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sabato 15 novembre 2014

Lezione XIII: linguaggio di concetti



Come promesso qui dovrei parlare di una teoria sulla costruzione di un linguaggio di concetti, linguaggio che poi possediamo qui nella nostra mente tutti, ognuno il suo. C'è però una questione che va risolta, noto che c'è chi afferma contro la mentalità comune che i concetti sono universali, facendo si che non sia possibile darne un proprio dizionario, il problema di questa teoria è che sembra tanto vero che alla fine i concetti siano universali, in fondo tutti possediamo certi concetti e quando li pensiamo ci intendiamo perfettamente, ma poi quando si deve entrare più nel dettaglio nascono degli scontri, nessuno riesce ad intendersi, altrimenti in tutte le discussioni ci sarebbe già un'universale accordo, cosa che non è vero. Una teoria di questo tipo la si trova in personaggi come Rudolf Steiner, si potrebbe pensare inoltre che sia la stessa degli idealisti, questo pensiero nasce dal fatto che gli idealisti hanno posto come soggetto un pensiero che non ha più nulla di individuale, così il pensare stesso per conseguenza avrà come oggetto qualcosa di universale e i concetti stessi saranno universali. Il pensare in se stesso del resto non è qualcosa come un'astrazione ma è in effetti la realtà, perché il pensiero non è tanto qualcosa con cui dobbiamo identificarci, del resto l'affermazione di Cartesio risulta falsa, per una serie di motivi: che si dovrebbe pensare l'io come causa finale dei pensieri, che il pensiero che siamo pensanti non può avere nessun privilegio rispetto agli altri pensieri, che la consapevolezza del pensare non ci porta in realtà ad identificarci con esso, al contrario in realtà è incosapevolezza che ci porta ad identificarci con il pensiero. Lo spirito umano o assoluto sarà anche il pensare, ma questo non è da concepirsi come dipendente da un soggetto, ma come attività in se stessa, così come avrebbe potuto pensarla Gentile. In questo senso noi possiamo osservare i pensieri senza giudicarli, così è quello che ci spiega la psicoanalisi da Freud in poi, ma appunto poiché possiamo farci osservatori del pensiero non ci identifichiamo in esso, se non cadendo nelle trame del giudizio della mente. La ragione è sempre una scelta, dice Sartre, Jung invece ci insegna che alla fine i pensieri non vanno pensati più che come animali della foresta, se io vedo un animale nella foresta posso osservarlo senza pensare che lo abbia prodotto io. Il pensare però va pensato al di là del mero pensato, del resto di norma si distingue la forma dalla materia e si è sempre considerato la forma universale, era invece la materia quella cosa individuale. Chi pensa i concetti come universali misconosce alcune cose, per esempio la differenza tra concetto e idea, che invece è riconosciuta da Schopenhauer, non ci sono dubbi nella scolastica per esempio sulla differenza tra gli universalia ante rem e quelli post rem. Nello stesso tempo il termine universalia può sembrarci ingannevole in questo senso, quindi ora conviene parlare dell'altro motivo per cui è un inganno pensare che i concetti siano universali. Questo secondo motivo lo si può spigare seguendo la linea di qualcosa che ho già detto prima, perché la capacità di intenzione si riferisce solo ad uno strato del tutto superficiale, per esempio se parliamo di triangoli tutti sappiamo cosa pensiamo, dunque penseremo forse con errore che un solo concetto di triangolo è pensato da tutti, solo questo accordo ce lo fa pensare, ma se grattiamo sotto non ci vuole molto per capire che l'accordo funziona solo sulla superficialità, perché per esempio chi segue una geometria di tipo euclideo può affermare che gli angoli del triangolo se sommati diano 180°, ma ci sono geometrie alternative che negano questo, dunque lo stesso concetto di triangolo può essere concepito in modo diverso. Si possono fare mille esempi di questo tipo, quello che potrei dire quasi il mio preferito in questo caso riguarda il concetto di esistenza, per lungo tempo c'è stato un dibattito, che forse nemmeno oggi è ancora finito, su se l'esistenza sia una proprietà oppure no. Alcuni dicono che l'esistenza sia una proprietà delle cose, così togliere l'esistenza a qualcosa vuole dire sottrarne una proprietà, lasciando ancora le altre (a favore di questa tesi troviamo filosofi come: Cartesio e Hegel), la mancanza dell'esistenza è una mancanza vera e propria, è un di meno; secondo altri l'esistenza non è una proprietà, ma se mai la condizione per cui certe proprietà possono sussistere (posizione sostenuta dalle seguenti personalità filosofiche: George Edward Moore, Kant e Gassendi). Questi disaccordi rivelano che il concetto stesso solo alla superficialità manifesta un'universale accordo, ma se si scava più a fondo ciò non accade, si scoprono delle differenze. Platone tra l'altro è un altro di quelli che tende ad identificare le idee con i concetti, quindi la contemplazione di un concetto può essere lo stesso della contemplazione di un'idea, solo che questo porta poi a pensare che i concetti siano di nuovo universali. Come abbiamo visto i concetti non portano alla stessa universalità delle idee. Cosa sono le idee? le idee sono identità generali, almeno secondo quella teoria mia che voglio esporvi. Un'identità generale deve avere un nucleo e diverse linee descrittive, se tutti siamo d'accordo che qualcosa sia un triangolo, ammettiamo facilmente che c'è sempre un nucleo condiviso, ma questo è sempre distribuito nei vari soggetti secondo la serie paradossale degli