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giovedì 12 giugno 2014

Per la pace perpetua, appendice ( sez.1 & 2 ) ( Kant )



 La prima sezione porta il titolo: "Sulla discordanza tra morale e politica in ordine alla pace perpetua", il che è molto rilevante, dato che a parte dirci di che cosa si parla, vediamo subito che mira quello che è uno dei problemi posti dalla filosofia kantiana, ovvero quello tra legalità e moralità. In effetti quest'ultima parte sempre da un individuo, da un imperativo categorico con pretesa di universalità, la legalità è potere coercitivo dello Stato, cosa succede se fossero per caso in conflitto? del resto appunto non si tratta della stessa cosa. In particolare qui Kant vuole vedere come la cosa si determini nel caso specifico di questa repubblica degli Stati per la pace perpetua. Dice Kant:

" La politica dice: - siate prudenti come serpenti -; la morale aggiunge ( come condizione limitativa) - e semplici come colombe -. Se questi due precetti non possono coesistere in un unico comando, sorge veramente un conflitto della politica con la morale: ma se essi devono andare congiunti, allora l'idea del contrasto è assurda e la questione di vedere come si può risolvere quel conflitto non può più porsi." ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 317 )

In fondo noi sappiamo che la politica può non essere svolta in senso morale, noi italiani lo sappiamo più di ogni altro, ma questo non essere sempre in accordo porta poi ad un conflitto, che non è affatto necessario, cioè potrebbe benissimo non darsi. Il problema si vede qui è anche e sempre quello del rapporto tra teoria e pratica, dove nel pensiero comune si considera la pratica migliore della teoria, perché questa oltre ad essere detta vuota e anche considerata mero ideale irrealizzabile, perciò non sono tanto prese in considerazione piani teorici per il diritto internazionale. L'uomo pratico si fonda solo sull'esperienza, ma secondo Kant ci sono cose come i principi della morale che non sono affatto a posteriori, ma a priori, dunque egli si immagina la figura del politico morale, che rispetto a quello che si è detto prima, riassume un po' la politica e la morale deviando il possibile conflitto.
Dice Kant infatti:

" Io mi posso immaginare un politico morale, ossia uno che intende i principi dell'arte politica in modo che essi possano coesistere con la morale, ma non posso rappresentarmi un moralista politico che si foggi una morale secondo gli interessi dell'uomo di Stato." ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 319 )

Queste due figure vanno distinte per quello che sono, del resto la prima quella del politico morale, seguendo leggi a priori può determinare quale costituzione sia conveniente e poi correggere la costituzione se si trovassero per caso qualcosa di sconveniente o di sbagliato, probabilmente facendo un paragone con le leggi morali. Il politico morale, cerca il progresso, evitando il peggio, il moralista politico al contrario, agisce in senso dispotico; se il primo si basava sulla teoria, il secondo fa molto affidamento sulla pratica, si atteggia a giurista e vuole fare il sofista, non è certo interessato la progresso, si vanta di una presunta capacità e purezza sua, cosa del quale il politico morale fa volentieri a meno. Tre sono le forme di controllo che usa il despota, sono del resto anche abbastanza famose:

1 Fac et excusa: trova il momento per fare un atto prepotente di possesso, poi inventati una giustificazione per tale atto.

2 Si fecisti, nega: il male che fai, nega di averlo fatto tu, ma di che è colpa di qualcun altro, trova un capro espiatorio e coinvolgi le forze tutte contro lui ( mi fa pensare all'incendio di Roma ).

3 Divide et impera: se dividi il tuo potenziale nemico, di modo che sia in conflitto con se stesso, perché scisso in fazioni contrapposte, controllarlo sarà molto più facile.

Sono delle tecniche usate anche fin troppe volte nella storia, i casi forse sarebbero infiniti e sempre da quelle persone, quelle più arroganti, chi ha voluto conquistarsi il popolo con la forza, se non con la semplice persuasione. Quindi il punto è anche questo, come si nota in Kant, ovvero i principi non devono essere né fondati e tanto meno giustificati dagli scopi. Gli scopi per quanto sono dei fini, non né sullo stesso piano, né al di sopra dei principi, che vanno rispettati indipendentemente dalla realizzazione del fine. Ciò che si è detto nella mie ultime parole non è che quella fondamentale componente della teoria morale di Kant, ovvero fare il dovere solo per il rispetto del dovere stesso, se no, qualunque fine dovesse condizionare il dovere mentre è compiuto, farebbe si che l'azione diventi egoistica. È il moralista che usa come scusa la felicità di tutti, quindi il fine, per giustificare i suoi principi!. Il principio è ciò che originariamente determina l'azione, l'azione è il mezzo per arrivare al fine, ma questo mezzo non è che espressione del principio. Così che, a vederla in questo modo, sembra che, ma  non voglio azzardare troppo, Kant critichi Machiavelli o quelle filosofie politiche che separano la politica dalla morale.

