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martedì 18 settembre 2018

Analizzare una domanda, il metodo.



 

 

Questo testo prosegue degli studi precedenti sul tema delle domande. Se non conosci questi studi, studi che qui io do per scontato, li può trovare su questo link: La problematica come scienza dei problemi.

 

 

1 Il problema della verità dal punto vista della problematica


Nel corso del suo studio la problematica incontra un intoppo di fronte ad una delle fondamentali domande terze: Che cos'è la verità? Questa domanda ha come domandato la verità, ma in tutti i sensi presuppone il concetto di verità come se fosse già conosciuto, rendendo molto difficile trovare la risposta giusta. Ogni valutazione di questa domanda impone il problema del dover rispondere alla domanda stessa. Se io applico un S.A.N.D. a questa domanda, per esempio, ottengo una serie di assunzioni come: "la verità è", "la verità è una cosa", "esiste una definizione di verità". Tutte queste assunzioni, per il sesto teorema sulle risposte, devono essere vere, altrimenti risulterebbe che questa domanda non ha risposte possibili vere. Questo è il primo problema di questa singolare domanda: non è possibile valutare le assunzioni della domanda senza sapere cosa sia la verità. Non è del resto nemmeno possibile sapere se le definizioni adottate per i concetti nella domanda siano vere o false.

C'è un secondo problema nella domanda "Che cos'è la verità?". Se provassimo a rispondere alla domanda non potremmo mai dire quale sia la risposta vera perché ci manca il concetto di verità che è oggetto della domanda stessa. La risposta a questa domanda deve dirci quale sia la verità, ma non possiamo sapere se una data risposta è vera perché non sappiamo ancora quale sia la verità. Prendiamo tre risposte possibili alla domanda presa in considerazione:

1 Il vero è l'intero.

2 È vero l'enunciato che presenta le cose come sono.

3 Il vero è il non falso.

Potremmo far corrispondere queste risposte a dei filosofi in questo ordine: Hegel (1), Aristotele (2), Popper (3). Ogni risposta deve dire cosa è la verità, ma allo stesso tempo bisogna stabilire se è vera. In questo senso ogni risposta deve essere valutata nella sua coerenza con quanto afferma. La prima risposta afferma che la verità è la totalità, ma se fosse vero questo, allora quella risposta, per essere vera, deve essere la totalità. Dal momento che non lo è, possiamo considerarla falsa, o dovremmo definirla una verità parziale, ossia non totale, ma ciò non avrebbe senso. Per Hegel la verità ha dei gradi, ma non avrebbe alcun senso dire che questa risposta è vera ad un certo grado perché farebbe pensare che ci sono risposte più vere di questa e vorremmo certamente sapere quali sono. La seconda risposta dice semplicemente che è vero quell'enunciato che mostra un fatto per come è oggettivamente. Questa risposta sarebbe vera, dunque, se e solo se mostrasse la verità per come è oggettivamente. Per esempio quando dico "la candela è accesa" e nei fatti la candela è effettivamente accesa. Potrebbe essere che le cose stiano così, sicuramente la risposta sembra coerente con quanto dice, ma non è sufficiente questo fatto per dire che è vera, altrimenti renderemo vera la risposta "vero è ciò che è coerente", visto che useremmo in quel caso come criterio di verità la coerenza. La terza risposta rinvia ad un altro concetto: quello di falso. Questa risposta è molto interessante perché ci rimanda ad un'altra domanda: Che cos'è il falso?

Anche questa domanda presenta dei problemi: abbiamo dei problemi a capire quando un'assunzione è falsa; è difficile dire se una risposta sia falsa, quando ci manca la nozione di falso. La risposta popperiana dunque presenta questo problema: non risponde alla domanda, ma ci pone un'altra domanda alla quale, per poter rispondere, avremmo fatto meglio a rispondere alla prima. In fondo cosa stiamo dicendo? stiamo forse dicendo che il vero è il non falso e il falso è il non vero? Alla fine, con questa soluzione, l'unica cosa che si capisce è che la verità e la falsità sono due cose diverse.

