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sabato 1 settembre 2018

Cartesio: res cogitans e res extensa (sesta meditazione)








Cartesio: lo spirito e la materia


Nella prima meditazione Cartesio aveva messo in discussione tutto. Mano a mano Cartesio è riuscito a trovare dei saldi fondamenti per quelle cose che prima considerava certe senza avere prove valide e ora può considerare evidenti. Ha dimostrato prima l'esistenza di se stesso (Cogito), poi l'esistenza di Dio ed infine la verità del sapere scientifico. Ora è il momento di dimostrare l'esistenza dei corpi esterni e di tutto ciò che popola questo vasto universo.

Prima di parlare di tutto questo vorrei affrontare un altro tema: il solipsismo. Cartesio dimostra che ci è più evidente l'esistenza di noi stessi che quella delle cose esterne. Il problema del solipsismo è ancora molto attuale nella filosofia, si pensi al caso del pipistrello di Nagel. Io non so che cosa voglia dire essere qualcun altro e non so nemmeno, chiaramente, cosa voglia dire essere un pipistrello o un altro animale. Per saperlo dovrei esserlo, ossia dovrei avere quell'esperienza cosciente. Degli altri, inoltre, io vedo quello che vedo perché io sono fatto in un certo modo, ma spesso non vedo l'altro per come è. Cartesio non è un solipsista, ma mostra l'esistenza di questo pericolo nella filosofia. Il solipsista è colui che crede nell'esistenza di lui stesso e nella non esistenza degli altri. In questa meditazione Cartesio intende dimostrare l'esistenza degli altri, ma ci arriva solo dopo aver dimostrato prima l'esistenza di se medesimo e poi di Dio stesso.





Cartesio giunge alla dimostrazione dell'esistenza dei corpi esterni partendo dalla distinzione tra l'immaginazione e la concezione nella mente umana. Io posso concepire un chiliogono, ossia una figura con mille lati, ma avrò grosse difficoltà ad immaginarlo. Non posso immaginare, se non confusamente, una figura con mille lati, ma quell'immagine confusa, osserva Cartesio, è evidente che non è un chiliogono. Un esagono, al contrario, lo posso concepire, ma anche immaginare. L'immaginazione è quella facoltà in noi che si riferisce ai corpi esterni. Essa può riprodurli, ossia permetterci di rappresentarci la realtà, oppure ci permette di creare creature fantastiche combinando le immagini dei corpi esterni. Tuttavia non ho bisogno dell'immaginazione per esistere, questo lo ha dimostrato Cartesio nella seconda meditazione. Ci basta comprendere che se concepiamo qualcosa, allora esistiamo. Il corpo nostro e quelli esterni, invece, richiedono qualcosa di più di noi per poter essere. Io so che sono, ma so anche che sono pensiero e non sono propriamente quell'insieme di immagini che corrispondono ai corpi esterni. Se le cose stanno così, allora da dove vengono quelle immagini? Incomincio a riconoscere che se sono una res cogitanas, esistono anche delle res extense che non sono io, ma sono quei corpi che diventano oggetto della mia immaginazione. Quando concepisco, il pensiero si rivolge a me, nel senso che rimane nei confini della mente, mentre con l'immaginazione il pensiero si rivolge ai corpi.

Ciononostante, questo non basta per dimostrare l'esistenza dei corpi esterni. Noi con questo sappiamo solo che è possibile che i corpi esterni esistano, per il semplice fatto che noi siamo distinti da essi. Ma potrebbe essere ancora che sia la nostra mente a produrre quelle immagini o che comunque quelle cose che vediamo noi non siano quel che ci sembrano, come i cappelli e i mantelli che vediamo dalla finestra, i quali attribuiamo a uomini, ma magari sono degli spettri. Cartesio dunque riprende in considerazione tutti i corpi esterni elencandoli: prima viene il nostro corpo con organi, membra e tutto quel complesso di sensazioni che abbiamo relative ad esso; poi vengono tutte le cose esterne di cui percepiamo colori, odori, sapori e suoni. Queste cose le ho sempre esperite come corpi che non dipendevano dalla volontà. Il mondo esterno è come è, anche se lo vorrei diverso. Tuttavia qualche volta, osservando la realtà, mi sono ingannato e ho visto bastoncini spezzati che non lo erano, macchine arancioni che erano in realtà rosse, colonne cilindriche che erano in realtà quadrangolari. Inoltre, sebbene mi sembri che i corpi esterni non dipendano dalla mia volontà, mi è già capitato di sognare quegli stessi corpi e di accorgermi che nessuno di essi era effettivamente là fuori. Questi erano i motivi per cui Cartesio aveva messo in dubbio l'esistenza dei corpi esterni.

Io so, tuttavia, che sono e sono una cosa pensante. Da questo posso derivare che gli enti esterni non sono della mia stessa natura, ma sono distinti per natura da me, in quanto sono estesi. Esistono in filosofia almeno tre tipi di distinzione: la distinzione di ragione, ossia quando quando due cose sono distinte solo nella nostra mente (per esempio quando faccio astrazione di qualcosa da qualcos'altro); la distinzione di modo, ossia quando una cosa si distingue da un'altra semplicemente perché è uno dei suoi tanti modi (ad esempio il passeggiare rispetto al nostro corpo); distinzione reale (tra due res), ossia quando due enti sono distinti perché hanno sostanze di diverse. Tra la res cogitans e la res extensa vige una differenza reale, ossia tra due sostanze di natura diversa. La res extensa è appunto estesa ed in quanto è estesa è materiale. Cartesio è anche un famoso matematico, padre della geometria analitica, oltre che un filosofo. Quando Cartesio parla di estensione ha in mente il classico spazio euclideo con le sue proprietà metriche come la lunghezza. Cartesio ha inventato un metodo, il piano cartesiano, attraverso il quale disegnare qualsiasi figura, riportando i punti della figura a degli assi che segnano le distante di ogni coordinata nel piano. In questo senso lo spazio non è nell'ente, ma l'ente è nello spazio. Lo spazio, tuttavia, non è il vuoto. Se fosse il vuoto, allora lo spazio non sarebbe affatto, perché il vuoto non è. Cartesio, invece, pensa lo spazio come estensione: lunghezza, altezza, profondità. Queste dimensioni dello spazio e l'estensione stessa appartengono agli oggetti materiali. Esse ne costituiscono l'essenza. La res cogitans, la mente o lo spirito, non è una cosa materiale. Non può esserlo perché possiamo pensarci senza il corpo, ossia possiamo concepire noi stessi senza immaginare un corpo, ma non possiamo pensare al nostro corpo senza pensare che noi siamo. La mente, dunque, non è materiale e perciò non è estesa. La mente non ha spazio. Cartesio non lo dice apertamente, ma che l'anima non sia estesa era un pensiero condiviso dai medievali. In verità egli afferma che lo spirito non ha parti. Non può averle, appunto perché non è spaziale. Ora possiamo comprendere in cosa consiste il dualismo: esso è fondato sulla distinzione esteso/non esteso. Il primo termine della coppia dualista sta per il corpo, mentre il secondo per la mente. Non può essere, al contrario di quello che pensava Platone, che il mio corpo sia un semplice indumento dell'anima. Se così fosse, ne seguirebbe che non potrei provare sensazioni, dal momento che quando mi si strappa una camicia non provo certamente dolore. L'anima e il corpo devono essere congiunti in qualche modo, ma allo stesso tempo essere due sostanze completamente diverse.

