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venerdì 18 dicembre 2015

Lyotard: la condizione postmoderna (un commento critico)









Questo classico si pone l'obbiettivo di studiare il sapere in età post-moderna. Il sapere in questo caso è costituito dall'informazione. L'informazione è un dato, il dato è contenuto nel data-base (banche-dati), ovvero i dati sono puramente accumulati. Tradizionalmente il sapere si divide in: sapere umanistico, quindi narrativo e sapere scientifico, quindi additivo. Il sapere narrativo segue come forma quella del racconto, mentre quello additivo, caratterizzato per l'accumulazione, funziona secondo un metodo dove una determinata proposizione si inserisce in un sistema di proposizioni dette scientifiche a patto che non le contraddica e che comunque la sua verità sia provabile. Ora, non è detto che non possa avvenire alcuna contraddizione, da Popper in poi è stato messo in evidenza che una rivoluzione scientifica avviene quando un sistema di proposizioni viene messo in discussione, quando cioè piuttosto che salvare quel sistema, si sceglie per questa nuova proposizione che potrà dare avvio a nuovi campi scientifici. Kuhn aveva mostrato che questo fatto avviene assai di rado, perché gli stessi scienziati sono poco propensi al cambiamento, ma questo accadere mette in discussione la concezione secondo la quale la scienza o la sua forma di sapere sarebbero puramente accumulative. È abbastanza chiaro che per Lyotard l'informazione fa cadere la narrazione, ma questa informazione si accumula e basta, i dati possono essere accumulati oppure possono essere connessi per formare nuova conoscenza. La nascita di un mondo informatico e di questa nuova forma di sapere pone nuovi problemi, non solo sul piano gnoseologico, ma anche sul piano politico-economico. Ad esempio Lyotard afferma:

"Ammettiamo per esempio che un'impresa come la IBM sia autorizzata ad occupare un corridoio orbitale attorno alla terra per piazzarvi dei satelliti di comunicazione e/o delle banche dati. Chi avrà accesso? Chi deciderà quali saranno i canali e i dati riservati? Lo Stato? oppure esso sarà un utente come tutti gli altri? Nascono in tal modo nuovi problemi giuridici ed attraverso di essi si pone la domanda: chi saprà?." (Lyotard, François, Jean, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano, 1983, p.15)

Il sapere è potere; allora chi avrà accesso all'informazione, avrà accesso al potere?. Perché non è detto che l'informazione arrivi a tutti e nello stesso modo, così Lyotard pensa che così come il denaro segue due vie, quella verso chi decide e quella verso il popolo, allo stesso modo l'informazione potrebbe seguire gli stessi due canali. Se così fosse l'informazione che arriva a chi decide è diversa da quella che arriva a chi obbedisce. L'informazione, e questo è uno degli altri temi importanti sull'argomento in questo libro, di fatto sta rimpiazzando la classe dei produttori, diciamo in primo luogo il secondario. Io posso sostituire una persona con un automa-informatico, per esempio se un insegnante si limita a passare informazioni ai suoi allievi, a quel punto diventa facilmente sostituibile da un computer in cui sono salvate quelle stesse informazioni come dati. Questo fenomeno è quello per il quale una macchina sostituisce un essere umano. Karl Marx spiegava che l'uomo ha cominciato ad essere sostituito dalle macchine solo quando il suo lavoro ha cominciato ad essere meccanico, ovvero quando è cominciata la divisione del lavoro e cioè quando ogni operaio doveva svolgere meccanicamente un determinato compito per la fabbricazione di una merce. Tutto questo presuppone però che le macchine che sostituiranno gli operai saranno costruite da altri operai, fino a quando le macchine non saranno in grado di costruirsi da sole e in quel caso comincerà l'era dei robot. Il robot è particolare perché fa coincidere le due forme di tecnica individuate da Gianni Vattimo, intendo dire la tecnica come assoggettamento della natura e la tecnica come informatica. Di fatto Lyotard si è accorto che il lavoro si sta spostando tutto nel settore del terziario, perché se un computer può sostituire i produttori, ci vuole sempre qualcuno che lo programmi, che sappia usarlo e ripararlo, per questo ci vogliono determinati tecnici, ma forse nella futura era dei robot scomparirà anche il terziario, a quel punto si svilupperà il quaternario come settore gestionale e manageriale del lavoro degli impiegati-robot.

Successivamente a ciò Lyotard introduce il concetto di gioco linguistico di Wittgenstein. Il gioco linguistico ha queste seguenti caratteristiche:

- ogni gioco linguistico ha delle regole e tutto ciò che è fuori di queste regole non fa parte del gioco.