Il problema incontrato è di una certa complessità. Ci troviamo di fronte ad un tipo di domande particolari che possono essere definite "domande circolari". La domanda presuppone sempre la risposta sotto ogni profilo, come se la risposta potesse essere data prima della domanda: il che è impossibile. Piuttosto bisogna pensare un sistema nel quale la risposta rinvia alla domanda e la domanda alla risposta. Un effetto del genere si riscontra anche in domande come: Che cos'è l'essere? e che cos'è l'ente? In queste domande i concetti di ente ed essere sono già presupposti nel domandante delle domande. Le domande circolari hanno poi spesso la caratteristica di creare delle reti di domande. Infatti la domanda che chiede dell'essere presuppone il concetto di ente e il contrario per l'altra. La stessa cosa accade anche per il vero e il falso. Tuttavia potrebbe essere che rispondendo ad una si risponde anche alle altre o si incomincia a farlo.

Nelle domande circolari possiamo quindi riconoscere delle domande il cui domandato è già contenuto nel domandante. Questo è un tipo tipo di domanda circolare che possiamo definire come ridondante. La domanda "Che cos'è l'essere?" è una domanda del tipo "Che cos'è l'è?". In questo contesto si riconosce immediatamente il problema posto: l'essere è ripetuto due volte. Le domande circolari che ho proposto precedentemente, invece, non hanno questa caratteristica, ma hanno la caratteristica secondo la quale ogni tentativo di fuga dalla domanda riporta alla domanda. Queste domande sono domande circolari senza fuga. Le domande circolari ridondanti possono essere risolte cercando di comprendere l'espresso della domanda, ossia chiedendosi "cosa ci stiamo chiedendo quando pronunciamo questa domanda?". Nella seconda tipologia di domande circolari la soluzione sta nel testare la coerenza della risposta con quanto essa stessa pretende di enunciare. Per esempio dire se una data definizione di verità può essere vera secondo quella stessa definizione. Tenendo presente che, comunque, il criterio di coerenza non ha a che fare con il criterio di verità, al massimo con quello del falso. Esso serve per dire che, in caso di assenza di coerenza, bisogna considerare una risposta come falsa. Tra l'altro, se la risposta vera alla domanda "Che cos'è la verità?" fosse: "vero è ciò che è coerente", ne seguirebbe che sono vere tutte le risposte coerenti a quella domanda, compresa la risposta di Aristotele. La domanda circolare senza fuga ha anche un'altra caratteristica: non potendo fuggire dalla domanda, visto che ogni tentativo ci riporta alla domanda stessa, non possiamo compiere nessun regresso. In effetti con la domanda: "Che cos'è la verità?" non possiamo assolutamente compiere nessun regresso, ossia non possiamo risalire alle assunzioni per arrivare alle loro rispettive domande, in quanto verremo di nuovo ricatapultati su questa domanda, non appena ci chiediamo se quelle assunzioni sono vere o sono false. Questa è una caratteristica curiosa di questa tipologia di domande, perché significa che queste domande molto probabilmente potrebbero far parte di quelle domande che vengono gerarchicamente prima di tutte. Dunque conviene annotarsi queste due domande ("Che cos'è la verità?" e "Che cos'è il falso") come due domande di quelle che vengono gerarchicamente prima di tutte le altre. In generale le domande circolari senza fuga sono tra le prime domande nella gerarchia. In passato avevo incluso tra le prime le domande sull'essere e sull'ente, domande circolari di altro genere.

Ho costruito in passato un modello ontologico delle domande basato principalmente su tre specie di domande: domande prime, domande seconde e domande terze. Ho ammesso che esistono altri modelli ontologici. In effetti si possono distinguere le domande anche per la loro natura. In questo caso la distinzione nei tipi di domande si fa molto più complessa e al momento questa ontologia vanta almeno tre tipi di domande: domande esistenziali, domande definitorie e domande circolari.

