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martedì 24 maggio 2016

Freud e Nietzsche: incontri e scontri































1 Psicoanalisi e filosofia

La psicoanalisi e la filosofia potrebbero dialogare? già lo fanno: questo è il caso di un certo marxismo, freudiani di sinistra, lacaniani di sinistra e così via. Dove si incontrano la filosofia e la psicoanalisi? normalmente ci si incontra su un terreno comune e su qualcosa di conteso: l'inconscio è passato da Leibniz a Freud, ma la filosofia non mai cessato di porsi domande in proposito. La psicoanalisi fa delle obbiezioni alla filosofia: guarda che il tuo pensiero razionale nasconde un mondo di pulsioni irrazionali! In effetti si potrebbe pensare che è così, che dopo tutto la filosofia dovrà affrontare grossi limiti, il problema del mescolamento dei pensieri e delle passioni, tutto un mondo sotteso dietro ai pensieri. L'inconscio sottrae universalità al pensiero riportando tutto a pulsioni dei primordi o dell'infanzia, cioè la psicoanalisi impone al filosofo di interrogarsi di nuovo sulla vera natura del pensiero. La filosofia mette in discussione un metodo della psicoanalisi: voi cercate sempre dietro le apparenze, non finite sempre per trovare quello che state cercando perché lo presupponete? Le interpretazioni partono spesso da pregiudizi. Interpretare l'inconscio? e come? se ci fosse una teoria da impiantare in quel mondo di pulsioni, ma allora ricondurre le pulsioni alla teoria come può rispecchiare una realtà? Vediamo di capire i confini: io penso "uccidere è male", questa è un'affermazione morale, presa per sé stessa diremo che è vera, basta solo pensare che se dicessimo il contrario e poi qualcuno minacciasse di ucciderci, per aver detto ciò, cambieremmo idea, non solo per coazione, ma perché è vero, cioè per un assassino va bene fin che tocca agli altri. Chi lo sa, la psicoanalisi qui dietro potrebbe vedere un divieto del Super-Io all'Io. Ricoeur descrive Freud come un maestro del sospetto che vede al di là delle parole, della loro innocenza, un altro mondo. La superficie del linguaggio rimanda alle profondità dell'inconscio. Il pensiero razionale conosce sempre più limiti, ma rimane forse ancora un orizzonte: Artaud non riesce a tenere fisso un pensiero, tutto fugge, i pensieri onirici dello schizofrenico lo dominano senza che possa avere un controllo; anche l'individuo normale trova nel pensiero una corrente pazza che non si stanca mai e la maggior parte dei nostri pensieri sono la stessa spazzatura del marketing vomitata dalla televisione nel nostro cervello. Quando pensiamo qualcosa di intelligente, non pensiamo ma intuiamo qualcosa e una forza nuova irrompe in noi. La psicoanalisi ha portato la filosofia a cercare dimensioni al di là del pensiero normale. La filosofia ha messo in discussione la psicoanalisi sui suoi metodi rivelandone un carattere politico e mostrando il suo limite. Ogni interpretazione dell'inconscio può essere una riduzione, un modo per etichettare, un modo per persuadere, identificare, soggettivare e così via. L'inconscio è solo un nome di quella cosa misteriosa che cerca l'umanità da sempre, quello che non vede: il vuoto. Se la spiegazione non è tra le cose, perché la più potente formula matematica non ci dice perché siamo qui, perché viviamo e così via, cerchiamo le risposte in quella realtà che non si vede e che rimane occulta. Dunque la psicoanalisi sembra dire con Platone che le essenze sono dietro le apparenze, l'esatto opposto di questo potremmo dire che è la fenomenologia di Husserl, cioè l'idea che l'essenza è nell'apparenza, che devo considerare le cose per come mi appaiono e compiere una riduzione eidetica. La schizoanalisi per dire, secondo me, è più fenomenologica. Tutto il problema di Freud o quello che può sembrare è questo: devo osservare i miei pensieri senza giudicarli, vedere la corrente inconscia, ma l'interpretazione si oppone a tutto questo, le interpretazioni sono spesso viziate da pre-giudizi. Se trovo una teoria dell'inconscio cosa mi autorizza a farne un'universale?.