Cartesio ha già dimostrato che Dio esiste e Dio non è un genio maligno. Ha detto inoltre che Dio è causa della nostra esistenza, ma dovremmo dire ora anche dei corpi esterni, in quanto Dio ha creato questo universo. Dio ha fatto il mio corpo e questi corpi esterni. Anche se spesso i sensi mi ingannano, perché vedo il sole grosso come un piede e in realtà non è così, non posso prendermela con Dio, infatti egli mi ha dato una facoltà per correggermi: l'intelletto. Posso concepire dei corpi esterni molte proprietà in modo chiaro e distinto, proprietà che studia la matematica, come la figura, le dimensioni, il numero, ecc. Tuttavia esistono molte cose che dipendono dai miei sensi e non sono proprietà reali degli oggetti. Tra queste si possono annoverare i colori, gli odori e i suoni.

Rimane ancora un problema: ci sono uomini idropici, i quali provano la sensazione della sete, anche quando non hanno affatto bisogno di bere e il bere gli è nocivo. A questo punto Cartesio deve spiegare anche questo caso, ossia capire come mai Dio ci ha dato un corpo a queste persone, ma si tratta di un corpo tale per cui queste persone sono ingannate sulla sensazione della sete. A questo punto Cartesio considera il funzionamento del corpo. Egli afferma che il corpo non sarebbe capace di movimento alcuno se non vi fosse uno spirito che gli è congiunto. Lo spirito comunica con il corpo tramite il cervello, più specificamente tramite la ghiandola pineale. Il corpo è una macchina fatta di parti e queste parti sono disposte in modo tale che nessuna parte può essere mossa da una parte lontana, senza poter essere mossa allo stesso modo da parti intermedie. Il cervello comunica con tutto il corpo attraverso i nervi. I nervi dunque informano il cervello delle sensazioni nel corpo, ma prima di passare al cervello dovranno attraversare altre zone come il dorso o il collo. Il dolore che sentiamo nel piede, osserva Cartesio, è una sensazione che dipende sicuramente dal fatto che il piede è ferito, ma soprattutto dal fatto che un certo nervo ha mandato un dato segnale al cervello. Il dolore non è nel piede, chiaramente, ma nel cervello. Tuttavia noi sentiamo il dolore nel piede e Dio ha voluto che il nostro corpo fosse fatto in questo modo. È utile alla nostra stessa conservazione il fatto che sentiamo dolore nel piede, infatti questo ci avverte che il piede è ferito. Un meccanismo simile a quello del piede ferito sta dietro alla sete, anche in questo caso il bisogno di bere provoca l'eccitazione del nervo, mandando un segnale al cervello. Tuttavia può capitare che il nervo riceva lo stesso stimolo, basta che qualcosa riesca a riprodurre la stessa eccitazione, ed ecco che il corpo è immediatamente ingannato, ossia crede che abbiamo male al piede o abbiamo sete, anche quando non è vero. Questo meccanismo  nervi-cervello, salvo casi di malattia, come nell'idropico, è un meccanismo benefico che Dio ha voluto nell'uomo per la sua autoconservazione.

Con questo ultimo passaggio Cartesio dimostra che, sebbene il nostro corpo e i nostri sensi delle volte ci ingannino, non c'è motivo alcuno per credere che in generale non via siano corpi esterni e il mondo materiale sia illusioni. Noi vediamo in modo chiaro e distinto che esistono oggetti fuori di noi, che non dipendono dalla nostra volontà, dei quali possiamo concepire in modo chiaro molte proprietà. Rimane, ovviamente, il fatto che il nostro corpo, non essendo perfetto, è comunque soggetto all'errore, ma noi abbiamo un intelletto e una facoltà di conoscere proprio per correggere gli errori del nostro corpo.

mercoledì 29 agosto 2018

Cartesio: La prova ontologica dell'esistenza di Dio (quinta meditazione)


Cartesio prova ontologica esistenza di Dio






Cartesio: concezione vs immaginazione


Con la quarta meditazione Cartesio dimostra che Dio non ci ha dato una facoltà di conoscere che si inganna e ha mostrato per quali motivi noi siamo soggetti all'errore. Cartesio ha dimostrato che l'errore dipende dalla volontà e accade quando affermiamo o neghiamo qualcosa a proposito di ciò che non concepiamo in maniera chiara e distinta. Il chiaro e il distinto diventano anche un criterio di verità in Cartesio. Possiamo affermare o negare con certezza qualcosa solo se concepiamo questo qualcosa in maniera chiara e distinta, ma ci sbagliamo se ne abbiamo un'idea oscura e confusa. Nella quinta meditazione Cartesio continua nel suo percorso con lo scopo di risolvere tutti i suoi dubbi e decide di esaminare quali tra le idee della sua mente sono chiare e distinte, per separarle da quelle oscure e confuse. Concepiamo in modo chiaro, ad esempio, tutti quei concetti generali che si applicano ad ogni ente, ossia cose come la lunghezza, la larghezza e la profondità. Oltre a queste, ho molte idee chiare e distinte nella mia mente di cose che non esistono nel mondo, ma delle quali posso conoscere con chiarezza le loro proprietà. Un esempio di questo caso sono le figure geometriche, delle quali Cartesio cita il triangolo. Del triangolo posso dire che ha tre lati, tre angoli, che la somma degli angoli interni è uguale a due retti, che l'angolo più grande è sotteso al lato più grande, che l'area di un triangolo è: (base x altezza) / 2, ecc. La matematica, come molte altre scienze, si fonda su molti principi evidentissimi ed è ricca di un sapere fondato su idee chiare e distinte. Ora che non ho più motivo di credere all'esistenza di un genio maligno posso dire questo: che le proposizioni di quelle scienze sono assolutamente vere ed evidenti. Le figure geometriche, dunque, sono un esempio di idee chiare e distinte. Tuttavia, queste figure, secondo Cartesio, non hanno luogo nella realtà esterna, ma sono solo nella nostra mente, infatti sono tutte idee innate. La prova di questo, osserva Cartesio, sta nel fatto che, sebbene possiamo credere di aver visto cose triangolari in questo mondo, noi possiamo pensare un sacco di figure che non sono in questo mondo, ad esempio il chiligono. Tra l'altro, il fatto che possiamo pensare il chiliogono, ossia che possiamo pensare che questa figura ha mille lati, significa che il pensiero non necessariamente ha per oggetto immagini. Questa è una delle tesi fondamentali di Cartesio: posso concepire un'idea senza per questo doverla immaginare o rappresentarla nella forma di immagine.





La prova ontologica dell'esistenza di Dio


Se posso pensare in modo chiaro e distinto un'idea e le proprietà che le appartengono, di una natura tale che non posso pensare un triangolo senza pensare allo stesso tempo che la somma degli angoli interni sia uguale a due retti, ne consegue che posso provare l'esistenza di Dio, se la proprietà dell'esistere è così evidente e inseparabile dall'essenza di Dio stesso. Questa è la prova ontologica dell'esistenza di Dio e segue in Cartesio questa forma:

1 Dio è sommamente perfetto.

2 L'esistenza è una perfezione.

3 Dio esiste.

Questo argomento dal punto di vista della struttura funziona perfettamente, ma il suo contenuto può apparire strano e merita di essere spiegato. La prima premessa dice semplicemente che Dio è un essere che ha in sé ogni tipo di perfezione. Questa potrebbe essere considerata semplicemente una definizione, nel senso che non ha bisogno di prova. Se Dio non avesse tutte le perfezioni non sarebbe Dio. La conclusione discende dalle due premesse in modo perfetto, ma la sua verità dipende dalla verità delle premesse. Il problema è la seconda premessa. Perché l'esistenza sarebbe una perfezione? Cerchiamo di smontare questo enunciato: "l'esistenza è una perfezione". Posso dire che l'esistenza sia una perfezione di Dio solo se la considero prima di tutto una sua proprietà, ma perché considerare l'esistenza una proprietà? Di solito siamo abituati a pensare che se una cosa non esiste, questo non significa che ha tutte le proprietà che gli convengono meno l'esistenza, ma che non ha proprietà affatto, perché non esiste. Per capire questo dobbiamo entrare nella mentalità di un filosofo dell'epoca, in particolare di un filosofo molto influenzato dal pensiero medioevale. Prendiamo due idee: l'idea di un pavone; l'idea di un drago. Posso dire del pavone che ha una lunga coda e posso dire del drago che sputa fuoco, entrambi gli enunciati sembrano veri, salvo il fatto che i pavoni esistono e i draghi no. Come posso dire il vero di una cosa che non esiste? Posso pensare, per esempio, che quel qualcosa, il drago in questo caso, non ha un'esistenza attuale, ma solamente una possibile. Non c'è nulla di contraddittorio nel pensare il drago come esistente, dal punto di vista logico. Il pavone, al contrario, esiste attualmente. Come faccio a dire che il pavone esiste e il drago no? Questo lo so per esperienza, ossia con i miei sensi ho visto pavoni, mentre non ho mai visto draghi. Potrei avere un'allucinazione di un drago, ma questo per Cartesio conferma solo il fatto che i sensi tendono ad ingannare. Dunque non posso derivare dal concetto di pavone o di drago l'esistenza attuale, ma solo quella possibile. Esiste qualcosa che non ha assolutamente esistenza possibile? Certo, il quadrato rotondo, il triangolo rettangolare o il ferro bronzeo. Non esistono, neanche come possibili, perché sono impossibili, ossia non può esistere logicamente qualcosa che è triangolare e rettangolare allo stesso tempo. Il caso di Dio, invece, è particolare. Se qualcosa manca di una proprietà è imperfetta, almeno sotto un profilo. Se Dio non avesse l'esistenza, in questo senso, ossia pensando l'esistenza come una proprietà, allora mancherebbe di una perfezione e sarebbe imperfetto. La definizione di Dio enunciata nella prima premessa ci impedisce di dire una cosa simile, dunque Dio deve esistere, altrimenti non avrebbe tutte le perfezioni.

Dal fatto che non possiamo pensare una montagna senza la vallata, osserva Cartesio, non ne segue che esistono montagne e vallate. Potremmo pensare che sia lo stesso per Dio, ossia che dal fatto che non posso pensare Dio se non come esistente non ne segue che esiste, ma non è così. Infatti se non posso pensare Dio come non esistente è perché Dio esiste davvero ed è per questa necessità che non posso pensare Dio se non come necessariamente esistente. Il drago e il pavone hanno esistenza possibile, questo lo so perché posso pensarli come esistenti senza contraddizione. Tuttavia il drago non esiste attualmente, mentre il pavone sì. Dio non ha esistenza possibile, ha un'esistenza necessaria. Avere un'esistenza necessaria significa che l'esistenza di qualcosa può essere derivata dalla sua stessa essenza. Dio per essenza è un essere totalmente perfetto, l'esistenza è una perfezione, dunque Dio esiste.

Se posso affermare con facilità tutto questo è perché concepisco chiaramente l'idea di Dio, perché ho un'idea chiara e distinta di Dio, almeno secondo Cartesio. Quando affermo qualcosa di ciò che concepisco in modo chiaro e distinto dico il vero. Ora so che quell'idea innata di Dio, idea che non mi sono dato da solo, ma che l'ha posta Dio stesso, è un'idea chiara e distinta, un'idea nella quale l'esistenza è derivabile necessariamente dall'essenza.

venerdì 17 agosto 2018

Cartesio: Chiaro/distinto oscuro/confuso (quarta meditazione)





Cartesio e il piano cartesiano

Cartesio: il vero e il falso



Nella prima delle Meditazioni metafisiche Cartesio mette in dubbio l'esistenza degli oggetti esterni e delle certezze più forti nell'uomo, quelle che vengono dalle scienze. Cartesio applica questo metodo perché ricerca qualcosa di assolutamente certo ed evidente. Nella seconda meditazione arriva a questo risultato: posso dubitare di ogni cosa, posso persino pensare che esista un genio maligno che mi inganna, ma questo essere deve pur ingannare qualcuno e io che dubito devo esistere per dubitare. La mia esistenza, qui viene la terza meditazione, non me la sono data da solo. Siccome non posso derivare la mia esistenza attuale da quella passata, poiché partendo dal fatto che esisto ora non posso dire che esisterò anche in futuro, la mia esistenza attuale va spiegata con una causa nel presente. Questa causa che mi ha dato l'esistenza o è causa della sua esistenza o non lo è, se non lo è deve esserci qualche causa ancora superiore che gli ha conferito l'esistenza. Non è possibile regredire all'infinito, altrimenti come spiegherei il fatto che ora sono? Perciò deve esistere un Dio che mi ha conferito l'esistenza, un Dio eterno ed onnipotente. Questo Dio è sommamente perfetto. Visto che il male è imperfezione, ne segue che Dio non mi inganna. Se Dio non mi ha dato un intelletto difettoso che si inganna sempre o molto spesso, allora posso pensare che quelle verità scientifiche che prima avevo messo in dubbio sono vere, ma cosa vuol dire vero?





Nella quarta meditazione Cartesio tratta proprio del tema del vero e del falso. Egli riconosce che Dio non può essere la causa dei miei errori. Tuttavia dobbiamo ammettere che qualche volta ci sbagliamo, ossia che ci inganniamo su alcune cose e prendiamo per vero ciò che in realtà è falso. Questo accade in noi non perché Dio ci ha dato un intelletto difettoso, ma semplicemente perché non siamo perfetti come Dio e non abbiamo un intelletto infinito. Noi siamo, osserva Cartesio, un termine medio tra Dio e il nulla. Inoltre Cartesio sostiene che l'intelletto non è lui fonte di inganno, in quanto l'intelletto concepisce semplicemente le cose. L'intelletto pensa le idee, ma l'errore deriva sempre dall'affermare o dal negare qualcosa e questo noi lo facciamo con la volontà. L'errore è quasi un conseguenza della nostra libertà e della nostra volontà così estesa. Io sono libero, posso affermare o negare, posso fare questo o fare il suo opposto. È perché sono libero che sono esposto all'errore, perché la mia volontà è molto più estesa del mio intelletto. In questo Dio non ha nessuna colpa, ossia non ha nessuna colpa nell'averci voluto liberi. Noi sbagliamo perché affermiamo e neghiamo cose su ciò che non concepiamo in modo chiaro e distinto. Se giudicassimo solo su ciò che ci è effettivamente chiaro e distinto non sbaglieremo affatto. A questo punto si capisce anche che cos'è la verità per Cartesio. Egli pensa come vero quel che affermiamo di ciò che ci è chiaro e distinto nell'intelletto. Cosa è chiaro e distinto? Chiaro è quel che concepiamo chiaramente, ossia ciò che noi conosciamo bene dal punto di vista concettuale. Distinto indica la nostra capacità di separare un certo concetto da un altro, dunque di pensare un concetto distintamente da un altro. Cartesio è chiaramente un razionalista e la conoscenza nel suo caso dipende principalmente dall'intelletto. I sensi non ci aiutano nel lavoro della conoscenza e la volontà nella sua grande estensione conviene che la si restringa alle cose di cui siamo più certi. Di certezze assolute non ne abbiamo molte per il razionalista e queste sono sempre cose che possiamo derivare dall'intelletto solo. Il razionalista ragiona a partire da principi semplici come "ogni effetto ha una causa" oppure "due cose non possono occupare lo stesso luogo". Partendo da questi principi deriva il sapere. Il razionalista, dunque, non ragiona a partire dai dati sensibili perché sa già che con la sensibilità non potrà mai avere conoscenze universali e necessarie. In effetti non traggo dalla sensibilità cose come "2 + 2 = 4". Il razionalista spesso è un matematico e la matematica è una materia che non è sostenuta dall'esperienza sensibile e ha interi settori che non hanno nessun legame con il mondo fisico.

