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domenica 4 ottobre 2015

Lezione IV: Ricomprendere le strutture come codici. Variare la teoria del codice come essenza: la biologia dei mostri






Il DNA è il nostro codice genetico, ha una doppia articolazione, una doppia elica, esso è costituito da nucleotidi (nel dettaglio da: adenina, guanina, citosina e timina). Le informazioni del DNA sono trascritte enzimaticamente, un filamento di DNA viene ricopiato in un corrispondente filamento di RNA nel fenomeno di trascrizione. Un mRNA messaggero si fa portatore delle informazioni necessarie per la sintesi delle proteine, queste hanno funzioni vitali per le cellule. La schizoanalisi spiega questo fenomeno dicendo che una parte di un codice viene copiata, delle informazioni sono trasportate, c'è un processo di decodificazione ed in seguito tutto si surcodifica nelle proteine. Il codice ha sempre un margine di decodificazione come ci insegna la schizoanalisi, potrebbe questa visione darci un'altra possibilità di concepire i codici?. In questo caso dovremmo prima ricomprendere cosa intendevamo per teoria del codice, cosa avevamo in mente come prima teoria del codice e poi capire come pensare qualcosa di diverso a partire dalle considerazioni della schizoanalisi sulla biologia. In passato ho inteso come codice semplicemente un linguaggio di parti che si concatenano e formano delle strutture generali delle cose, considerando queste strutture come le essenze delle cose. In questa vecchia teoria ogni cosa ha una originalità e una sua individualizzazione soltanto in elementi di coda. Ad esempio due codici potevano deviare l'uno dall'altro per elementi di "coda" come ora: ABCD e ABCF, dove "D" e "F" sono elementi di coda che creano delle divergenze (per esempio i biologi cinesi sono convinti che la tigre siberiana sia bianca per via semplicemente della variazione di un gene, un elemento di coda). Il problema della nostra teoria del codice poteva essere l'interlivellarità delle strutture in quanto queste avrebbero fatto parte di diversi stati come gli Stessi di più stati. In seguito ho pensato che una struttura poteva semplicemente essere una radice e avere poi delle ramificazioni, ad esempio se ci  immaginiamo l'Uno come primo elemento del codice, tutti gli elementi avrebbero avuto l'elemento "U" all'origine. In seguito la materia essendo uno degli stati dell'essere e precisamente il primo, il più basso, essa diventa elemento del codice come "M". "M" non è interlivellare, semplicemente è la radice di un codice. Questa teoria porta ad un modello ramificatore che giunge alla conclusione che il corpo di Paolo differisce da quello degli altri solo per degli ultimi elementi del codice: la sua coda. Perché il cane si morde la coda? non c'è nessuna ramificazione, per questo. Se non vogliamo cadere nell'idea che le cose sono se stesse più sono brutte, o che solo piccoli dettagli fasulli possono davvero darci la persona, mentre il resto non sono che codici generici, insomma se non vogliamo creare una teoria del codice che confonda sempre l'universale con l'individuale e nello stesso tempo non crediamo nell'interlivellarità delle strutture perché questo porterebbe ad un dualismo, in questo momento non ci rimane che la rizomatica. Che cos'è un rizoma? è una struttura particolare come insieme di eterogeneità che si connettono, ma che non sono già connesse e che possono connettersi e riconnettersi continuamente, nomadicamente perché dopo tutto si tratta in primo luogo di molteplicità. La schizoanalisi pensa che gli elementi di una data specie sono di quella specie perché sono portatori di un codice, ma questo "codice" non va inteso in senso platonico, perché questi elementi portano il codice in quanto fanno parte di una banda o muta. Nell'ontologia della biologia ci sono almeno due posizioni sulla domanda: che cos'è una specie? la prima è platonica e definisce la specie secondo il proprio DNA, concependo questo come fosse un'essenza, il problema di questa teoria sta nel fatto che non si riesce ad identificare una sequenza particolare