: una prima parte in cui Han descrive la società della stanchezza e le sue conseguenze; una seconda parte dal capitolo "La noia profonda" dove comincia un discorso sulla contemplazione, sul non-fare Zen e su una nuova religione della stanchezza che rimanda ad una possibile soluzione spirituale del nostro tempo. Questo libro è straordinario perché, riportando tutto sul piano dell'individuo, comprende perfettamente che il vero piano della battaglia  si situa nell'individuo stesso. Se noi cambiamo, le cose cambiano fuori per riflesso (prospettiva spirituale). Han critica spesso le idee di rivoluzione a partire dalle masse, dalla moltitudine, ma questo perché ora tutto il problema si gioca sul singolo e nella sua interiorità. Finché il problema era la negatività del potere, tutto poteva trasformarsi in una lotta contro un potere repressivo. In quel momento il problema poteva dirsi anche esterno, ma ora che il problema è la positività, tutto viene riportato ad una servitù del soggetto in sé. Nella mia lettura di Han un certo ruolo deve averlo anche il desiderio. Ossia il problema è come il soggetto arrivi a desiderare questa stanchezza cronica, sia fisica, ma soprattutto mentale. A questo punto il problema diventa: cosa fare con la stanchezza? ma il problema va rivolto a noi stessi che scegliamo uno stile di vita che porta alla stanchezza. Una volta che il capitalismo ha fatto del lavoratore un imprenditore di sé, lo sfruttamento e la stanchezza si sono spostati da un imperativo del capitalista a un motivo che viene dall'individuo stesso.

1° parte:

Autosfruttamento è un termine che deve diventare sempre più famigliare. ll pensiero problemtizzante di Byung-Chul Han è rivolto agli individui. Tornare dalle masse agli individui, ad un problema molto interno come quello che ho appena nominato. Eppure l'auto-sfruttamento racchiude il dilemma del soggetto e della soggettività. Infatti esso, invece di rivelare un'assenza di soggetto, mostra un io isolato, un'infiammazione dell'io, un io stanco. La stanchezza dell'io produce ansia e depressione nel soggetto. Quindi mina alla produttività dell'individuo, solamente che questa società non può accettare l'idea del riposo e del fermarsi, perché altrimenti anche l'economia si fermerebbe, con conseguenti disastri. L'idea che noi siamo i carnefici di noi stessi fa pensare da un lato ad una nostra impotenza e dall'altro ad un eccesso di potenza. È interamente sul potere che si gioca l'auto-sfruttamento. L'ambiguità di questo mondo: siamo liberi servi del sistema o piuttosto è il sistema ci fa credere nostre scelte quelle che non lo sono? L'auto-sfruttamento è un fenomeno che pone il soggetto contro se stesso, ma sembra generato anche da un io eccedente, dato che noi siamo sia il carnefice che la vittima. Già questo punto pone un problema di individualità: se dovessimo pensarci come dei soggetti, come dovremmo pensarci? Se il discorso di Han è sempre quello della codificazione e dell'identificazione, la sfida di oggi deve essere: cosa c'è al di là dell'Ego? se la molteplicità desiderante pre-individuale non è più un soggetto da rivoluzione, ma quello stesso  sciame di "mi piace" di Facebook, come possiamo avere dei soggetti che non siano semplicemente delle identificazioni del potere e nello stesso tempo possano essere altrettanto originali e rappresentare un Sé? La trappola di cui parla spesso Han è il narcisismo. Questo narcisismo rapporto l'io solamente a se stesso e non ad un Altro. L'assenza dell'Altro diventa oggetto frustrazione perché elimina l'alterità a favore dell'inferno dell'uguale.


