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sabato 13 dicembre 2014

Lezione XVIII: pro e contro sull'origine e sul senso








Qui devono essere affrontate le ultime due domande: da dove veniamo? e verso dove andiamo?. È abbastanza interessante il fatto che forse si può riassumere queste due domande e quella prima ovvero: chi sono?, con una domanda che è: perché siamo qui?. Questa domanda non chiede semplicemente del fine, ma anche dell'origine ovviamente e poi può persino andare a sfiorare la questione su chi siamo. Molti nel passato forse non si ponevano la domanda, ovvero i greci per esempio non si chiedevano come fosse stato creato l'universo, non era un problema, per loro l'universo poteva benissimo essere esistito da sempre e poi sulla nascita dell'uomo e molte altre cose c'erano i miti. I filosofi sono nati perché in parte comunque non si accontentavano del mito, i primissimi filosofi greci non ci hanno detto molto su questo problema che ci stiamo ponendo adesso, più avanti si dirà di più, ma qui cercherò di riassumere un po' di filoni che ci possono interessare. Si parla ad esempio di reincarnazione, di anime che si incarnano e sono qui prigioniere di clicli di incarnazioni e si devono liberare da questi. In questo si può pensare che l'anima sia caduta da un mondo ideale oppure dall'Uno/Tutto, questo evento non ha un senso di per sé, si configura come qualcosa che non avrebbe dovuto succedere, ma dato che è successo si deve ritornare almeno per riparare all'errore, per esempio riconquistare una conoscenza perduta, ricordare questa caduta, per poi risalire al mondo ideale o all'Uno, si parla ovviamente di motivi platonici. Nel caso dello stoicismo e dell'epicureismo le cose stanno in modo diverso, nel primo dei due l'eterno ritorno è la natura e la natura è razionalità, vivere in modo virtuoso vuol dire vivere in accordo alla natura, opporsi alla natura non permette di evitare la sua legge, ma crea solo dolore, la vita in accordo alla natura è invece una vita nella pace, le cose sono così, si muore, si diviene, nulla è eterno, c'è la sofferenza, accettiamolo perché non vogliamo altro e saremo forti come rocce, saggi e in pace; nel secondo caso l'epicureismo ci dice che le cose sono fatte di atomi, che questi si aggregano e si disgregano formando nuovi oggetti, poi ci siamo noi che in quanto vivi siamo dotati di anima, ma l'anima anche quella è fatta di atomi, solo più sottili, nella vita dobbiamo cercare il piacere, appagare i bisogni del corpo, eliminare ogni paura, come quella della morte, del perdere le cose e altro ancora. In entrambe le teorie non c'è un senso ben preciso, è difficile dire perché le cose siano come sono, perché siamo qui, nella teoria stoica si parla di una provvidenza divina, ma non è chiaro il perché del cerchio, perché tutto si deve ripetere e non ha un fine vero la provvidenza divina. I cristiani hanno davvero cambiato le cose, perché anche nelle teorie platoniche per esempio non ha un senso la caduta, come non ha senso nessun errore, può avere solo un senso il fine del ritorno. I cristiani parlano di creazione dell'universo, ci spiegano che siamo stati creati da Dio, che siamo immagine e somiglianza di lui, quindi ci parlano del nostro io, sulla sua costituzione e ci dicono che lo scopo al di là di andare in paradiso, in generale è la vittoria del bene sul male, il trionfo della giustizia sul peccato. Dio è la cuasa finale, l'originale, il creatore, colui che da il fine al tempo, la provvidenza sua. Ecco perché siamo. Tra l'altro questo ha molto influenzato filosofie successive fino ad Hegel, anche in