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sabato 9 aprile 2016

Lezione VII: Il problema del divenire e la sua logica











L'ultima lezione era finita con il discorso sul divenire, per esempio ci si chiedeva che ruolo avesse la permanenza della cosa nel divenire. La cosa è intesa in questo senso come espressione di struttura e questo suo permanere è un brillare nel grande vuoto. Il reale non è altro che questo, quando per reale si intende l'attuale ci si riferisce immediatamente alla cosa come espressione di struttura. Infatti avevo detto che il divenire apre tutto il possibile, esso non è altro che il possibile aperto e da questo ne consegue che il permanere come il brillare della cosa come singolo nel cielo stellato avvolto dal nero non-essere della determinatezza degli altri possibili come puri potenziali si oppone al divenire stesso. Scusiamo Spinoza del fatto che abbia dato un'immagine delle cose secondo totale necessità causale e abbia detto questo immanenza, questo poteva andare data un'immagine meccanicista della scienza che non conosceva ancora l'improbabilità della fisica quantistica, cioè non conosceva le cose che come sotto la luce della determinazione dell'attualità e non tutto il virtuale dei probabili che stanno dietro a tutto ciò. È la fisica quantistica che ci da una nuova immagine del divenire, il paradosso del gatto di Schrödinger è un paradosso in primo luogo del divenire, dato che è logico che il divenire funzioni per paradossi. Ci è utile pensare come uno spinozista alla Deleuze che ha concepito il divenire come pura virtualità, come lancio puro senza risultati che però purtroppo misconosceva il problema vero del possibile. Si dovrebbe, qui metto solo un appunto veloce, leggere la Logica del senso come un libro della fisica quantistica. Se il divenire è possibile aperto, il reale come attuale è semplicemente un risultato del divenire, ma non c'è risultato mai nel divenire se si prende il divenire in sé. La filosofia è sempre partita dalle cose, un errore che si trascina dietro, poi ad un certo punto ha cominciato a dare valore al divenire e al tempo sull'essere, quindi si sono succeduti filosofi come Nietzshce, Heidegger, fino al problema del post-modernismo e Deleuze. Il problema della permanenza va intenso come il brillare della cosa, attimo che subito scopare, ma è ciò che affiora nel rovesciato rapporto tra possibile e l'attuale, l'al di qua che noi vediamo e diciamo che le cose mutano, diciamo che le cose mutano presupponendo le cose e non parlando mai del mutamento stesso che ci sembra impossibile senza le cose. Per esempio secondo il divenire si possono dare più percorsi delle trasformazioni di un oggetto, anzi il divenire stesso tiene aperto davvero tutto il possibile. Quindi dato un oggetto A questo può seguire dei mutamenti nelle parti della sua identità singolare, quindi fare catena, cioè scrivere su di sé, in molte forme quanti sono i suoi probabili. Quando si parla del divenire puro si intende parlare di tutto il possibile, cioè appunto del lancio senza risultato, ma poiché si danno degli attuali come risultati del divenire considerando le cose nei passaggi vari di trasformazione, se si parte delle cose e si dovesse dire come un oggetto può mutare, non ci sarà un solo mutamento possibile, ma una serie di probabili e una serie di improbabili. Il problema di determinare l'evento successivo dato un evento particolare anche conoscendo davvero tutti i fenomeni non si da nella forma in cui è stato posto il problema, anzi direi che non esiste se si considerano le cose come pura potenzialità. È ovvio che le cose come determinate non tendono verso una trasformazione, ma tendono verso il loro ritorno. Certamente la cosa è molto più problematica, soprattutto se si considera che esiste una differenza tra l'uomo e le mere cose, tra un cambiamento di un carattere, l'evoluzione di una coscienza e il semplice mutamento di un corpo. Allora il primo problema di questa lezione deve essere quello del divenire e della permanenza delle cose. Esiste un carattere permanente degli oggetti perché gli oggetti hanno una resistenza, in primo luogo l'oggetto conosce una resistenza quando si contrappone al soggetto, tuttavia andrebbe indagato se la resistenza dovesse corrispondere solamente a questo o se invece vi sia qualcosa di molto di più. In effetti se poniamo un soggetto possiamo contrapporre ad esso un oggetto, ma questo è il punto di vista del soggetto che conosce l'oggetto come altro. L'idealismo e filosofie di questo genere hanno superato la prospettiva in questo senso, si tratta semplicemente di riconoscere la funzione del pensiero in questo oggetto, riconoscere le cose come mediate. Ogni volta che l'uomo supera la resistenza dell'oggetto in questo senso allora abbatte la cosa per ritrovare di nuovo se stesso. La filosofia quindi è per essenza qualcosa di meglio del puro realismo, anzi essere realisti vuol dire arrendersi alle cose. Il realista argomenta sempre della resistenza degli oggetti e dice: tutte le mattine mi sveglio e la mia stanza è in un certo modo, sono sul letto, ho un sveglia sul comodino e così via. Finché questa realtà rimane in questo modo tutto sembra solido anche nel tempo, ma poi tutto muta e gli oggetti si corrodono fino a rompersi. Se dicessimo che le cose scompaiono ci riderebbero in faccia come se si trattasse di uno stupido trucchetto alla Harry Potter, ma noi che cosa possiamo dire delle cose che non ci sono più? se dovessimo provare a qualcuno che c'erano e che non ce le siamo sognate, come dovremmo fare?. Si può però ancora dire che le cose debbano essere viste alla rovescia nel senso che non c'è l'oggetto che diventa nulla, ma ci sono due nulla e tra questi l'oggetto, dire che le cose sono perché prima non erano e poi non saranno, ma appunto fare leva sul fatto che non ci saranno più per dire al contrario che sono state reali. Questa strada è troppo effimera, le domande che prima ho posto la fanno già crollare e si deve aggiungere che il fatto che una cosa brilli per un po' può parlare di realtà nel momento stesso solo in cui era attuale e poi ciò non si può più fare. Allora il problema qui è il brillare per un po' delle cose, espressione di struttura che emerge nella realtà oceanica come cosa individuale, capire questo fenomeno del divenire e non come presupposto. Capire questo significa capire il tempo, il tempo tende ad abbattere questo fenomeno nella trasformazione. Se pensassimo che le cose hanno un tempo in cui rimangono uguali e un tempo in cui mutano, allora dovremmo pensare che vi sono due tempi o che il tempo differisca dal divenire. Se vogliamo metterla così si può dire che la prima legge del divenire consiste nel fatto che nessuna cosa rimane mai uguale, quindi non c'è mai davvero una permanenza delle cose nel senso della durata dell'Uguale della cosa. Si può dire parimenti che la cosa comunque finché non cessa davvero muta solo di attributi o di qualità in qualche modo permane. È però una falsa illusione perché non c'è in verità nessuna unità trascendente delle cose, c'è identità delle cose solo per catena, come prescrive un'identità singolare delle cose. La permanenza è una falsa eternità, esiste davvero, ma non nel senso delle cose che rimangono uguali, bensì nel ritorno di tutte le cose. Nietzsche parlava di eterno ritorno, ma non doveva intendere l'eternità, bensì la perpetuità degli enti e così che si potesse intendere la permanenza delle cose nel senso del ritorno di esse. Il primo modello del tempo identifica il passato con il futuro, per esso sono la stessa cosa, quindi di necessità le cose devono ritornare. Questo fatto lo si vede decisamente dal problema dell'eterno ritorno che come tempo circolare non definisce mai due direzioni che non siano simultanee, cioè dice sempre che ciò che è stato sarà e ciò che sarà è già stato. È il produttivo di leggere le cose in due direzioni e leggere in un doppio senso le direzioni: il futuro è passato, il passato è futuro. Aiôn fa parte del discorso di Deleuze, lo descrive come tempo dalla direzione simultanea, qualcosa è nello stesso tempo già stato e sarà, ma la cosa va intesa sempre nell'ottica di una sintesi disgiuntiva inclusiva, per usare la sua terminologia e quindi: futuro e passato ma dello stesso perché l'evento è uno solo ed univoco. Un primo modello del tempo dovremmo derivarlo in questo preciso modo:

- il presente come singolo è il carattere della permanenza dell'oggetto come tale, il suo Uguale.

- se il presente è una parte del tempo, esso dovrebbe essere un momento in cui il tempo si arresta, quindi il tempo dovrebbe differire dal divenire e avere dei momenti in cui le cose non si trasformano.

- il tempo non differisce assolutamente dal divenire a meno che il tempo sono si sdoppi, ma il tempo non può darsi che come unico, non nel senso che c'è un solo tempo, ma nel senso che strutturalmente il tempo è una cosa sola, altrimenti per ogni tempo che si da dovrebbe sdoppiarsi. Con questo intendo dire che il tempo in senso fisico-matematico è solo funzione di qualche schema che garantisce una certa comprensione delle cose, ma non è mai il tempo in sé perché ciascuno deve avere il suo tempo.

- allora il presente non rientra nel tempo, ma il passato e il futuro senza il presente non si possono più realmente distinguere, per questo motivo si daranno assieme come la stessa cosa.