- non c'è fondamento delle regole, esse non sono nemmeno il risultato di un'invenzione dei partecipanti al gioco, semplicemente chi accetta con un patto di stare a queste regole, di fatto si trova nel gioco linguistico.

Ogni persona sembra collocata in un punto, nel preciso punto in cui è collocata è attraversata da determinati messaggi. Il soggetto però è sempre dislocato, nel senso che non si mantiene sempre nella stessa posizione, dal momento che i messaggi mirano ad ottenere delle reazioni, così si redistribuiscono sempre un interrogante ed un interrogato. Il sapere comprende molti giochi linguistici, esso non coincide né con la scienza e tanto meno con la conoscenza. In particolare la conoscenza concerne quegli enunciati denotativi che sono passibili di essere veri oppure di essere falsi, mentre il sapere in realtà non è determinabile solo nel modo del vero o del falso, quanto piuttosto anche secondo la sua efficienza, la bellezza o la giustizia. Il sapere in senso tradizionale è il sapere narrativo, esso si trasmette nella forma del racconto. Il racconto è una storia, molto spesso un mito, che serve a scopo di legittimazione di autorità, istituzioni o simili, oppure serve semplicemente per spiegare delle cose come l'origine dell'uomo. Chi conosce la storia detiene il sapere, quando quindi questa storia viene raccontata, il sapere viene passato ad altre persone. C'è poi oltre a questa forma di sapere quello scientifico, il quale segue ovviamente altri schemi. Nel sapere scientifico i soggetti affermano qualcosa che ritengono vero, che possono dimostrare e difendere di fronte ad obbiezioni. In questa forma di sapere uno dei presupposti della verità è quello del consenso, in fondo c'è sempre il problema di dover confrontare una certa affermazione con quelle già preesistenti e comunemente accettate (ad esempio il caso di uno scienziato che dica qualcosa di completamente nuovo che potrebbe minare alle basi della vecchia scienza tradizionale). Nell'XIX secolo, come spiega Lyotard, si parlava di verificazione come presupposto della scientificità di qualcosa. Se qualcosa è verificabile, quindi per esempio un determinato enunciato, quell'enunciato è scientifico. Il problema quindi allora è quello del darsi di una possibile dimostrazione o di una prova, la fisica classica credeva ancora in una verità universale e necessaria, credeva ancora di più che il suo compito fosse quello di anticipare il futuro, in quanto posta una certa causa, seguendo determinati leggi, non poteva che scaturire uno e uno solo effetto. Nel XX secolo si passa invece al concetto di falsificazione, in particolare con la filosofia della scienza di Karl Popper. Con questo concetto si vuol dire semplicemente che un enunciato si può dire scientifico solo quando questo è falsificabile, quindi cioè se si afferma che in ogni caso ad una causa deve corrispondere un effetto, questo enunciato è scientifico perché si può dare il caso in cui a quella causa non corrisponde quell'effetto. La nostra scienza attuale non cerca di prevedere il futuro o calcolarlo, se mai si basa sul concetto di probabilità ed ha per esempio il movimento browniano come caso limite, laddove i movimenti delle particelle in quel caso hanno tutti uguale probabilità. Il sapere scientifico si scaglia contro quello narrativo perché manca di prove ed argomentazioni, non è quindi ben fondato e le storie che racconta sono solo castelli per aria, che poi era il vecchio discorso dell'illuminismo contro la superstizione. Tuttavia, nota Lyotard, anche la scienza ha bisogno per giustificarsi di racconti, perché ad esempio si trova di fronte al problema di come giustificare la sua prova, ovvero questo problema: come provare la prova?. Ad esempio la scienza usa dei metodi specifici come l'esperimento, ma l'esperimento è osservazione sensibile, se io dimostrassi o in qualche modo affermassi che i sensi sono fallaci, che ci ingannano sempre, allora che tipo di validità potrebbe avere una prova che si basa su osservazione sensibile come l'esperimento?. Una volta a fondare le narrazioni che stanno alla base della scienza ci pensava la filosofia, l'ultimo tentativo in questo senso è la famosa opera di Hegel: Enciclopedia delle scienze filosofiche. Ora, invece, la filosofia ha del tutto rinunciato a questo compito, quindi c'è una totale mancanza di fondazione. Inoltre il nichilismo successivamente ha operato nel senso della delegittimazione, in