La domanda che dobbiamo porci oggi: cosa rimane dello sfruttamento dopo le critiche alla teoria del valore-lavoro di Marx? Marx parlava di sfruttamento nell'ottica di una teoria scientifica economica secondo la quale il valore di un dato prodotto dipende dalla quantità di lavoro in esso contenuto. Questo lavoro è definito con il nome di lavoro astratto. Una certa merce definita come forza-lavoro si scambia con un salario. Il problema di Marx è la generazione del salario e del profitto dal valore e dal plusvalore. Si è detto che la teoria di Marx è completamente astratta, si è sbandierato il fallimento di Marx nel tradurre i valori nei prezzi e tuttavia si continua a parlare di sfruttamento. Lo sfruttamento per Marx si fondava sull'idea che solo il lavoro crea valore, perciò anche il plusvalore è prodotto dallo stesso lavoratore. Questo plusvalore non viene pagato al lavoratore, esso consiste in un pluslavoro non pagato: questo è lo sfruttamento per Marx. Oggi tutto è molto più complesso: non c'è più rapporto diretto tra lavoratore e capitalista, in mezzo ci sono tanti intermediari come ad esempio i manager che guadagnano molto di più degli ultimi dipendenti dell'impresa; il soggetto può campare sempre più facilmente di lavori autonomi: persone che vivono di ripetizioni, altri che lavorano su internet, altri ancora usando programmi come Uber sostituiscono i taxisti e così via; i lavoratori sono concepiti come "imprenditori di sé", questa formula serve per portali dalla parte degli imprenditori e tentare di eliminare la lotta di classe. Byung-Chul Han quando parla di auto-sfruttamento ha in mente una società dove il lavoro è totalizzato, come se l'intera vita diventasse lavoro. Egli ha in mente una precisa società della prestazione e dell'attività continua. Studiare questa società, le sue patologie e i suoi sintomi significa studiare una nuova micro-politica. I soggetti di questa società soffrono prevalentemente di problemi psichici: disturbo borderline di personalità, sindrome di burnot, malattie derivate da iperattività. Molti di questi disturbi dipendono da stanchezza mentale, sono malattie che si diffondono in ambito lavorativo e costruiscono un soggetto depresso e debole. Questo elemento ci deve far riflettere: per Han lo sfruttamento si estende anche oltre i neuroni, fino ad arrivare all'anima. In questo momento in cui le tecniche di dominio hanno per oggetto anche la psiche, l'era della psicopolitica, dobbiamo forse riconsiderare certe nostre convinzioni riduzioniste che tendono a pensare il controllo del potere come solamente sui corpi? Una volta che dovessero assoggettare non solo materialmente l'uomo, ma anche l'uomo sul piano della psiche, come potremmo liberarci da questa nuova servitù? Il discorso di Han è che sono superate le tecniche di lavaggio del cervello: tutto avviene ora con il consenso dell'individuo. Tutti questi fenomeni di controllo di oggi da internet, al problema dei dati sembrano ancora rimandare al nostro consenso, non devono nemmeno usare la forza che le persone si danno al potere amorevolmente. Il problema non dovrebbe essere il desiderio? Han lo pone nei termini di volontà, ma se per esempio si usa un concetto di volontà come quello di Schopenhauer esso sembra coincidere o essere in perfetta conciliazione con il conatus di Spinoza, ossia col desiderio. Che ottica dobbiamo tenere? Han in Psicopolitica considerava tre forme di libertà: libertà come liberazione, libertà come autodeterminazione, libertà nella società come libertà olistica: sono libero se lo sono anche gli altri. È il secondo il concetto di libertà che ci riguarda, ma proprio questo concetto è quello su cui si basa la società dell'autosfruttamento e della stanchezza. Qui libertà e costrizione si confondono. Tutto appare come se ci muovessimo da noi stessi, che poi è la stessa considerazione che fa Frédéric Lordon quando parla del problema della "servitù volontaria" nel capitalismo attuale, cioè che tutto sembra come se il lavoratore scegliesse liberamente lo sfruttamento, cioè qualcosa di non desiderabile. Lordon ha una prospettiva molto più deleuziana, per questo ha in mente il desiderio, ma quando Han cita: "protect me from what I want" in Psicopolitica, la volontà non è il desiderio?