La situazione come momento in cui i tempi si incrociano per dare un divenire unico di tutti i corpi e gli spiriti non si da mai se si seguono dai punti di vista dispiegati delle espressioni. Si dovrebbe dire che una sola è l'eternità una volta per tutte, ma i tempi delle cose sono le loro durate. La perpetuità delle espressioni garantisce una permanenza come ritorno, ma altro non esiste che questo e non si conosce momento in cui le cose cessino di mutare davvero. Torneranno a brillare come un tempo! questo si deve dire piuttosto: passato = futuro. Certo il presente esiste davvero, ma solo nella prospettiva dell'eternità, certo non è vero che tutto è determinato, già scritto, anche perché se no perché dire che il divenire tiene aperto il possibile, ma tutto questo solo nella prospettiva dell'eternità. A dire il vero si potrebbe dire che non c'è altro che eternità, ma una si dice invero perpetuità ed è il ritorno delle cose. L'altra eternità è immobile ma non tiene fissa una cosa, tutto il possibile tiene fisso. Il problema è che le due cose si incrociano continuamente, per questo diciamo anche che adesso è presente poi sarà futuro e prima era passato, ma solo nel senso in cui un po' di eternità può inserirsi nella durata, questo fenomeno si chiama: libertà, beati i pochi che la conoscono!. Ho fatto tutta questa carrellata sul tempo, ma forse non era nemmeno il caso, quello che conta è che riprenderò tutti questi argomenti in lezioni future, ora ci dobbiamo avvicinare a determinare le tre leggi di Eraclito del divenire. Scusatemi se le letture dei filosofi sono un po' troppo personali, ma dovrete abituarvi a questo stile se volete seguire questo testo e prendere tutto come se in fondo si trattasse di vedere quel filosofo nell'ottica del formarsi di questo pensiero che qui espongo e in questo senso tutto diventa come particolaristico, fino a ridursi alla prospettiva, cioè al vedere le cose con gli occhiali blu. Quindi le tre leggi di Eraclito sono queste:

1 la legge della guerra o del conflitto

2 la legge del divenire altro o della trasformazione delle cose

3 la legge dell'amore o dell'unità degli opposti

In quest'ottica si legge tutto il divenire:

la prima legge dice che ogni cosa per emergere deve emergere sull'altra, quindi le cose cominciano ad essere negando le altre e in un conflitto con queste. Ad esempio ogni respiro deve vincere una resistenza, il giorno deve emergere sulla notte, ogni espressione di struttura deve scansare le altre per diventare la protagonista del momento. Tutto questo implica un conflitto originario perché qualcosa si possa poi affermare come reale, nel senso di attuale. Si veda Nietzsche e la volontà di potenza come afferma la lotta, non per vita, come pensava erroneamente Darwin, ma per la potenza.

la seconda legge dice che ogni cosa che è qualcosa deve diventare di necessità il suo opposto, diventare il nemico ideale del conflitto. La vita esiste perché resiste alla morte, la morte arriva comunque ed è la stessa vita che muta in morte, non che la morte prenda il suo posto spodestandola. Tutto questo è ovvio: gli affamati siano saziati ha un senso solo in questa legge, per esempio noi possiamo dalla veglia al sonno e ritorno. La legge in realtà deve avere un doppio volto: prima Uno diventa Altro, ma poi Altro torna Uno. Questo accade ovviamente per le determinazioni che hanno un opposto, perché certo qualcosa da non bianco può diventare bianco, poi tornare non bianco, ma solo in questo senso allora la legge si legge in quel caso. Per esempio non si dice che una cosa rossa diventa viola, si dice che una cosa rossa diventa non rossa.

la terza legge dice che non c'è nessuna opposizione, ma tutto è una cosa sola, o la strada all'in sù e quella all'in giù sono la stessa cosa, il che è uguale. Questo lo si dice per esempio del giorno e della notte che sono tutti e due parte di una sola giornata, oppure si può notare come la vita comprenda continui cedimenti e piccole morti e come la morte in realtà sia vita o rinascita, ma forse molte di queste cose non risultano troppo chiare e potremmo dire semplicemente come i taoisti che il bianco implica il nero e il nero il bianco e cose simili.

Mentre le prime due leggi parlano della trasformazione, la terza parla dell'eternità. Una cosa che si dovrà vedere in lezioni successive è come la durata non si opponga all'eternità.

Tesi: si vuole dimostrare che il tempo conosce l'uguaglianza di passato e di futuro.

Ipotesi: il tempo ha tre dimensioni: passato, futuro e presente, queste dimensioni sono diverse tra loro come tre momenti del tempo.

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martedì 8 marzo 2016

Lezione VI: primo tentativo di determinare i codici nella teoria dei codici







Cos'è un codice? la domanda è da riformulare: cosa intendo io per codice? una sequenza di elementi connessi tra loro. Questa sequenza stabilisce cosa è qualcosa, essa è sempre una struttura, ma non tutte le strutture sono codici, ci sono strutture generali, esse non hanno lo scopo di codificare. La codificazione è sempre di individui, si potrebbe dire che il potere ha tutti gli interessi a bloccare una formazione di catena per gelare un codice e impedire uno sviluppo di una sequenza. È troppo bello: quando hai la password hai il controllo sul soggetto, a meno che il soggetto non cambi password, fate catena!. Un codice non è solo un insieme di numeri, è sempre quei numeri ma in modo tale da variarli ancora senza perderli mai, deve sempre aggiungere senza togliere, creare connessioni senza abbandonare, lascia alle spalle ricordi e allo stesso tempo tenere nel presente il suo passato. Dobbiamo partire dagli esempi, faremo come gli uomini ordinari! diremo in questo modo: un bel giorno mi sono alzato dal letto e mi sono diretto in bagno, ma quando mi sono guardato allo specchio: una verruca!. Un elemento del codice si è aggiunto variando la pelle precedente, sto mutando! il divenire sviluppa i codici e fa catena. Fare catena non è ridurre in catene, le catene sono proprie del corpo plastico e della crema anti-rughe. Nel codice in primo luogo ci sono degli elementi di base: la palla è rossa, pesa 2 grammi, è completamente gonfia e liscia. Prendiamo questi termini e costruiamo un piccolo codice: ABCD. Poi diciamo che questa palla muta da un giorno all'altro, le parti cominciano a cambiare: il rosso si scolorisce e la palla si sporca. La sporcizia forse non fa parte del codice della palla, ma può produrre dei mutamenti sulla palla: temporaneamente il suo peso sarà diverso. Allora il codice si complica: ABCD-DCFR. La palla non è solo la seconda parte del codice, ma tutto l'intero codice, anche se le qualità che la riguardano direttamente sono quelle dell'ultima parte del codice. Ogni cosa si definisce per un insieme di proprietà, niente sostanza, solo un codice di proprietà che è una singolarità in uno degli stati dell'essere. Ogni cosa muta, ma quando muta non cambia completamente, cambia alcune qualità e costituisce sempre una catena di cambiamenti. Di ogni cosa che cambia rimane sempre il segno in ciò che è cambiato, di modo che tutti questi segni sono ciò che rimane attualmente della cosa. Quando ci chiederemo ma cosa è la cosa stessa, allora sorrideremo e diremo: pura possibilità! pura possibilità! e cosa altro potrebbe essere se infatti può mutare!. Il divenire presuppone l'essere e il non essere, in realtà l'essere così intenso sarebbe solo il manifestato del possibile, quindi quel possibile che si è fatto reale, mentre il non essere sarebbe tutto quel possibile escluso dal reale che si riapre perché potrà essere nello stesso movimento del divenire. Quello che conta è determinare le qualità e gli elementi del divenire come singolarità di codice e cercare quindi di spiegare come e se esiste qualcosa di generale. Si potrebbe pensare di no, che ci sono solo singolarità e che di generale non ci sono che le astrazioni mentali, per questo bisogna parlare ora di identità generali. Il problema è sempre stato in queste lezioni come considerare queste strutture rispetto a tutti gli stati dell'essere, è sicuro che lo stato dell'essere sembra avere una struttura per essere quello che è, ma questa non va mai intesa come qualcosa che si separa dagli stati. Ho escluso già la vecchia possibilità che si desse un edificio delle identità generali in contrapposizione con gli stessi stati dell'essere, non esiste un modo poi per evitare questo dualismo, oltre al paradosso di pensare le identità generali fuori dall'essere stesso, come se non fossero. Si era pensato che le identità generali come strutture fossero le radici stesse degli stati dell'essere, ma questo impediva di concepire le singole cose come differenti se non per elementi di coda e questo poi crea il fenomeno strano per cui non si capisce come da una radice generale di uno stato dell'essere che si suppone essere una struttura si passi a degli individuali come possono essere le parti di un codice di una identità singolare. Si potrebbe quindi accarezzare l'idea di pensare che l'identità generale sia solo un concetto o un qualche modo di leggere il mondo e per questo appartenga alla sola mente, se così fosse le strutture sarebbero ridotte ad uno solo degli stati: la mente. Tuttavia se così fosse non ci sarebbe nessuna oggettività nella determinazione delle differenze tra i vari stati dell'essere. Questa supposizione di prima, cioè il riduzionismo mentale ha comunque un suo senso dal momento che è la mente che compie quei tagli che ci permettono di definire entità base per costruire una teoria. In vero, dice la filosofia dell'Uno, esiste una sola realtà oceanica, ma la realtà oceanica si dice sempre degli stati dell'essere perché questi stati comunicano e si dice anche delle singole cose perché queste cose sono tutte connesse. Un'identità generale secondo la filosofia dell'Uno è composta da un nucleo fatto di principi territoriali, cioè che si riferiscono al mondo in quanto mondo, ed è composta anche da una serie di linee descrittive che stanno certamente per qualcosa non solo di completamente mentale, ma sono mappe descrittive per leggere il mondo. Se vediamo un leprotto all'ombra di una quercia, tutti se vediamo la stessa cosa diremmo che quello è un fatto, ma poi nel descrivere questo fatto compaiono numerose differenze, si può parlare di luce non riflessa sul leprotto, si può parlare di fotoni contro la quercia e così via. C'è un qualcosa che sembra rimanere uguale, ma le sue descrizioni ontologiche sono molto diverse perché partono da entità completamente diverse, queste entità sono solo funzionali alla mappa. In un certo senso la struttura della materia è la definizione della materia in quanto tale, ma di cosa è fatta la materia: di corpi?, di elettroni?, di molecole?. In realtà la materia si potrebbe dire che è tutte queste cose, si deve solo capire come viene divisa dalla stessa mente, ciò che è valido per tutti sono i principi generali, per esempio che la materia è estesa, che è corruttibile e così via. A questo punto se si determina un concetto si deve capire in che modo questo poi sia nella realtà, nel senso che stia per una struttura reale e non sia solo concetto e basta. Allora bisogna capire in primo luogo la differenza tra un codice a catena, come quello dell'identità singolare e un codice non a catena, ma una struttura a nucleo, come quello dell'identità generale. Allora se non si vuole pensare le strutture come completamente fuori dagli stati, ma negli stati stessi dell'essere, si deve comprendere la relazione tra queste strutture e le stesse cose individuali che sono nei vari stati. Cioè un'identità singolare deve comprendere queste strutture in sé senza però far pensare che queste si moltiplichino, ma lasciandole come puro investimento di un determinato elemento o parte di un codice a catena. Un verde di una foglia di una pianta deve avere la struttura del colore e nello stesso tempo potersi definire nella sua unicità quale è secondo un codice a catena. Il problema diventa da dove pescare quella stessa individualità che compone la singola cosa, cosa ci rende unici? questa potrebbe essere la domanda. Si potrebbe rispondere delle differenze, ma è questo principio che è completamente sbagliato, perché ci rende unici solo il fatto che siamo pura possibilità. In realtà si deve prendere un'altra direzione per risolvere il paradosso delle strutture e degli stati: in primo luogo conviene, calate le strutture negli stati, pensare che quindi quel fenomeno di cosa possa valere davvero per le strutture e non avere beatamente nulla a che fare con i codici delle identità singolari. Se avessimo una totalità uniforme e indeterminata come potrebbe essere uno stato: dove si formano in questo degli individuali? se io ho una tavola che sto colorando tutta di rosso, la dove il colore non è più uniforme, ma si addensa, dove cioè le macchie rosse pur investite da questa struttura sembrano affermare una propria particolarità, in quel punto trovo l'individuo. Deve quindi immaginare che la stessa struttura possa in qualche modo incresparsi, come dovesse incurvarsi su se stessa senza perdere se stessa, qualcosa di inviluppato diventa individuale. L'individuo come l'onda sul mare. Alla dico che la materia ha una struttura, come tutti gli stati, ma una cosa è la struttura, un'altra è l'espressione della struttura. Un'espressione di struttura è un modo in cui la struttura viene affermata da una stessa individualità e l'individualità è l'onda della struttura, quel punto in cui la struttura non si fa più uniforme ma incontra un punto di curva, rispetto al suo sviluppo lineare normale. L'identità singolare si forma tenendo conto una catena di queste espressioni, onda che sempre si risolleva dal mare e torna nel mare. Si potrebbe dire che solo gli individui sono reali perché sono lo stesso risultato del possibile, ma se tutto è possibile, nulla è reale. Esso lo è perché il divenire viene prima di ogni situazione e non afferma in sé nessuna individualità, piuttosto queste individualità sembrano voler resistere al divenire secondo il principio di permanenza.