per cogliere le specie e poi nel fatto che le specie sono in evoluzione, per cui il codice cambia; un'altra posizione, molto più vicina alla schizoanalisi è quella della specie come "arcipelago", secondo questa teoria un membro appartiene ad una specie come un'isola al suo arcipelago. Nella rizomatica un elemento è membro di un branco se attecchisce un certo codice e come membro del branco ora appartiene alla specie. Un gruppo o una molteplicità si identifica con i portatori di un certo codice e quello che sembra vero è che in questa teoria non necessariamente si deve pensare il codice come struttura, o è semplicemente un possibile o altrimenti se tutti gli elementi di un gruppo muoiono immagino che non abbia più senso parlare di quel codice. La schizoanalisi in ambito biologico si ispira alle teorie di Goeffroy Saint-Hilaire, un biologo che si può dire con Deleuze che anticipa la genetica. Geoffroy  sostiene che se un determinato elemento di una specie perde le caratteristiche essenziali di quella specie e ne acquisisce quelle di un'altra, quell'animale è ora un mostro. L'idea di Goeffroy è che esiste un isomorfismo tra le varie specie, che le specie differiscano per differenziali di ossa. Ad esempio studiando gli scheletri degli animali Goeffroy pensava che semplicemente "piegando" delle parti si potesse passare da una specie all'altra, ad esempio valutava la possibilità di trasformare un elefante in una medusa. Goeffroy è perfettamente consapevole che comunque c'è un fenomeno di fissazione temporale nelle specie per cui una specie si ferma nella sua evoluzione e si fissa ad un certo punto, il collo, le zampe e così via. Però è già un fatto che noi siamo uno strano esperimento di genetica, noi che veniamo dalle scimmie. Deleuze afferma che le nostre mani non sono altro che "zampe deterritorializzate" o "piegate", così come si potrebbe pensare come piegamento o deterritorializzazione il fenomeno della schiena eretta dell'homo erectus rispetto all'homo habilis ancora ricurvo. Oltretutto se si racconta che la vita viene dall'acqua come non pensare che delle specie d'acqua, pesci o altro, siano diventate specie terrestri o forse anche uccelli, cioè allora perché non pensare che almeno all'inverso una medusa possa diventare un elefante?. Nel linguaggio della schizoanalisi un elemento quando cambia di specie passa da una molteplicità all'altra, prima deve trovare un animale limite facendo quasi un patto con il diavolo potrà passare all'altra specie solo se l'altro codice attecchisce. Il pensiero di Deleuze è chiaramente il pensiero dell'univocità, l'univocità afferma che l'essere si dice in un solo modo, questo essere che si dice in un solo modo, ovvero l'Uno, in questo caso non sarebbe altro che un solo Animale astratto che passa da specie a specie. Questo Uno è l'Essere che si fa voce, non è che l'essere è uno solo, perché in verità vi sono solo molteplicità di animali, un solo flusso molteplice di animali in evoluzione. Molto probabilmente il pensiero di Deleuze è quello di Bergson dell'evoluzione creatrice in cui il filosofo parla di una sola coscienza universale che si evolve e si manifesta in molteplici specie continue e diverse un po' come fuochi di artificio che compaiono nel cielo e scompaiono nelle tenebre della notte. Ovviamente in tutto questo non ci interessa affatto il problema della biologia, ma semplicemente un nuovo modo di concepire i codici che non sembra rimandare a nessun universale, i codici in questo caso sembrano dei possibili differenzianti che appaiono simili, ma in realtà non condividono veramente qualcosa come una struttura universale comune. Qui si aprono due possibilità: l'idea di identità attuali del tutto apparenti che rimandano a differenzianti complessi in origine, tali che una volta scomparso il reale non vi è nessun ideale che sopravvive perché non si danno senza base materiale; altrimenti potremmo immaginare infiniti possibili differenzianti con reti di somiglianze in cui l'Uno si sperimenta sempre in modo diverso attualizzando sempre nuove forme e nuove creature all'infinito. 