La scommessa di Han: il mondo vecchio caratterizzato da negatività, immunologia, il problema dell'altro, sta un po' alla volta scomparendo o è già scomparso del tutto, per lasciar spazio ad un nuovo mondo caratterizzato da pura positività. Il problema della positività è derivato dall'assenza di ostacoli. Non è più possibile l'opposizione. Sembra che ci sia consenso ovunque. Tutto sembra avvenire con il massimo consenso del soggetto, finché si porta una persona a desiderare determinate cose, così tutto avviene con il "mi piace" di Facebook o con altri mezzi che rimandano sempre alla volontà del soggetto. La positività diventa eccesso di sovrapproduzione, eccesso di prestazione e comunicazione. L'eccesso di prestazione è eccesso di capitalismo, quindi senza la teoria del valore-lavoro, sembra che basti già questo ad Han per provare lo sfruttamento, dopo tutto lo sfruttamento non viene da eccessi? È questo il bello dello scritto di Byung-Chul Han: la prova dello sfruttamenteo di Marx poggia su una teoria economica che ha come assunzione l'idea che solo il lavoratore crei valore; la prova dello sfruttamento di Han poggia su dati statistici sull'aumento delle malattie relative al lavoro e sull'aumento della stanchezza. Il vecchio potere avrebbe usato la violenza, la paura per controllare gli individui, cioè si sarebbe posto nella prospettiva del costringere. Questo permetteva alle persone ancora di dire: no! Tutto ciò oggi scompare completamente e tutto avviene con un potere permissivo. Così sembra che siamo noi che vogliamo questo. In un certo senso è così, ma il discorso di Han si muove nell'ottica della volontà del soggetto come qualcosa che sembra potersi ritorcere contro di lui e forse il problema in questo senso è il desiderio. La violenza è immanente al sistema, dice il coreano. Questo significa che non è più nemmeno un problema di a-simmetria del potere, ma si tratta di quello che Deleuze definirebbe come molecolare. Facciamo due calcoli: siamo noi che compriamo la tecnologia, compriamo i cellulari, i computer e i tablet, ma in questo mondo si potrebbe vivere davvero senza? come potremmo comunicare con persone lontane altrimenti? allora noi compriamo questi apparecchi, poi ci vincoliamo a questo mondo di sciami informatici, commentatori di post, catene infinite di messaggi su What's up e così via; dobbiamo poi aggiungere che ogni cosa che facciamo su internet lascia delle tracce, rendiamo pubblico tutto quello che scriviamo, raccontiamo la nostra vita su Facebook o altro, e tutti questi dati finiscono in data base, ma tutto avviene apparentemente con il nostro consenso senza nessuna resistenza. Questo è solo un esempio e il problema sembra rimandare semplicemente all'individuo, le masse non contano più nulla per Han perché sono quello stesso sciame di internet che commenta i post, che pubblica continuamente, ma non è un insieme di individui con un obbiettivo costruttivo. La questione riguarda la Leistunggesellschaft: la società della prestazione, il soggetto iperattivo e iperproduttivo. Sfruttamento: eccesso di capitalismo = eccesso di produttività? chi è però il possessore di questa eccedenza? in cosa consiste materialmente parlando? L'auto-sfruttamento avviene seguendo un modello esistenzialista: la questione dell'uomo come progetto che si concretizza nella sua carriera, iniziativa e motivazione. Un certo modello di libertà sembra fare da sfondo a tutto questo: un'idea di un uomo capace di autodeterminarsi nel senso di scegliere da sé. Di questa libertà si dovrebbe piuttosto discutere. Bisogna vedere fino a che punto si pone il problema della "servitù volontaria" in Byung-Chul Han. Di certo in Han la questione è posta a partire da una certa concezione del "potere" come "è possibile", "si può fare", "yes, we can". Questa costituzione del soggetto pone la possibilità dell'aumento della sua produttività. L'uomo deve essere disposto a tutto per il suo lavoro perché questo è il settore dove realizza la sua esistenza in un'ottica neoliberale. Vita e lavoro si confondono. Marx non parlava d'altro che di un lavoratore che lavorava per vivere e viveva per lavorare. Lavoro, tempo e vita, anche se non siamo più ai tempi di Marx, continuano ad avere una qualche forma di identità. Si dovrebbero studiare le relazioni tra il tempo e il capitalismo, come il capitalista più che impossessarsi di semplice forza lavoro, dispone del tempo delle persone. Leggete cosa dice Han sull'autosfruttamento e il tempo:

"In conseguenza di una generale frenesia e iperattività disimpariamo anche la collera. Essa ha una specifica temporalità, non conciliabile con la generale accelerazione e iperattività. Quest'ultima non ammette alcuna ampiezza temporale. Il futuro si contrae in un presente allungato." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.50)

La temporalità dell'Uguale è la temporalità del soggetto di prestazione, cioè il luogo dove tutto rimane identico. Cita molto Nietzsche Han, ma sull'eterno ritorno sembra più con Benjamin e il suo concetto di noia. La crisi ci lascia senza speranze per un futuro, o lo vediamo nero nel senso di negativo o ci sembra un grande vuoto. È questo il futuro che si contrae nel presente allungato? una situazione che rimane sempre uguale, un sistema che non cambia mai anche se sembra mutare sempre perché c'è l'innovazione, ma l'innovazione è ritorno nell'Uguale. Si pensi al discorso sulla moda di Benjamin, questa è forse l'immagine dell'eterno ritorno che ha Han.

"Il soggetto da prestazione è più veloce e più produttivo del soggetto di obbedienza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.24)

Lo stesso Frédéric Lordon nota come il capitalismo comprenda l'efficienza maggiore del lavoratore che agisce da sé. Egli afferma che questa potrebbe essere una via di fuga verso il comunismo perché rappresenta un punto di rottura possibile del capitalismo. In questo contesto ciò non ha senso, perché il problema è l'auto-sfruttamento, come se il lavoratore non obbedisse più a nessuno e agisse in piena libertà quando lavora 12 ore al giorno, quando deve rendere al meglio nelle vendite, quando cerca di auto-regolare il proprio carattere perché corrisponda a quello desiderato dal padrone capitalista.

" (...) la sindrome di burnot esprime non il sé esaurito, ma l'animo esaurito, sfinito." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.25)

"In realtà, causa di malattia non è l'eccesso di responsabilità e di iniziativa, bensì l'imperativo della prestazione quale nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.25-26)

La questione viene posta nei termini di una coincidenza tra libertà e costrizione. Il soggetto di prestazione è carnefice e vittima, in guerra con sé stesso. La psicoanalisi non ha mai superato l'orizzonte dell'Io-coscienza, potremmo scommettere sul fatto che il prossimo passo che dovremmo fare è proprio superare quell'orizzonte? 




2° parte:

Han contrappone due modelli di attenzione: il multitasking e la contemplazione in senso filosofico. Multitasking indica un'attenzione dispersa e superficiale. Noi pensiamo che questa sia l'evoluzione dell'uomo nell'era della tecnica, ma in realtà tutto ciò fa già parte di una certa attenzione animale. L'animale che mangia il cibo, ma deve difenderlo dagli altri nemici, deve proteggere i cuccioli e la compagna. Noi nella savana del traffico cittadino stiamo guidando, parliamo al telefono, della musica si sente provenire da altre auto in parte offuscata dai clacson, dobbiamo tenere gli occhi aperti per guardare chi abbiamo davanti, dobbiamo badare a chi ci sta dietro. La tecnologia ci impone un'attenzione dispersa: ciattiamo su Facebbok, ascoltiamo della musica, aspettiamo una chiamata di qualcuno, ci arrivano dei commenti e dobbiamo tenere più comunicazioni simultanee. Quanto possiamo sopportare tutto ciò? questo è il problema: ad un certo punto, data l'iperattività, il soggetto collassa. I disturbi psicosomatici, la stanchezza mentale, i sintomi di depressione sono in aumento.