La prossima lezione deve quindi trattare il problema del divenire per introdurre un elemento che potrebbe spiegare meglio la relazione tra possibile ed individuale.

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sabato 14 novembre 2015

Lezione V: costruire una teoria dei possibili modificando la relazione tra atto e potenza






La filosofia dell'Uno sin dalle sue origini, ovvero quella filosofia che io stesso ho concepito, sostiene che in principio era la possibilità infinita. La possibilità infinita non è altro che il vero potere dell'Uno, quando noi siamo veramente nell'Uno perché siamo tornati all'Uno allora possiamo possedere tale potere. La possibilità infinita è semplicemente l'unione di tre indefiniti: l'indefinito numerale, quello formale e quello azionale. L'indefinito non è altro che la serie stessa senza termine di un certo tipo di elementi. L'indefinito numerale determina un ente secondo una sua moltiplicazione all'indefinito di apparenti doppioni senza termine, ad esempio indefinite tigri di un certo tipo. L'indefinito formale invece moltiplica all'indefinito le forme di un ente, per cui per esempio potremmo trovarci di fronte ad una moltiplicazione indefinita di specie diverse e tantissimi incroci. L'indefinito azionale ripete all'indefinito le azioni. La possibilità infinita come potere è la capacità di fare un numero indefinito di azioni, di tutti i tipi che si vogliono in tutte le forme che si voglio; come possibilità infinita in sé non si tratta altro che della "creazione". In questa lezione voglio prendere in considerazione la teoria per cui i possibili sono codici, ma devono essere di una natura tale da non supporre dei codici al di sopra di sé, essi devono essere di modo tale da essere puramente individuali e non generali. René Guénon considera il possibile come essere e afferma che il possibile si divide in due: uno manifesto e un altro non manifesto, attuale e virtuale?. Ha senso dire: in principio era il possibile in quanto doveva darsi una potenzialità pura, noi però pensiamo l'atto come quello che c'è, mentre diciamo che la potenza è ciò che deve essere ancora. Su questo ci sarebbe da dire che persone come Rudolf Steiner sostengono che si possa fare effettiva esperienza di quello che viene chiamato "potenza", quindi non è che non abbia nessun carattere concreto. Mano a mano che le lezioni continuano dovrò cercare di esplicitare sempre di più certe tesi del testo sulla filosofia dell'Uno che ho scritto tempo fa, per esempio potrebbe avere un senso dire in questo momento che il possibile secondo la mia filosofia dell'Uno non è altro che lo stesso codice non attualizzato che costituisce quella che, sempre in questa filosofia, viene chiamata: identità singolare. In un primo momento potremmo definire questa identità singolare come una specie di catena fatta da parti, queste parti sono gli elementi che costituiscono la cosa non in questo momento, ma sempre, perché l'identità singolare è un concetto complesso che si basa sull'idea che qualcosa sia un punto di indeterminazione che attraversi delle parti costruendo catene, l'idea dell'identità singolare è che noi siamo noi stessi solo e soltanto a patto che non lo siamo, cioè io sono sempre tutta la mia catena dell'identità singolare e mai solo l'ultimo pezzo, ma per continuare a costruire una catena non devo mai aderire completamente alla catena, altrimenti divento una potenzialità molto vicina alla possibilità infinita o ad un suo frammento. L'infinito, del resto, ha sempre questa caratteristica per cui se fosse tagliato non darebbe fuori che parti indefinite. Possiamo immaginarci una pianta che ha una serie di parti in un certo momento della sua esistenza, essa diviene, cambia il suo corpo, ma è sempre lei stessa in quanto tutti questi cambiamenti sono in una catena che formano la pianta in quanto pianta. Se tagliassimo la pianta possiamo vedere la sua identità singolare impressa in tutti quei cerchi concentrici che stanno per tutto il suo passato, ma che è ancora adesso, così come ora è l'intera catena e non solo l'ultimo pezzo. Chiaramente la pianta in sé non è nulla se non la sua possibilità infinita di essere qualsiasi cosa, in questo senso si potrebbe quasi dire che in principio vi sia la libertà. Anche noi non solo nel corpo, ma anche nel carattere e come Io siamo delle identità singolari, io posso avere certe caratteristiche particolari, ma poi nella vita cambio, posso cambiare solo se non mi identifico completamente con me stesso (se non faccio la "statua", come si dice in filosofia dell'Uno), allora sono libero di essere quello che vogliono rimanendo me stesso perché sono la catena, non solo l'ultima parte, ma l'intera catena. Il punto di indeterminazione è una versione singolare della versione totale della possibilità infinita, la nostra essenza come libertà decisionale, ovvero in principio vi era la decisione, così come forza decisionale, in accordo con la teoria delle forze che spiegavo nel mio testo sulla filosofia dell'Uno. La possibilità infinita noi in questo momento ce la immaginiamo in ipotesi, per vedere la nostra teoria sui codici dei possibili, come qualcosa che si smembra sempre per dispiegarsi tutta con moltissime facce e queste non sono altro che i singoli codici dei possibili;  dopo tutto il segreto è essere la realtà oceanica della catena di tutti questi codici e non essere nessuno di essi mai. Se questi codici non sono altro che l'essere, tenendo presente che dal punto di vista dell'esistenza ciò che è, è l'energia e dal punto di vista dell'essenza ciò che è, sono i codici o gli stati, allora questi codici sono già tutti perché in principio ci sono loro, quello che conta da vedere è perché alcuni di questi codici sono manifesti (attuali) e altri non lo sono (virtuali). Quello che noi vediamo è ciò che diciamo attuale, ma in realtà potrebbero benissimo essere dei codici di possibili che si danno a noi in qualche modo, mentre ciò che non vediamo deve distinguersi in qualcosa che c'è come le sensazioni che magari non hanno immagine, o anche il magnetismo o altre cose di questo tipo e in qualcosa che non si da a noi, ma non per questo non esiste. Deleuze considerava il virtuale come qualcosa che è reale, ma che non è un puro possibile; chiaramente anche Bergson da cui Deleuze prende spunto parla di questo. Il problema del virtuale sembra porsi in filosofia per il semplice motivo che vi sono delle cose che noi non vediamo semplicemente perché non le osserviamo, per esempio quello che si trova alle nostre spalle, ma che comunque hanno un "essere", oppure si può parlare delle sensazioni come il dolore, delle azioni virtuali che possiamo compiere sulle cose, della memoria o dei pensieri. È chiaro che questo discredito del possibile deriva semplicemente dal fatto che viene considerato come qualcosa di astratto, ma noi nella nostra ipotesi supponiamo che sia qualcosa di molto diverso, che non sia solo entità mentale, ma l'origine di quello che c'è. Così il virtuale non sarebbe altro che quel possibile che non si manifesta, ma questo, come si è già detto, va preso nel senso che avviene per differenti cause. Per finire la lezione faccio notare che nel testo della filosofia dell'Uno i possibili sono sempre considerati come degli in sé, mentre tutto il resto è qualcosa che si da ad un soggetto. In questo senso non c'è nessuna prova che questi oggetti che si danno a noi in questo mondo non si diano allo stesso modo in altri universi paralleli. L'idea è che ci sia uno stesso possibile in sé che si possa dare più volte; ad esempio una persona che recita al teatro si da al pubblico degli spettatori, nel senso che questi lo vedono, ma in quanto è oggetto del loro sguardo non è mai un in sé, ma sempre un per sé, così come in sé può darsi come per sé anche ad una telecamera della sorveglianza o alla televisione se qualcuno sta filmando. Questo semplice fatto dimostra come qualcosa possa darsi più volte, ma questo significa che ciò vediamo non è mai un in sé, anche se l'in sé è sempre in una frequenza in quanto ha un codice oggettivo. I nostri mondi non sono altro che degli schermi televisivi in cui compaiono questi possibili o meglio lo schermo sono i nostri stessi occhi. Ciò che conterà ora in futuro sarà quello di analizzare meglio cosa sia il possibile e la struttura del suo codice.