primo luogo dei racconti e in secondo luogo delle scienze. Nietzsche, dice Lyotard, spiega che il sapere scientifico serve solo a riprodurre il professore e non lo scienziato. Tuttavia è da notare come Nietzsche consideri la scienza utile quando è al servizio della vita, in questo senso la scienza è utile quando serve all'uomo per avere dominio sulle cose. Questo modo di vedere fa si che si perda di vista o si elimini completamente il problema della verità. La scienza, del resto, non ha mai realmente fatto riferito alle condizioni di verità che sono state poste in filosofia per esempio da Cartesio, Aristotele e Mill, dice Lyotard, essa si fonda piuttosto su un determinato linguaggio, questo linguaggio è quello dell'aritmetica. Il linguaggio dell'aritmetica sarebbe fondato sulla logica, questo richiede il seguire questi principi: la consistenza, cioè il fatto che non possano darsi sia A che ~ A; completezza sintattica, cioè il sistema perde consistenza se gli aggiunge un assioma; decidibilità, ovvero capire se una proposizione appartiene o meno al sistema. Sembra che rimanga sempre un problema di consistenza ed inoltre ritorna sempre il problema sulla dimostrazione della prova, nella sua legittimazione. Ad esempio, oltre agli argomenti di Cartesio sul fatto che i sensi potrebbero ingannare, che la facoltà della conoscenza potrebbe essere fatta di una natura che si inganna continuamente, c'è una versione molto più moderna, ovvero il problema degli assiomi di Gödel, quando questo dimostra che la matematica non è fondabile, in quanto essa si basa su assiomi che per essenza sono indimostrabili. A questo punto entra in gioco il criterio tecnico/operativo dell'efficienza, secondo il quale qualcosa viene valutato non tanto in base alla sua verità, ma alla sua efficacia, ai suoi risultati e alla utilità. Qui si torna al discorso di Nietzsche e si dovrebbe anche aggiungere il discorso del pragmatismo. Se la scienza è giudicata solo in base alla sua efficacia, in questo caso la scienza si riduce a tecnica. Però non c'è tecnica senza soldi, nel senso che perché si realizzino veramente dei prodotti, ci vuole almeno qualcuno che investa del capitale e al contrario non si fanno profitti se non innovando continuamente nella tecnica. È per questo che si investe denaro nella ricerca, solo che in questo caso la ricerca è chiaramente scientifica, non umanistica e poi non è mai scienza in senso stretto, ma tecnica (ad esempio nessuno investirebbe in un centro di ricerca di fisica quantistica, almeno nessun capitalista, perché non gli porterebbe profitti di alcun genere). Qui, mi sembra di capire dal testo di Lyotard, che il discorso sulla verità cade completamente, non c'è più un problema di legittimazione e la prova consiste semplicemente nell'efficacia dello strumento tecnico. In un certo senso si può dire che solo ciò che da risultati viene qui preso in considerazione e chiaramente non da risultati qualcosa che non è applicabile praticamente e tecnicamente, la scienza quindi è solo ingegneria. C'è ovviamente il problema del caso della bomba atomica che ha visto la collaborazione sia di fisici che di ingegneri. Se il sapere tecnico è il prevalente, la fisica è considerata solo se e in quanto applicabile ad esso, per cui la domanda non è più: è vero?, ma: a che cosa serve? si può vendere? è efficace?. Nel mondo tecnico sono importanti i tecnici e non più gli insegnanti o i professori, in quanto saranno sostituiti da banche dati. Verso la fine del libro si legge: "Quanto all'informatizzazione della società, si vede infine come essa coinvolga questa problematica. Essa può diventare lo strumento "sognato" del controllo e della regolazione del sistema di mercato, esteso fino al sapere stesso, e retto esclusivamente dal principio di performatività. Essa comporta alla inevitabilmente il terrore. Ma essa può anche servire i gruppi di discussione sulle metaprescrizioni dando loro le informazioni di cui per lo più difettano per decidere con cognizione di causa. La linea da seguire perché la biforcazione si risolva in quest'ultimo senso si riduce ad un principio assai semplice: il pubblico deve avere libero accesso alle memorie ed alle banche di dati." (Lyotard, François, Jean, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano, 1983, p.121) la biforcazione di cui parla evidentemente è quella tra i decisori e il popolo,  che poi è anche la base del potere e del controllo.