Hegel il punto è che alla fine la storia si deve realizzare lo Stato più giusto e la società più giusta, eliminando denitivamente il male. In seguito le cose cambiano, tra l'altro persino in Marx rimane una certa struttura provvidenziale, anche se non c'è di mezzo né Dio e tanto meno il cristianesimo, in Kierkegaard per esempio non ci sono certezze solo scelte di fede, questo è un primo passaggio verso la fine del senso, poi si arriva a Nietzsche e il suo concetto ateo di eterno ritorno dove ogni cosa avviene senza progresso e senza un fine. Con la fine della metafisica, il problema del perché siamo qui in realtà scompare dalla filosofia. Voglio qui presentare alcune posizioni sostenibili sulla prima domanda e sulla seconda, proporre anche delle controposizioni per comprendere meglio le cose. La prima domanda era: da dove veniamo? possiamo pensare un'origine spirituale o una biologica, nel primo caso immagino che ci siano due risposte possibili, ovvero o veniamo da un paradiso perduto, un mondo ideale, oppure vediamo dall'Uno/Tutto, nei due casi possiamo immaginarci la nostra caduta da queste due realtà come incarnazione dell'anima, oppure dovremmo pensare un Dio che abbia forgiato la nostra anima e il nostro corpo. Nel caso della biologia penseremo che noi dipendiamo da una serie di casi chimici, devono essere nati dei composti particolari, la cui evoluzione siamo noi stessi, per esempio si dice che la vita sia un composto del carbonio. Ad ogni modo le prime posizioni si basano sull'esistenza di qualcosa che non ha ancora trovato una dimostrazione, le altre si basano su qualcosa che potrebbero essere definiti miracoli, nel senso letterale del termine, in quanto si tratta di una catena di colpi di fortuna chimici che avrebbero poi reso possibile la vita. Contro l'idea di una origine ci si può cheidere se essa sia davvero indispensabile, ogni serie causale può essere pensata come infinita, l'universo avrebbe potuto esistere da sempre, anche se noi magari no, ma nulla ci dice che non so per esempio le nostre anime prima stavano in altri corpo, magari a formare un vecchio popolo ormai scomparso su Venere (in cui tra l'altro alcuni studiosi ammettono che in passato ci fosse vita). La necessità di un'origine la sente l'uomo con il pensiero cristiano, in realtà niente lascia presuppore un'origine, la teoria del Big Bang lascia molti buchi. Il senso, il fine o viene pensato come un punto futuro da raggiungere in cui ogni presente viene sacrificato per il grande traguardo, oppure il fine sta in ogni presente, si realizza ogni volta in ogni momento, perché il senso in questo caso sta nella crescita e nell'evoluzione delle cose. Nel primo caso di senso si può parlare contro di esso, dicendo che non ha senso sacrificare il presente per un futuro, anche perché quale certezza si ha su questo futuro? e niente può giustificare un genocidio fatto nel presente per giustificare un mondo migliore nel futuro, ciò che poi si legge nei Karamazov. La realizzazione del senso futuro, è la realizzazione di un non senso, come la realizzazione della storia implica la fine della storia. L'altro senso diventa insensato quando qualcuno non fosse d'accordo con l'evolversi delle cose, per esempio non ne condividesse il contenuto, perché l'evoluzione può essere in positivo o in negativo, oltretutto l'evoluzione delle cose se non è un progresso, ma magari è solo un accadere delle cose, allora può essere che le cose ritornino come prima senza giungere realmente a nulla, in questo caso il non senso è evidente, ma la cosa migliore che possiamo fare è volere davvero le cose come accadono.