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lunedì 31 agosto 2015

Lezione III: il paradosso tra strutture e stati dell'Uno, analisi della metafisica orientale con René Guénon







Nella lezione precedente avevo mostrato come la divisione tra le due forme di filosofie dell'Uno esistesse prima della scissione successiva al fallimento della filosofia platonica, perché dopo tutto Parmenide può rappresentare l'Uno trascendente, l'Uno al di là del divenire, al di là del molteplice, mentre Eraclito è il filosofo dell'Uno dell'immanenza, il filosofo che dice che l'Uno non è al di là del divenire, ma è il divenire stesso. Platone va inserito sulla scia di Parmenide nel suo tentativo di correggere l'effetto dualista della filosofia parmenidea dicendo che anche il non essere è, infatti il non essere è differenza. La sua concezione della differenza lo ha portato ad un nuovo dualismo, quello tra le strutture (le idee) e la materia. Eraclito era forse il filosofo che creava più problemi nella teoria platonica, l'impossibilità di ridurre il divenire alle idee. Il bello è che in Eraclito esiste una risposta al problema delle differenze in Platone, questa risposta consiste nel rovesciare completamente il modello. Così Eraclito diceva:

“Se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici, le riconoscerebbero come distinte l’una dall’altra.”(Eraclito)

Quasi come in Deleuze sembra che la differenza sia in sé e non per sé. Questa concezione però va completamente contro l'idea delle strutture, delle essenze, semplicemente perché abbatte ogni idea di un modello originario. Salvo pensare che l'unico livello dell'Uno sia la materia, il che creerebbe una visione molto piatta e certamente immanente, si deve pensare che l'Uno abbia vari stati. Intanto c'è una complicazione iniziale: Parmenide intendeva l'Uno come essere, Eraclito come divenire, nessuno dei due però avrebbe mai pensato, come invece fa Plotino più avanti, che l'Uno possa essere oltre l'essere. Per il momento lasciamo perdere la posizione secondo cui l'Uno trascende l'essere e immaginiamoci che l'Uno sia l'essere, intendendo alle volte questo essere come ciò che è e magari altre volte il sistema più complesso di tutto ciò che si da, quindi potenzialmente anche il divenire. Il molteplice nella teoria dell'Uno-essere come stati diventa semplicemente la moltitudine degli stati di questo Uno. Se l'Uno è la radice ultima di tutte le cose, allora le cose si differenzieranno semplicemente per lo stato in cui si trovano. Ci saranno vari stati: materia, spirito, anima e mente, per ognuno di questi stati ci saranno altrettanti individuali che si distinguono per altre vibrazioni differenti, ma che hanno in comune lo stesso stato. Da questo punto di vista, prima di vedere Guénon, Spinoza è il personaggio più vicino a questa concezione dell'Uno. Spinoza parla di una sostanza con le sue proprietà, per esempio pensiero ed estensione, poi dice che queste proprietà dice che hanno degli attributi che sono gli individuali, i singoli pensieri e i singoli corpi. Dato che tutto viene dalla stessa Sostanza si può spiegare la connessione tra i corpi e i pensieri.  Guénon parla di stati molteplici dell'essere, questa è la metafisica orientale. Immagino che qualcosa di simile valga anche per quel che si dice sui corpi sottili, che dovrebbero risultate come stati differenti dell'essere. Il problema di una teoria di questo tipo è che si rischia di cadere nel dualismo se in questa teoria si introduce il modello strutture e quindi la sfida consiste sempre nel cercare di evitare questo modello cercando di trovare delle altre soluzioni. Immaginiamo che l'essere sia un codice, che se le cose che sono devono condividere la radice di questo codice ed immaginiamo che questo codice abbiamo come elemento radice: 1. In questo modo sapremo che se compare 1, quella cosa è. Gli stati dell'essere devono condividere questo elemento per poi aggiungere elementi nel loro codice che differiscano e determinano i vari stati, per questi elementi del codice useremo delle lettere. Così accade che: la materia ha il codice:1A, la mente: 1B, lo spirito: 1C, l'anima: 1D. Queste lettere potrebbero rappresentare delle variazioni di stato, anche se hanno la stessa radice. Dal punto di vista di Spinoza potrebbero essere anche le varie proprietà della sostanza. A questo devono seguire le individualizzazioni di queste cose, per esempio i singoli corpi o menti, per cui aggiungiamo dei numeri alle lettere da 2 in poi. Per esempio potremmo pensare che i corpi abbiano codici come 1A2, 1A3, 1A4, ecc... Il paradosso che si produrrebbe è che ci sarebbero dei codici, per esempio il codice della materia, che devono ripetersi per ogni molteplice e ogni singolo elemento in uno stato che condivide la struttura dello stato. Dal momento che nello stesso stato non potrebbe ripetersi il codice completamente uguale per ogni elemento, questi codici o strutture devono essere separati da tutte le individualizzazioni, provocando il dualismo indesiderato tra l'universale e l'individuale. In questo modello tutte le individualità sono costruite a partire da variazioni di codice che stanno sul termine, sulla coda.  Vediamo questi casi ad esempio: 1A34, 1C25, 1A35, 1D33. Ci sono due casi di codici che si riferiscono alla materia, mentre abbiamo un codice di uno spirito e quello di un'anima. Nei due casi dei codici di materia possiamo parlare dei corpi di Alberto e di Stefano, se il primo codice è il corpo di Alberto, il corpo di Alberto differisce da quello di Stefano perché nel codice ha 4 anziché 5. Una teoria delle essenze porta ad una teoria dei codici, la teoria dei codici è esattamente paragonabile a quella dei codici genetici; del resto, nell'ontologia della biologia, quando ci si chiede perché un animale sia di una specie, alcuni rispondo per via del codice genetico. Se è così la tigre è una tigre per via del suo codice genetico. Per evitare il paradosso dell'Uno molteplice si devono cercare altre strade. Si potrebbe per esempio continuare a pensare gli stati dell'essere come dei codici, ma pensare che quello che valga per l'Uno, debba valere anche per tutti i vari stati, per esempio che esista una materia in sé come un Uno e che tutto ciò che è materiale è sempre variazione di questo Uno e così anche per ogni altra cosa, persino il corpo di Alberto. Su questo punto Plotino per la sua teoria dell'Uno era partito dal fatto che aveva constatato che ogni cosa effettivamente è una. Il problema di questa teoria è che se ogni cosa è una, è anche vero che le cose hanno oblio e che si dividono all'infinito, a voler puntare tutto sull'unità si cade in un nuovo dualismo tra unità ed oblio. Qui si aprono due strade: quella di Proclo che cerca di portare l'Uno al di là dell'unità e una strada che cerca di concepire l'Uno senza l'unità, l'Uno come unico flusso di molteplicità. Si può comunque cambiare rotta fin da subito cercando di concepire un'altra teoria dei codici, una teoria in cui l'originalità degli elementi non venga da variazioni di code dei codici, ma che i codici non siano nati né per standardizzare, che si caratterizzino per essere in origine originali e che non siano delle gabbie, ma lasciano sempre spazio ad una decodificazione. In pratica chi si impegna per una filosofia dell'Uno e per una filosofia di tipo monista avrà sempre la sfida di fronte di ridurre tutte le dualità all'Uno, perché non devono essere cose che non possano essere riducibili.


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domenica 16 agosto 2015

Lezione II: due filosofie moniste, Eraclito e Parmenide






In questa lezione vorrei parlare di due filosofie dell'Uno che stanno all'inizio della storia della filosofia, quella di Eraclito e quella di Parmenide. Di solito si dice che la differenza tra i due starebbe semplicemente nel fatto che il primo diceva che "tutto si muove", mentre il secondo diceva  "tutto sta fermo". Ovviamente è un po' troppo semplicistica questa differenza, ma lo è anche il modo in cui l'ho riassunta io. In realtà Eraclito anche se è il filosofo del divenire non dice che tutto si muove, perché c'è sempre qualcosa che rimane fermo e questo sarebbe il principio per cui tutto si muove. Parmenide, invece, non diceva che non c'è divenire, il divenire è contraddittorio ed è un'illusione, questo è il punto e per questo motivo, secondo lui, in realtà tutto è immobile. Già da questi due autori si possono distinguere due filosofie dell'Uno: quella dell'eterno immobile al di là del divenire apparente e quella dell'eterno in movimento in un quadro immobile. Platone, da questo punto di vista, corregge Parmenide con il suo parricidio, ma per il resto continua a rimanere sulla strada descritta da Parmenide e il suo problema più grosso era Eraclito. Palerò prima di Parmenide, ma spero di dedicare la maggior parte dello scritto ad Eraclito, del resto è su questo filosofo che bisogna dire molte cose, perché che sia un filosofo dell'Uno non è chiaro a tutti, del resto molti lo pensano come un dualista per via di quello che diceva sul conflitto degli opposti e sul polemos. In poche parole Parmenide diceva: l'essere è e il non essere non è, dato che il divenire presuppone delle mescolanze tra essere e non essere, sarebbe e non sarebbe nello stesso tempo, per questo motivo è contraddittorio e dunque è un'illusione. Se il divenire è illusione ed è mescolanza tra essere e non essere, allora l'essere non diviene ed è immobile, eterno. Il non essere semplicemente non è, per cui non ha senso parlarne e non ne esiste discorso, al contrario dell'essere si può dare discorso. Qui l'Uno, come del resto è detto anche nel Parmenide di Platone, è l'eterno immobile, l'eternità che non cambia e semplicemente è, in totale contrapposizione con il divenire. Nella nostra vita facciamo numerose esperienze di divenire, ma sono tutte false, sono tutte illusioni. Per esempio un filosofo contemporaneo come Severino, il quale si considera vicino alla posizione di Parmenide, afferma che ogni cosa è eterna; effettivamente l'essere se è immobile non può che essere eterno e di conseguenza ogni cosa in realtà deve esserlo se partecipa nell'essere. Si può pensare che sia follia dire che la propria auto è eterna, ma dal punto di vista filosofico si potrebbero fare delle argomentazioni in proposito, ad esempio dire che il tempo è un'illusione che si divide in tanti presenti e che in verità vi è un solo presente eterno; se le cose stanno così, la nostra macchina in qualche modo deve essere eterna, poco importa se domani smette di funzionare, perché chi afferma quella teoria che ho appena abbozzato, afferma l'esistenza di una contemporaneità nel grande presente di passato, futuro e presente. Eraclito, rispetto a questa posizione, non nega che ci siano delle contraddizioni nel divenire, non è una questione del fatto che ci debba essere una logica nella natura, la natura è fatta di conflitti tra opposti, ma è anche un divenire altro di questi opposti che è chiaramente contraddittorio, ma se guardate bene scoprirete che la logica non è di questo mondo. Il giorno si oppone alla notte, l'estate all'inverno, la vita alla morte, ma prima o poi, il giorno deve diventare notte, l'estate deve diventare inverno, i vivi moriranno; alla fine, però, non c'è giorno e non c'è notte, ma c'è la giornata, c'è l'anno con le sue stagioni e c'è l'esistenza che comprende anche la morte. La filosofia della natura e del mondo è fatta di tre momenti: il primo è quello della guerra, il secondo quello del divenire altro, il terzo è il momento dell'Uno degli opposti.