Nietzsche e Freud: energia sessuale come pulsioni, Eros nell'arte; Io che diventa fantoccio, ma forse in Freud non lo è abbastanza; l'inconscio è dionisiaco? se la vita non può ridursi ad un oggetto di osservazione, pena il fatto che diventi morte, allora la vita è pura interiorità?; Freud scopre una repressione, Io sull'Es, ma ancora peggio il Super-Io attacca sadicamente l'Io (nevrosi), il principio di realtà su quello di piacere, un fondamento la colpa. Il malato si lamenta della sua vita ripetitiva, chiede allo psicoanalista che lo si liberi dall'eterno ritorno, ma Nietzsche dice che non si esce, che bisogna imparare a stare bene dentro la ripetizione. Nietzsche è anche il filosofo della morte di Dio, Freud ha detto lo stesso, ma l'ha chiamata morte del padre.

2 La precarietà dell'io o la sua illusione?

«Voi dite: "tutto è soggettivo"; ma già questo è una interpretazione. Il "soggetto" non è un che di dato, ma un che di immaginato in aggiunta, di posto sullo sfondo. E infine, è necessario porre anche un interprete dietro l'interpretazione? Già questo è immaginazione poetica, ipotesi.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.271)

Non possiamo partire da nessun soggetto, l'errore di Cartesio consisteva nell'aver pensato che siccome ci sono dei pensieri, delle rappresentazioni, dei dubbi, in questo senso ci deve essere io che dubita, pensa, rappresenta. Tutto questo è solo il derivato della vecchia idea della causa finale, ci deve essere qualcosa all'inizio e questo deriva sempre dalla difficoltà della mente di pensare se non l'infinito, almeno un indefinito. Noi percepiamo le cose, abbiamo dei vissuti, cioè quella è la vita e per Nietzsche non c'è altro che vita, tutto è manifestazione della vita. Se devo pensare che le cose sono viste da una certa prospettiva, tendo a pensare come se tutto fosse a partire da me, ma non c'è un me di partenza, anche quello si trova collocato nella prospettiva. Cioè se io oggi sono in un modo, un domani sarò diverso e tutto questo accade ogni volta. L'idea che ci debba essere un punto di inizio. Questo è il problema della filosofia: non esiste un punto di inizio, solo così penso davvero il divenire. L'eterno ritorno di Nietzsche tiene conto di una assenza di inizio, esso consiste nel calare l'eternità nel divenire per pensare un eterno divenire. In secondo luogo eliminare l'idea dell'unità, ciò che mette assieme la sostanza, ciò che poi sarebbe l'io secondo le nostre finzioni. Per molti pensatori come Spinoza, Hume molto di tutto questo significa pensare l'immanenza della mente.

«L'io viene posto dal pensiero; ma finora si credeva, come crede il popolo, che nell'"io penso" ci fosse alcunché di immediatamente certo e che questo "io" fosse la causa data del pensiero, in base alla quale, per analogia, comprenderemmo tutti gli altri rapporti di causalità. Per quanto questa finzione possa essere abituale e irrinunciabile, questi suoi caratteri da soli non provano ancora nulla contro il fatto che sia una finzione: una credenza può essere una condizione della vita e tuttavia essere falsa.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.272)

Ma allora se non è l'io la causa e forse nemmeno la coscienza, da dove vengono i pensieri? È chiaro che Nietzsche ha in mente un'inconsapevolezza. Non c'è interiore però per Nietzsche, il mondo interiore è mondo fenomenico, un'insieme di fenomeni interni, per esempio un'inversione cronologica di causa/effetto del dolore, immaginiamo la causa dato un effetto, ma successivamente all'effetto. Non possiamo pensare l'interiore, possiamo anche dire, dove si troverebbe questo interiore? siamo interamente calati nel mondo e non possiamo fare finta di partecipare di due realtà completamente opposte: interiore/esteriore. Il bello di Nietzsche è che forse ci direbbe così anche dell'esterno, cioè non ci sono fatti, il mondo è interpretato e non c'è nessuna realtà in sé. In effetti è difficile dire che ci sono cose fuori di noi, primo perché tutto fa pensare come se ci fosse questo "noi" rispetto al quale si da un fuori e secondo perché tutto esiste solo in una prospettiva, una interpretazione senza interprete. È da notare come le filosofie dopo Nietzsche (es. fenomenologia) tendano a non distinguere più tra l'interiore e l'esteriore.