uno/molteplici che vediamo nella realtà. Dal nucleo partono delle linee descrittive che per lo più concernono discipline diverse, queste linee devono fondarsi sui principi del nucleo e non escludersi a vicenda. In questo modo abbiamo una struttura che si può spiegare così: se guardiamo un albero siamo tutti d'accordo con il fatto che è un albero (faccio notare che qualunque scambio, per esempio un albero per una macchina, questo non ha nulla a che vedere con i concetti ma solo con i nomi), poi però ci sono delle discordanze nel descrivere questo albero, per esempio si possono fare diverse descrizioni ontologiche che partono da diversi oggetti, per esempio elettrone, molecola o sostanza. Questi oggetti ontologici poi farebbero da base per le linee descrittive. In apparenza può sembrarvi che ci sia una contraddizione nel pensare che il pensare sia universale e il concetto no, ma in realtà non c'è; noi tutti diciamo: ognuno ha i propri pensieri, ma qui ci riferiamo per lo più al contenuto. Ecco va ripresa la distinzione tra materia e forma di cui si parlava prima, per parlare di ciò, perché di fatto molti pensieri sono ripetitivi, possiamo persino classificarli, l'umanità ripensa spesso cose già pensate, infatti gli unici pensieri che hanno davvero dell'originalità sono le intuizioni, ma qui finiamo su altri argomenti che non devono essere trattati ancora qua. Il pensare in se stesso è un'azione, un processo, questo lo vediamo tranquillamente trascorrere senza di noi, tanto è vero che se fossimo un po' più coscienti potremmo metterci qui ad ascoltare i nostri pensieri come se fosse un programma alla radio, ma il fatto di sollevare può essere pensato senza il suo oggetto, per esempio un mimo agisce ma fingendo di avere degli oggetti attorno, dunque il pensare si serve di oggetti per come li concepiamo noi, non ha oggetti universali propri, così infatti si era dimostrato prima. Il nostro concetto si qualifica come pensato differenziandosi sia dal pensante che dal pensare, anche perché il pensante è quasi anonimo, pensiamo di essere noi se siamo posseduti dai pensieri, come per esempio se vedendo un orso nel bosco ci convincessimo di essere noi stessi quell'orso e lo imitassimo dimenticandoci di essere qui e di non essere lui. Il concetto del resto non è idea, anzi l'idea è il paragone invisibile del concetto, il fantasma del processo della conoscenza, visto che essa non si lascia contemplare direttamente, cosa che se fosse si potrebbe pensare che avremmo risolto i nostri problemi conoscitivi molto presto, ma al contrario il concetto si lascia dire vero se è specchio dell'idea, falso se non gli è simile. Se non si può conoscere l'idea, allora come conoscere la verità? l'idea non è incoerente, non ha contraddizioni, la verità di un concetto si tiene dal suo stare in piedi di fronte alla critica, mentre l'idea sappiamo che c'è perché è ciò che da senso al processo conoscitivo, ciò che fa da modello discriminante della verità dei concetti, ciò che è il fine della conoscenza, altrimenti la conoscenza non avrebbe una meta. Ora e solo ora parliamo di questo linguaggio di concetti, partiamo dal fatto che penso che non ci siano concetti innati, ma credo che noi ci formiamo sempre delle immagini delle cose, ma che non sono queste i concetti, essi devono pensarsi a partire da queste. I concetti sono costruzioni di determinazioni, queste spesso sono altri concetti e se non sono ciò, sono delle esperienze prime. Si parte dall'immagine delle cose, per esempio quella di un coniglio, si presentano a noi diverse immagini di conigli, quindi padroneggiamo sempre più l'immagine e così abbiamo la rappresentazione, sappiamo come modificare l'immagine del coniglio lasciandolo come tale. Nella rappresentazione si sa quali sono i caratteri essenziali e quelli che non lo sono, per esempio se cambio colore alla mia immagine dello spazzolino o lo accorcio, oppure ne cambio il materiale, so che comunque è uno spazzolino perché so quali sono i caratteri fondamentali che lo rendono spazzolino, allora ho rappresentazione dello spazzolino. Da questo io so come costruire il mio concetto, ovvero sulla base dei caratteri essenziali che troviamo in tutte le immagini che abbiamo. Ora se io apro un dizionario non trovo l'immagine dello spazzolino alla voce spazzolino, ma magari leggo, che è uno strumento per lavarsi i denti, ma "strumento", "denti", "lavare", sono altri concetti e alle loro voci troviamo altri significati. Il mio scopo in questo senso è quello di cercare di fondare un linguaggio di concetti che poggi su se stesso, questo lo si può fare concependo i concetti come concetti secondi che a lungo andare si fondano su concetti primi che sono esperienze prime o meglio si fondano su di essi. In questo modo a partire da concetti primi si possono fondare concetti secondi, con questi altri concetti, fino a costruire tanti vocabolari di concetti. Per esempio la risposta si definisce come riempimento di un problema, se definiamo questo come concetto secondo, pensando il problema come concetto primo, esso sarà la nostra esperienza prima della vuotezza e assenza di qualcosa sul piano conoscitivo, un buco che nella sua forma da istruzioni sulla costruzione della domanda. Adesso possiamo aggiungere che in fondo il fatto che ogni persona, anche se pensiamo sempre di intenderci perfettamente e ciò avviene sempre su un livello superficiale, ha un suo vocabolario mentale, è perfettamente d'accordo con la teoria di Lacan della differenza tra significante e significato.



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