“Polemos di tutte le cose è padre, di tutto poi è re; e gli uni manifesta come dei; gli altri invece come uomini; gli uni fa esistere come schiavi, gli altri invece come liberi.” (Eraclito)

Questo passaggio è il primo, quello della guerra. Vi è una guerra perché c'è opposizione tra le cose, perché l'essere di una cosa si oppone al suo non essere e in particolare al suo opposto, per esempio vedendo da una prospettiva si comprende la notte come non essere del giorno e il giorno come non essere della notte, ogni elemento si afferma e afferma se stesso dalla sua prospettiva per, in una lunga lotta, negare l'altro.

“Se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici, le riconoscerebbero come distinte l’una dall’altra.”(Eraclito)

Di ogni essere non si può dire che sia una copia, ma si dice semplicemente che è distinto ed oscuro come il fumo; non si danno mai esseri che non siano degli originali in sé e la cui differenza ontologica non si possa persino distinguere e respirare con il naso.

"Morte è quanto vediamo da svegli; sogno, quanto vediamo dormendo." (Eraclito)

Piccoli processi di morte si annidano negli esseri, come processi di sogno sono quelli che si annidano nelle immagini oniriche, ogni cosa deve diventare il suo altro, ogni cosa è destinata a diventare il suo opposto, siamo giovani e diventeremo vecchi, siamo sazi e diventeremo affamati, siamo vivi e moriremo. Si potrebbe pensare anche un ritorno, come spesso faccio io. Ci sarebbe un ritorno ed è normale per molti greci pensarlo, ovvero se la vita diventa morte, la morte diventa vita (reincarnazione), se ci addormentiamo, prima o poi ci sveglieremo, ma prima o poi ci addormenteremo di nuovo, così passiamo dal sogno al mondo della veglia di continuo. Il divenire chiaramente è contraddittorio, ma questo non dovrebbe torcere un baffo a nessuno, tranne che al logico. Forse Parmenide era più mentale e logico, per questo, dal suo punto di vista il divenire, che è contraddittorio, è un'illusione, perché due opposti non possono darsi nello stesso momento. Il fatto è che, per esempio, se diciamo che qualcosa è vero, ma poi muta, non è più vero. In questo processo  vi deve essere un momento in cui la cosa non è già quasi più quello che era, ma non è ancora proprio quello che sarà o diverrà, in questo caso sarebbero vere cose opposte e contraddittorie. Mentre qualcuno come Eraclito direbbe semplicemente che la natura è così, Parmenide non si accontenta e deve dire che è solo illusione perché in realtà vi è un solo essere immobile ed eterno. Però la contrapposizione tra Eraclito e Parmenide è più sottile e questo potremmo vederlo nel caso della morte. Zenone di Elea, seguace di Parmenide, diceva che la morte era un illusione per il seguente motivo: o si muore da vivo o si muore da morto, se si muore da vivi si dovrebbe vivere e morire nello stesso tempo e questo è contraddittorio, oppure si muore da morti, nel qual caso si era già morti prima di morire e questo non ha senso. Eraclito parlando di divenire altro non fa altro che lasciar pensare che la morte debba poi tornare vita e se così stanno le cose, anche lui dice che si tratta di un'illusione, ma il problema sta nel fatto che lui non ritiene l'esistenza di qualcosa che sia al di là del divenire come un presente eterno o un essere immobile. Però in Eraclito esiste comunque un terzo momento nella sua filosofia, un momento dell'Uno.

" per chi ascolta non me bensì l'espressione, sapienza è riconoscere che tutte le cose sono una sola." (Eraclito)

“la strada all’in su e all’in giù è una sola e la medesima.”(Eraclito)

“ il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e si altera nel modo in cui fuoco- ogni volta che divampi mescolato a spezie riceve nomi secondo il piacere di ciascuno.” (Eraclito)

“Una sola è la sapienza: conoscere la ragione, in quanto governa tutte le cose attraverso le cose.” (Eraclito)

Ci sono vari sensi di questo Uno, il primo è quello secondo cui gli opposti diventano delle facce di un solo originario, come la vita e la morte fanno parte dell'esistenza, come il giorno e la notte fanno parte della giornata intera e a sua volta sonno e veglia sono parte della vita. A seconda di come la si vede la stessa strada può apparire come discesa o come salita; quando noi scendiamo nel profondo di noi stessi saliamo in alto spiritualmente; Jung diceva che la discesa nel lago precedeva la salita sulla montagna, essendo la prima la malattia e la seconda il grande cammino verso l'evoluzione. Questi sono tutti sensi possibili di: "la strada all'in sù e la strada all'in giù sono una sola e la medesima". C'è un altro senso di quell'Uno: il Logos, una sola ragione dietro a tutti gli eventi, perché l'essere si dice in un solo modo, è univoco, ma non è che l'essere sia uno, anzi sono molti, solo che una sola ragione è dietro a tutti gli eventi, un solo senso e una direzione di tutto. L'ultimo senso dell'Uno in Eraclito, quello secondo me più importante, è quello per cui se tutto diviene il principio per cui tutto diviene non diviene e in questo senso si può dire che se tutto si muove, il movimento non si muove. Il presupposto di tutto il divenire è che tutti questi mutamenti avvengano su uno sfondo dove ogni cosa è effettivamente immobile. Allora tutto è eterno, in qualche modo, perché non si da cosa nel divenire che non sia inscritta in questo contesto dell'immobile. Il cinema ad esempio costruisce il movimento dagli immobili. Per esempio se muovo un braccio, il braccio si muove come tutte le cose, ma c'è un principio, un Uno in origine che è sempre quell'Immobile che permette che tutto si possa muovere. In pratica la differenza tra queste due filosofie sta nel fatto che la filosofia di Parmenide è la filosofia dell'Uno tascendente, mentre quella di Eraclito è quella dlel'Uno immanente.

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mercoledì 5 agosto 2015

Lezione I: le filosofie moniste




 Volevo inaugurare questa serie di lezioni per poter parlare delle trasformazioni che sto facendo nella filosofia dell'Uno, un primo modello di filosofia dell'Uno, una filosofia dell'Uno per ora di riferimento la si trova nel mio libro gratuito sulla mia pagina di Issuu. In queste lezioni avrei voluto pensare una nuova filosofia dell'Uno, sperimentare una strada verso una filosofia dell'Uno molto più immanente che trascendente (Spinoza vs Plotino). In questa lezione in particolare vorrei parlare di varie forme di monismo, ne parlerò molto anche in future lezioni, ma in particolare nelle prime. La filosofia ha sempre avuto una tendenza verso il monismo, il monismo è la filosofia dell'Uno. Se ci pensiamo bene di solito in filosofia si formano delle posizioni contrapposte che fanno cadere tutto in dualismi, ma queste posizioni non sono mai superate perché una vince sulle altre, semplicemente una terza che ha una prospettiva più ampia, che le ingloba entrambe, questa le supera. Così quando Kant diceva che i concetti senza intuizioni sono vuoti e che le intuizioni senza concetti sono cieche, in qualche modo, stava unendo razionalismo con l'empirismo superandoli nella sua posizione a-priorista, posizione che si è sviluppata sempre più, in momenti successivi nel costruttivismo. Il nuovo realismo attuale non fa altro che mediare il costruttivismo con il realismo metafisico, quello classico, dicendo che è vero che ci sono le cose, gli oggetti nel mondo e che sono indipendenti, che è vero ci sono vari punti di vista su questi oggetti, ma che questi sono altrettanto oggettivi quanto le cose, quello che conta è sapere di quale settore di oggetti si sta parlando e dire che il mondo non esiste perché non c'è nessun contenitore di tutte le cose. Schopenhauer si è proposto di superare il dualismo di idealismo e realismo, così hanno fatto anche Bergson e Husserl. Insomma è abbastanza naturale che ci sia un fenomeno di questo tipo e del resto questa è la tendenza naturale della storia della filosofia. Il monismo vero è proprio quella filosofia che dice che l'essere si dice in un solo modo, questa posizione non nega il molteplice o almeno non necessariamente, l'essere si manifesta in molti modi, solo che questi non sono altro che le manifestazioni di un solo essere. Il monismo dunque si trova in contrasto contro le posizioni polivoche o equivoche, quelle che pensano che l'essere si dica per essenza in molti modi. In primo luogo in questo momento la persona di riferimento non può che essere Platone, questo perché lui stesso si era proposto una filosofia monista, quello che di fatto è successo è che ne uscita una filosofia dualista. Il problema in Platone sta in due cose completamente differenti le forme o strutture e la materia, due cose che difficilmente si sarebbero conciliate. La filosofia monista di Platone sarebbe dovuta suonare in questo modo: l'essere sono le idee e a queste sono ricondotte tutte le cose che non sono altro che copie, le idee inoltre non sono altro che espressione di un'unica grande idea che è l'idea delle idee, l'idea del bene, una forma di Uno. È semplice assimilare le idee ad un'idea superiore, basta chiedersi cosa dovrebbe rendere le idee idee e si arriva alla conclusione che vi deve essere qualcosa di superiore che fa essere le idee. Non è altrettanto facile assimilare la materia alle idee, perché non basta dire che sono delle copie. Se io prendo un quadro originale e decido di farne una copia, la copia riesce più perfetta più assomiglierà al quadro originale, è vero che posso fare copie cambiando stile e così via, ma questo adesso non ci interessa, perché l'unica cosa che ci interessa adesso è dire questo: se le copie fossero vere copie sarebbe difficile distinguerle dall'originale e sarebbe altrettanto vero che sarebbero uguali le une alle altre. Quello che ha scoperto Platone è che nel mondo ci sono solo brutte copie delle idee, molto brutte! del resto qualcosa è bello nella sua logica più assomiglia all'idea, per questo motivo qualcosa sarebbe davvero bello se non potessimo più nemmeno distinguerlo dall'idea, mentre più gli è dissimile più è una brutta copia e soprattutto brutta. Il nostro è un mondo di mostri e cose mostruose, ciò che le rende mostruose è la semplice differenza rispetto ai modelli, la differenza è il problema di Platone. Il non essere viene inteso da Platone come differenza, cioè come nuova forma di essere, il non essere è quindi il non essere questo che è sempre l'essere quest'altro. Si tratta di una mossa con cui Platone va oltre il dualismo di Parmenide, quello tra essere e non essere. Nella differenza Platone incontra dei problemi: capisce perché le copie sono brutte copie, ma non capisce le conseguenze di tutto questo e non riesce a vederlo nel mondo giusto. Il problema è certo che le cose differiscono, ma è anche il fatto che non è vero che questa differenza sia realmente qualcosa che semplicemente distingue le cose. In Platone una cosa conquista una sua originalità rispetto all'idea più qualcosa è brutto o meglio è differente dall'idea originaria. Invece ogni cosa è originale, dice Deleuze, perché è differente in sé. In questo percorso vorrei superare sia Platone che Deleuze, ma il punto di vista di Deleuze è effettivamente un buon inizio, nel senso che capisce che le cose sono originali in se stesse e se ci sono delle somiglianze sono sempre derivati successivi. Qui diventa tutto interessante, diventa interessante capire come si è tentato di risolvere il problema del dualismo di Platone dopo Platone, come si è risposto al suo fallimento. Una via è quella che dice che esistono solo forme e nessuna materia, questa è la strada di Plotino, di Fichte, di altri idealisti, non so se aggiungere Hegel, sicuramente Plotino considerava la materia solo come un eco e Fichte la definiva come non-Io. Secondo questa posizione la materia e il mondo materiale sarebbero solo delle illusioni, mentre l'unica cosa che esiste sono le strutture, le ipostasi, oppure il soggetto infinito. C'è un'altra posizione che sostiene che non esistono delle forme, ma ci sarebbe solo materia, questa posizione potrebbe essere quella di Nietzsche, di Spinoza e di Deleuze. In questa posizione non si può fare a meno di distruggere gli universali, certo ogni cosa può essere un'individuazione, ma non ci sono essenze o principi. Seguendo la prima strada per esempio si dirà che c'è un Uno del molteplice, che tutto debba essere ricondotto a questo, che la materia non esiste, che l'Uno è ciò che è più reale, il resto è una costruzione. Normalmente c'è un soggetto assoluto, quello che vediamo potrebbe essere l'apparenza di questo soggetto assoluto, ma dopo tutto quello che conta non sono le cose come individuali, ma soltanto le essenze di esse, anche se in alcuni casi queste essenze sono concepite come perfettamente inserite nell'apparenza. Nel secondo tipo di posizione non ci sono universali, o c'è una sola sostanza con le sue proprietà e le individuazioni di queste proprietà (Spinoza), comunque l'Uno non è mai l'eterno immobile, ma direttamente il divenire (Nietzsche), può darsi che non ci siano individuazioni come essenze generali, ma magari ci sono solo tanti Simulacri, come tante differenze in sé singolari (Deleuze). Nel corso delle prime lezioni sarà di vitale importanza comprendere che ci sono varie filosofie dell'Uno e fin dall'inizio; non necessariamente l'Uno si oppone al divenire, non necessariamente la teoria dell'Uno prevede delle essenze eterne, cominciano qui dunque le ricerche sulla filosofia dell'Uno.