La seconda sezione porta il seguente titolo: Dell'accordo della politica con la morale secondo il concetto trascendentale del diritto pubblico, in antitesi con il precedente, perché ora Kant parlerà non del conflitto, ma dell'accordo tra politica e morale. Dice Kant, se io astraggo dalla materia del diritto pubblico ottengo la forma della pubblicità. Qui troviamo un principio etico, nonché giuridico, definito da Kant, in questo modo:

" Tutte le azioni relative al diritto di altri uomini, la cui massima non è conciliabile con la pubblicità, sono ingiuste" ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 330 )

Per quanto concerne il diritto pubblico interno, Kant, fa una discussione già sentita, si tratta niente meno della sua critica nei confronti delle rivoluzioni, in quanto queste sono dette illegittime poiché il popolo pretende di avere un potere superiore a quello del sovrano, il che va contro il contratto, perché appunto il popolo pretendere di deporlo, ma può farlo solo se si considera al di sopra di lui stesso. Nel caso del diritto internazionale, il problema è sempre lì, cosa va considerato pubblicamente giusto e qui come per la morale, si deve vedere se una massima applicata da tutti porterebbe ad un buon fine, se invece questa andrebbe a contraddire l'ordine stesso e qui ci sono tre esempi:
1 se uno Stato fa una promessa ad un altro, per esempio di aiuto, è bene che la mantenga in ogni cosa e che non gli sia concesso di sciogliersi dalla parola data, che se tutti lo facessero addio repubblica degli Stati.

2 se una grande potenza ne minaccia altre più piccole, se queste piccole provassero ad unirsi contro la grande potenza, avrebbero come punto debole il fatto stesso che il potente possa avvalersi del divide et impera, per controllare le potenze minori.

3 se uno Stato si trova territorialmente spezzato da un piccolo altro Stato, non è saggio, né legittimo che questo decida di invaderlo, in quanto attirerebbe altri Stati nel contendersi la preda, o potrebbe dare origine alla costituzione di un'alleanza di Stati minori.

Il diritto pubblico permette l'unione di politica e morale, quest'ultima si deve dire che la morale ha molto da insegnare alla politica.

sabato 17 maggio 2014

Per la pace perpetua, primo e secondo supplemento ( Kant )



Il primo supplemento parla del problema che si pone tra rapporto uomo natura, nel senso di come in realtà la natura determini l'uomo. Infatti qui è la parte del testo dove appunto fa capolino la vecchia nozione di ananke, che in questo caso diventa provvidenza. Ci sono in qualche maniera tre passaggi di questa provvidenza, essa agisce sull'uomo quasi come forza costrittiva che da direzione alla storia   umana, non certo privandolo naturalmente della sua libertà, perché in Kant sono due le serie, una è quella dei fenomeni la dove troviamo leggi di causalità, come quasi un primo modello di tempo, nel senso stesso in cui la causalità non è veramente pensabile come separata dal tempo e c'è un'altra serie noumenica, la dove noi abbiamo la nostra libertà, dove siamo principi noi stessi di un'altra serie causale, ma noi siamo all'origine; da questa serie possiamo intervenire sul mondo. Vediamo i tre elementi:

1 la natura provvede per la sopravvivenza dell'uomo, l'ha dotato di ragione, che è quell'elemento da usare contro l'egoismo dei singoli, per superare il conflitto, creare un buona costituzione, perché solo da essa possono uscire buoni cittadini. La creazione della legge come potere coercitivo, permette un migliore ordine, ma questo dipende appunto da uno stato e sempre una buona costituzione ( la migliore è giudicata da Kant, quella repubblicana ).