La cosa più interessante di tutto questo è che Han contrappone a questo modello di attenzione quello della contemplazione. La contemplazione è l'attenzione profonda su qualcosa, quindi il concentrarsi completamente su un certo oggetto. Byung-Chul Han ha in mente Cezanne, il pittore che dichiara di essere in grado di vedere gli stessi odori. Egli tuttavia discute il caso Hannah Arendt, la questione dell'attività, il fatto che, paradossalmente, proprio in un'attività contemplativa come il pensiero, la Arendt trovi l'ultima possibilità di essere attivo per l'uomo. Come non citare la bella immagine della Arendt di questo Socrate perso nella contemplazione dell'idea che rimane a lungo immobile e gli allievi che lo guardano con meraviglia. Se all'inizio di tutto questo testo ho parlato di spiritualità riferito al problema dell'attenzione di Han, l'ho fatto perché esiste un'idea spirituale che si muove nella stessa direzione, basti pensare ad un maestro come Gurdjieff. Finché noi ci facciamo distrarre dalle cose del mondo, non siamo veramente attenti e la nostra attenzione si perde nel molteplice delle apparenze. Quando ci concentriamo sull'attimo presente la nostra attenzione si espande. Si pensi a quel: "tutto è contemplazione" di Plotino. E se fosse solo questo magari potrebbe non sembrare giustificato l'approccio spirituale nella lettura di Han, ma poi si legge:

"La negatività del non-fare (nicht-zu) è anche un tratto essenziale della contemplazione. Nella meditazione zen, per esempio, si tenta di raggiungere la pura negatività del non-fare, ossia il vuoto, liberandosi da qualcosa che incombe e che s'impone. Si tratta di una pratica estremamente attiva, tutt'altro che passiva." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.54)

Qui possiamo vedere questo modello come contrapposto all'iperattività, alla totalizzazione del lavoro, come un riscoprire il vuoto, riscoprire la non azione che Han stesso definisce come essenzialmente attiva. Certo questo arricchisce il discorso sulla libertà perché nello zen pare che l'obbiettivo è di lasciar scorrere le cose e accettare gli eventi. Oltre a tutto questo la contemplazione dovrebbe darci un'immagine del pensiero completamente diversa da quella del pensiero quotidiano. Pensate per esempio al caso Artaud e Ravière: da un lato un pensiero che non si stanca mai, sempre attivo, come il pensiero normale delle persone, dall'altro c'è questo pensiero onirico schizofrenico che allo stesso modo è senza controllo. Artaud è incapace di tenere fisso un pensiero, è quindi incapace di contemplare? Nemmeno l'uomo normale in realtà tiene davvero tanto fissi i pensieri, i quali subito scorrono l'uno dopo l'alto, ma la capacità di fissità del pensiero è la base della riflessione e del ragionamento. Lo Zen, come altre filosofie orientali nelle meditazioni, porta l'uomo a contemplare il proprio pensiero in maniera distaccata, senza identificarsi con esso e senza giudicarlo. Un sistema molto simile è descritto da Freud nel suo libro sull'interpretazione dei sogni. Tutto questo si riferisce ad un pensiero normale. Invece, la riflessione, come viene spiegata in una certa tradizione che parte da Bergson e arriva a Deleuze, nasce dall'intuizione: irruzione del nuovo. Un nuovo modello di pensiero va rappresentato, la filosofia ha pensato una ragione formale, che alle volte è stata detta pura in contrapposizione ad una ragione empirica passibile di quelli che potremmo definire pensieri positivi, negativi e così via. La logica ha molto a che vedere con il formalismo della ragione. Credo che la filosofia possa scommettere ancora su questo, ma qui ci si chiede se non sia richiesto un nuovo modello di pensiero oltre quello ordinario.