La costruzione di un modello ontologico per le domande che non sia semplicemente basato sulle risposte, ma proprio sulla tipologia della domanda, è un impegno molto grande, un progetto che richiederebbe un lavoro ulteriore veramente enorme. Per il momento mi limito semplicemente a proporre quest'altra ontologia: tutte le domande sono o astratte o contestuali. Una domanda astratta è definita come tale perché astrae da ogni contesto e rimane generale (es. Chi ha ucciso Giuglio Cesare?). Una domanda contestuale è definita dal contesto (es. Che ore sono?). Le domande astratte hanno una o più risposte vere, ma non cambiano mai e sono sempre fissate. Infatti l'assassino di Cesare è sempre lo stesso. Nel caso delle domande contestuali non ci sono risposte vere fissate: ciò che è vero ora, non sarà più vero poi. L'ora cambia sempre e se chiedo l'ora in momenti diversi, la risposta vera sarà diversa. Inoltre, per quanto riguarda la gerarchia delle domande, sembra che le domande astratte vengano prima di quelle contestuali, infatti la domanda contestuale "Che ore sono?" rimanda alle domande astratte "Che cos'è l'ora?" e "Che cos'è l'essere?". Qualcuno potrebbe negare l'esistenza delle domande astratte, affermando che sono tutte domande costruite male, perché troppo vaghe. Questo qualcuno potrebbe usare come argomento la tesi di Derrida, quella secondo la quale "non c'è nulla al di fuori di un determinato contesto". Chi crede in questo avrà delle serie difficoltà a pensare ancora una gerarchia delle domande. Dovesse esistere una gerarchia delle domande per lui, essa dovrebbe cambiare ogni volta, molto probabilmente e non potrebbe arrivare ad un certo livello di generalità, anzi, egli negherebbe ogni forma di generalità.



Da questa ontologia appena introdotta è possibile dedurre almeno un nuovo teorema:

Teorema 1:

Tutte le domande prime sono domande astratte.

Dimostrazione:

La domanda prima è una domanda che ha sempre due risposte possibili, una delle quali implica una contraddizione con la domanda stessa. Se la domanda prima fosse contestuale, questo meccanismo non potrebbe valere in generale, ma dovrebbe variare a seconda del contesto. Dal momento che il meccanismo per ogni domanda prima vale effettivamente in generale, allora la domanda prima deve necessariamente essere astratta.





2 Le trasformazioni da applicare ad una risposta per ottenere una domanda



Ho manifestato in passato il mio interesse per la costruzione di una logica delle domande. Ho spiegato esattamente come intendo pensare questa forma di logica. Il primo problema nella logica delle domande sta nel fatto che la logica non si occupa di domande, ma solo di enunciati. Dunque per creare una logica delle domande bisogna partire dagli enunciati e ottenere le domande attraverso una serie di trasformazioni. Le trasformazioni sono di tipologia differente. La più semplice è quella che ho già evidenziato: rovesciare l'enunciato. In molte lingue per formare la domanda è sufficiente invertire il soggetto e il verbo. L'enunciato "il computer è rotto" rimanda alla domanda "È il computer rotto?". Questa prima forma di trasformazione è molto semplice e permette di passare da un qualsiasi enunciato ad una domanda seconda o una domanda prima. L'enunciato subisce quindi una trasformazione di primo grado. Supponiamo che l'enunciato sia indicato con la lettera A, la domanda sarà A', dove " ' "sta ad indicare il primo grado di trasformazione, ossia il passaggio da un enunciato ad una domanda seconda o prima, tramite inversione di verbo e soggetto. Dell'enunciato precedente si possono formare altre domande seconde come "il computer è rotto oppure no?", queste domande verranno semplicemente considerate equivalenti alla prima, in quanto non cambiano sostanzialmente nel significato e nelle opzioni di risposta. Se invece ponessimo come domanda una domanda terza come: "In che stato è il computer?", questa domanda è simile alle altre, ma cambia completamente per specie e opzioni di risposta. Per passare dall'enunciato "il computer è rotto" alla domanda "In che stato è il computer?" ci vuole un passaggio ulteriore, una trasformazione di secondo grado, tale per cui, se la prima domanda era A', la seconda sarà A''. Il problema consiste nel capire come avvenga questa trasformazione. La trasformazione avviene per generalizzazione. Se la prima domanda considera solo due casi, casi che sono espressi nella forma "x o non x", la seconda trasformazione abolisce il termine negativo per accedere a tutti i casi che il negativo simboleggia. Per capirci meglio: se la domanda seconda era: "il computer è rotto o non è rotto?", "non rotto" indica una moltitudine di altri casi possibili (standby, spento, non ben collegato alla corrente, ecc.). Eliminando la negazione e applicando una generalizzazione su tutti i casi si ottiene la domanda: "In che stato è il computer?". Questo è un esempio di applicazione di una trasformazione di secondo grado.