" Quindi il meccanismo della natura, mediante le tendenze egoistiche che naturalmente contendono tra loro nei rapporti esterni, può al proprio scopo, che è il precetto del diritto, e così favorire e assicurare, per ciò che dipende dallo Stato, la pace interna ed esterna. Questo dunque significa che la natura vuole irresistibilmente che il diritto finisca per trionfare. Ciò che si trascura di fare, lo fa essa stessa, ma senza riguardi." ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 313)

2 La guerra, anche se ha fatto molti morti, è stato uno strumento provvidenziale della natura con il quale l'uomo si è diffuso per la terra e ha conosciuto terre lontane; la guerra solidifica delle differenze creando le varie culture, lingue e religioni evitando che tutto si mescoli e ogni particolarità cada in un pozzo nero dove ogni cosa è indistinta dall'altra.

" Ma la natura vuole altrimenti. Essa si vale di due mezzi per impedire la mescolanza dei popoli e per tenerli distinti: la diversità delle lingue e la diversità delle religioni, la quale se porta all'odio reciproco e d è pretesto di guerra, pure col progredire della cultura e col graduale ravvicinamento degli uomini in tema di principi, conduce all'accordo in una pace che non è prodotta e garantita, come la pace di ogni dispotismo ( vera tomba della libertà ), dell'indebolimento di tutte le energie, ma dal loro equilibrio nei contrasti della più viva emulazione. " ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 314 )

3 qui segue la terza tappa, dove la natura costringe l'uomo a unirsi in rapporti legali, qui si ha quella spinta verso la pace perpetua, la repubblica degli Stati. La natura come divide i popoli poi li unisce, l'arma è quello che Kant definisce: spirito commerciale, perché proprio il mercato e il commercio favorisce l'unione dei popoli pacifica, che è appunto condizione della sua esistenza.

Nel secondo supplemento invece si trova l'articolo segreto per la pace perpetua che recita:

" le massime dei filosofi circa le condizioni che rendono possibile la pace pubblica devono essere prese in considerazione dagli Stati armati per la guerra " ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 315 )

Il punto è la questione del ruolo del filosofo in questo grande sistema; esso infatti è solo suddito, studioso, ma anche consigliere e qui si parla del fatto che i governati possono convocare, in segreto però, per ricevere consigli, massime di comportamento. Ciò che però è importante è che il filosofo non diventi governante, perché, secondo Kant, ormai collegato al potere e alla forza, ne sarebbe inevitabilmente corrotto. Questa idea del filosofo governante era nata e forse anche morta con Platone, esso infatti sostenendo che il filosofo aveva al culmine della sua formazione conoscenza del bene, non si trattava altro di convincerlo al governo e qui conoscendo il bene, non avrebbe potuto che comportarsi bene, nel senso di fare il bene del popolo. Ci sono stati in effetti dei tentativi storici, per esempio il caso di Voltaire, che certo non era governante, ma consigliere, ovviamente fallito, poi in molti casi il filosofo con la sua filosofia quasi legittimava con certe sfumature il potere esistente, Hitler aveva molti filosofi dalla sua in effetti.

sabato 22 marzo 2014

Per la pace perpetua, sez. 2 ( Kant )



Se obbiettivo è la pace, certamente bisogna cominciare con la constatazione del fatto che non siamo in quello stato, almeno non nella pace perpetua, ma appunto viviamo in un mondo in cui avvengono guerre e prima di tutto la guerra c'è nell'istinto naturale, quello della sopravvivenza, insomma nello stato di natura. Qualcuno potrebbe contestare Hobbes quando parlava di guerra di tutti contro tutti, di dicendo per esempio che non è vero che vi sia uno stato di guerra continuo in natura, ma certamente dice Kant, anche se non è dichiarato sarà almeno potenziale.   Qui seguono tre grandi articoli voluti da Kant, che si susseguono per la seconda sezione. Cominciamo dal primo:

Art 1 " la costituzione civile di ogni Stato dev'essere repubblicana" ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 292)

Tre sono i principi che stanno alla base di questo governo repubblicano:

la libertà
la dipendenza di tutti da un'unica legislazione
uguaglianza di tutti

Il punto però è capire perché questo tipo di governo e non un altro? certo per Kant deve essere quello che meglio riesce a tenere questi punti che prima sono stati elencati, ma già, ma perché? Kant distingue tre tipi di governo: l'autocrazia  ( chi comanda è il principe ), l'aristocrazia ( chi comanda è la nobiltà ) e infine la democrazia ( chi comanda ora è il popolo ). Quella di prima è una ripartizione secondo chi comanda, ma poi potrebbe anche essere ripartita secondo il modo di governare, riguardo al modo in cui lo Stato fa uso del suo potere e qui o si parla di governo repubblicano o dispotico. Perché solo nel primo caso abbiamo una divisione tra potere legislativo e esecutivo, chi fa le leggi non è lo stesso che le approva, se no in effetti potrebbe farle a suo piacimento, cosa però in effetti potrebbe accadere nel regime dispotico del quale dice Kant:

" è l'arbitraria esecuzione delle leggi che lo Stato si è dato (...) " ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 294)

Tra i governi dispotici Kant ci inserisce, colpo di scena, anche la democrazia; il potere di tutti è contraddittorio dice Kant, infatti la totalità che non sia guidata da un interesse generale nega se stessa e si contraddice. Qui c'è un evidente riferimento a Rousseau, quando si parla di " volontà generale", ma finezza di Kant è capire che c'è una contraddizione più forte nella visione di Rousseau, perché in effetti si chiama " volontà generale ", ma questa non è mai la volontà di tutti, può essere anche contro qualcuno, oltretutto fa notare che è contraddittoria anche con la libertà, perché se il potere non si realizza nella sua generalità, diventa contro la libertà di alcuni. È un discorso particolare questo contro la democrazia, un altro aspetto di tutto ciò lo si trova in un filosofo molto più vicino a noi come Wolf Robert Paul, nel suo testo " in difesa dell'anarchia ", perché il punto è che la volontà generale non è quella del singolo o può non esserla, secondo Rousseau deve essere quella della maggioranza, noi non dovremmo pensare infatti a noi come singoli, ma alla volontà del popolo, però questa potrebbe non essere in accordo con la nostra, ecco che viene a mancare la libertà ed ecco che di colpo compare la contraddizione. Il particolare contraddice il generale, questo è anche più chiaro appunto in una prospettiva anarchica, nel caso di quell'autore sopra citato; però appunto Kant propone un'altra soluzione che è quella repubblicana, dove appunto il sovrano sarà anche uno ma non ha tutti i poteri, non è assoluto, il popolo ha la sua partecipazione, ma non si tratta appunto del modello Rousseau, che poi sa di democrazia quasi diretta, solo un po' diversa. Kant non parla proprio di anarchismo in questo testo, credo che molti autori vedessero l'anarchismo solo nella forma rozza di un grande caos. Vediamo ora il secondo articolo:

Art.2 " Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati " ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 297)

Questa libertà, non è la mera rozza libertà del "tutto è permesso " karamazoviano, quindi quella selvaggia libertà che non conosce limiti e che quindi porta alla guerra, perché appunto questo sarebbe un nuovo stato di natura in cui dei super-soggetti, come gli Stati, entrano in un conflitto continuo. A questo punto, saranno quegli stessi Stati che con un atto libero decideranno di sottoporsi a leggi coattive quindi a limitare le loro azioni, per entrare in quello che deve essere detta lega della pace, che non è un mero patto di pace, infatti quello si riferisce ad una singola guerra, ma se mai qui si parla di una pace che debba valere per sempre.

Art.3 " Il diritto cosmopolitico dev'essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità"

( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 301)

Così alla fine uno straniero se va in uno Stato estero, deve essere ospitato dignitosamente, se mantiene un comportamento pacifico, se si rivelasse ostile, allora non sarebbe meritevole della residenza. Sappiamo come invece è trattato lo straniero oggi, soprattutto in Italia, che non è il miglior posto dover poter ottenere asilo, oppure queste CIE che abbiamo nelle nostre città sono evidente violazione di libertà dei singoli, la sembrano dei detenuti, però qui Kant non è chiaro se pensi ad uno straniero che viene per trasferirsi in un certo paese diciamo definitivamente, in effetti non c'era tanto il problema dell'immigrazione all'epoca, forse si immaginava più uno straniero che viene solo a soggiornare, magari anche per un periodo più ristretto, comunque non è tanto chiara la cosa, ad ogni modo si parla di cosmopolitismo, perché appunto si crede che l'uomo sia prima di tutto cittadino del mondo, che la terra gli appartenga per diritto naturale, come terrestre, quindi appunto non si vede perché qualcuno non potrebbe andare in terra straniera, questo è suo diritto, così come lo è essere trattato con rispetto.


sabato 8 marzo 2014

Per la pace perpetua, sez. 1 ( Kant )



Incomincerei con il vedere quello che compare proprio all'inizio del testo, infatti troviamo scritto:

" Se questa iscrizione satirica posta sull'insegna di un oste olandese, nella quale era dipinto un cimitero, valga per gli uomini in generale o in particolare per i sovrani non mai sazi di guerra, oppure valga solo per i filosofi, che vagheggiano quel dolce sogno, può lasciarsi indeciso." ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 283)

Questo significa un paio di cose:

A sappiamo a cosa si è ispirato Kant per il titolo. Quell'insegna aveva un intento satirico e come si vede aveva questo significato, ovvero che la pace l'uomo avrebbe potuto conseguirla solo con la morte, il che ha due sensi, o che la pace c'è solo dopo la morte o che ci sarà sulla terra solo quando tutti gli uomini saranno morti.