Come si colloca tutto questo discorso in Freud? la psicoanalisi in generale sembra dire che l'io è quell'elemento precario a cui dobbiamo aggrapparci ad ogni costo se non desideriamo diventare malati. Lo schizofrenico è senza io, ma lo è davvero. Quindi secondo la psicoanalisi quella certa illusione deve esserci tanto cara. Nell'immagine freudiana l'io diventa soggetto ha tre tiranni: Es, Super-Io, mondo esterno. L'io che spesso coincide con la coscienza, ma non è solo la coscienza, è anche in parte l'inconscio.

«Propongo di tenerne conto chiamando "l'Io" quell'entità che scaturisce dal sistema P e comincia col diventare preconscio; ma di chiamare l'altro elemento psichico in cui l'Io si continua e che comporta in maniera inconscia, l'"Es" nel senso di Groddeck» (Freud, Sigmund, L'io e l'Es, Bollati boringhieri, Torino, 2006, p. 486)

«È facile rendersi contro che l'Io è quella parte dell'Es che ha subito una modificazione per la diretta azione del mondo esterno grazie all'intervento del sistema P-C: in certo qual modo è una prosecuzione della differenziazione superficiale.» (Freud, Sigmund, L'io e l'Es, Bollati boringhieri, Torino, 2006, p. 488)

Nell'immagine che schizza Freud del sistema psichico l'Io si trova in mezzo in una zona tratteggiata, ha dei confini non definiti, un'estensione non determinata. Non è nemmeno chiaro, per questo si vedano le citazioni che ho riportato, se l'io possa essere quasi un prolungamento dell'Es. Cioè l'Io sembra diverso dall'Es solo perché è l'accesso al motorio, alla realtà esterna, perché è quel punto che sta in mezzo tra dentro e fuori. Quando fosse l'Es ha comandare, per esempio nell'immagine di Freud del cavaliere che non sa domare il suo cavallo, l'Io non sembrerebbe che l'ennesimo fantoccio dell'Es, quella piccola marionetta nel teatro tragico dell'inconscio, la protuberanza del cavallo, quel carico che il cavallo porta qua e là. Se l'Io diventa vittima di un Super-Io troppo forte e imponente, questo è causa di nevrosi, se l'io dovesse cedere una volta per tutte: ecco la psicosi. L'Io in mezzo come equilibrio precario. È evidente che Freud considera l'io come unità, anche quando parla di personalità multipla la legge come tante piccole fissazioni o unità. L'inconscio stesso se è Es è unità, in qualche modo sembra già soggettivato. L'Io è in mezzo tra l'esteriore e l'interiore, è il tramite. Imponendo il mondo esterno sull'Es, impone la realtà sul piacere, invece quando l'Io cede la persona può essere soggetta ad allucinazioni, cioè ciò che è solo desiderio diventa come fosse tutto vero, come fosse una realtà, eppure è inconscio.

Questi ultimi punti: "unità", "interiore" separano Freud da Nietzsche, sono dei punti di scontro. Lacan dice l'io è un arlecchino, divide il soggetto, ma anche in questo caso la morale è la stessa: non cedere sul tuo desiderio. Certo poi la malattia dipende dall'identificazione dell'io con l'altro, cioè con il suo ideale, ma lo schizofrenico non conosce io ed è un malato nella psicoanalisi. La psicoanalisi parla di un soggetto differito, di un soggetto che non è l'io. La psicoanalisi afferma che  la parola inconscia non è quella del soggetto cosciente. L'io non è finito, ma rimane come una trappola immaginaria. Jung parla di inconscio collettivo, se si prende sul serio la cosa dovremmo dire che senza cadere nell'illusione che l'interiore possa avere un luogo, che possa albergare il limite dell'esteriorità e che si possano contare gli interiori come si contano i corpi, l'interiore non è diverso dal mondo esterno. In Hillman la rivoluzione di Jung è detta in questo modo: l'inconscio non è in noi, noi siamo nell'inconscio. Se l'Io in Freud era quel tramite tra il mondo esterno e quello interno, allora a quale di queste due realtà appartiene? Freud direbbe: tutte e due, infatti l'io è coscienza, ma anche in parte inconscio. Allora come comunicano queste due realtà? chiaramente Freud deve immaginare una figura intermedia: il preconscio, come comunicano l'inconscio con il preconscio? in questo caso Freud parla di collegamenti con rappresentazioni verbali, di tracce mnestiche e così via.