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domenica 14 dicembre 2014

Lezione XIX: La filosofia dell'Uno su problemi di origine e di senso






Questa è l'ultima lezione, perché del resto ho affrontato i problemi delle domande principali, che mi ponevo fin dall'inizio, sono passato per dei problemi più parcellizzati e qui sono passato per la questione della conoscenza, almeno per vedere nello specifico come si configurasse la stessa struttura che stava in grande, in piccolo. Quindi sono partito dal fatto che la filosofia qui viene studiata in quanto si pone le tre domande fondamentali: chi siamo? da dove veniamo? verso dove andiamo?, per cercare di capire come non si sia arrivati ancora ad una risposta e cosa sia successo nel mentre. Ho detto che quello che è successo nelle ultime filosofie è che si è messo in discussione le basi che si nascondevano dietro queste domande, ovvero si mette in discussione che vi debba essere un io con certe caratteristiche, che ci debba per forza essere un'origine e che le cose abbiano un senso, quindi un fine e perciò che relamente noi stiamo dirigendoci verso qualcosa. Nello specifico ho affrontato il problema della conoscenza mostrando che quelle domande fondamentali si possono trovare formalmente anche in un problema più piccolo e che nel caso della conoscenza sono: che cos'è la conocenza? da dove viene, quali sono le sue fonti? verso dove va, ha uno scopo? Su tutto questo mi sono soffermato per tempo, poi ho deciso di tornare al problema fondamentale delle tre domande, ogni volta dicevo quello che è stato detto da un certo punto di vista, poi come questo sia stato superato, per alla fine parlare di alcune posizioni della filosofia dell'Uno. In questo caso, appunto, voglio dire cosa ha da dire la filosofia dell'Uno sul problema dell'origine e del senso, ovvero sulle domande: da dove veniamo e verso dove andiamo. In sostanza come avevo fatto notare nelle prime lezioni, in realtà uno come Plotino ci avrebbe detto che tutte e tre le domande fondamentali avrebbero avuto la stessa risposta: l'Uno, noi siamo l'Uno, veniamo dall'Uno e il nostro scopo è tornarci. Su ciò dico che è tutto vero, ma l'Uno è il più alto grado di noi stessi come radice ultima, è luogo da cui le cose sono emanate e nello stesso tempo può essere un fine quando lo si riferisce all'evoluzione, ma solo nel senso del proprio realizzarsi nell'Uno. Immaginiamo le cose in questo modo: un Tutto si può concepire nel senso del suo autoconcepirsi come Tutto in se stesso, qui si pone da sé, in seguito il Tutto si concepirà come insieme di parti, qui il Tutto è la base per le parti e non il contrario; dopo sarà questo Tutto a pensarsi come se le parti formassero il Tutto, così che la cosa si ribalta, perché non è il Tutto insieme di parti, ma le parti che insieme danno il Tutto. Queste sono le prime tappe fondamentali, l'emanazione concepisce queste prime tappe ad ogni suo livello, ma se le cose finissero così non si spiegherebbe nessun dualismo, così si deve pensare che ogni cosa possa concepirsi al tempo stesso come unità ed oblio, dove queste due sono parti di una sola, ma quando questo va perduto sembrano due cose completamente diverse e sono anche ordine e caos e tanto altro. Passando alle parti il Tutto alla fine si perde illusoriamente e le parti che conquistano sempre più coscienza individuale si pensano come delle totalità loro stesse e così via. In questo caso si comprende che vi è solo un'anima, questa anima si è concepita come in sé, poi deve essersi pensata come insieme di anime, le anime si saranno successivamente pensate come anime che formano l'anima unica ed infine avranno conquistato la loro totalità. Il processo si basa su differenze che sono poi solo castelli di carta e sotto, tutto rimane ancora connesso. Invece parliamo del fine, esso esiste se lo pensiamo come evoluzione, nel senso che noi conquistiamo coscienza per ritornare realizzati nell'Uno, ma una qualsiasi anima potrebbe muoversi contro l'evoluzione, non guadagnandoci nulla, rimanando bloccata in un cerchio ripetitivo, che è quello che noi definiamo come "inferno", quando diciamo la nostra vita è un'inferno, ma è anche una catena che sta per i vari legami karmatici. Non c'è dunque un senso, perché l'unica cosa che facciamo qui è il gioco della vita, il gioco non ha mai un senso, perché è il giocare che non ha mai qualche fine, è sempre libero da qualsiasi obbiettivo. Il nostro gioco che poi vediamo riprodotto in varie reincarnazioni, anzi l'incarnansi volontario è un scegliere di entrare nel gioco, ha una serie di caratteristiche:


1 non prevede un vincitore necessario e nemmeno che qualcuno perda, potrebbero benissimo perdere tutti o vincere tutti.