B il teorico del filosofo viene contrapposto al pratico della realtà fatta di sudditi e sovrani, dove il teorico in questo caso diventa una specie di sinonimo di utopico, mentre il secondo sembra il realizzabile, tenendo presente che utopico non è sinonimo di impossibile, infatti possibile vuol solo dire non contraddittorio, mentre appunto l'utopia non ha contraddizione in sé, altra cosa è il probabile e d in questo caso l'utopia potrebbe essere considerata improbabile.

C non ci interessa affatto se appunto questo testo debba considerarsi qualcosa che tratta un probabile  o solo qualcosa di utopico e quindi improbabile.

Veniamo dunque alla prima sezione. Essa è divisa per vari articoli, ce ne sono proprio sei ed è particolare vedere come siano terribilmente attuali, insomma come alla fine valgano ancora ora. Il testo che poneva il problema della relazione tra pratico e teorico si era conclusa con questa questione che riguardava la possibilità di una repubblica tra gli stati. Così come Hobbes aveva notato che in effetti gli stati erano come grandi individui in un nuovo stato di natura, così Kant anche qui si occupa del problema, ma la cosa non deve essere risolta in uno stato più grande, giacché allora ci sarebbe un solo Stato mondiale, e così i sovrani dei singoli stati sarebbero solo sudditi; al contrario invece si deve creare una repubblica degli stati e questa deve darsi delle leggi, perché in fondo questa repubblica degli stati è espressione dei singoli sovrani che decidono di autolimitarsi nel loro agire da leggi, così però da garantire uno stato di pace. Se ci possa essere un paragone tra questa repubblica degli stati e l'attuale Onu è da lasciarsi del tutto indeciso, o forse è meglio non affrontarlo esattamente in questo momento, ad ogni modo faccio notare che in questa repubblica non si presenta affatto per esempio un esercito corrispondente ad essa, a differenza dell'Onu che appunto possiede un esercito proprio; insomma l'Onu sembra andare più verso lo stato globale, possiede infatti a riprova già un esercito globale, questa repubblica non è concepita in questo senso. Cominciamo a vedere gli articoli:
Art. 1 " nessun trattato di pace può considerarsi tale, se è fatto con la tacita riserva di pretesti per una guerra futura" ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 284)

Armistizio ≠ Trattato di pace, nel caso in cui infatti, dovesse capitare che nel finire la guerra e nel trattare con il nemico, si pensasse già a quale guerra fare successivamente, con questo stesso nemico, non si potrebbe considerare questo un trattato di pace ma solo un armistizio. L'obbiettivo è la pace perpetua, non quella temporanea; questo appunto però è il fine stesso di questa repubblica degli stati, se gli stati si uniscono lo fanno per questo motivo, è loro interesse quindi accordare se stessi a questa regola. Questa è infatti quella molla che ha portato molte più guerre del dovuto, il piano consiste nel spezzare questo perpetuarsi di miserie.

Art. 2 " Nessuno Stato indipendente ( non importa se piccolo o grande ) può venire acquistato da un altro per successione ereditaria, per via di scambio, compera o donazione" ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 284)

Se si considera lo Stato come grande individuo, in questo caso lo scambio, la compera e la donazione apparirebbero un po' come se fossimo sul mercato degli schiavi. In ogni caso un atto di questo tipo vorrebbe dire non riconoscere la persona morale nel sovrano di quello Stato, persona che anche lui ha partecipato al famoso patto. Oltretutto appunto un atto di questo genere alla fine ha come vittime il popolo che si trova ad avere un altro padrone, i sudditi non sarebbero più del primo sovrano ma di uno straniero. Tante volte si è dato questo, ci sono stati scambi di territori, i sovrani semplicemente li scambiavano fregandosene di chi ci viveva, l'Africa sembra un paese spartito con la squadretta e il righello, mi ricordo il caso del risorgimento italiano quando abbiamo ceduto la regione Savoia, forse si può pensare anche a quando i nazisti sono penetrati senza opposizione in altri Stati, dove si presupponeva ci fossero minoranze germaniche.