sabato 11 agosto 2018

Cartesio: La prova cosmologica dell'esistenza di Dio (terza meditazione)



L'idea di Dio nell'uomo

 

 

 

 

Le idee secondo Cartesio


All'inizio della terza meditazione Cartesio ricapitola quel che aveva detto nella meditazione precendente, affermando che, pur distraendo tutti i sensi, non posso mai smettere di pensare che io sono per il semplice fatto che penso. Io sono una cosa pensante o res cogitans, ossia un Cogito. L'essere che sono è un essere che pensa, ma cosa pensa? Esso pensa idee. Esistono tre tipi di idee secondo Cartesio:

1 Innate: idee che sono in me dalla nascita.

2 Avventizie: idee che vengono dal mondo esterno.

3 Fittizie: idee che mi formo, costruendole con la mente.

Un esempio di idea innata è il triangolo, in quanto il triangolo, secondo Cartesio, non è qualcosa di cui noi ci formiamo un'idea perché abbiamo osservato cose triangolari, noi diciamo piuttosto che sono triangolari perché abbiamo l'idea del triangolo. Un'idea avventizia è quella dell'albero o del pavone, qualora abbiamo avuto esperienza di queste cose che si trovano in natura. Un'idea fittizia, al contrario, è l'idea del centauro, in quanto è una creatura fantastica derivata dalla mescolanza dell'uomo con il cavallo. Qui sorge un problema: noi crediamo che esistono delle idee che vengono da oggetti esterni? Se avessimo prova che esiste un mondo di oggetti e che le idee che abbiamo nella nostra mente sono idee di questi oggetti, allora avremmo già risolto tutti problemi. Tuttavia abbiamo ancora motivo di dubitare che le cose stiano così. Infatti potrebbe essere che tutte queste idee siano prodotte da noi stessi, così come i sogni si producono in noi. Non abbiamo ancora un motivo per credere che all'idea di pavone debba corrispondere un oggetto reale esterno, in questo caso un animale come il pavone. Inoltre, osserva Cartesio, non sempre le idee sono simili alle cose di cui sono idee. C'è una differenza tra l'idea e l'oggetto. Ad esempio, afferma Cartesio, noi abbiamo due idee del sole nella nostra mente: la prima viene dai sensi; la seconda è una nozione proveniente dall'astronomia. La prima idea del sole è avventizia, mentre la seconda è innata. La seconda, infatti, si basa su nozioni scientifiche e matematiche. Il cieco non ha la prima idea del sole, perché non lo ha mai visto, ma Cartesio afferma il cieco deve avere la seconda, quella scientifica, in quanto è innata.





Un'idea ha molta meno realtà di una sostanza, infatti l'idea rappresenta qualcosa che può esistere o meno, mentre la sostanza è. Ogni cosa ha un certo grado di perfezione o di realtà. L'attributo, siccome dipende dalla sostanza, non può essere più reale della sostanza e tanto meno più perfetto. Tutti i colori del pappagallo non sarebbero affatto, se non vi fosse un pappagallo che ha quei colori come proprietà. Ogni cosa che è effetto di una causa ha una certa realtà, ma la causa deve avere almeno tanta realtà quanto ne ha l'effetto. Tuttavia, se qualcosa è meno perfetto di qualcos'altro, questo qualcosa ha meno realtà. Cartesio crede che la realtà abbia dei gradi e che gli enti possano essere considerati più o meno reali a seconda del loro grado di dipendenza. Ciò che non dipende da nulla è ciò che è più reale di ogni altra cosa. La proprietà, come ho detto, non esiste senza la sostanza, dunque è meno reale di essa. La sostanza, intendo dire, ad esempio, quel pappagallo a cui mi riferivo prima, non esiste per necessità e la sua esistenza dipende da qualcos'altro. Più reale di ogni altra cosa è Dio, in quanto non dipende da nient'altro.

Tutto questo vale anche per le idee. L'idea se è nella mia mente deve avere una causa e questa causa non può avere meno perfezione dell'idea stessa. Chi è la causa di queste idee? Sono forse io la causa di queste idee? Potrebbe essere che io sono la causa di queste idee, ma se trovo anche solo un'idea la cui realtà oggettiva non può essere in me, allora ho le prove che esiste qualcos'altro oltre me stesso. Cartesio riprende in considerazione tutte idee esaminate. Le idee degli angeli sono semplicemente idee che mi sono fabbricato nella mia mente dalla mescolanza di altre idee. Questo vale anche per l'idea di cera, nella quale si possono riconoscere concetti base come quello di grandezza, di profondità, larghezza ed estensione. A questo possono essere aggiunti colori, odori e suoni. Molte idee in noi sono per giunta oscure, come quella del caldo e del freddo, rispetto alle quali non è chiaro quale sia privazione dell'altro. Tutte le idee semplici come quella di estensione e di sostanza, in quanto io sono una sostanza, una sostanza che pensa, possono essere in me, semplicemente e non necessitano di un'altra causa. 

 

La prova cosmologica e il mistero dell'idea di Dio nell'uomo


Di tutte le idee che sono in me, posso pensare che la sola idea di Dio sia l'unica che non viene effettivamente da me stesso. L'idea di Dio è l'idea di un essere sommamente potente e sommamente perfetto. Dal momento che la causa di questa idea non deve avere meno perfezione dell'idea stessa, posso io esserne la causa? Per essere la causa dell'idea di Dio dovrei poter pensare all'infinito, ma non posso pensare all'infinito se non come negazione del finito. L'infinito, invece, secondo Cartesio ha natura positiva, in quanto il finito è solo una negazione dell'infinito. L'idea di Dio non è nemmeno un'idea materialmente falsa, ossia una privazione di qualcos'altro, come il freddo rispetto al caldo. Dunque l'idea di Dio deve rappresentare qualcosa di reale, questo lo deve ammette anche l'ateo, sebbene egli negherà comunque l'esistenza di Dio. Infatti l'ateo qui deve riconoscere semplicemente che l'idea di Dio è differente per genere rispetto a quella del freddo, in quanto il freddo è assenza di calore, mentre Dio non è assenza di qualcos'altro. Cartesio sostiene pure che l'idea di Dio è chiara e distinta, sebbene io non posso certamente comprendere veramente Dio, in quanto onnipotente. Dunque come potrei io essere la causa di questa idea?

Cartesio comincia qui un'altra ipotesi interessante: forse io sono più perfetto di quello che credo, forse questa perfezione è in me in potenza, ma non si è ancora manifestata. Potrebbe essere vero, osserva Cartesio, che io sono in potenza sommamente perfetto e guadagno perfezioni di volta in volta nel tempo. Ciononostante, Dio è completamente diverso. Dio è sommamente perfetto, non in potenza, ma in atto.