"La società trasparente" di Gianni Vattimo, un commento critico

"Nello sciame" di Chul-Han, un commento critico

lunedì 12 ottobre 2015

"La società trasparente" di Gianni Vattimo, un commento critico



Finalmente posso commentare questo scritto che mia aveva subito interessato in quanto portava un titolo molto simile all'opera di Byung-Chul Han: "La società della trasparenza", così finalmente posso anche mettere al confronto i due testi. Una prima differenza può essere rilevata: il titolo di quest'opera porta a pensare la trasparenza come qualità di una società, mentre il titolo dell'altra opera porta a pensare quella stessa trasparenza come oggetto particolare di un certo tipo di società. Quando Gianni Vattimo parla di "trasparenza" si riferisce alla piena coscienza di una società che essendo completamente auto-consapevole è trasparente a se stessa, questo poi non era altro che l'ideale di Hegel; quando, invece, Byung-Chul Han parla della "trasparenza" si riferisce all'effetto pornografico dell'esposizione delle cose in questa società nella loro nudità totale (questo non vale solo per la logica della merce, della prostitutizzazione totale, ma vale anche per l'informazione e tutto il mondo che gli sta dietro). Inoltre Vattimo quando parla di "trasparenza" si riferisce a quell'ideale di cui parlavo e che dopo tutto appartiene all'età moderna, dunque la nostra società per Vattimo non è trasparente in quanto società post-moderna che ha cancellato i presupposti per quella autocoscienza (ad esempio la cancellazione della visione del corso storico come unico, la cancellazione dell'illusione del progresso, l'impossibilità di una mono-dimensionalità o del pensiero unico in un mondo frammentato dal multiculturalismo); al contrario Byung-Chul Han intende che la nostra società, quella post-moderna, è una società della trasparenza, per quei motivi differenti che prima ho spiegato. Scusate se la cosa è diventata un confronto tra due autori, ma la cosa è funzionale alla critica di questo scritto. Dopo tutto la cosa può facilmente funzionare perché questi libri hanno anche dei temi comuni: il problema dei mass media, una discussione della nuova tecnologia e anche la questione sull'effetto "schok" nell'opera d'arte in Benjamin. Qui però penso sia corretto cominciare a parlare del problema della storia, che poi è uno dei motivi principali per cui Vattimo parla di post-modernismo. Secondo Vattimo cade oggi la visione unitaria della storia, la visione per cui esiste una sola storia mondiale, un solo tragitto, un progresso della civiltà, tecnologico, forse anche etico che l'umanità percorre. Questa idea in primo luogo non ha senso perché questa visione riflette un punto di vista particolare che è quello europeo, ma evidentemente nel mondo non c'è solo l'Europa, che dire della storia della Cina? della storia degli schiavi neri africani sfruttati dai colonialisti? delle vicende storiche degli esquimesi?. Nelle Tesi sul concetto di storia, Walter Benjamin sostiene che scrivere una storia unica come progresso, come contiuum ininterrotto, vuol dire scrivere la storia dei vincitori e delle loro barbarie. Walter Benjamin non usa mezzi termini quello che leggiamo nei libri di storia è stato scritto dai vincitori, da chi comanda la società, perciò non fa altro che riflettere il loro punto di vista e non può che essere quello che loro vogliono che noi sappiamo. L'intera cultura, dice Benjamin, non è altro che il bottino dei vincitori, così come già Marx denunciava il fatto che la cultura di un tempo rifletteva l'ideologia delle classi dominanti, nel senso che rifletteva in primo luogo le condizioni socio-economiche del tempo, così il Robinson di Defoe non fa altro che esaltare il modello capitalista. Benjamin e Marx sono filosofi del pensiero storico materialista, in particolare Benjamin pensava di scrivere la storia dei vinti cercando di riscattare tutte le promesse, desideri di questi incompiuti e le loro lacrime inascoltate, pensando che solo in questo modo ci possa essere una possibilità emancipatrice. Vattimo partendo dal fenomeno del multiculturalismo crescente pensa che non si possa dare una visione unica della storia, in quanto non esiste più la storia, ma solo le storie di questi popoli diversi. In effetti prima quel modello di storia non poteva che riflettere la prospettiva del popolo europeo colonialista. Questo punto forse è meno chiaro di quello di Benjamin, perché chiaramente il nostro mondo è sempre più connesso e sempre più uno, per esempio adesso una crisi economica investe l'intero pianeta, ma di questo fenomeno non si può fare una lettura