2 la vita è un continuo scopire le regole del gioco, non si sanno prima di giocare e scoprire le regole è esercizio di saggezza.

3 possiamo subire gli eventi e non scegliere nulla, questo livello lo chiamo: livello del dado, oppure possiamo giocare come giocatori attivi, questo è il: livello della carta. Le carte sono azioni.

4 le carte che abbiamo in mano cambiano completamente ogni volta che cambiamo la nostra situazione di gioco. Non sle sappiamo tutte, dobbiamo goni volta scoprirle.

5 non c'è un solo modo di vincere il gioco, nel senso ognuno realizza la propria vita e quindi vince a seconda dei suoi obbiettivi o sogni, oppure a seconda del realizzarsi di un modello di vita.

6 siamo nel mondo come segnalini (Ego), siamo però Io, qualcosa di più, come giocatori siamo indipendenti potenzialmente dal gioco.

7 ci sono molte strategie, una delle migliori è quella dello stratega, quella del piano. Un piano razionale prevede gli errori, apre molte varianti e cerca di calcolare in anticipo gestendo secuenze di carte giocate.

Queste sono le risposte ai due punti, infatti qui finisce l'ultima delle lezioni, lezioni che avevano da un lato lo scopo di mostrare un mio modo di vedere la storia della filosofia. Spero il mio esperimento e la mia forma siano funzionati. 