Io non sono sommamente perfetto quanto lo è Dio e non ho prove che possa diventarlo. Io, tuttavia, come si è dimostrato nella seconda meditazione, esisto ed esisto come una cosa che pensa. Se io esisto, da dove deriva la mia esistenza? Se fossi un essere eterno dovrei essere io stesso causa di me stesso, tuttavia questo non è il caso, infatti non sono un essere eterno. Potrei affermare, come fanno molti, che se io esisto è perché sono nato e sono nato dal rapporto dei miei genitori. Questa risposta, secondo Cartesio, non funziona. Infatti, osserva Cartesio, posso dividere il tempo all'infinito in infiniti istanti, ma se io esisto ora, non posso pensare che questo dipenda dal fatto che io esistevo ieri. Infatti non posso derivare dal fatto esisto ora il fatto che esisterò anche in futuro. Devo piuttosto chiedermi, visto che io sono certo di esistere e questo lo ha dimostrato Cartesio nella seconda meditazione, cosa fa sì che io esista in questo preciso momento. Creazione e conservazione, osserva Cartesio, differiscono solo nel nostro modo di pensare. Se io esisterò in futuro, questo dipende da una certa causa che fa sì che io possa esistere. Quel che devo capire è se questa causa posso essere io. Se io avessi tale potere, allora dovrei almeno poterlo pensare, ma non esiste nulla di simile in me. La causa della mia esistenza, in quanto sono cosa che pensa e possiede l'idea di Dio, deve almeno avere tanta perfezione quanta ne ha il suo effetto, ossia deve possedere tutte quelle perfezioni che sono attribuite a Dio stesso. Se io esisto, se esiste una causa della mia esistenza in questo momento, allora o questa causa è causa anche della sua stessa esistenza o c'è un'altra causa per la sua esistenza. Non posso però pensare che la mia esistenza attuale dipenda da una serie infinita di cause, sarebbe assurdo e non troverei mai la causa della mia esistenza perché non ci sarebbe nessuna causa che regge tutto il resto. Non posso nemmeno pensare che una serie di cause differenti, parziali, messe assieme possono avermi dato l'esistenza. Solo Dio può essere causa della mia stessa esistenza e dell'idea di Dio in me.

Come faccio a sapere che l'idea di Dio è opera di Dio stesso? Se l'idea di Dio fosse avventizia, ossia venisse dalla sensibilità, allora avrei dovuto percepire o avere esperienza sensibile di Dio, ma questo è impossibile. Io poi, non possiedo tutte le perfezioni che si attribuiscono a Dio e perciò non posso essermi fabbricato una tale idea, dunque l'idea di Dio non è nemmeno fattizia. L'idea di Dio è, invece, innata. Essa è innata perché Dio la risposta in me quando sono nato come un marchio di fabbrica o come un suo autografo sull'opera che ha appena creato.

In questa meditazione Cartesio si serve della prova cosmologica dell'esistenza di Dio. Nella sua formulazione classica la prova cosmologica funziona in questo modo: se l'universo esiste deve avere una causa, ma questa causa sarà effetto di un'altra causa e così via; ora, non posso certamente pensare che l'universo tragga esistenza da infinite cause, dunque vi deve essere una causa prima di tutte; questa causa non è effetto di altre cause, essa è causa sui, ossia causa del suo stesso essere; questa causa è Dio stesso. Nel caso di Cartesio l'argomento cambia decisamente sul lato temporale. Cartesio non sta cercando la causa passata dell'esistenza di tutte le cose e del genere umano, cerca nel presente ciò che fa sì che la mia stessa esistenza sia possibile. Se io ora esisto, allora esisto per qualche causa, ma questa causa di cui sono effetto o è causa della sua esistenza o non lo è, se non lo fosse deve esistere un'altra causa che è causa della sua stessa esistenza, questa causa è Dio medesimo. Un ragionamento simile si può fare per l'idea di Dio, idea di un essere sommamente perfetto ed onnipotente. Se io fossi la causa di quest'idea, allora dovrei essere un essere sommamente perfetto ed onnipotente, ma non lo sono. Nel mondo sensibile non incontro una causa simile. Dunque l'idea di Dio non è avventizia e nemmeno fattizia, devo pensare che sia innata. Dio solo può essere la causa dell'idea di Dio.

Al termine di questa meditazione Cartesio può concludere due cose: che ora so di non esistere solo io, ma che esiste anche Dio; inoltre, se Dio è sommamente perfetto e dunque non ha alcuna imperfezione, essendo il fare il male, o semplicemente l'ingannare qualcuno, un'imperfezione, allora Dio non è il genio maligno. Sono certo, a questo punto, che non c'è alcun genio maligno. Dio, infatti, è sommamente perfetto, dunque deve essere sommamente buono. Ricapitolando: ho dubitato di ogni cosa, ma ho scoperto che non posso dubitare della mia esistenza come cosa che dubita, tuttavia io non sono la causa della mia esistenza e qui, con la prova cosmologica, Cartesio dimostra che la causa della mia esistenza non può che essere Dio.

sabato 4 agosto 2018

Cartesio: Il Cogito (seconda meditazione)

Cartesio scioglie la cera al fuoco


Il Cogito come evidenza assoluta


La seconda meditazione delle Meditazioni metafisiche di Cartesio mette in atto una ricerca che ha per oggetto qualcosa di indubitabile, un punto fermo da cui costruire le fondamenta del sapere, qualcosa di assolutamente evidente. È in questa meditazione che Cartesio scopre l'esistenza del Cogito come fatto assolutamente certo.

Cartesio riprende dal punto in cui aveva lasciato il lettore nella meditazione precedente, ossia dall'ipotesi del genio maligno e dal dubbio totale. Dunque Cartesio comincia supponendo che tutto quello che sa sia falso. Dubita dell'esistenza dei corpi esterni e dubita dei principi delle scienze. Cartesio, inizialmente, arriva a dubitare dell'esistenza anche di noi stessi. Infatti se pensiamo di essere corpo e sensibilità, essendo corpo e sensibilità niente di più che immagini, come tutte le cose che percepiamo, allora anch'esse potrebbero essere immagini di sogno. Tuttavia, non appena io penso, devo almeno concedere questo: che io sono, visto che sto dubitando. Infatti, se dubitassi del mio dubbio, starei ancora dubitando, dunque io almeno devo esistere. Notate questo: quando Cartesio pensa l'io o il Cogito come qualcosa di esistente, lui ha già messo in dubbio l'esistenza del corpo. Con questa mossa Cartesio dimostra che si può pensare l'io senza il corpo, in quanto posso dubitare dell'esistenza del mio corpo, ma non posso dubitare della mia esistenza in quanto dubito.





Ecco il passaggio famoso:

«(...) io esistevo senza dubbio, se mi sono convinto di qualcosa, o se solamente ho pensato qualcosa. Ma vi è un non so quale ingannatore potentissimo e astutissimo, che impiega ogni suo sforzo nell'ingannarmi sempre. Non v'è dunque dubbio che io esisto, s'egli mi inganna; e m'inganni fin che vorrà, egli non saprà mai fare che io non sia nulla, fino a che penserò di essere qualche cosa. Di modo che, dopo avermi ben pensato, ed avere accuratamente esaminato tutto, bisogna infine concludere, e tener fermo, che questa proposizione: Io sono, io esisto, è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio, o che la concepisco nel mio spirito.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.24)

Ecco come fare con il genio maligno! Il genio maligno mi può ingannare su tutto quello che vuole, ma non può ingannarmi sul fatto che io sono. Infatti, se io non fossi, chi pretenderebbe di ingannare? Non si starebbe forse ingannando da solo? L'inganno presuppone sempre almeno due figure: un ingannatore e un ingannato. Quando le due figure coincidono, allora l'ingannatore è allo stesso tempo ingannato. Ma è ovvio che, se non esiste nessun ingannato, allora l'ingannatore è lui stesso ingannato, quando crede di ingannare qualcuno. Questa è la verità che io posso opporre al genio maligno: che io sono, anche se ingannato su quasi tutto, ma non su questo.