Al di là di tutto questo, si può dire che esiste una vera e propria psicologia in Nietzsche, essa è descritta nel Crepuscolo degli idoli, al capitolo: I quattro grandi errori. Sono questi errori che costituiscono l'oggetto di una psicologia filosofica e che rivelano dei bisogni psicologici umani. La psicologia di Nietzsche, qui si riassume nel seguente modo:

1) Errore di scambio di causa e effetto: nella morale questo si dice in un solo modo: la virtù porta felicità, l'uomo virtuoso è felice, ma ciò è uno scambio di causa con effetto, dice Nietzsche, solo l'uomo felice è virtuoso e non il contrario.

2) Errore di una falsa causalità: l'uomo lo hanno reso responsabile e per questo colpevole, in quanto si è detto che è la causa delle sue azioni. L'io, la coscienza, il mondo interiore sono stati posti come cause delle azioni umane e su questo si fonda la morale. Tutte finzioni solo perché non conosciamo le cause, alla superficie della coscienza ci appare la volontà, ma pensare nei termini di movente è un errore, a meno che non si pensi il movente come ciò che muove l'individuo.

3) Errore delle cause immaginarie: cerchiamo dei motivi, motivi per cui sentiamo delle cose, allora fantastichiamo su cause inesistenti. Per esempio il processo di conoscenza come passaggio dall'ignoto al noto diventa semplicemente un bisogno psicologico. Ricondurre a cause certe e già note ciò che non conosciamo, invece di indagare di più, ci da sollievo e ci libera dall'angoscia opprimente dell'ignoto.

4) Errore della volontà libera: L'uomo sente il bisogno psicologico, quando accade qualcosa, di trovare un colpevole. Non si potrebbe trovare nessun responsabile per un fatto se le persone non hanno delle responsabilità, ma questo significa che le loro azioni dipendono da loro e che quindi hanno volontà libera. È un fatto che Nietzsche nega espressamente che ci sia una volontà libera.

Ovviamente la psicologia di Nietzsche non finisce qui: l'uomo inventa l'anima a partire dal sogno, quando immagina se stesso separato dal corpo, ma anche il corpo non esiste, nel senso del corpo unità, infatti ci sono solo insiemi di cellule e così via.


3 Pulsioni o energia sessuale: tra libido, arte e volontà di potenza

«La nostra religione, la nostra morale e la nostra filosofia sono forme di décadance dell'uomo. Il contromovimento: l'arte.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.430)