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sabato 13 dicembre 2014

Lezione XVIII: pro e contro sull'origine e sul senso








Qui devono essere affrontate le ultime due domande: da dove veniamo? e verso dove andiamo?. È abbastanza interessante il fatto che forse si può riassumere queste due domande e quella prima ovvero: chi sono?, con una domanda che è: perché siamo qui?. Questa domanda non chiede semplicemente del fine, ma anche dell'origine ovviamente e poi può persino andare a sfiorare la questione su chi siamo. Molti nel passato forse non si ponevano la domanda, ovvero i greci per esempio non si chiedevano come fosse stato creato l'universo, non era un problema, per loro l'universo poteva benissimo essere esistito da sempre e poi sulla nascita dell'uomo e molte altre cose c'erano i miti. I filosofi sono nati perché in parte comunque non si accontentavano del mito, i primissimi filosofi greci non ci hanno detto molto su questo problema che ci stiamo ponendo adesso, più avanti si dirà di più, ma qui cercherò di riassumere un po' di filoni che ci possono interessare. Si parla ad esempio di reincarnazione, di anime che si incarnano e sono qui prigioniere di clicli di incarnazioni e si devono liberare da questi. In questo si può pensare che l'anima sia caduta da un mondo ideale oppure dall'Uno/Tutto, questo evento non ha un senso di per sé, si configura come qualcosa che non avrebbe dovuto succedere, ma dato che è successo si deve ritornare almeno per riparare all'errore, per esempio riconquistare una conoscenza perduta, ricordare questa caduta, per poi risalire al mondo ideale o all'Uno, si parla ovviamente di motivi platonici. Nel caso dello stoicismo e dell'epicureismo le cose stanno in modo diverso, nel primo dei due l'eterno ritorno è la natura e la natura è razionalità, vivere in modo virtuoso vuol dire vivere in accordo alla natura, opporsi alla natura non permette di evitare la sua legge, ma crea solo dolore, la vita in accordo alla natura è invece una vita nella pace, le cose sono così, si muore, si diviene, nulla è eterno, c'è la sofferenza, accettiamolo perché non vogliamo altro e saremo forti come rocce, saggi e in pace; nel secondo caso l'epicureismo ci dice che le cose sono fatte di atomi, che questi si aggregano e si disgregano formando nuovi oggetti, poi ci siamo noi che in quanto vivi siamo dotati di anima, ma l'anima anche quella è fatta di atomi, solo più sottili, nella vita dobbiamo cercare il piacere, appagare i bisogni del corpo, eliminare ogni paura, come quella della morte, del perdere le cose e altro ancora. In entrambe le teorie non c'è un senso ben preciso, è difficile dire perché le cose siano come sono, perché siamo qui, nella teoria stoica si parla di una provvidenza divina, ma non è chiaro il perché del cerchio, perché tutto si deve ripetere e non ha un fine vero la provvidenza divina. I cristiani hanno davvero cambiato le cose, perché anche nelle teorie platoniche per esempio non ha un senso la caduta, come non ha senso nessun errore, può avere solo un senso il fine del ritorno. I cristiani parlano di creazione dell'universo, ci spiegano che siamo stati creati da Dio, che siamo immagine e somiglianza di lui, quindi ci parlano del nostro io, sulla sua costituzione e ci dicono che lo scopo al di là di andare in paradiso, in generale è la vittoria del bene sul male, il trionfo della giustizia sul peccato. Dio è la cuasa finale, l'originale, il creatore, colui che da il fine al tempo, la provvidenza sua. Ecco perché siamo. Tra l'altro questo ha molto influenzato filosofie successive fino ad Hegel, anche in Hegel il punto è che alla fine la storia si deve realizzare lo Stato più giusto e la società più giusta, eliminando denitivamente il male. In seguito le cose cambiano, tra l'altro persino in Marx rimane una certa struttura provvidenziale, anche se non c'è di mezzo né Dio e tanto meno il cristianesimo, in Kierkegaard per esempio non ci sono certezze solo scelte di fede, questo è un primo passaggio verso la fine del senso, poi si arriva a Nietzsche e il suo concetto ateo di eterno ritorno dove ogni cosa avviene senza progresso e senza un fine. Con la fine della metafisica, il problema del perché siamo qui in realtà scompare dalla filosofia. Voglio qui presentare alcune posizioni sostenibili sulla prima domanda e sulla seconda, proporre anche delle controposizioni per comprendere meglio le cose. La prima domanda era: da dove veniamo? possiamo pensare un'origine spirituale o una biologica, nel primo caso immagino che ci siano due risposte possibili, ovvero o veniamo da un paradiso perduto, un mondo ideale, oppure vediamo dall'Uno/Tutto, nei due casi possiamo immaginarci la nostra caduta da queste due realtà come incarnazione dell'anima, oppure dovremmo pensare un Dio che abbia forgiato la nostra anima e il nostro corpo. Nel caso della biologia penseremo che noi dipendiamo da una serie di casi chimici, devono essere nati dei composti particolari, la cui evoluzione siamo noi stessi, per esempio si dice che la vita sia un composto del carbonio. Ad ogni modo le prime posizioni si basano sull'esistenza di qualcosa che non ha ancora trovato una dimostrazione, le altre si basano su qualcosa che potrebbero essere definiti miracoli, nel senso letterale del termine, in quanto si tratta di una catena di colpi di fortuna chimici che avrebbero poi reso possibile la vita. Contro l'idea di una origine ci si può cheidere se essa sia davvero indispensabile, ogni serie causale può essere pensata come infinita, l'universo avrebbe potuto esistere da sempre, anche se noi magari no, ma nulla ci dice che non so per esempio le nostre anime prima stavano in altri corpo, magari a formare un vecchio popolo ormai scomparso su Venere (in cui tra l'altro alcuni studiosi ammettono che in passato ci fosse vita). La necessità di un'origine la sente l'uomo con il pensiero cristiano, in realtà niente lascia presuppore un'origine, la teoria del Big Bang lascia molti buchi. Il senso, il fine o viene pensato come un punto futuro da raggiungere in cui ogni presente viene sacrificato per il grande traguardo, oppure il fine sta in ogni presente, si realizza ogni volta in ogni momento, perché il senso in questo caso sta nella crescita e nell'evoluzione delle cose. Nel primo caso di senso si può parlare contro di esso, dicendo che non ha senso sacrificare il presente per un futuro, anche perché quale certezza si ha su questo futuro? e niente può giustificare un genocidio fatto nel presente per giustificare un mondo migliore nel futuro, ciò che poi si legge nei Karamazov. La realizzazione del senso futuro, è la realizzazione di un non senso, come la realizzazione della storia implica la fine della storia. L'altro senso diventa insensato quando qualcuno non fosse d'accordo con l'evolversi delle cose, per esempio non ne condividesse il contenuto, perché l'evoluzione può essere in positivo o in negativo, oltretutto l'evoluzione delle cose se non è un progresso, ma magari è solo un accadere delle cose, allora può essere che le cose ritornino come prima senza giungere realmente a nulla, in questo caso il non senso è evidente, ma la cosa migliore che possiamo fare è volere davvero le cose come accadono.