Le trasformazioni essenziali per una logica delle domande sono quelle ho spiegato e sono due: primo e secondo grado. Tuttavia esiste anche un modo per trasformare un condizionale in una domanda. Javascript, ad esempio, considera equivalenti queste due espressioni:

primo codice:

var x = 33;

var y = 44;


if (y > x ) {

alert('This is true')

}

else {

alert('This is false')

}

secondo codice:

var x = 33;

var y = 44;

y > x? alert('This is true') : alert('This is false')

In Javascript non cambia nulla passando dal primo codice al secondo. Se scrivete questi codici, sul browser vi comparirà "This is true", in entrambi i casi, poiché 44 > 33.

In logica il primo codice di Javascript sarebbe espresso in questo modo:

A = y > x

B = 'This is true'

C = 'This is false'

Posso scrivere: Se x è maggiore di y, allora è vero. Altrimenti è falso.

Formalizzato viene in questo modo:

A B , ~A ~B

Questi condizionali sono la stessa cosa di questo:

È x maggiore di y? Se sì, allora è vero. Se no, allora è falso.

In questo modo è possibile passare dal condizionale ad una domanda con le sue opzioni di risposta. Questa è una caratteristica interessante che potrebbe nuovi sbocchi sugli studi delle trasformazioni per una logica delle domande.



3 Gli alberi decisionali nello studio delle domande


Ho costruito un modello ontologico delle domande per numero di risposte. Secondo questo modello esistono domande che hanno due risposte della forma: sì, no (domande prime e seconde) ed esistono altre domande che non hanno questa caratteristica (domande terze), delle quali non conosciamo tutte le risposte possibili. Ho fatto notare prima che una domanda terza è sempre una generalizzazione di una domanda seconda o prima. Infatti la domanda seconda o prima considera solo due casi: il caso in cui le cose stanno in un modo e l'altro in cui non stanno in quel modo. La domanda terza considera tutti i casi. Prima ho detto che per generalizzazione si può derivare la domanda terza da una domanda prima o seconda. Si può anche fare il contrario ed è di questo che intendo parlare ora. Se prendiamo una domanda terza e cerchiamo di rispondere a questa domanda, incontriamo molte difficoltà: per fare un'analisi seria dovremmo prendere in considerazione tutte le risposte possibili, ma non sappiamo neanche quante sono. Per risolvere questo problema avevo creato il metodo Cluedo, ma questo metodo presenta troppi problemi perché è troppo arbitrario. Il metodo risponde alle domande terze perché cerca di comprendere le risposte possibili combinando elementi di serie costruite appositamente, ma non è chiaro come vanno costruite le serie e che elementi metterci. Ora io propongo un altro metodo: "il metodo della divisione". Negli alberi decisionali, a seconda che si prenda una decisione o un'altra si segue un cammino diverso. Nel metodo della divisione la domanda terza è scomposta in tante domande prime o seconde che domandano una delle risposte possibili della domanda terza. Ad ogni domanda corrisponde un'ipotesi di risposta, le domande hanno due risposte possibili: sì, no. Se la risposta è sì, allora abbiamo risposto alla domanda terza, se invece è no, allora dobbiamo passare ad una domanda successiva. Facciamo un esempio: la domanda terza è "Qual'è il tuo colore preferito?"; si prendono in considerazione tutti i colori come risposte possibili; si parte dalla prima domanda "Il tuo colore preferito è il verde?", se la risposta è sì, allora il colore preferito è il verde, se è no, continueremo con gli altri colori. Non sempre si conoscono tutte le risposte possibili ad una domanda terza, ma si possono ricavare risposte possibili semplicemente facendo delle ipotesi. Ipotizziamo qualcosa e ci chiediamo: è questo o non lo è? 

 


4 linguaggi di programmazione della problematica


Uno dei miei obbiettivi potrebbe essere quello di costruire un linguaggio di programmazione per la problematica. Il linguaggio, per come l'ho pensato ora, dovrebbe semplicemente riguardare le domande e gli operatori sulle domande. Per fare questo mi servono principalmente due cose dei linguaggi di programmazione: le variabili e le funzioni.

Prendiamo come modello Javascript:

1) In Javascript la variabile si scrive: var domanda = "Qual'è la specie di uno scoiattolo?".

2) La funzione in Javascipt si scrive: typeof(domanda).