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sabato 6 dicembre 2014

Lezione XVI: la caduta dell'io come originario





L'io aveva una serie di caratteristiche, da un lato l'essere originario di qualcosa, come per esempio i pensieri, quasi ne fosse la cuasa finale, poi era unità, un in sé ed infine aveva questa essenza che era fissa, pensabile ancora prima della sua esistenza. Ora a piccoli passi spiegherò come la filosofia ha distrutto tutto questo. Per quanto riguarda la questione dell'originario, possiamo fare riferimento a filosofi come Husserl e William James, in entrami i casi si parla di vissuti, che possono essere dei pensieri, sono parte di un flusso grande di coscienza, ma possono essere anche eventi, di fatto non ha nessun originario, non c'è l'io che sta all'origine di tutto ciò, ma se mai l'io deve corrispondere ad un pezzo o un ritaglio dei vissuti. Quando accediamo al mondo interiore, perdiamo la quantità, di questo se era già accorto Bergson, che diceva che due cose sono due solo perché occupano due spazi diversi, ciò significa che la quantità è collegata allo spazio e se si suppone che lo spazio non esista nell'interiore, allora non si deve poter dare una quantità all'interno di noi, dunque accediamo sempre ad un interiore che non è mai semplicemente mio o tuo. Partendo da questa prospettiva James parla di stream of consciousness, Husserl parla di Erlebnis, il vissuto e il flusso di coscienza non hanno mai un carattere individuale, se mai vogliamo trovare noi stessi dovremo sempre ritagliare da questo flusso e ciò vale anche per Bergson. Dal punto di vista di Husserl quello che dice Cartesio che poi è un pensare il Cogito come originario di pensieri e rappresentazioni, è falso, perché niente ci dice che si debba ammettere una cuasa finale, il pensarsi pensante è un pensiero, questo non ha nessun privilegio rispetto agli altri pensieri ma si inserisce nel flusso come gli altri e poi l'esperienza della cera di Cartesio rileva non che vi è un Cogito ma il fatto di un vissuto della cera che si trasforma. Il secondo punto che era fondamentale per l'io, è l'unità, questa secondo Nietzsche è caduta, noi in effetti ci troviamo in una realtà dove a parte quello che troviamo scritto sulla carta di identità, siamo molteplici, non siamo più noi stessi, finiamo per essere quello che ci giudicano gli altri, quelle persone che fanno parte di certi gruppi, che pero sono politici, forse anche calcistici, amiamo una certa musica, ma in questo non troviamo un'identità più complessa di noi stessi di cui questi sono rami, ma semplicemente ci smembriamo, siamo divisi. Spesso la società ci propone idee contraddittorie e alimenta la nostra divisione, per ci dice con il doppio pensiero: che la guerra è pace, che la servitù è libertà, noi ci troviamo quindi ad essere spaccati se vogliamo aderire a queste idee. Tutta la politica se divide la società in gruppi e li mette l'uno contro l'altro per amministrarli meglio, così poi sembra fare nell'individuo che si trova nelle sue lotte interne di pensieri contraddittori. Siamo in un mondo infinitamente interpretabile secondo Nietzsche, è un fatto che così come possiamo interpretare all'infinito le cose allo stesso modo possiamo interpretare all'infinito noi stessi. Adesso viene il problema dell'in sé, l'io non è più in sé, il primo a pensarlo è Kant, salvo poi rifondare l'io come in sé nella sua opera sulla morale, ma prima di ciò Kant parlava di io penso, che è io fenomeno e secondo le mie teorie, che ho spiegato lezioni precedenti, l'io alla fine è sempre per un evento che è quello della conoscenza. Sulla base dell'evento della conoscenza Kant ha costruito un io che è tale perché si possa dare la conoscenza. Sulla scia della perdita dell'in sé vanno messi concetti come quello di io incrinato di Deleuze e quello di Cogito fallito di Ricoeur. L'ultimo punto invece è la questione dell'esistenzialismo di Sartre, perché qui si pensa che l'esistenza preceda l'essenza, in questo senso, la questione dell'io è diversa, perché non è più che cosa sono, ma se mai cosa posso essere prendendo atto del fatto che esisto. Tutto queste posizioni alla fine hanno fatto cadere la domanda: chi sono? del resto basta mettere in discussione l'io per farlo. 

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Lezione XVII: identità singolari, soluzione al problema dell'io. 

sabato 18 ottobre 2014

Lezione XI: sul concetto






Il concetto è ciò che diciamo è oggetto della conoscenza, ma non come qualcosa che gli sta a monte, ma prima di tutto come attrezzo, che va formato, perché si deve prima avere concetto di qualcosa. Si deve conquistare il concetto di qualcosa, poi dopo lo si adopera per il ragionamento. Il concetto è stato oggetto di varie discussioni, perché il problema è sempre lo stesso, sono sempre le tre domande che ci poniamo di solito:

che cos'è il concetto?

da dove viene il concetto?

verso dove va il concetto? ha uno scopo?