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domenica 7 dicembre 2014

Lezione XVII: identità singolari, soluzione al problema dell'io.






In questa lezione voglio parlare della mia personale soluzione al problema dell'io, quindi voglio parlare delle identità singolari. Per farlo voglio cominciare da dove è cominciata davvero la teoria, ovvero dalla teoria delle identià nell'ontologia. In ontologia ci sono varie teorie sull'identità, non posso stare a parlare di tutto ciò che è stato detto su questo campo, ma posso solo fare menzione di qualche posizione che è tenuta in questo ambito. Per esempio c'è chi si chiede se l'identità sia qualcosa che vada riportata solo alle relazioni spaziali, quindi a qualcosa che sta nello spazio, perciò per esempio si parla dell'estensione e delle sue qualità che possono essere forma, peso e colori. Ci sono altri pensatori che credono che nelle identità intervengano cose che sono definite con il nome di parti temporali, questi pensatori, tra cui Quine, si definiscono quadridimensionalisti, perché pensano che tutte le cose, come noi stessi partecipino di quattro dimensioni, dunque vuol dire che la dimensione del tempo non può essere distinta dalle altre dello spazio. In questo caso Quine per esempio ci spiega che un fiume può essere diverso da un giorno all'altro semplicemente perché cambiano le sue parti temporali. Ci sono persone come Hume e Roderick Chisholm che pensano che le identità sono puramente convenzionali, per esempio il fatto che si pensi di indossare la stessa giacca che si ha indossato ieri, in realtà, è convenzione, del resto non c'è nulla che rimane perfettamente uguale, perché tutto muta giorno per giorno. In questo senso ci sono problemi di questo tipo in filosofia, per esempio se prendo una statua di marmo, abbiamo a che fare con due oggetti? che cos'è la stuatua? in cosa differisce dal marmo? se sono due oggetti diversi, come possono occupare lo stesso spazio? per esempio la statua è un'opera d'arte ma il marmo no. Se non sapete cosa fare una sera vi posso proporre il seguente problema: prendete un bicchiere di vetro e chiedevi cosa sia davvero, ci sono due oggetti: il vetro e il bicchiere? se sì, come fanno ad occupare lo stesso spazio? se ce ne fosse uno solo? per esempio ci fosse solo il vetro e il bicchiere fosse solo la sua forma conferitagli? quale forma deve avere il vetro per essere bicchiere? centra con la sua funzionalità?, come si distingue un bicchiere da una caraffa? è solo questione di dimensioni? oppure c'è solo il bicchiere? che fine fa il bicchiere se cade per terra? quando si parla di bicchiere rotto cosa si intende? che il bicchiere non c'è più? che fine ha fatto? oppure come fanno i frammenti del vetro a costituire un bicchiere rotto?. È un rompicapo, un bel rompicapo, da passarci una sera intera e molto più. Tornando alla mia teoria, devo ammettere che si ispira ad un passo di uno scritto di Chisholm, il cui scritto si intitola L'identità attraverso il tempo, di cui cito:

"Si consideri la storia di un tavolo piuttosto semplice. Esso vede la luce il lunedì, quando un certo oggetto A è unito a un certo altro oggetto B. Il martedì A viene staccato da B e C viene unito a B, prestando attenzione a far sì che durante l'intero processo si possa sempre individuare un tavolo. Il mercoledì B viene staccato da C e D unito a C, avendo nuovamente cura che durante tutto il processo sia sempre possibile individuare un tavolo. Supponiamo che ci siano altre separazioni o unioni.

Lunedì AB

Martedì BC

Mercoledì CD" (Varzi, Achille (a cura di), Metafisica, Laterza, Bari, 2008, pp.146-147)

Questo è un esempio da cui parte, su cui rifletterà a lungo, ma il succo è che per Chisholm le identità, da come ho inteso, sono convezionali. Io invece questo esempio l'ho letto in un modo diverso e adesso vi dico che l'identità di quel tavolo è questa:

AB-BC-CD

Così è fatta un'indentità singolare, se ci chiediamo come sono le cose nel presente diremo che per esempio il tavolo ha le parti CD, se oggi per finzione fosse Mercoledì, ma l'identità del tavolo, anche se il tavolo cambia, rimane la stessa, perché questa è data dalla catena con le altre parti del passato. È ovvio che niente cambia completamente di colpo, quindi qualcosa rimane uguale, questo qualcosa si collega quasi fosse una formula chimica con il passato, in questo modo si crea una catena, per esempio il tavolo non ha cambiato la parte B da lunedì a martedì, questo è un mezzo di collegamento ed è per quello che si scrive in quel modo nella formula del'identità singolare. Per esempio è sbagliato scrivere così:

AB-CB

Perché evidentemente non è B che si collega con C, ma sempre con il suo simile, che è sempre B. Questa formula è molto interessante perchè spiega come una cosa possa cambiare del tutto e nello stesso tempo rimanere se stessa, del resto il tavolo lunedì era AB, mercoledì è invece CD, le parti sono cambiate completamente, ma il tavolo è lo stesso è ciò lo si può spiegare solo se si guarda il tavolo dal punto di vista delle sue evoluzioni e si ricollega tutto come una grande catena. In questo modo si può risolvere il problema dei carri di Socrate, il quale diceva, se prendiamo due carri, uno di Socrate e l'altro di Platone, mettiamo di sostituire un pezzo alla volta i pezzi di un carro con quelli dell'altro, fino a quando tutti i pezzi non sono scambiati, qual'è alla fine il carro di Socrate e quale quello di Platone. Supponendo che il carro di Socrate sia: ABCD, quello di Platone sia: EFGH, allora si daranno le seguenti identità singolari:

ABCD-DEBC-CDEF-FDEG-GEFH (carro Socrate)

EFGH-HAFG-GHAB-BHAC-CABD (carro Platone)

Ora vediamo invece come si può applicare l'identità singolare all'io, tenendo presente che io in realtà parlo di io, non come qualcosa che ha davvero un contenuto, ma l'identità singolare è solo le esperienze molteplici di ego dell'io, perché l'io in realtà rimane sempre potenzialmente indeterminarto, ma nella vita fa esperienza di essere una certa cosa determinata con un certo carattere, ma può sempre trasformarsi in qualcosa di diverso, cambiare completamente rimanendo se stesso per quella famosa catena. Prendiamo questo esempio:

  D - D
A B C – C E – E K- K G H

Come vedete nell'immagine quando ci sono più legami si può scrivere mettendo verticalmente gli altri legami. Comunque immaginiamo che A sia pigro, B egocentrico, C masochista e D pignolo, ecco che abbiamo un carattere di una persona. Questo carattere come vediamo si evolve, la persona cambia nella vita, rimane per esempio pignola e masochista, ma E diventa mettiamo pacifista. In un fase successiva diventa anche K solidale, per poi smettere di essere pacifista, rimanere solidale e diventare G altruista, H un sentimentale. È vero in realtà questa personalità forse presenta delle contraddizioni, ma è solo un esempio di come possa darsi un'identità singolare di un io. Con questo non si deve pensare per forza l'io come originario, perché non è il primo della catena l'io, ma la catena. L'io è in sé se si vuole dire così, l'esistenza precede l'essenza solo perché in effetti l'io prima di tutto esiste poi può sciogliere il suo carattere distaccandosi da esso quindi diventare altro e cambiare del tutto come nell'esempio di prima. Il carattere è come una statua se noi ci distacchiamo da esso, semttendo di dire sono X, perchè così facendo se vogliamo cambiare non cambieremo mai, non può una persona pigra, che dice di essere pigra, smettere di esserlo, produrrebbe la contraddizione di diventare ciò che non è, quindi prima dovrà smetterla di identificarsi con la persona pigra, aprirsi alla possibilità di essere qualcosa d'altro. Le parti delle identità singolari non vanno mai prese come universali, anzi sono sempre individuali, anche una cosa come la pigrizia si individualizza nei soggetti sempre in modi diversi. Ad ogni modo qui si comprende perché sia vero quello che diceva Locke, perché la memoria è molto importante sia per l'io che per l'identità degli oggetti, perché tutta la catena è possibile ricostruirla solo se si ha memoria oppure la si deve recuperare. Nelle prossime lezioni si dovrà affrontare i problemi: da dove vengo? e verso dove vado?. 


