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domenica 9 novembre 2014

Passages, D: La noia, eterno ritorno. (Walter Benjamin)






Si impone una tavola che suona così: pioggia - noia - eterno ritorno - morte - sogno. In che modo sono connessi questi concetti? Benjamin immagina le giornate di pioggia come giornate tutte uguali, del resto non usciamo, siamo a casa, sempre a fare le stesse cose e attendiamo il sole. È strano le chiacchiere quelle più inutili riguardano il tempo, ci volgiamo verso la finestra e come se non fosse già abbastanza ovvio diciamo a chi sta con noi: piove!, e l'altro : già!, questo innesca una catena di noiose parole, si parla del fatto che piove più del solito, che sarebbe meglio che smetta, i contadini sono preoccupati per il raccolto, i cittadini rammaricati dal fatto che non possono uscire, almeno senza bagnarsi. L'ombrello viene paragonato da Benjamin all'isola di Robinson, sembra quasi isolarci e quando abbiamo trovato il nostro Venerdì dell'altro sesso siamo al settimo cielo. 




Così rimaniamo a casa e tutto si svolge come in una ripetizione, un eterno ritorno, ma questo diventa solo un peso per noia, è la noia della ripetizione, aspettiamo sempre il sole. Un momento per sognare è la pioggia per Benjamin, anche perché non siamo trascinati dalle faccende quotidiane, forse l'unica cosa che ci ostacola davvero è l'attesa, un'attesa che assomiglia a quella della vita verso la morte (lo diceva già Hugo che la vita è attesa). Contro la tendenza, la dove l'uomo comune vuole sfuggire alla noia e cerca il divertimento del cabaret, la distrazione della merce dei passages, magari la moda o altro, l'artista, come in particolare Baudelaire, fa della noia l'oggetto della sua poesia, lo spleen, in completa controtendenza con un'umanità che non lo comprende nella sua scelta. La noia è prima dei grandi eventi, la noia è l'esterno del sogno, il grigiore, la pioggia, l'eterno ritorno come masso grigio coperto dalle nostre lacrime e dal nostro sudore. Il sogno è come un guanto, così ci dice Benjamin, un guanto fuori grigio, dentro variopinto. Ora vediamo che l'artista fa della noia l'oggetto dell'arte, ora vediamo il dandy che sfoggia esternamente noia, del resto lo sfarzo è piacevolmente noioso, così dice Baudelaire, che il dandy dovrebbe dormire con uno specchio. Del resto il dandy è un decadentista, è qualcuno che ha saputo bene adattarsi al nuovo mondo di apparenze e superfici, un mondo tutto uguale. Benjamin fa riferimento a due teorie di eternità, una è quella classica di Nietzsche, l'altra è quella di Blanqui. Nietzsche ha detto:

"(...) ne segue che esso deve percorrere un numero calcolabile di combinazioni nel gran gioco di dadi della sua esistenza."

Già, l'eterno ritorno non sono che lanci di dadi, è caso, non c'è un senso, nulla tende verso uno scopo preciso, del resto tutto diventa noia, da questo punto di vista è un'eterna pioggia di eventi sempre uguali. L'altro Blanqui non sostiene solo che tutto tornerà nella stessa forma nel senso temporale, ma che in altri luoghi dell'universo vi sono dei nostri sosia, questi vivono come noi e fanno lo stesso che facciamo noi, sono le nostre copie inconsapevoli, ma sono tante copie e noi siamo tra quelle, non ci sono più originali. La nostra stessa epoca si distingue per avere tante copie e non avere nessun originale.


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