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sabato 29 novembre 2014

Lezione XV: il concetto di Io in filosofia





Volevo tornare alle questioni iniziali delle lezioni in generale, cioé alle prime tre domande, le quali erano queste:

chi sono?

da dove vengo?

verso dove vado?

In questo caso il problema riguarda la prima domanda, perché mi voglio concentrare sulla questione dell'io. Voglio quindi tracciare una piccola storia del problema dell'io in filosofia, questa deve partire dal detto dell'oracolo delfico: conosci te stesso, questo è il sapere supremo, chi conosce davvero se stesso non può che arrivare a tutte le sue possibilità e scoprire il suo vero potenziale interiore, del resto il nostro stesso io è riflesso degli dei e dell'universo, la conoscenza di noi stessi implica quasi una conoscenza totale. Vedremo questa cosa come si sviluppa nel corso degli eventi, nel senso di come questa idea attraverserà la filosofia. Il primo filosofo che si butta su questa strada è Socrate, in questa teoria si vede dal suo punto di vista un'essenza di noi stessi, come una struttura da contemplare, da conoscere, ecco cosa è il nostro io. Questa essenza ha un tale potere che può essere pensata anche senza l'esistenza, del resto almeno per quel che concerne l'esistenza materiale è solo incarnazione di un'anima, anima che trova un corpo come sua abitazione. Socrate era considerato il più saggio dall'oracolo di Delfi perché sapeva di non sapere, non aveva né preconcetti, né voleva vivere di certezze, due cose che sono per natura completamente contrari ad un atteggiamento da filosofo; solo con questo atteggiamento si parte verso la conoscenza di sé stessi, non dicendo io sono quello che vedo allo specchio oppure sono i miei pensieri, il mio carattere, altrimenti vuol dire che si da una risposta prima della domanda, se si è ciò che si pensa di essere questo è da vedere. Platone quando parlerà dell'io parlerà dell'anima, l'anima per Platone è composta di tre parti, una razionale, una irascibile e un'altra concupiscibile. L'uomo viurtuoso che sa controllare se stesso, secondo Platone, è colui che con la ragione fa leva sulla parte irascibile per avere dominio sulla quella concupiscibile, del resto la razionalità è la parte migliore dell'uomo. Le tre parti dell'anima quasi rappresentano le tre parti del suo Stato ideale, per esempio la parte concupiscibile è quella desiderante corrisponde alla classe dei produttori, quella irascibile corrisponde alla classe dei guerrieri, mentre la ragione a chi controlla la sua società ideale che sono i filosofi. L'anima si relaziona con il corpo, nel senso che il corpo è veicolo, l'anima si trova al suo interno, ma non vanno mai scambiate le due cose, anzi si dice che il corpo sia anche tomba dell'anima. È particolare il nostro io perché in quanto anima c'è scritto tutto dentro, cose registrate come ricordi, non solo di questa esistenza, ma anche vite precedenti, perfino ricordi di questo mondo originario delle forme e delle idee, di cui non dobbiamo parlare adesso, ma ciò che conta è rendersi conto che in fondo il concetto di anima e di io sono connessi a quello di traccia e scrittura. In questo senso l'anima non è bianca, ma è sempre già scritta prima di nascere, ha già un contenuto di per sé e questo può dipendere dalle vite precendenti, dai ricordi del mondo delle idee. Rudolf Steiner sostiene che il nostro stesso carattere non dipenda dai nostri genitori, per esempio si dice che x è un buon musicista perché ciò dipende dal materiale genetico, per esempio ci sono famiglie che hanno avuto una serie di buoni musicisti, ma perché sia vera la teoria materialista dice Steiner questi membri della famiglia dovrebbero trovarci in cima all'albero genalogico, per spiegare come mai figli di musicisti erano diventati musicisti, invece si trovano a metà o al fondo. Steiner dice che il carattere nostro dipende dalle vite precendenti, mentre ciò che ci perviene dai nostri genitori è solo come acqua, è la stessa cosa di un corpo bagnato, dove l'acqua e il corpo non sono la stessa cosa, ma rimangono separati. In questo modo di pensare l'io non è mai una tabula rasa, come invece diranno altri più avanti. Dopo Platone vediamo Aristotele, il cui concetto di io si differenzia un po', diciamo che Aristotele distingue tre tipi di anime, una vegetale che ha la vita, una animale quindi senziente, una razionale, quindi umana. La pianta vive e basta ma non ha né memoria e nemmeno sensazioni, come direbbe anche Steiner del resto, l'animale invece rispetto alla pianta ha delle sensazioni, quindi vede il mondo che gli sta attorno, ma vive solo di ciò che è nel presente, quindi non ha una memoria e del resto anche qui Steiner ci dice che tutte le volte che un cane riconosce il padrone quella non è memoria, ma è un ripresentarsi delle stesse sensazioni che prova il dato cane alla vista del padrone, in senso quasi meccanico. L'uomo ha quindi memoria, nonché capacità di pensiero, dunque la ragione. Nell'età moderna invece nuovi concetti di io verranno esposti da Descartes, Locke e Leibniz o almeno di questi ho intenzione di parlare io. Descartes concepisce l'io come l'altro del mondo esterno, in senso dualistico, uno degli elementi dualistici la res cogitans rispetto al mondo esterno che è res exstensa. Il Cogito di Descartes è il soggetto pensante, è il soggetto che concepisce il mondo, perché se io dico che voglio spiegare chi sono, non voglio presupporre nulla rispetto alla mia domanda, ma vedo effettivamente che dubito, se so di dubitare perché ammetto di sapere di non sapere, questo mio sapere mi fonda come dubitante ed è così che ritrovo il mio io pensante. Si può vedere la cosa in altro modo, per esempio con la questione della cera, perché se prendo il pezzo di cera solido, lo metto vicino al fuoco, se prima aveva certe caratteristiche ora queste sciogliendosi mutano, eppure dico che è la stessa cera, questo perché concepisco la cera, il mio concepire la cera, il mio stesso rappresentare il mondo diventa motivo di credere che vi sia un soggetto cocepiente e rappresentatore. L'io di Cartesio ha in sé idee, che poi non sono delle immagini, ma cose concepite, idee fattizie, idee avventizie, idee innate, le prime vengono da ciò che noi vediamo e percepiamo con i sensi, le seconde sono mescolanze delle prime, come l'idea di drago e le terze sono idee che sono sempre state in noi, come quelle di triangolo e di Dio. In effetti l'idea di triangolo non può venirci dall'esterno perché secondo Descartes non ci sono triangoli nel mondo, il disegno migliore di triangolo è sempre storto se lo si osserva bene, il triangolo ha due dimensioni, tutti i triangoli nella realtà hanno sempre uno spessore e dopo tutto se diciamo che le montagne ci sembrano triangolari è perché abbiamo un concetto di triangolo innato in noi. Per questo motivo l'anima in Cartesio, che pur non crede nella reincarnazione, non è tabula rasa, ma è già impregnata dalle idee innate fin dalla nascita. Per Cartesio il corpo non può essere veicolo dell'anima, altrimenti se mi taglio un braccio sarebbe lo stesso che se mi si strappasse la manica del cappotto, insomma non proverei dolore, perciò anima e corpo sono congiunti e solo tramite la ghiandola pineale. Locke collega l'io con la memoria ed invece di quello che si è detto prima afferma che l'anima è un foglio bianco dato che non può avere nessun contenuto senza mai aver avuto una sola esperienza. La memoria in questo caso svolge la funzione di collegare me stesso a quello che ero, poiché tra l'altro sperimento questa continuità, ciò mi da più certezza di me, visto che questa continuità non è presente nei sogni, dove si può saltare da una situazione all'altra senza criterio e non c'è connessione causale, so di non essere solo parte di un sogno. Leibniz introduce qualcosa di completamente nuovo, questo è il suo concetto di monade. Che cos'è la monade? un io che non ha né porte, né finestre, un io chiuso in sé stesso che sviluppa tutta la realtà in sé, ma che condivide con altri il mondo solo per il semplice fatto che la sua monade rispecchia l'intero universo. In questo concetto si vede come appunto una conoscenza di se stessi, comporta anche la conoscenza dell'universo e se aggiungiamo quello che dicono i cristiani, ovvero che siamo immagine e somiglianza di Dio, in qualche modo una conoscenza di noi stessi finisce per implicare anche una certa conoscenza di Dio. Ora voglio concentrarmi su una particolare parola tedesca: Vielfältigkeit, questa parola significa molteplicità, ma ha delle parole in sé stessa che sono "viel" e  "fältig", la prima vuol dire molto, la seconda a mio avviso va riportata alla parola "faltig", che sembra che in tedesco voglia dire a piega, dunque il concetto di molteplicità implica quello di "essere a molte pieghe". Questa immagine ci porta a pensare una realtà che è una, ma è molteplice solo perché piegata tante volte. Questa immagine è la stessa della monade di Leibniz vista dal punto di vista di Deleuze, di questa monade che ha l'intera realtà piegata dentro di sé, per cui lo svolgersi della monade, nonché l'esistenza è un dispiegarsi, ma nel senso delle pieghe che non sono più pieghe e che manifestano tutta una realtà interna non ancora nota. Il concetto di Io si capisce che ha dei punti fondamentali, da un lato l'unità, perchè alla fine anche se ha molte caratteristiche sono tutte dell'io, come una cosa sola; dall'altro l'identità, che si collega all'unità; ancora un'essenza che può essere concepita come precedente all'esistenza, nel senso che noi eravamo prima di incarnarci, un'immutabilità, Schopenhauer dirà che conviene conoscere sé stessi perché così si sanno i propri difetti e si può evitare di fare certe figuracce, oltretutto si parla di essenza eterna e data. C'è però una differenza che non si è ancora fatta, per esempio si è parlato quasi sempre di io come anima, ma l'io qualcuno lo ha concepito come corpo, altri hanno concepito la stessa anima come corporea. È quasi inevitabile che nella filosofia l'io coincida con un soggetto pensante, ma posso pensare che la ragione sia un elemento della mia anima, che sia la mia anima, oppure posso far coincidere tale soggetto con il nostro cervello. Anche nel caso dell'anima posso concepirla come immortale, immateriale oppure posso dire che è fuoco sottile, fatta di atomi sottili ed in ogni caso mortale. La vera rivoluzione in questo caso bisogna pensare che sia stata fatta dalla psicologia, perché la psicologia alla fine ci dice quasi che i nostri pensieri su cui facciamo tanto affidamento in realtà spesso sono menzogne, qualcosa che maschera, ciò che conta sono le variazioni di questi pensieri e questo ci rivela un'altra realtà che è quella dell'inconscio.