Proprio nell'arte Nietzsche da prova di grandi intuizioni psicoanalitiche: no! non vede la madre dietro ogni madonna! o il padre dietro altre figure maschili come Freud!, ma coglie prima di Freud un certo mondo delle pulsioni. È da notare come in Nietzsche gli istinti acquisiscano un ruolo di fatto predominante, anche rispetto alla stessa ragione. Il dionisiaco è anche l'irrazionale, cioè è anche quel mondo di pulsioni che sta dietro l'arte. Si tratta tutta di energia sessuale che si scarica nel quadro. Il discorso di Freud è quello dell'investimento, della mobilitazione di una certa quantità di energia, della formazione di una tensione, come energia che si accumula e che cerca un modo di scaricarsi: ecco l'arte è uno di quei modi. Ad esempio Freud potrebbe dire: una donna vede un uomo camminare per la strada per il quale prova delle attrazioni sessuali, se questa pulsione non trova un soddisfacimento esterno immediato, la donna proverà un senso di dispiacere, ma potrebbe tornare a casa e in un certo senso trasformare la pulsione in un quadro. Se questo era quello che c'era da capire in Freud, cioè l'Eros come pulsione in origine all'arte, ora si dovrebbe articolare molto di più il discorso su Nietzsche. Nietzsche parla proprio di istinti animali ed energia sessuale. L'arte rappresenta la vita, ma la vita in primo luogo sembra costituita da quelle stesse pulsioni. L'arte deve rappresentare il bello, ma questo non significa che ci siano dei modelli di bellezza, proprio questo non avrebbe senso per Nietzsche, tanto meno la natura ci offre nulla su questo punto. Certo che non si confonde il bel ruscello con il bello dell'arte, dopo tutto anche la natura è parte del mondo della vita, almeno per quel che riguarda l'organico, ma il bello dell'arte ha a che fare con l'umano, si potrebbe dire che è a misura dell'uomo. È che l'uomo ha creato il bello in base al suo stesso criterio, nulla di obbiettivo. Si tratta di una forza specifica che può essere identificata con il dionisiaco, questa forza risulta essere un abbellimento e un accrescimento di forza. Gioia, crudeltà tragica, sentimento di elevazione, la festa e le sue atmosfere. Il bello dell'arte in un certo senso mette assieme tutto questo, cioè è il piacere a misura dell'uomo, ciò che è bello è tale perché ci piace, ci specchiamo gai nella produzione della nostra vita, in un certo senso trovando noi stessi. Il desiderio e l'amore rendono più belle le cose ai nostri occhi e in generale, sono queste stesse potenze che si devono porre all'origine dell'arte, anche se si tratta sempre di menzogne molto funzionali alla vita stessa. L'arte è finzione, come si vede bene nel teatro, per questo è menzogna, una grossa menzogna che serve molto alla vita per non perire a causa della verità. Già! la verità! la verità per Nietzsche è  che non c'è nessuna verità, cioè  la vita non ha senso, non c'è progresso, la scienza non costruisce nessun firmamento del vero che non sia abbattuto dal divenire e questo firmamento deve essere posto al servizio della vita stessa. Ecco: l'arte è in stretta relazione con la volontà di potenza, un suo prodotto. La sfida di Nietzsche: sarai capace a far ruotare le stelle attorno a te?