parziale, si deve tenere contro di tutti gli effetti che ha su tutto il pianeta. Vattimo parte dal fatto che il nostro mondo è sempre più composto da una pluralità di centri ed in effetti ognuno di questi è portatore di un punto di vista proprio (del popolo o di chi li comanda?), ma visto che l'umanità sembra andare verso  una nazione universale non c'è il rischio che alla fine si formi un solo centro e il punto di vista torni uno solo?. Dobbiamo sempre tenere conto che questo libro se non erro è stato scritto nel 1989, adesso sono cambiate un po' di cose: gli stati non contano più nulla, i capitali si spostano ad una velocità di un click senza conoscere più confini, l'immigrazione attuale è il fenomeno dell'uomo che non conosce più nazione e nemmeno confini. In pratica noi stiamo andando verso una nazione unica o così sembra, anche se certamente l'immigrazione come fenomeno incentiva il multiculturalismo. Ora è proprio dal multiculturalismo che Vattimo si ricollega ai mass media per dire che questi nel loro grande caos che generano rappresentano una possibilità di emancipazione. Strana posizione questa, molto ingenua, proprio perché i mass media non possono che farci pensare ad un modello di manipolazione dell'opinione, o pilotaggio di essa, come prima si faceva con i giornali. Ovviamente Vattimo non si lascia sfuggire questa posizione, che del resto era già stata sostenuta da Adorno, infatti Vattimo non dice, in verità, che i mass media non possono avere una funzione manipolatrice, tiene sempre presente questo rischio, ma questo lo considera come parte di una società "trasparente" in cui, secondo lui, non siamo. Infatti Adorno criticava la società americana a lui contemporanea che considerava come società del controllo, come democrazia totalitaria. Ora Vattimo considera la possibilità emancipatrice dei mass media a partire dal fatto che TV e radio non fanno altro che, nella loro moltitudine di canali, rappresentare molti punti di vista; questa realtà frammentata e delle molte culture ha del tutto spazzato via l'incubo del pensiero unico. A me verrebbe da pensare che un'idea simile non possa che venire da uno che non ha mai fatto zapping col telecomando per accorgersi che tutti i telegiornali raccontano le stesse cose, che gli stessi programmi con scopo di instupidimento di massa li troviamo su tutti i canali e variano veramente di poco. Oltretutto qui non si riflette sul fenomeno di identificazione della notizia con il fatto o con la realtà tipico del telegiornale (fenomeno del realismo mediatico; per esempio è da osservare il collegamento che fanno alcune persone tra il nuovo realismo e i media). Una telecamera ha un obbiettivo, un quadrato dove entra uno squarcio di realtà, è ovvio la telecamera può mostrare solo alcune parti di realtà e non tutto, quindi sarà sempre una prospettiva. Quello che però è interessante è che qualcuno punta volutamente la telecamere e mostra, altrettanto volutamente, alcune cose e non altre. Ogni telegiornale dovrebbe essere davvero un punto di vista, ma voi avete mai sentito in un telegiornale: "noi la pensiamo così..." o "dalla nostra prospettiva..." o "secondo noi...", normalmente si sente dire che è successo qualcosa, che le cose sono andate in un certo modo, ovvero ci viene già servita in tavola una lettura dalla realtà, che è una lettura, ma viene spacciata per la realtà stessa, ancora prima che noi possiamo obbiettare qualcosa. Il meccanismo della confusione di un punto di vista (quello del potere) con la realtà funziona perché dopo tutto i telegiornali raccontano coattamente tutti le stesse cose senza alcuna differenza. Così forse la televisione potrebbe anche essere o diventare un insieme di punti di vista, ma di fatto non lo è al momento. Potrebbe diventarlo a patto che la si smetta di spacciare per realtà o fatto quello che non lo è e poi ovviamente a patto che i canali televisivi non siano controllati dai soliti monopolisti (ad esempio in Italia Mediaset con Belusconi, ma ci sono banchieri che controllano telegiornali di tutto il mondo). Per il momento varrebbe la pena di ricalcare quello che ha detto Chul Han sui mass media, quando parla di un modello verticale di informazione che viene dall'alto (potere), o volendo anche Lyotard quando parla di due canali dell'informazione: uno per quelli che decidono (la verità, ma mai tutta), uno per chi obbedisce (la grande menzogna). Vattimo, comunque, partendo dalla sua tesi a proposito della molteplicità dei punti di vista, sostiene che è caduta la metafisica che aveva come oggetto un mondo unico per tutti e oggettivo. Il nostro mondo delle merci e