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sabato 22 novembre 2014

Lezione XIV: rapporto tra concetti e linguaggio




Nella lezione precedente avete compreso come si possa costruire un linguaggio di concetti, in quella ancora prima, avete capito come andare oltre il concetto, ovvero si parlava di alternative al concetto stesso e ancora prima avevo parlato delle teorie sui concetti, ovvero sono tre lezioni che parlo di concetti, ora invece vediamo come questi concetti si relazionano con il linguaggio. Il problema iniziale sta nel fatto se dobbiamo considerare le parole come segni delle cose o dei concetti, perché nel primo caso la parola non avrebbe relazione con il concetto, nel secondo invece avrebbe una relazione con la realtà che è sempre però in un secondo livello, visto che nell'immediatezza la parola indicherebbe il concetto e non la realtà. C'è ancora una terza possibilità ovvero che esista in qualche modo una forma di indicazione doppia, quindi dovremo analizzare queste tre possibilità. Se io leggo: "i pappagalli hanno il becco", le parole cosa mi fanno pensare? per esempio penso ai pappagalli o al concetto di pappagallo, qualora pensassi ai pappagalli non farei altro che pensare ad una immagine di un pappagallo, ma questo ci condurrebbe al problema di un paio di lezioni fa sul fatto se i concetti siano delle mere immagini oppure siano invece qualcosa che è puramente concepito, come una strutturazione di determinazioni. Quindi è chiaro che le parole non indicano direttamente la realtà, ma se mai dei concetti, sono poi i concetti che sono stati creati per indicare essenze reali, infatti cosa succede, che il linguaggio lo abbiamo fatto per esprimere pensieri, per dire quello che pensiamo, ma il pensato sono sempre dei concetti. In questo senso avevamo bisogno di tradurre il linguaggio dei concetti con dei segni e con questi segni abbiamo fatto delle parole. Questo semplice fatto rende evidente che la parola prima di relazionarsi con la realtà deve passare per il concetto. Ci sono molte lingue come sappiamo nel mondo, anche se ora domina l'inglese, non per questo vuol dire che tutti lo intendano e che sia una carta da usare in ogni caso. Il linguaggio di concetti si è visto che poi non è detto che sia così universale come sembra, visto che gli oggetti al di là di una semplice convenzionalità sono sempre costruiti, così noi convenzionalmente chiamiamo certe cose sedie, ma poi questo in ogni soggetto ha una sua costruzione salvo mantenere dei principi di fondo inalienabili che fondano la convenzione. Nell'ambito del linguaggio troviamo due posizioni dominanti, una è quella che dice che le parole devono stare per essenze, ma questo deve prima passare, come si diceva prima, attraverso il concetto; un'altra posizione invece parte dal fatto che non vi siano delle essenze da indicare, mentre invece tutto il linguaggio è convenzionale. Da un lato sembra non darsi prova del fatto che debbano esservi delle essenze, dall'altro però il fatto che le parole sono una convenzione non dice nulla che non sia già ovvio a chi sostiene l'altra tesi, solo che il dubbio sta nel fatto che si pensa che questa convezione avesse lo scopo di indicare un'essenza, altri pensano di no, ma non sanno in questo modo come giustificare la convezione, al massimo devono ripensare l'essenza come individuo membro di un'insieme, nel quale condivide solo l'appartenenza e non una essenza. Diverso è dire che una cosa è una tigre perché parte del branco delle tigri, da dire che una cosa è una tigre perché è scritto nel suo DNA. La storia comincia con il Cratilo di Platone, non sto a raccontarla tutta, però ci sono un po' tutte e due le posizioni, nel caso di Platone la tendenza è credere che vi siano delle essenze e quindi delle idee, invece Ockham era nominalista, diceva che se io penso ad un gatto penso all'immagine di questo gatto, quindi, diciamo che il simbolo in quel caso è convenzionale, ma il concetto non è tanto meno convenzionale, se rispecchia un'essenza che non c'è. Vediamo che ogni analisi del linguaggio ci porta alla differenza tra type e token, perché se è vero come dice Socrate che in fondo molte parole sono costruite da altre e ciò accade nella lingua greca antica, ma anche nell'attuale tedesco, è anche vero che tutto questo parte da parti prime che devono comunque essere convenzionali. Il type è davvero il tipo, è come dire il modello e anche l'essenza, il token invece è il singolare, come si realizza questo tipo nelle cose, la sua esplicazione che non essendo qualcosa di completamente diverso dal tipo, è al massimo una copia; a questo punto si distingue dal tropo, che invece è qualcosa di ancora diverso. Il type ovviamente è sempre supposto nessuno lo ha mai visto, a meno di non pensare che la contemplazione di un concetto coincida con quella del type, perché si pensa che il type e il concetto siano la stessa cosa, ma con questo io non sarei d'accordo. C'è un'altra via che è quella di pensare non il tropo, ma i token come senza type, in questo caso per esempio possiamo parlare delle teoria di Deleuze, nel suo scritto: Differenza e ripetizione, sostiene una teoria a partire da quella che chiama differenza in sé, in questo caso è dalla materia, dal demone che nella sua singolarità nasce quella che è una somiglianza apparente che ci fa pensare all'essenza, ma si tratta di caratteri dominanti che fanno parte delle cose, per esempio nel caso degli alberi uno di questi è il ligneo. Questa teoria parla di un mondo fatto di tante copie che non sono più copie di nulla, così come accade al mondo dell'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica nel caso di Benjamin, con opere d'arte che non hanno più un originale. La mia idea in proposito è che certamente la parola indica il concetto, il concetto in realtà è sempre costruito in vista dell'idea, ma deve partire da immagini anche se non coincide con esse, esattamente come si diceva la lezione scorsa. Ora invece nelle prossime lezioni dovrò tornare sul problema originario delle lezioni in generale, le domande: chi sono? da dove veniamo? verso dove andiamo?.



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