Siamo arrivati al capitolo sul caso Batleby di Han. Byung-Chul Han contrappone il personaggio Nippers del film Turkey a Bartleby. Mentre il primo è il perfetto soggetto da società della prestazione, il secondo lo è da società disciplinare. Di Nippers Han dice:

"Mentre lavora, digrigna i denti e sibila continue imprecazioni." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.56)

Han invece critica l'interpretazione di Agamben di Bartleby. Mentre Agamben descrive Bartleby come soggetto del poter-fare, della potenzialità della scrittura che però lascia sempre il foglio bianco, Han afferma che Bartleby è piuttosto intento nell'arte di copiare, rappresenta un nulla, lo sforzo della vita che porta alla morte.



Qualcosa deve essersi perso Han, per esempio, se si legge un certo Laurent de Sutter, egli sottolinea un certo lato Zen dell'espressione famosa di Bartleby: "preferirei di no", in quanto rappresenta un certo non-volontarismo. Tuttavia questa lettura è fondata su quella di Agamben del soggetto Bartleby come soggetto dell'evento puro e della possibilità di possibilità. Ovviamente questa lettura rimanda a sua volta a Deleuze.

Non è chiaro se questo libro presenti questa prospettiva spirituale come qualcosa che ci siamo persi o come una soluzione possibile. Il libro si conclude con l'immagine di una nuova stanchezza possibile. Immagine ripresa da una certa concezione di Handke, una stanchezza più giusta, quella della non azione, del non fare. Mentre oggi la vita sempre dopata e ci sono persone che dicono che senza certe sostanze non saprebbero come andare avanti, un'altra prospettiva appare all'orizzonte:

"Handke abbozza una religione immanente della stanchezza. La "stanchezza fondamentale" annulla l'isolamento egologico e fonda una comunità che non ha bisogno di parentele. In essa si risveglia un particolare ritmo che conduce a un'armonia, a una prossimità, a una vicinanza priva d'ogni vincolo famigliare, funzionale. "Un certo stanco, quale secondo Orfeo: attorno a lui si radunano le bestie più feroci e finalmente possono condividere la stanchezza. La stanchezza dà il ritmo ai singoli sparsi. Quella "accolita pentecostale", che s'ispira al non-fare, si contrappone alla società dell'azione. Handke la rappresenta come "completamente stanca". È una società degli stanchi in senso peculiare. Se "accolita pentecostale" fosse un sinonimo della società del futuro, la società che si sta approssimando potrebbe anche esser detta società della stanchezza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.74)

Questa forma di religione della stanchezza è una cura per la stanchezza che passa attraverso una forma del tutto diversa di stanchezza da quella contemporanea. In questa religione della stanchezza viene dato un giusto peso al riposo. La questione è il riposo, la non-azione, la meditazione e la contemplazione come riposo dall'iperattività mentale. Se il problema dello sfruttamento in Marx letto attraverso la teoria del valore-lavoro era un problema di distribuzione, anche qui il punto è la distribuzione della stanchezza. L'unico modo per risolvere i problemi: dividerli in parti uguali e distribuirli a tutti in parti uguali. Questo vale per il denaro, per il lavoro e per la fatica. Questa potrebbe costituire una cura e una soluzione alla stanchezza attuale.


È stato girato anche un documentario su questo libro, questo è il trailer:








Il libro si è fatto film, il film si farà storia.

Altri post correlati:

Dai libri di Byung-Chul Han: Nello sciame

Dai libri di Byung-Chul Han: psicopolitica 

Angst: Byung-Chul Han rilegge Heidegger

Dai libri di Byung-Chul Han: La società della trasparenza