4 Il problema della colpa tra Freud e Nietzsche: ovvero sul debito

Dopo che si leggono Freud e Nietzsche, cose come: Totem e tabù, il disagio della civiltà e cose come: Genealogia della morale, l'impressione generale è che questi due autori abbiano colto qualcosa di davvero grosso: la nostra società è fondata sulla colpa. Il caso di Nietzsche è particolare perché qui colpa diventa debito, infatti queste due parole in tedesco si dicono con lo stesso termine: Schuld. Essere colpevoli è come essere in debito. La società ha dei fondamenti nella morale e nel problema del diritto, che si creda nel contrattualismo o meno, dopo tutto Nietzsche non ci crede e Freud non mette il contratto all'inizio della società, ci mette l'uomo robusto, il capo dell'orda, il contratto c'è, ma viene dopo. Ovviamente si tratterebbe di vedere anche di quale morale si sta parlando, Freud quando parla di morale o di etica in relazione al problema della società, ne parla nei termini di rinuncia alle mete pulsionali, per esempio il problema del principio di realtà che si sostituisce a quello di piacere. È evidente che in Freud regna una certa idea su una libertà selvaggia, pulsioni sfrenate in origine nell'uomo, libertà che prima era repressa da questo uomo robusto, che poi trova sfogo nell'uccisione di questo uomo, ma successivamente si trova di nuovo limitata da delle auto-imposizioni fatte dai figli di quell'uomo dispotico originario che si sono pentiti di averlo ucciso. La morale di Freud Nietzsche la definirebbe come la morale del debole, cioè quella dello schiavo, per questo ha senso chiedersi di che morale stiamo parlando, perché Nietzsche parla di un'altra morale: quella aristocratica. Bene e male, la rinuncia alle pulsioni, alla grande gioia per godere solo di piccole felicità, la desessualizzazione e desensualizzazione sono tutti tratti della morale degli schiavi, morale che dice: beati i poveri! la morale della compassione. Buono e cattivo, la forza, la pienezza della vita, la realizzazione della propria potenza, questa è la morale aristocratica. Però quando Nietzsche discute sull'origine dello Stato parla proprio della bestia bionda dominante che assoggetta un popolo più debole ed esercita il proprio dominio su di esso. Questo popolo dall'ebbrezza dionisiaca e dalla crudeltà tragica fa da sfondo al discorso sul debito, in quello di Freud, invece, c'è una società paternalistica e un maschio dominante. Come si ingenera il meccanismo della colpa? in Nietzsche la colpa viene costruita, non c'è all'origine, ma è la pena che serve per costruire la colpa. In primo luogo questo rapporto del creditore sul debitore, il primo si trova in una relazione di dominio sul secondo. Il creditore ha pieno controllo del debitore, il suo scopo è in primo luogo quello di creare una memoria nel debitore. Nietzsche comincia con l'idea che si deve allevare una creatura a fare delle promesse, ma fare delle promesse significa anticipare il futuro in qualche modo, dire che si faranno certe cose in futuro, per esempio pagare un debito. La dimenticanza per Nietzsche è una facoltà attiva nell'uomo quanto la memoria e l'uomo dimentica molto facilmente (questo punto se letto in senso freudiano cambierebbe un po': si tratta poi di dimenticanza? o forse piuttosto è una deliberata rimozione di un contenuto nell'inconscio?, dopo tutto l'inconscio ha una memoria molto più vasta della semplice coscienza). Si deve creare una memoria e per questo si usa la tortura, cioè si marchia il corpo dell'indebitato perché finché sentirà dolore ricorderà che deve pagare. La colpa viene costruita con queste pene, la giustizia per Nietzsche è solo un modo per mascherare la vendetta. Tuttavia finché l'uomo non ha cominciato a credere di essere libero, la colpa veniva riassorbita nel destino e non c'era nessuna vera cattiva coscienza o senso di colpa. Perché ci sia un senso di colpa, ci vuole un uomo libero e responsabile delle sue azioni. Quei dominatori non conoscevano senso di colpa, responsabilità o altro, tutto questo appartiene alla morale dello schiavo evidentemente. L'uomo pagano non avrebbe mai detto di essere libero, c'è il destino, ma anche senza riferimento alla religione, tutto il mondo materiale, biologico non fa pensare che l'uomo sia libero: l'uomo agisce per impulsi, appunto le pulsioni ed è vero che se non si credesse nella ragione o nella coscienza dovremmo pensare proprio questo: cioè che non ci sarebbero nemmeno delle possibilità di liberarsi. Ad ogni modo per Nietzsche parlare di volontà libera, cioè distinguere un'azione effettiva, da un agente libero, è come pensare separati il tuono dal fulmine, perché in effetti compaiono in due momenti diversi, ma è solo questione di tempo perché sono la stessa cosa.