Per esempio:

prima dico qualcosa sul fatto che sono andata a casa e ho visto il gatto passare davanti a me.

chiedendomi di vedere la realtà in un altro modo posso accorgermi che la risposta cambia, qualcosa è intervenuto, qualcosa affiora alla coscienza, qualcosa che prima non era cosciente.

Il concetto di inconscio freudiano complica la questione del nostro io, perché introduce qualcosa di nuovo, qualcosa che noi non sapevamo, qualcosa di nascosto. L'immaginazione per esempio non è semplicemente replica di cose esterne, ma spesso e volentieri si trova a fare i conti con influenze inconsce, ciò può avere a che vedere con paure, desideri e altro ancora. Ci sono pensieri ossessivi, persino una teoria di un filosofo molto rinomata potrebbe essere influenzata dal suo inconscio senza che lui stesso possa aspettarselo. Ora il concetto di io non fa altro che sottolineare che noi di noi stessi abbiamo ancora moltissimo da scoprire, che un nuovo regno oscuro si apre da esplorare e che la nostra conoscenza di noi stessi, è anche conoscenza dei nostri problemi, conoscenza di qualcosa che ha agito su di noi senza che noi potessimo accorgercene. La prossima lezione deve riguardare le vie per evitare l'io, concezioni alternative che schivino la domanda: chi sono?.


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sabato 22 novembre 2014

Lezione XIV: rapporto tra concetti e linguaggio




Nella lezione precedente avete compreso come si possa costruire un linguaggio di concetti, in quella ancora prima, avete capito come andare oltre il concetto, ovvero si parlava di alternative al concetto stesso e ancora prima avevo parlato delle teorie sui concetti, ovvero sono tre lezioni che parlo di concetti, ora invece vediamo come questi concetti si relazionano con il linguaggio. Il problema iniziale sta nel fatto se dobbiamo considerare le parole come segni delle cose o dei concetti, perché nel primo caso la parola non avrebbe relazione con il concetto, nel secondo invece avrebbe una relazione con la realtà che è sempre però in un secondo livello, visto che nell'immediatezza la parola indicherebbe il concetto e non la realtà. C'è ancora una terza possibilità ovvero che esista in qualche modo una forma di indicazione doppia, quindi dovremo analizzare queste tre possibilità. Se io leggo: "i pappagalli hanno il becco", le parole cosa mi fanno pensare? per esempio penso ai pappagalli o al concetto di pappagallo, qualora pensassi ai pappagalli non farei altro che pensare ad una immagine di un pappagallo, ma questo ci condurrebbe al problema di un paio di lezioni fa sul fatto se i concetti siano delle mere immagini oppure siano invece qualcosa che è puramente concepito, come una strutturazione di determinazioni. Quindi è chiaro che le parole non indicano direttamente la realtà, ma se mai dei concetti, sono poi i concetti che sono stati creati per indicare essenze reali, infatti cosa succede, che il linguaggio lo abbiamo fatto per esprimere pensieri, per dire quello che pensiamo, ma il pensato sono sempre dei concetti. In questo senso avevamo bisogno di tradurre il linguaggio dei concetti con dei segni e con questi segni abbiamo fatto delle parole. Questo semplice fatto rende evidente che la parola prima di relazionarsi con la realtà deve passare per il concetto. Ci sono molte lingue come sappiamo nel mondo, anche se ora domina l'inglese, non per questo vuol dire che tutti lo intendano e che sia una carta da usare in ogni caso. Il linguaggio di concetti si è visto che poi non è detto che sia così universale come sembra, visto che gli oggetti al di là di una semplice convenzionalità sono sempre costruiti, così noi convenzionalmente chiamiamo certe cose sedie, ma poi questo in ogni soggetto ha una sua costruzione salvo mantenere dei principi di fondo inalienabili che fondano la convenzione. Nell'ambito del linguaggio troviamo due posizioni dominanti, una è quella che dice che le parole devono stare per essenze, ma questo deve prima passare, come si diceva prima, attraverso il concetto; un'altra posizione invece parte dal fatto che non vi siano delle essenze da indicare, mentre invece tutto il linguaggio è convenzionale. Da un lato sembra non darsi prova del fatto che debbano esservi delle essenze, dall'altro però il fatto che le parole sono una convenzione non dice nulla che non sia già ovvio a chi sostiene l'altra tesi, solo che il dubbio sta nel fatto che si pensa che questa convezione avesse lo scopo di indicare un'essenza, altri pensano di no, ma non sanno in questo modo come giustificare la convezione, al massimo devono ripensare l'essenza come individuo membro di un'insieme, nel quale condivide solo l'appartenenza e non una essenza. Diverso è dire che una cosa è una tigre perché parte del branco delle tigri, da dire che una cosa è una tigre perché è scritto nel suo DNA. La storia comincia con il Cratilo di Platone, non sto a raccontarla tutta, però ci sono un po' tutte e due le posizioni, nel caso di Platone la tendenza è credere che vi siano delle essenze e quindi delle idee, invece Ockham era nominalista, diceva che se io penso ad un gatto penso all'immagine di questo gatto, quindi, diciamo che il simbolo in quel caso è convenzionale, ma il concetto non è tanto meno convenzionale, se rispecchia un'essenza che non c'è. Vediamo che ogni analisi del linguaggio ci porta alla differenza tra type e token, perché se è vero come dice Socrate che in fondo molte parole sono costruite da altre e ciò accade nella lingua greca antica, ma anche nell'attuale tedesco, è anche vero che tutto questo parte da parti prime che devono comunque essere convenzionali. Il type è davvero il tipo, è come dire il modello e anche l'essenza, il token invece è il singolare, come si realizza questo tipo nelle cose, la sua esplicazione che non essendo qualcosa di completamente diverso dal tipo, è al massimo una copia; a questo punto si distingue dal tropo, che invece è qualcosa di ancora diverso. Il type ovviamente è sempre supposto nessuno lo ha mai visto, a meno di non pensare che la contemplazione di un concetto coincida con quella del type, perché si pensa che il type e il concetto siano la stessa cosa, ma con questo io non sarei d'accordo. C'è un'altra via che è quella di pensare non il tropo, ma i token come senza type, in questo caso per esempio possiamo parlare delle teoria di Deleuze, nel suo scritto: Differenza e ripetizione, sostiene una teoria a partire da quella che chiama differenza in sé, in questo caso è dalla materia, dal demone che nella sua singolarità nasce quella che è una somiglianza apparente che ci fa pensare all'essenza, ma si tratta di caratteri dominanti che fanno parte delle cose, per esempio nel caso degli alberi uno di questi è il ligneo. Questa teoria parla di un mondo fatto di tante copie che non sono più copie di nulla, così come accade al mondo dell'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica nel caso di Benjamin, con opere d'arte che non hanno più un originale. La mia idea in proposito è che certamente la parola indica il concetto, il concetto in realtà è sempre costruito in vista dell'idea, ma deve partire da immagini anche se non coincide con esse, esattamente come si diceva la lezione scorsa. Ora invece nelle prossime lezioni dovrò tornare sul problema originario delle lezioni in generale, le domande: chi sono? da dove veniamo? verso dove andiamo?.