Queste domande sono state oggetto della filosofia e qui si vedrà in che senso, in una lezione successiva si vedrà come evitare queste domande semplicemente eliminando il concetto stesso e facendone a meno, si vedranno cioè come certi filosofi hanno costruito dei sentieri oltre al semplice concetto; infine ci sarà una lezione che spiegherà la mia concezione delle cose in merito dei concetti, sul sogno della costruzione di un linguaggio di concetti, sulla sua realizzazione spiegando come. Che cosa si è detto che sia un concetto? partiamo dall'inizio della storia della filosofia e ci ritroveremo dritti di fronte a personaggi come Socrate e Platone, i quali hanno sostenuto la tesi del concetto come definizione, definizione che poi diventa idea contemplata. Il dualismo esempio/definizione è stato postulato da Socrate, in questa logica il concetto è lo stesso di molti esempi, dove gli esempi non fanno altro che esemplificare dei particolari nei quali il concetto si potrebbe dire adatto. Un guerriero che non scappa davanti ai nemici è coraggioso, un medico che si sacrifica per curare un paziente lo è anche, così come lo può essere anche chi mete per salvare la vita ad un amico, ma che cos'è il coraggio? questi esempi non ce lo spiegano, se mai la definizione va cercata in ciò che gli esempi devono avere in comune. Questo è poi trasformato in Platone nell'Idea, dove questa è l'archetipo originario delle cose, quindi l'esempio riflette solo come immagine l'idea, ma l'idea stessa è l'originale. La contemplazione questo è il mezzo per giungere all'originario delle cose, noi dobbiamo separare da tutto ciò che è materiale la forma originaria e questo lo possiamo fare con la nostra mente perché non c'è nessuna differenza tra concetti ed idee in Platone, in realtà. La cosa che colpisce di più però nel discorso di Platone è che se un artigiano deve fare un tavolo, non può farlo se non contemplando direttamente l'idea di quel tavolo, come modello ideale a cui ispirarsi, mentre l'artista che dipinge semplicemente il tavolo sembrerebbe che non contempli nessuna idea, ma semplicemente osservi un tavolo che ha davanti e lo copi così come lo vede; si tratta di una distinzione che porta ad una grande svalutazione dell'arte, perché in primo luogo a questo punto sembra che la vera differenza stia nell'originalità, cosa che nel primo c'è, mentre nel secondo no, in quanto il primo si ispira ad una forma per fare un tavolo suo, mentre l'altro copia semplicemente da ciò che ha davanti al naso. A parte questa ingiustizia, la teoria di Platone è in continuità con quella di Socrate ed è da qua che si parte a concepire il concetto, lo si concepisce come insieme di determinazioni, come qualcosa di formale, nel senso di generale, qualcosa che ha perso ciò che vi è di materiale, ma ha lasciato solo ciò che è essenziale. Aristotele poi cambierà un po' le cose, perché semplicemente non considererà le forme come separate dagli oggetti, ma come inerenti ad essi e la cosa più importante è che qui si vede una prima distinzione tra il concetto e l'idea. Nella scolastica la cosa rimane e infatti in Alessandro Magno, per esempio, troviamo una distinzione, che poi diventerà classica tra: universalia ante rem, universalia in res e universalia post rem; il primo è l'idea in senso platonico, il secondo è l'essenza aristotelica e il terzo è il vero concetto, ovvero la forma in res staccata mentalmente e poi impressa in noi stessi. Un dubbio ci può venire in mente: i concetti sono immagini oppure no? ci sono state diverse interpretazioni a riguardo, queste hanno cambiato però l'idea del concetto, perché per esempio se noi diciamo che il concetto è un'immagine, non possiamo dire che è universale, come avevano già detto Platone e Socrate. Ockham diceva che se noi pensiamo al concetto di gatto alla fine non facciamo altro che pensare ad un gatto specifico, magari il gatto nero che ieri ci ha attraversato la strada, quell'indimenticabile gatto è solo un'immagine e se il concetto è quello, esso non è più universale ma individuale. Se il concetto fosse un'immagine concepire ed immaginare sarebbero la stessa cosa e questo ha cambiato un po' le cose dall'inizio, perché se le cose stanno così non si da nessuna definizione particolare dell'oggetto, non c'è nulla di universale e nessuna forma, il concetto non è altro che un arcipelago di immagini comuni, comuni non nel senso che hanno un'essenza comune, ma comuni perché di quell'arcipelago, dello stesso branco. Per esempio un giocatore dell'Inter condivide qualcosa con gli altri giocatori della sua stessa squadra, ma non è un'essenza, tanto è vero che potrebbero venderlo al Milan, tanto per capirci, così anche queste immagini fanno parte di un gruppo che è il concetto, il quale ogni volta può identificarsi con una di queste immagini tanto non fa differenza. C'è chi si è opposto a questa teoria, ha detto che i concetti non potevano essere solo delle mere immagini, si chiama Cartesio, ma la cosa curiosa del suo caso è che ha superato il dualismo particolare/universale dei concetti, dicendo che ogni concetto è singolare. Va rammentato dunque che anche se in concetti in Cartesio non hanno un'immagine, non devono nemmeno essere pensati come qualcosa di universale, ma cos'è un concetto in Cartesio? tutta la filosofia di Cartesio nel suo dubbio non fa altro che mostrare quanto poco veritiere possano essere le immagini delle cose che vediamo e il suo riflesso mentale, come queste cambino molto spesso e non si riesca a trovare nelle immagini stesse nessuna identità. L'identità è il problema del concetto in Cartesio, dice infatti Cartesio che se prendo un pezzo di cera, lo metto davanti al fuoco, se prima era solido e aveva certi odori, ora è liquido ed è tutto mutato, ma come faccio io a dire che si tratta dello stesso pezzo di cera? perché io ho un concetto di quella cera, questo concetto fa si che al di là delle immagini possa io sempre seguire l'identità della cosa. Il caso di Cartesio è molto particolare in questo caso del concetto, è di lui molto famosa la suddivisione delle idee (qui idea ha un significato molto diverso da quello che intendeva Platone ed è lo stesso di concetto), cosa che poi ha un ruolo nel razionalismo, perché finché si parla di concetti la domanda non è solo cosa sono ma anche da dove vengano e il razionalismo e l'empirismo hanno risposte diverse. La divisione delle idee in Cartesio è la seguente:

- idee avventizie

- idee fattizie
-idee innate

Le prime sono create, le seconde sono invece qualcosa che si riferisce a ciò che si è visto, le terze sono sempre state in noi dalla nascita e Dio le ha messe in noi. Un'idea avventizia può essere quella di un mostro con la testa di Mussolini, il corpo di un maiale e le scarpe coi tacchi, tutte queste idee sono fattizie, ma badate bene non si tratta mai di immagini, voi immaginate quella idea avventizia e vi fa ridere, ma in realtà dovreste solo concepirla. L'idea innata per Cartesio poteva essere a parte Dio, il triangolo, del quale diceva che i triangoli sensibili erano sempre imperfetti e se dicevamo che qualcosa è triangolare allora lo diciamo solo perché possediamo un concetto di triangolo. Il razionalismo concepisce i concetti a questo punto o come qualcosa di costruito a partire dall'esterno o creati dalla fantasia, oppure già in noi. L'empirismo parlerà, come nel caso di Locke, di idee complesse ed idee semplici, rifiuterà in ogni caso concetti già presenti in noi sin dalla nascita. Idee più semplici sono quelli che si offrono direttamente ai sensi, come i colori, le altre sono costruite, anche in questo caso non sono delle immagini. In lezioni successive ci interesserà anche il caso di Leibniz, per adesso ci interessano altri due personaggi, solo per dire giusto due cose, uno è Kant e l'altro è Hegel. Il primo afferma che le idee come universali hanno una funzione solo regolativa, sono quelle di anima, mondo e Dio, indicano rispettivamente tre totalità, quella dei fenomeni interni, dei fenomeni esterni e l'ultima dei fenomeni in generale; in generale queste idee hanno una funzione regolativa per le scienze, spingono nella ricerca e nell'universalizzazione. Ci interessa invece Hegel più che altro per il fatto che come filosofo vedeva nel concetto il punto di arrivo, una totalità che si realizza, questo intero è vero, come intero stesso, ma è sempre qualcosa di astratto, va distinto dall'idea che sintesi di concetto e oggetto, concettuale e nello stesso tempo concreta, perché il concetto stesso va a rappresentare direttamente l'oggetto stesso. Ripassando si è detto che i concetti possono essere:

- definizioni universali o archetipi originari (idee platoniche)

- immagini particolari parti di un'insieme di altre immagini, immagini quindi che sono concetto nel loro far parte di un branco, ma che sono concetto anche in se medesime come singole.

- identità singolarizzate delle cose

Da dove vengono i concetti? essi o sono già in noi (idee innate) o vengono da fuori di noi, il più delle volte dalle immagini sensibili, ma il punto è se in queste immagini ne cogliamo solo la forma o l'immagine stessa diventa il nostro concetto. C'è un fine ai concetti, il fine del concetto è quello di essere  usato come strumento per la ricerca e la conoscenza, in questo senso il concetto va ben costruito e i concetti, come diceva Cartesio, devono essere chiari e distinti. Nella lezione successiva vedremo come alcuni filosofi supereranno il concetto stesso, sia il dualismo esempio/definizione, in parte già superato da Cartesio, sia come eviteranno il concetto per entrare in un modello in cui la conoscenza non è più una questione di concetti.


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