Il problema della colpa in Freud si pone in questo modo: c'è questa orda originaria capeggiata da questo maschio dominante che possiede tutte le donne. I figli scacciati dal padre perché hanno destato le sue gelosie, saranno loro stessi ad uccidere il padre e a cibarsene. Questi stessi figli si pentiranno successivamente del loro atto e sperimenteranno la colpa, imponendosi i tabù, come quello della monogamia e tutta una rinuncia alle pulsioni e al principio di piacere che contraddistingue per Freud l'origine della civiltà. Il disagio della civiltà è il fatto per cui il progresso della civiltà si attua con un progresso del principio di realtà su quello di piacere. Dopo tutto è la colpa che, secondo una certa logica morale, che impedirebbe noi di compiere certi atti. La colpa in Freud nasconde quell'odio originario scaricato contro il padre. Il Super-Io nasce nell'individuo come istanza morale e fa sempre leva sulla colpa. Cioè qui si sta dicendo che la società si fonda su questa colpa originaria, colpa che ritorna nella storia, ma se si legge Freud con Nietzsche, si può aggiungere di più e parlare di debito, Freud non l'ha fatto, ma Walter Benjamin e Gilles Deleuze hanno trovato il debito nella psicoanalisi.


5 L'eterno ritorno e le malattie mentali

Freud nei suoi studi sulla psicoanalisi ha scoperto una verità fondamentale: il paziente malato viene da lui per lamentarsi di una ripetizione infernale e chiede allo psicoanalista di liberarlo da questa ripetizione. Il soggetto continua a ripetere, la sua ripetizione è collegata a scene dell'infanzia, fatti di cui ora non è nemmeno consapevole. Lo psicoanalista deve interpretare il comportamento del paziente, cercare quella verità, quel qualcosa che lo stesso soggetto rimuove. O il paziente si riconosce nell'interpretazione dello psicoanalista e quindi si avvia verso la guarigione, oppure continuerà a ripetere. In Al di là del principio di piacere Freud cita un esempio diventato famoso: il bambino con il rocchetto che prende il rocchetto, poi lo lancia gridando "Fort!", poi va a raccoglierlo e grida: "Da!". Il bambino, secondo Freud, rappresenta con il lancio del rocchetto l'allontanamento della madre, mentre quando lo ritrova manifesta la consapevolezza che la madre tornerà. La psicoanalisi porta alla luce un'esperienza di perdita del soggetto che è del tutto originaria. Secondo la psicoanalisi l'oggetto del desiderio è da sempre perduto, così la mancanza è sempre all'origine ed è questa che mette in moto il desiderio. Perché l'uomo si ripete? si chiede Freud. La ripetizione non arreca nessun piacere, perciò bisogna pensare che l'uomo non persegua sempre il piacere e che l'energia psichica non abbia il piacere come suo unico obbiettivo. Freud scopre la pulsione di morte, la pulsione distruttiva. È con la pulsione di morte che si comprende quell'eterno ritorno infernale in cui il soggetto è rimasto intrappolato. La psicoanalisi scopre l'eterno ritorno non come qualcosa di cosmologico, ma come esperienza quotidiana. Anche su questo tema ritorna la figura di Nietzsche. Mentre la psicoanalisi vuole liberare il soggetto dall'eterno ritorno, Nietzsche crea un'etica per insegnare all'uomo come viverci dentro e viverlo felicemente. Ci sono due letture dell'eterno ritorno in Nietzsche: una di carattere etico, un'altra di carattere cosmologico. Secondo la lettura cosmologica l'eterno ritorno è reale. Nietzsche voleva dimostrare scientificamente la presenza dell'eterno ritorno. Nietzsche dimostra l'eterno ritorno in questo modo:

«Se il mondo può essere pensato come una determinata quantità di energia e come un determinato numero di centri di forza - e ogni altra rappresentazione rimane indeterminata e quindi inutilizzabile - ne segue che nel grande gioco di dadi della sua esistenza deve attraversare un  numero calcolabile di combinazioni. In un tempo infinito, ogni possibile combinazione deve realizzarsi almeno una volta; di più: deve realizzarsi infinite volte. E poiché fra ogni "combinazione" e il suo successivo "ritorno" dovrebbero intercorrere tutte le rimanenti combinazioni possibili in generale, e poiché ognuna di queste combinazioni condiziona l'intera successione di combinazioni della medesima serie, sarebbe dimostrato un ciclo di serie assolutamente identiche: si dimostrerebbe che il mondo è un ciclo che si è già ripetuto un'infinità di volte e che gioca in infinitum il suo gioco.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.560)

Nella visione etica non ha nessuna importanza che l'eterno ritorno sia vero oppure no, si tratta di pensare come se la nostra vita si ripetesse infinite volte. L'uomo etico è colui che afferma l'evento, che afferma l'unico evento che è la vita stessa. Amare la vita non è una semplice rassegnazione, ma è affermazione della vita stessa. Comunque vada, chi ama davvero la vita, ha vinto, potrà vivere con gioia nei momenti più difficili, perché per lui la felicità non è qualcosa che varia a seconda di come va la vita, ma l'oggetto di una scelta, lo scegliere di essere felici come modo di essere nel mondo e atteggiamento di fronte alla vita. Mentre nella psicoanalisi l'etica consiste nella capacità del desiderio di abitare il vuoto o la mancanza, quella mancanza costitutiva nella struttura dell'inconscio , come lo pensa ad esempio Lacan, nel caso di Nietzsche l'etica è affermativa e pensa un'etica del desiderio come amor fati, cioè un desiderare le cose come sono. Il mare calmo senza increspature, questa è l'immagine dell'uomo che non desidera altro da come le cose accadono.