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sabato 6 dicembre 2014

Lezione XVI: la caduta dell'io come originario





L'io aveva una serie di caratteristiche, da un lato l'essere originario di qualcosa, come per esempio i pensieri, quasi ne fosse la cuasa finale, poi era unità, un in sé ed infine aveva questa essenza che era fissa, pensabile ancora prima della sua esistenza. Ora a piccoli passi spiegherò come la filosofia ha distrutto tutto questo. Per quanto riguarda la questione dell'originario, possiamo fare riferimento a filosofi come Husserl e William James, in entrami i casi si parla di vissuti, che possono essere dei pensieri, sono parte di un flusso grande di coscienza, ma possono essere anche eventi, di fatto non ha nessun originario, non c'è l'io che sta all'origine di tutto ciò, ma se mai l'io deve corrispondere ad un pezzo o un ritaglio dei vissuti. Quando accediamo al mondo interiore, perdiamo la quantità, di questo se era già accorto Bergson, che diceva che due cose sono due solo perché occupano due spazi diversi, ciò significa che la quantità è collegata allo spazio e se si suppone che lo spazio non esista nell'interiore, allora non si deve poter dare una quantità all'interno di noi, dunque accediamo sempre ad un interiore che non è mai semplicemente mio o tuo. Partendo da questa prospettiva James parla di stream of consciousness, Husserl parla di Erlebnis, il vissuto e il flusso di coscienza non hanno mai un carattere individuale, se mai vogliamo trovare noi stessi dovremo sempre ritagliare da questo flusso e ciò vale anche per Bergson. Dal punto di vista di Husserl quello che dice Cartesio che poi è un pensare il Cogito come originario di pensieri e rappresentazioni, è falso, perché niente ci dice che si debba ammettere una cuasa finale, il pensarsi pensante è un pensiero, questo non ha nessun privilegio rispetto agli altri pensieri ma si inserisce nel flusso come gli altri e poi l'esperienza della cera di Cartesio rileva non che vi è un Cogito ma il fatto di un vissuto della cera che si trasforma. Il secondo punto che era fondamentale per l'io, è l'unità, questa secondo Nietzsche è caduta, noi in effetti ci troviamo in una realtà dove a parte quello che troviamo scritto sulla carta di identità, siamo molteplici, non siamo più noi stessi, finiamo per essere quello che ci giudicano gli altri, quelle persone che fanno parte di certi gruppi, che pero sono politici, forse anche calcistici, amiamo una certa musica, ma in questo non troviamo un'identità più complessa di noi stessi di cui questi sono rami, ma semplicemente ci smembriamo, siamo divisi. Spesso la società ci propone idee contraddittorie e alimenta la nostra divisione, per ci dice con il doppio pensiero: che la guerra è pace, che la servitù è libertà, noi ci troviamo quindi ad essere spaccati se vogliamo aderire a queste idee. Tutta la politica se divide la società in gruppi e li mette l'uno contro l'altro per amministrarli meglio, così poi sembra fare nell'individuo che si trova nelle sue lotte interne di pensieri contraddittori. Siamo in un mondo infinitamente interpretabile secondo Nietzsche, è un fatto che così come possiamo interpretare all'infinito le cose allo stesso modo possiamo interpretare all'infinito noi stessi. Adesso viene il problema dell'in sé, l'io non è più in sé, il primo a pensarlo è Kant, salvo poi rifondare l'io come in sé nella sua opera sulla morale, ma prima di ciò Kant parlava di io penso, che è io fenomeno e secondo le mie teorie, che ho spiegato lezioni precedenti, l'io alla fine è sempre per un evento che è quello della conoscenza. Sulla base dell'evento della conoscenza Kant ha costruito un io che è tale perché si possa dare la conoscenza. Sulla scia della perdita dell'in sé vanno messi concetti come quello di io incrinato di Deleuze e quello di Cogito fallito di Ricoeur. L'ultimo punto invece è la questione dell'esistenzialismo di Sartre, perché qui si pensa che l'esistenza preceda l'essenza, in questo senso, la questione dell'io è diversa, perché non è più che cosa sono, ma se mai cosa posso essere prendendo atto del fatto che esisto. Tutto queste posizioni alla fine hanno fatto cadere la domanda: chi sono? del resto basta mettere in discussione l'io per farlo. 

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