La variabile serve solo per assegnare un nome da riutilizzare per la domanda che si intende studiare. La funzione, invece, funziona come un operatore sulla variabile. Typeof() applicato a quella domanda mi da come risultato "string", perché si tratta di una stringa o un insieme di parole. La mia idea consiste in questo: intendere gli operatori della problematica come delle funzioni. Così potremmo scrivere tutti gli operatori come funzioni in questo modo:

Operatore C. (chiarificazione):

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

C.(domanda)

Operatore S.A.N.D. (separazione affermazioni e negazioni da domanda):

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

S.A.N.D.(domanda)

Operatore R.I.D. (ricerca informazioni sul dato):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

R.I.D.(domanda)
Operatore A.C. (analisi contesto):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

A.C.(domanda)
Operatore G.S. (grado specificazione):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

G.S.(domanda)
Operatore R.S.D. (ricerca specie della domanda):
var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

R.S.D.(domanda)
Operatore R.O.P. (ricerca opzioni possibili):

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

R.O.P.(domanda)

Per ogni operatore ho scritto come intendo procedere nella scrittura della programmazione. È possibile anche inserire la funzione dentro un print(), come in certi linguaggi, tra cui Php e Python, di modo far comparire il risultato, soluzione più semplice del document.write() di Javascript.

Facciamo un esempio di come dovrebbe funzionare:

Se scrivo:

var domanda = "Quali tra gli artefatti sono oggetti sociali?"

S.A.N.D.(domanda)

Un programma che esegue il codice dovrà far comparire il risultato dell'operatore, in questo caso le assunzioni contenute nella domanda. Per esempio:

- Gli artefatti possono essere oggetti sociali
- Almeno una parte di oggetti sociali sono artefatti



5 Le domande nei motori di ricerca


In passato ho definito la domanda come una formulazione di un problema che segue la struttura domandante/domandato. Il domandato è ciò che è chiesto dalla domanda, mentre il domandante sono tutti gli elementi rimanenti. Se la domanda fosse costituita solo dal domandato, avrebbe senso pensare che la domanda è negativa, ossia una pura assenza di conoscenza. Visto che non esiste solo il domandato, ma esiste anche il domandante, la domanda non si riduce ad un vuoto, ma ha una struttura. Il domandante della domanda si studia con gli operatori della problematica.

Di solito per domande intendiamo cose come: "Come va la tua giornata?". Siamo abituati a pensare che la domanda finisce con il punto di domanda e segue una certa sintassi. Con la nascita dei motori di ricerca la domanda può essere espressa con un semplice elenco di parole e o con una parola sola. Un soggetto che cerca scarpe da ballo scriverà "scarpe da ballo" sul motore di ricerca. Effettuata la ricerca desiderata, il soggetto riceve la risposta del motore di ricerca. La risposta è il risultato di ricerca ed esso consta di una lista risultati, ossia una moltitudine di risposte. La domanda dell'utente doveva essere qualcosa come "dove posso trovare delle scarpe da ballo?", tuttavia l'utente scrive semplicemente "scarpe da ballo" sul motore di ricerca. Sta al motore di ricerca cercare di capire l'intenzione di ricerca, ossia risalire alla domanda completa. I motori di ricerca sono un caso interessante per la problematica perché hanno cambiato completamente il nostro modo di approcciarci con le domande e i problemi. Intendo dire che le query su Google o su altri motori di ricerca non sono domande sintatticamente ben formulate, ma sono spesso una o due parole che lasciano a malapena intravedere un domandato. Capita alle volte che le keyword sono scritte male, qualche volta si leggono cose come "fato aarchia" o "La Republica di Paltone". Le query si fanno sempre più oscure e misteriose. Ogni query corrisponde certamente ad una domanda, domanda che se fosse formulata in modo sintatticamente corretto dovrebbe comprendere un domandante che nelle query sembra svanire. Il lavoro della comprensione del search intent diventa sempre più complicato. Per esempio: "fato aarchia" sono due parole sbagliate o almeno la prima è giusta? se la prima è giusta l'utente intendeva il destino o il fato, ma allora cosa vuol dire la seconda parola? Se la seconda parola fosse "anarchia", allora forse la prima doveva essere non "fato", ma "foto"? Se fosse "foto anarchia", la domanda era "Dove trovo foto sull'anarchia?"? Qui Google ci viene in aiuto con un "forse intendevi...". La comprensione vera della domanda, nei suoi intenti e nella sua struttura è uno dei compiti della problematica. La problematica getta luce su tutta quell'oscurità che sono i problemi.