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sabato 15 novembre 2014

Lezione XIII: linguaggio di concetti



Come promesso qui dovrei parlare di una teoria sulla costruzione di un linguaggio di concetti, linguaggio che poi possediamo qui nella nostra mente tutti, ognuno il suo. C'è però una questione che va risolta, noto che c'è chi afferma contro la mentalità comune che i concetti sono universali, facendo si che non sia possibile darne un proprio dizionario, il problema di questa teoria è che sembra tanto vero che alla fine i concetti siano universali, in fondo tutti possediamo certi concetti e quando li pensiamo ci intendiamo perfettamente, ma poi quando si deve entrare più nel dettaglio nascono degli scontri, nessuno riesce ad intendersi, altrimenti in tutte le discussioni ci sarebbe già un'universale accordo, cosa che non è vero. Una teoria di questo tipo la si trova in personaggi come Rudolf Steiner, si potrebbe pensare inoltre che sia la stessa degli idealisti, questo pensiero nasce dal fatto che gli idealisti hanno posto come soggetto un pensiero che non ha più nulla di individuale, così il pensare stesso per conseguenza avrà come oggetto qualcosa di universale e i concetti stessi saranno universali. Il pensare in se stesso del resto non è qualcosa come un'astrazione ma è in effetti la realtà, perché il pensiero non è tanto qualcosa con cui dobbiamo identificarci, del resto l'affermazione di Cartesio risulta falsa, per una serie di motivi: che si dovrebbe pensare l'io come causa finale dei pensieri, che il pensiero che siamo pensanti non può avere nessun privilegio rispetto agli altri pensieri, che la consapevolezza del pensare non ci porta in realtà ad identificarci con esso, al contrario in realtà è incosapevolezza che ci porta ad identificarci con il pensiero. Lo spirito umano o assoluto sarà anche il pensare, ma questo non è da concepirsi come dipendente da un soggetto, ma come attività in se stessa, così come avrebbe potuto pensarla Gentile. In questo senso noi possiamo osservare i pensieri senza giudicarli, così è quello che ci spiega la psicoanalisi da Freud in poi, ma appunto poiché possiamo farci osservatori del pensiero non ci identifichiamo in esso, se non cadendo nelle trame del giudizio della mente. La ragione è sempre una scelta, dice Sartre, Jung invece ci insegna che alla fine i pensieri non vanno pensati più che come animali della foresta, se io vedo un animale nella foresta posso osservarlo senza pensare che lo abbia prodotto io. Il pensare però va pensato al di là del mero pensato, del resto di norma si distingue la forma dalla materia e si è sempre considerato la forma universale, era invece la materia quella cosa individuale. Chi pensa i concetti come universali misconosce alcune cose, per esempio la differenza tra concetto e idea, che invece è riconosciuta da Schopenhauer, non ci sono dubbi nella scolastica per esempio sulla differenza tra gli universalia ante rem e quelli post rem. Nello stesso tempo il termine universalia può sembrarci ingannevole in questo senso, quindi ora conviene parlare dell'altro motivo per cui è un inganno pensare che i concetti siano universali. Questo secondo motivo lo si può spigare seguendo la linea di qualcosa che ho già detto prima, perché la capacità di intenzione si riferisce solo ad uno strato del tutto superficiale, per esempio se parliamo di triangoli tutti sappiamo cosa pensiamo, dunque penseremo forse con errore che un solo concetto di triangolo è pensato da tutti, solo questo accordo ce lo fa pensare, ma se grattiamo sotto non ci vuole molto per capire che l'accordo funziona solo sulla superficialità, perché per esempio chi segue una geometria di tipo euclideo può affermare che gli angoli del triangolo se sommati diano 180°, ma ci sono geometrie alternative che negano questo, dunque lo stesso concetto di triangolo può essere concepito in modo diverso. Si possono fare mille esempi di questo tipo, quello che potrei dire quasi il mio preferito in questo caso riguarda il concetto di esistenza, per lungo tempo c'è stato un dibattito, che forse nemmeno oggi è ancora finito, su se l'esistenza sia una proprietà oppure no. Alcuni dicono che l'esistenza sia una proprietà delle cose, così togliere l'esistenza a qualcosa vuole dire sottrarne una proprietà, lasciando ancora le altre (a favore di questa tesi troviamo filosofi come: Cartesio e Hegel), la mancanza dell'esistenza è una mancanza vera e propria, è un di meno; secondo altri l'esistenza non è una proprietà, ma se mai la condizione per cui certe proprietà possono sussistere (posizione sostenuta dalle seguenti personalità filosofiche: George Edward Moore, Kant e Gassendi). Questi disaccordi rivelano che il concetto stesso solo alla superficialità manifesta un'universale accordo, ma se si scava più a fondo ciò non accade, si scoprono delle differenze. Platone tra l'altro è un altro di quelli che tende ad identificare le idee con i concetti, quindi la contemplazione di un concetto può essere lo stesso della contemplazione di un'idea, solo che questo porta poi a pensare che i concetti siano di nuovo universali. Come abbiamo visto i concetti non portano alla stessa universalità delle idee. Cosa sono le idee? le idee sono identità generali, almeno secondo quella teoria mia che voglio esporvi. Un'identità generale deve avere un nucleo e diverse linee descrittive, se tutti siamo d'accordo che qualcosa sia un triangolo, ammettiamo facilmente che c'è sempre un nucleo condiviso, ma questo è sempre distribuito nei vari soggetti secondo la serie paradossale degli uno/molteplici che vediamo nella realtà. Dal nucleo partono delle linee descrittive che per lo più concernono discipline diverse, queste linee devono fondarsi sui principi del nucleo e non escludersi a vicenda. In questo modo abbiamo una struttura che si può spiegare così: se guardiamo un albero siamo tutti d'accordo con il fatto che è un albero (faccio notare che qualunque scambio, per esempio un albero per una macchina, questo non ha nulla a che vedere con i concetti ma solo con i nomi), poi però ci sono delle discordanze nel descrivere questo albero, per esempio si possono fare diverse descrizioni ontologiche che partono da diversi oggetti, per esempio elettrone, molecola o sostanza. Questi oggetti ontologici poi farebbero da base per le linee descrittive. In apparenza può sembrarvi che ci sia una contraddizione nel pensare che il pensare sia universale e il concetto no, ma in realtà non c'è; noi tutti diciamo: ognuno ha i propri pensieri, ma qui ci riferiamo per lo più al contenuto. Ecco va ripresa la distinzione tra materia e forma di cui si parlava prima, per parlare di ciò, perché di fatto molti pensieri sono ripetitivi, possiamo persino classificarli, l'umanità ripensa spesso cose già pensate, infatti gli unici pensieri che hanno davvero dell'originalità sono le intuizioni, ma qui finiamo su altri argomenti che non devono essere trattati ancora qua. Il pensare in se stesso è un'azione, un processo, questo lo vediamo tranquillamente trascorrere senza di noi, tanto è vero che se fossimo un po' più coscienti potremmo metterci qui ad ascoltare i nostri pensieri come se fosse un programma alla radio, ma il fatto di sollevare può essere pensato senza il suo oggetto, per esempio un mimo agisce ma fingendo di avere degli oggetti attorno, dunque il pensare si serve di oggetti per come li concepiamo noi, non ha oggetti universali propri, così infatti si era dimostrato prima. Il nostro concetto si qualifica come pensato differenziandosi sia dal pensante che dal pensare, anche perché il pensante è quasi anonimo, pensiamo di essere noi se siamo posseduti dai pensieri, come per esempio se vedendo un orso nel bosco ci convincessimo di essere noi stessi quell'orso e lo imitassimo dimenticandoci di essere qui e di non essere lui. Il concetto del resto non è idea, anzi l'idea è il paragone invisibile del concetto, il fantasma del processo della conoscenza, visto che essa non si lascia contemplare direttamente, cosa che se fosse si potrebbe pensare che avremmo risolto i nostri problemi conoscitivi molto presto, ma al contrario il concetto si lascia dire vero se è specchio dell'idea, falso se non gli è simile. Se non si può conoscere l'idea, allora come conoscere la verità? l'idea non è incoerente, non ha contraddizioni, la verità di un concetto si tiene dal suo stare in piedi di fronte alla critica, mentre l'idea sappiamo che c'è perché è ciò che da senso al processo conoscitivo, ciò che fa da modello discriminante della verità dei concetti, ciò che è il fine della conoscenza, altrimenti la conoscenza non avrebbe una meta. Ora e solo ora parliamo di questo linguaggio di concetti, partiamo dal fatto che penso che non ci siano concetti innati, ma credo che noi ci formiamo sempre delle immagini delle cose, ma che non sono queste i concetti, essi devono pensarsi a partire da queste. I concetti sono costruzioni di determinazioni, queste spesso sono altri concetti e se non sono ciò, sono delle esperienze prime. Si parte dall'immagine delle cose, per esempio quella di un coniglio, si presentano a noi diverse immagini di conigli, quindi padroneggiamo sempre più l'immagine e così abbiamo la rappresentazione, sappiamo come modificare l'immagine del coniglio lasciandolo come tale. Nella rappresentazione si sa quali sono i caratteri essenziali e quelli che non lo sono, per esempio se cambio colore alla mia immagine dello spazzolino o lo accorcio, oppure ne cambio il materiale, so che comunque è uno spazzolino perché so quali sono i caratteri fondamentali che lo rendono spazzolino, allora ho rappresentazione dello spazzolino. Da questo io so come costruire il mio concetto, ovvero sulla base dei caratteri essenziali che troviamo in tutte le immagini che abbiamo. Ora se io apro un dizionario non trovo l'immagine dello spazzolino alla voce spazzolino, ma magari leggo, che è uno strumento per lavarsi i denti, ma "strumento", "denti", "lavare", sono altri concetti e alle loro voci troviamo altri significati. Il mio scopo in questo senso è quello di cercare di fondare un linguaggio di concetti che poggi su se stesso, questo lo si può fare concependo i concetti come concetti secondi che a lungo andare si fondano su concetti primi che sono esperienze prime o meglio si fondano su di essi. In questo modo a partire da concetti primi si possono fondare concetti secondi, con questi altri concetti, fino a costruire tanti vocabolari di concetti. Per esempio la risposta si definisce come riempimento di un problema, se definiamo questo come concetto secondo, pensando il problema come concetto primo, esso sarà la nostra esperienza prima della vuotezza e assenza di qualcosa sul piano conoscitivo, un buco che nella sua forma da istruzioni sulla costruzione della domanda. Adesso possiamo aggiungere che in fondo il fatto che ogni persona, anche se pensiamo sempre di intenderci perfettamente e ciò avviene sempre su un livello superficiale, ha un suo vocabolario mentale, è perfettamente d'accordo con la teoria di Lacan della differenza tra significante e significato.



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