Art. 3 " Gli eserciti permanenti devono col tempo interamente scomparire ". ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 285)

Intanto la guerra esiste perché ci sono dei soldati a combatterla, se non ci fossero eserciti non ci sarebbe guerra. La gara agli armamenti non fa altro che provocare gli altri stati che vorranno avere ancora più armi, anche il caso del risorgimento centra in questo caso, fu un idea di Cavour quella di provocare l'Austria con gli armamenti,  come appunto scelta astuta per quindi far intervenire l'esercito francese di Napoleone III; oppure semplicemente la guerra fredda in parte era così, oggi invece vediamo che per contare qualcosa tra gli stati devi avere la bomba atomica, ma se tu hai la bomba atomica, il vicino ha paura che possa mandargliela addosso, allora devi avercela anche tu per difenderti e però così anche l'altro vicino comincia ad avere timore e così via, fino arrivare ad un mondo pieno di bombe atomiche e con il pericolo di un'altra guerra più disastrosa. L'altra cosa è il vergognoso modo in cui il suddito viene usato dal sovrano per i suoi interessi, mandato sul fronte per fare la guerra di un altro, morire in battaglia e uccidere dei propri simili. Kant accetta l'esercitazione alle armi solo a scopo difensivo e non aggressivo, questo appunto significa che non bisogna fare come si fa adesso nel mondo, molto in America, proibizionismo delle armi o limitarne l'uso, ma solo che queste devono avere il solo scopo difensivo.

Art.4 " Non si devono contrarre debiti pubblici in vista di un'azione da spiegare all'estero " ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 286)

Questa pratica di indebitamento di Stati verso altri deve finire, perché proprio questo potrebbe essere causa di guerra, infatti uno Stato arricchendosi molto potrebbe così fare la guerra. Adesso c'è il problema del debito americano con la Cina, da questo potrebbe scaturirne una guerra e già è un esempio, però Kant fa un esempio a lui contemporaneo e cita il caso di Gugliemo III re d'Inghilterra. Kant spiega anche che la bancarotta di uno Stato ( vedi la Grecia oggi ), può essere l'origine di una guerra o quantomeno può attirarla, uno Stato potente creditore e uno Stato debitore dall'altra senza mezzi, uno Stato potrebbe essere tentato ad impadronirsi dell'altro, altri Stati potrebbero considerare la cosa ingiusta o non tollerare questa mossa e quindi intervenire, ma questo provocherebbe uno guerra tra Stati.

Art.5 " Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione e nel governo di uno Stato" ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 287)

Quindi lo Stato in quanto tale è voluto e costituito prima di tutto dal popolo, il sovrano in effetti dipende da esso, dalle votazione e tutto il resto; in questo non devono intervenire forze esterne, come però spesso accade, ovvero che per esempio sia un altro Stato a decidere del governo o intervenire sulla costituzione, parlo di magari governi fantoccio fatti dagli americani, che sono un classico, che vogliono esportare la loro finta democrazia. Un intervento degli altri Stati è ammesso, secondo Kant, solo nel caso in cui mettiamo lo Stato sia diviso in due, quindi in uno stato di anarchia, questo ci ricorda la primavera araba, la scissione in due tra ribelli e governo. L'ultimo caso presentato però potrebbe essere criticato in vari modi, il dualismo potrebbe sparire se si prende coscienza di come la CIA sia abile a orchestrare rivolte in paesi esteri, in questo caso allora sarebbe diverso, uno Stato ( U.S.A. ) commette un atto illegittimo da questo punto di vista e secondo questa costituzione di una repubblica immaginaria.

Art.6 " Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi atti di ostilità, che renderebbero impossibile la reciproca fiducia nella pace futura: come , ad esempio, il ricorso ad assassini, ad avvelenamenti, la rottura della capitolazione, l'istigazione al tradimento nello Stato al quale si fa la guerra ecc." ( Kant, Per la pace perpetua, Utet, 2010, Torino, pp. 287)

Si tratta di tutte le leggi proibitive, dice Kant, perché una legge permissiva non rappresenterebbe nessun obbligo, mentre quella proibitiva si, solo che alcune sono assolute si tra degli articoli: 1, 5, 6; invece vi sono altri articoli che hanno delle eccezioni: 2, 3.