delle immagini ha "fabullizzato" la realtà, esattamente come diceva Nietzsche non esistono fatti ma solo interpretazioni e il mondo è diventano una favola. Ovviamente questo fenomeno si potrebbe leggere al contrario, perché se da un lato cancella la "realtà" su cui deve basarsi il pensiero unico per esistere, si può pensare che in realtà spacci per "fatto" quello che è "interpretazione", ad esempio parliamo sempre del mondo delle immagini, delle pubblicità, ma queste che sono sempre delle prospettive in realtà riflettono dei valori del potere "soldi", "successo", "fama" che poi vanno a costituire il pensiero unico della nostra realtà. Il mondo fabula della pubblicità non è altro che il riflesso dell'ideologia dominante, cosa dovrebbe farci pensare il contrario?. Immagini, pubblicità, notizie, caratterizzano il nostro mondo nella sua forma di sapere come "informazione". È veramente triviale chiamare sapere l'informazione, ma forse non abbiamo altra scelta e Lyotard non faceva lo stesso?. La nuova tecnologia, come nota lo stesso Vattimo, non ha più come fine lo sfruttamento della natura, c'è quel tipo tecnologia ancora, ma i mass media servono per diffondere informazione, dunque lo scopo è del tutto diverso. La società dei massa media potrebbe essere definita come società della comunicazione, ma la stessa società della comunicazione era stata pensata da Apel come società illuminata e completamente auto-trasparente. Ora Vattimo pensa i mass media come la coscienza della nostra stessa società post-moderna, solo che al contrario di Apel è convinto che i mass media non muovano a favore di una società trasparente, quanto piuttosto che i mass media muovano contro la società trasparente. Oltretutto, questa idea dello sposalizio tra trasparenza e mass media, dice Vattimo, potrebbe accadere se i mass media fossero sottomessi a qualcosa di superiore a loro, ad esempio Apel pensava di sottomettere i mass media alla scienza, ma non è proprio questa mossa che rende evidente come la trasparenza totale della società corrisponda all'idea della società completamente controllata e programmata?. Sia Apel che Habermas, che Peirce, afferma Vattimo sosterebbero l'idea di una società scientifica, dunque trasparente, ora il relativismo della nostra società dimostra che la trasparenza è solo un mito. Ora  viene da chiedersi: non è che quel relativismo non sia lo stesso che dopo tutto sta alla base di quella che Marcuse chiama "tolleranza repressiva"? non necessariamente il relativismo è tutto positivo. Ovviamente l'idea di Vattimo è che il relativismo si possa accostare, come del resto è, alla molteplicità di prospettive interpretazioni che poi caratterizza il nostro mondo ermeneutico. L'ermeneutica, dice Vattimo, fa dialogare i testi e non si basa tanto sulla corrispondenza tra enunciato e fatto; che ci sia una corrispondenza tra questo e i mass media mi fa venire i dubbi. L'idea comunque sarebbe non tanto solo che il nostro mondo ha cancellato i suoi vecchi grandi miti come "grandi storie", ma anche che ha cancellato il mito illuminista della ragione come anti-mito, visto che, come hanno già indicato Adorno ed Horkheimer, la ragione stessa è diventata mito. Così come cade il mito della ragione, cade il "valore culturale" per dare passo a quello "espositivo" (il fenomeno della trasparenza secondo Byung Chul Han), l'opera d'arte si trasforma. Secondo Vattimo non è stata mai compresa veramente la lettura di Benjamin sull'arte perché si è sempre parlato della connessione dell'arte con la tecnica, della commercializzazione, ma si è parlato sempre poco del suo effetto "shock". L'effetto "shock" dell'arte, secondo Benjamin, è lo stesso dello "Stoß" di Heidegger, secondo Vattimo, ma sono effetti emancipatori dal momento che provocano invece dell'appaesamento tipico della società trasparente,  una resistenza, una sensazione di essere fuori dal proprio paesaggio, dal nostro mondo. Su questo effetto si potrebbe discutere a lungo, Gianluca Cuozzo, attento lettore di Benjamin, è convinto che questo fenomeno sia stato riassorbito nella pubblicità, Chul Han, invece, pensa che non sia più attuale. In sintesi il libro ci dice che l'ermeneutica, la fine dei grandi miti, il multiculturalismo, il relativismo, i mass media con il loro caos, lo "shock", fanno pensare ad una realtà frammentata piena di punti di vista che rendono impossibile un pensiero unico, nonché una società trasparente. Certamente è molto meglio vivere in un mondo con più prospettive, senza dogmi o verità assolute, ma noi viviamo davvero in questo mondo?.

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