Adesso so che sono, ma chi sono? Ho dimostrato la mia esistenza, tuttavia non so ancora cosa sono io. Per questo Cartesio ritorna a pensare a tutte le cose che aveva messo in dubbio e cerca di capire se tra queste ve ne sia almeno una a cui io corrispondo e che io sono. Prima prende in considerazione il corpo, ma Cartesio ha già dimostrato che se io non posso dubitare della mia esistenza, posso comunque dubitare dell'esistenza del mio corpo. Se non sono un corpo, allora sarò almeno un'anima. Quali sono le caratteristiche dell'anima? l'anima può percepire, muoversi e pensare. La percezione non esisterebbe senza la sensibilità e la sensibilità non esisterebbe se non vi fossero organi di senso, dunque un corpo. Il movimento presuppone sempre il corpo, anche se, senza l'anima, secondo Cartesio, il corpo non si muoverebbe affatto. Questi primi due attributi dell'anima non possono essere senza il corpo, ma l'esistenza del corpo è dubitabile e Cartesio ha già dimostrato che quel che noi siamo è qualcosa che può esistere senza il corpo. Siccome percezione e movimento non possono avere esistenza senza il corpo, allora noi non siamo esattamente percezione e movimento. Questi sono possibili solo grazie all'iterazione dell'anima con il corpo. Il pensiero, invece, è completamente diverso. Il pensiero, infatti, non ha assolutamente bisogno del corpo per esistere. È da questa osservazione che Cartesio deduce la sua famosa formula "Cogito, ergo sum", ossia "penso, dunque sono". L'idea di Cartesio è la seguente: posso pensare tutto quello che voglio, ma se penso di non essere, devo essere per poterlo pensare, dunque non posso veramente pensare di non essere. Io sono una mente, mente che può sussistere in modo del tutto indipendente dal corpo e più avanti vedremo perché.

Nella seconda meditazione Cartesio ci offre una sua immagine della mente. Egli pone la mente come soggetto di una serie di operazione tra cui la percezione, il movimento e il pensiero. Afferma che percezione e movimento non possono esistere senza il corpo, mentre il pensiero sì. Con pensiero Cartesio intende tante attività come il concepire, il dubitare, l'affermare, il negare e il giudicare. Se esistono cose come il concepire, il dubitare, l'affermare, il negare e il giudicare, Cartesio pensa che questo significhi che deve esistere un soggetto che dubita, concepisce, afferma, nega o giudica. Non avrebbe senso, secondo Cartesio, una mente senza io. L'io, oltretutto, secondo Cartesio, è una sostanza: una res cogitans. Il pensiero differisce dal corpo, in quanto il primo non è esteso, mentre il secondo sì. Cartesio dunque appartiene a quella posizione che nella filosofia della mente viene definita come "dualismo". Il dualismo è la posizione di chi sostiene che la mente e il corpo sono due sostanze distinte, l'una irriducibile all'altra. Inoltre Cartesio pensa la mente secondo un modello che è stato successivamente definito in filosofia della mente come "teatro cartesiano". Secondo questo modello della mente, da un lato sta il palcoscenico con i suoi attori, i quali rappresentano le idee, dall'altro sta lo spettatore, ossia l'io che pensa queste idee. 

 

Cartesio: l'esperimento della cera


Per analizzare meglio la mente e definire la portata della sua scoperta, Cartesio usa come esempio quello della percezione di un pezzo di cera:

«Cominciamo dalla considerazione delle cose più comuni, e che noi crediamo di comprendere nel modo più distinto, cioè i corpi che tocchiamo e vediamo. Io non intendo parlare dei corpi in generale, perché queste nozioni generali sono d'ordinario più confuse, ma di qualche corpo in particolare. Prendiamo, per esempio, questo pezzo di cera, che è stato proprio ora estratto dall'alveare: esso non ha perduto ancora la dolcezza del miele che conteneva, serba ancora qualcosa dell'odore dei fiori, dai quali è stato raccolto; il suo colore, la sua figura, la sua grandezza sono manifesti; è duro, è freddo, lo si tocca, e, se lo colpite, darà qualche suono. Infine, tutte le cose possono distintamente far conoscere un corpo, s'incontrano in questo. Ma ecco che, mentre io parlo, lo si avvicina al fuoco: quel che vi restava di sapore esala, l'odore svanisce, il calore si cangia, la figura si perde, la grandezza aumenta, diviene liquido, si riscalda, a mala pensa si può toccarlo, e benché lo si batta, non renderà più alcun suono. Ma la cera stessa resta dopo questo cambiamento? Bisogna confessare ch'essa resta; e nessuno può negarlo. Che cosa è, dunque, ciò che si conosceva con tanta distinzione in questo pezzo di cera? Certo non può esser niente di quel che vi ho notato per mezzo dei sensi, poiché tutte le cose che cadevano sotto il gusto e l'odorato o la vista o il tatto o l'udito si trovan cambiate, e tuttavia la cera stessa resta. forse era ciò che io penso ora: la cera cioè non era né quella dolcezza del miele, né quel piacevole odore dei fiori, né quella bianchezza, né quella figura, né quel suono, ma solamente un corpo, che poco prima mi appariva sotto queste forme, e adesso si presenta sotto altre. Ma, parlando con precisione, che cosa è ciò che immagino quando la concepisco in questa maniera? Consideriamolo attentamente, e, allontanando tutte le cose che non appartengono alla cera, vediamo quanto resta. Certo non resta altro che qualcosa di esteso, di flessibile, di mutevole. Ora, che cosa vuol dire: flessibile e mutevole? Non significa forse che io immagino che questa cera, essendo rotonda, è capace di divenir quadrata, e di passare dal quadrato in una figura triangolare? No di certo, non è questo, poiché io la concepisco capace di ricevere un'infinità di simili cangiamenti, e non saprei, tuttavia, percorrere quest'infinità con la mia immaginazione; e, per conseguenza, questo concetto che ho della cera non si ottiene per mezzo della facoltà dell'immaginare.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.28-29)

L'esempio della cera è molto famoso, ma cosa significa? Cartesio immagina di prendere un pezzo di cera con determinate qualità di odore, forma, colore e suono. Quando questo pezzo di cera viene posto di fronte al fuoco, esso si scioglie. Attraverso lo scioglimento, ossia a causa di un processo di mutamento, le qualità della cera cambiano completamente, di una natura tale che, dal punto di vista sensibile, la cera appare irriconoscibile. Tuttavia la cera sciolta è ancora cera e soprattutto è sempre quel pezzo di cera di partenza, il quale ha cambiato stato: è passato da solido a liquido. Se non avessimo visto la cera sciogliersi probabilmente non sapremo che si tratta della cera di prima, ma comunque la pensiamo come cera, come è possibile questo fatto? È la mente che trova l'unità nella continuità del divenire. La mente concepisce il pezzo di cera come cera nei due stati. Inoltre, osserva Cartesio, il concepire della mente la cera non è immaginazione, ma pura concezione concettuale senza immagini. Se dovessimo immaginare la cera, osserva Cartesio, dovremmo immaginarcela in tutti i suoi mutamenti possibili, il che è impossibile. A noi è sufficiente pensare al concetto e concepire la cera, senza dover far riferimento ad un repertorio mentale infinito di immagini di cera. Non solo: la conoscenza vera della cera non dipende tanto dai sensi, quanto piuttosto dalla mente. Questo lo si vede in particolare in questo famoso passaggio:

«(...) noi diciamo infatti di vedere proprio la cera, se ci è presentata, e non già di giudicare che essa c'è, inferendolo dal colore e dalla figura: donde quasi concluderei che si conosce la cera per mezzo della visione degli occhi, e non per la sola ispezione dello spirito, se per caso non guardassi da una finestra degli uomini che passano nella strada, alla vista dei quali non manco di dire che vedo degli uomini, proprio come dico di veder della cera. E, tuttavia, che vedo io da questa finestra, se non dei cappelli e dei mantelli, che potrebbero coprir degli spettri o degli uomini finti, mossi solo per mezzo di molle? Ma io giudico che sono veri uomini, e così comprendo per mezzo della sola facoltà di giudicare, che risiede nel mio spirito, ciò che credevo di vedere con i miei occhi.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.30)

Il fatto è che con la sensibilità non posso avere delle certezze, possono conoscere con metodo sicuro con la mente sola. Infatti, dice Cartesio, se vedo dei cappelli e dei mantelli fuori dalla finestra in strada che si muovono, io penso per abitudine che sono degli uomini, ma cosa ne posso sapere io veramente? Forse sono degli spettri. Certo credere negli spettri sembra assurdo, ma potrebbero anche essere dei manichini, degli automi o più semplicemente due bastoni a cui sono stati appesi cappelli e mantelli, i quali si muovono al vento. Anche questo caso, comunque, conferma la tesi principale di Cartesio: quelli là fuori, magari, sono davvero degli spettri, ma io li penso e io che li penso devo esistere per poterli pensare.

sabato 28 luglio 2018

Cartesio: Il genio maligno (prima meditazione)




Cartesio e il dubbio iperbolico



 

 

 

Meditazioni metafisiche di Cartesio: il dubbio iperbolico


Le Meditazioni metafisiche è una delle opere più note di Cartesio e affronta molti temi tra i quali ciò che può essere considerato certo nella conoscenza umana, le prove dell'esistenza di Dio, la realtà del mondo esterno, ecc. La prima delle meditazioni metafisiche tratta di ciò che è dubitabile. È qui che Cartesio formula il suo esperimento mentale sul Genio Maligno. In questo articolo spiegherò come funziona l'esperimento del Genio Maligno, mostrando in cosa consiste il metodo cartesiano del dubbio iperbolico.

Cartesio, sin dall'inizio, ammette di aver creduto in passato in tante cose che oggi non reputerebbe in alcun modo vere, in quanto non sono fondate su principi sicuri. Inoltre afferma di aver aspettato un'età avanzata prima di cercare le fondamenta di una conoscenza sicura, ossia prima di cercare quei principi indubitabili di ogni conoscenza.





La prima mossa di Cartesio consiste nel minare alle fondamenta principali del sapere sino a lui accettato. Una prima forma di conoscenza viene dai sensi. Se si ammette che i sensi sono un mezzo di conoscenza vero e sicuro, bisognerà tuttavia constatare che vi sono casi in cui essi ingannano, per esempio quando abbiamo un'illusione o un'allucinazione. L'illusione si ha quando qualcuno vede qualcosa con una proprietà differente da quella posseduta realmente dall'ente. Per esempio, se vedo una macchina arancione, perché la macchina è illuminata in un certo modo, ma la macchina in realtà è rossa, ho a che fare con un'esperienza di illusione. Il caso dell'allucinazione si ha quando vedo cose che non esistono affatto. Per esempio quando vedo un elefantino rosa sul pavimento, quando in realtà non c'è nessun elefantino sul pavimento.

Cartesio dichiara che i sensi ingannano. Questo non significa che lo facciano sempre, che non esistono percezioni veridiche di alcun genere, tuttavia l'errore da Cartesio è posto nei sensi, piuttosto che nell'intelletto. Vediamo un passaggio famoso dell'opera:

«Ma, benché i sensi c'ingannino qualche volta, riguardo alle cose molto minute e molto lontane, se ne incontrano forse molte altre delle quali non si può ragionevolmente dubitare, benché noi le conosciamo per mezzo loro: per esempio, che io son qui, seduto accanto al fuoco, vestito d'una veste da camera, con questa carta fra le mani; ed altre cose di questa natura. E come potrei io negare che queste mani e questo corpo sono miei? a meno che, forse, non mi paragoni a quegl'insensati, il cervello dei quali è talmente turbato ed offuscato dai neri vapori della bile, che asseriscono costantemente di essere dei re, mentre sono dei pezzenti; di essere vestiti d'oro e di porpora, mentre son nudi affatto; o s'immaginano di essere delle brocche, o d'avere un corpo di vetro. Ma costoro son pazzi; ed io non sarei da meno se mi regolassi sul loro esempio.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.18)

Prima Cartesio considera il fatto che, anche se ogni tanto i sensi ci ingannano, ci sono cose che noi diamo per scontato e tendiamo a considerare come vere: per esempio il nostro corpo e gli oggetti ci circondano. È normale che lo facciamo perché esiste una continuità nell'esperienza di questi oggetti, ossia noi li percepiamo tutti i giorni e tutta la realtà che vediamo appartiene ad un mondo a cui siamo abituati. Successivamente Cartesio prende in considerazione il caso del folle, ma, come noterà anche Foucault molto più avanti, non prende sul serio questo caso. Infatti sarebbe da folli regolarsi sull'esempio dei folli. Questo significa che Cartesio crede fermamente nella ragione e non dubita neanche un po' di essere pazzo. Egli piuttosto si serve di un altro caso: quello del sogno. Infatti il testo prosegue in questo modo:

«Tuttavia debbo qui considerare che sono uomo, e che per conseguenza, ho l'abitudine di dormire e di rappresentarmi nei sogni le stesse cose, e alcune volte delle meno verosimili ancora, che quegl'insensati quando vegliano. Quante volte m'è accaduto che ero presso il fuoco, benché stessi spogliato dentro il mio letto? È vero che ora mi sembra che non è con occhi addormentati che io guardo questa carta, che questa testa che io muovo non è punto assopita, che consapevolmente di deliberato proposito io stendo questa mano e la sento: ciò che accade nel sonno non sembra certo chiaro e distinto come tutto questo. Ma, pensandoci accuratamente, mi ricordo d'essere stato spesso ingannato, mentre dormivo, da simili illusioni. E arrestandomi su questo pensiero, vedo così manifestamente che non vi sono indizi concludenti, né segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno, che ne sono tutto stupito; ed il mio stupore è tale da esser quasi capace di persuadermi che io dormo.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.18-19)

È vero, dunque, che posso vedere bastoncini spezzati nell'acqua, che in realtà non sono spezzati, o colonne cilindriche da lontano, che in realtà sono parallelepipede, ma anche quando vedo il mio corpo fatto in un certo modo, anche se penso che questo è assolutamente certo e non mi inganno, certamente mi sarà capitato più di una volta di sognarmi con un corpo differente e credere che quello fosse il mio corpo, almeno per la durata del sogno. Che prove ho io in questo momento che non sto sognando? Potrei dire che le cose che io adesso osservo sono solide e concrete, che resistono alla mia mente. Questo argomento non sembra molto forte, non è forse vero che nei sogni le cose appaiono così reali e concrete? Possiamo pensare che questa realtà è quella di tutti i giorni, che nel sogno, invece, troviamo spesso elementi piuttosto bizzarri come uomini che volano o personaggi senza testa che parlano, mentre ora non vediamo altro che gli oggetti a cui siamo abituati e questo mondo segue salde leggi che sono descritte dalla fisica, dunque non esistono uomini volanti o persone senza testa che parlano. Tuttavia, dice Cartesio, spesso nei sogni ci capita di sognare le cose come le vediamo ora, senza una grossa differenza. Ci capita di essere ingannati anche in quei sogni, soprattutto in quei sogni, dove apparentemente non accade nulla di strano. Perciò come posso essere certo che non sto sognando?

L'esempio del sogno serve a Cartesio per dubitare in generale dei sensi. Infatti, se prima dubitavamo dei sensi solo occasionalmente, quando ci capitava di essere sotto effetto di illusione o di allucinazione, ora possiamo dubitare dei sensi in generale, in quanto non abbiamo prove che questa che percepiamo è realtà e non un sogno. Tuttavia, anche arrivati a questo punto, Cartesio pensa che i sogni possano comunque avere qualcosa di più fondamentale di cui sono composti e questo qualcosa sia reale. Quando il pittore dipinge, anche se le immagini che dipinge sono figure create da lui, almeno i colori devono essere veri. Potrebbe essere, ipotizza Cartesio, che il sogno sia una mescolanza, al pari di quelle creature fantastiche come i centauri, nella quali almeno determinate componenti sono vere. Di che cosa sta parlando Cartesio? Cartesio si riferisce a cose come la quantità, la grandezza, il numero, l'estensione, ecc. Cartesio sta dicendo che posso dubitare dei miei sensi, posso persino pensare che sto sognando, ma anche se sogno, saranno comunque veri enunciati come "2 + 3 = 5" o "il quadrato ha quattro lati". Dunque posso dubitare dei sensi, ma non di materie scientifiche come la fisica, l'astronomia o la matematica.

L'ipotesi del Genio Maligno


In realtà non è proprio così. Posso dubitare anche della matematica, secondo Cartesio. Posso farlo, ad esempio, se incomincio a dubitare dell'esattezza della mia facoltà della conoscenza. È qui che entra in gioco l'esperimento mentale del genio maligno. Infatti nel testo si legge:

«Tuttavia è da lungo tempo che ho nel mio spirito una certa opinione, secondo la quale vi è un Dio che può tutto, e da cui io sono stato creato e prodotto così come sono. Ora, chi può assicurarmi che questo Dio non abbia fatto in modo che non vi sia niuna terra, niun cielo, niun corpo esteso, niuna figura, niuna grandezza, niun luogo, e che, tuttavia, io senta tutte queste cose, e tutto ciò mi sembri esistere non diversamente da come lo vedo? Ed inoltre, come io giuridico qualche volta che gli altri s'ingannino anche nelle cose che credono di sapere con la maggior certezza, può essere che Egli abbia voluto che io m'inganni tutte le volte che fo l'addizione di due e di tre, o che enumero i lati di un quadrato, o che giudico di qualche altra cosa ancora più facile, se può immaginarsi cosa più facile di questa. Ma forse Dio non ha voluto che io fossi ingannato in tal giusa, perché di lui si dice che è sovranamente buono. Tuttavia, se repugna alla sua bontà l'avermi fatto tale che io m'inganni sempre, sembrerebbe esserle contrario anche il permettere che io m'inganni qualche volta; e tuttavia io non posso mettere in dubbio che egli lo permetta.» 

(Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.20)

Qui Cartesio incomincia a delineare il suo esperimento mentale. Cartesio suppone che possa esistere un essere tanto potente da averci creato di una natura tale per cui ci inganniamo sempre. La nostra facoltà di conoscere può compiere tutte le operazioni matematiche che vuole, ma, una volta terminate, non potrà nulla di fronte al dubbio secondo il quale essa stessa commette errori perché programmata per sbagliarsi. Di fronte all'idea che possa esistere un genio maligno, tutto diventa dubitabile, non solo il mondo esterno, ma la mia intera conoscenza. A questo punto non solo dubiterò del fatto che sono qui a scrivere o a leggere un testo sul computer, ma anche delle mie certezze più solide come il fatto che il punto è un'entità senza dimensioni o che la radice di quattro è due. Certo è che se questo genio maligno fosse Dio, osserva Cartesio, non dovrebbe essere tale, perché Dio è buono e non inganna. Tuttavia io almeno qualche volta mi inganno, sicuramente nei casi di illusione e allucinazione.

Ciononostante potrei rispondere a Cartesio in questo modo: io sono ateo, non credo in Dio. Se sono ateo non crederei nemmeno in un genio maligno o in chissà quale altro demone. Cartesio ha una risposta anche per questo, infatti scrive:

«Vi saranno forse delle persone, che preferirebbero negare l'esistenza di un Dio così potente, piuttosto che credere incerte tutte le altre cose. Ma per adesso non resistiamo loro, e supponiamo, in loro favore, che tutto ciò che è detto qui di Dio sia una favola. Tuttavia, in qualunque maniera essi suppongano che io sia pervenuto allo stato e all'essere che possiedo, sia che l'attribuiscano a qualche destino o fatalità, sia che lo riferiscano al caso, sia che sostengano che ciò accade per un continuo concatenamento e legame delle cose, è certo che, poiché errare ed ingannarsi è una specie d'imperfezione, quanto meno potente sarà l'autore che essi attribuiranno alla mia origine, tanto più probabile sarà che io sia talmente imperfetto da ingannarmi sempre. Alle quali ragioni io non ho certo nulla da rispondere, ma sono costretto a confessare che, di tutte le opinioni che avevo altra volta accolte come vere, non ve n'è una della quale non possa ora dubitare, non già per inconsideratezza o leggerezza, ma per ragioni fortissime e maturamente considerate: di giusa che è necessario che io arresti e sospenda oramai il mio giudizio su questi pensieri, e che non sia loro più credito di quel che darei a cose, che mi paressero evidentemente false, se desidero di trovare alcunché di costante e di sicuro nelle scienze.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.20-21)

Posso negare Dio, ma non è quello l'essenziale del problema di Cartesio, l'essenziale consiste nella possibilità che la nostra facoltà di conoscere, comunque sia stata creata, sia necessariamente difettosa e dunque ci porti sistematicamente a sbagliare. L'unica differenza tra l'ateo e il credente, secondo Cartesio, è che mentre il credente di fronte all'idea di una facoltà del conoscere imperfetta può rispondere dicendo che Dio è buono e non ci ha creato perché ci ingannassimo, l'ateo non potrà mai usufruire di una risposta simile e avrà sempre motivo di dubitare della certezza della conoscenza della sua mente. L'ateo, infatti, dopo aver svolto un teorema di Euclide, potrà sempre dubitare di avere una ragione che si inganna, anche quando svolge il teorema di Euclide.

Arrivati a questo punto Cartesio formula in modo esplicito l'esperimento del genio maligno:

«Io supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio, non meno astuto e ingannatore che possente, che abbiamo impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penserò il cielo, l'aria, la terra, i colori, le figure, i suoni tutte le cose esterne che vediamo, non siamo illusioni e inganni, di cui egli si serve per sorprendere la mia credulità. Considererò me stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne e di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di aver tutte queste cose. Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero; se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di verità alcuna, almeno è in mio potere di sospendere il mio giudizio. Ecco perché baderò accuratamente a non accogliere alcuna falsità, e preparerò così bene il mio spirito a tutte le astuzie di questo grande ingannatore, che, per potente ed astuto ch'egli sia, non mi potrà mai imporre nulla.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.21-22)

In tutto il testo Cartesio mette in atto il metodo dello scettico, ossia il dubbio metodico. Il suo scopo non è però quello dello scettico. Cartesio cerca qualcosa che non sia assolutamente dubitabile, ossia un punto fermo da cui partire. Nelle meditazioni successive Cartesio proseguirà il suo viaggio alla ricerca di conoscenze evidenti e certe.