6 La morte di Dio o del Padre

Un altro tema in cui Freud e Nietzsche si incontrano è certamente la morte di Dio. Il discorso di Nietzsche è molto famoso, Nietzsche viene identificato come autore che ha proclamato la morte di Dio. In realtà, come ha ben mostrato Deleuze, è Feuerbach che prima di Nietzsche aveva certamente ben mostrato come è stato l'uomo a crearsi l'immagine di Dio a sua immagine e somiglianza. Non è molto difficile: si tratta semplicemente di estendere all'infinito le facoltà umane come l'intelletto o la volontà. Nietzsche è quel filosofo che trae le conseguenze della morte di Dio: la morte di Dio è la fine di grandi concetti come quello di eternità, assoluto o totalità. Noi usiamo spesso questi concetti, pensiamo le leggi della fisica come eterne, parliamo di verità assolute, diciamo questo del principio di non contraddizione della logica, inoltre pensiamo anche che il Tutto è maggiore delle parti. Le conseguenze della morte di Dio sono tutt'altro che scontate e non riguardano solo una questione religiosa, ma involvono interi modelli del pensiero che sono rimasti immutati per millenni. La morte di Dio deve avere effetti sulla morale, sulla scienza, sul nostro modo di pensare la realtà, sulla stessa possibilità di parlare di una realtà, piuttosto che di molte. Nietzsche sostiene che Dio in realtà nasce da un bisogno psicologico dell'uomo, Nietzsche spesso si appella alla psicologia, ma la psicoanalisi non giunge a conclusioni molto diverse quando afferma che in realtà Dio è il genitore per l'adulto, quel qualcuno che gli serve perché è venuta a mancare la figura del protettore e di chi gli soddisfaceva i capricci. La religione secondo Freud ha origine dalle nevrosi. La morte di Dio nella psicoanalisi è rappresentata dalla morte del Padre, il padre originario ucciso dall'orda, dai figli che ha scacciato perché voleva tenere per sé tutte le donne. I figli si sono vendicati, ma quando hanno scaricato il loro impulso aggressivo nei confronti del padre hanno provato in seguito un senso di colpa e hanno applicato su di sé la legge del padre come tabù, mentre il padre è diventato l'animale totemico venerato dal clan. Dunque Dio è morto in questo senso, il Dio delle religioni è semplicemente la figura traslata dell'immagine del padre originario che è stato ucciso. Lo spostamento avviene per effetto di rimozione, la legge stessa o tabù viene, secondo la psicoanalisi, dal desiderio rimosso.


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mercoledì 16 marzo 2016

Appunti per una psicologia filosofica







Il presente testo forse potrebbe essere visto anche come un manifesto, ma questo sarebbe solo un punto di vista, diciamo un punto di vista anche abbastanza ottimista. In realtà il testo sarà una specie di insieme di appunti in serie che parleranno davvero di tutto, o questo è quello che almeno spero che accada. L'obbiettivo è la psicologia filosofica, per questo motivo vanno fatte delle considerazioni sulla psicologia. Io qui non intendo psicologia nel senso del metodo, anzi forse ci saranno dei metodi per la psicologia filosofica, ma non sono quelli della psicologia tradizionale. La psicologia si ritiene una materia a se stante della filosofia e di fatto lo è diventata con il tempo, quello che mi interessa qui è capire che tipo di psicologia si è davvero separata dalla filosofia, cosa è invece rimasto dalla parte dei filosofi. In primo luogo qui in generale si potrebbe dire che la psicologia è quella scienza che ha per oggetto la psiche, ma già questa definizione non mi piace perché non fa differenza tra anima, mente e tutta quella ricchezza che popola il mondo inesteso sembra del tutto sparire. Ci sono delle cose come la mente, l'immaginazione, i pensieri, i concetti, anche l'inconscio, la coscienza, sono tutti degli oggetti apparentemente della psicologia, ma i filosofi non hanno mai smesso di indagare su questi punti, anzi spesso sono riusciti dove gli psicologi hanno fallito e altre volte hanno imparato dagli psicologi. Se c'è una sovrapposizione di oggetti, un campo comune, è perché la filosofia non ha mai smesso di interessarsi di certi temi, forse lo ha fatto semplicemente da altri punti di vista. In primo luogo bisogna distinguere la psicoanalisi dalla psicologia, la psicologia studia quelle cose che ho nominato, in un certo senso lo fa anche la psicoanalisi, ma la psicoanalisi si è già posta fin dall'inizio con una prospettiva medica, di cura per esempio delle malattie mentali e altro. La psicoanalisi in particolare, non parlo tanto della psicologia, si è sempre atteggiata come detentore di un sapere proprio derivato da scoperte che ha sempre considerato sue proprie, ma in alcuni casi questo è veramente falso.

Ad esempio è completamente falso che Freud ha scoperto l'inconscio, l'inconscio era, e perché non dovrebbe poi esserlo più, un concetto dei filosofi, ora se mai non è più solo dei filosofi. Parla di inconscio già Leibniz che lo chiama con il nome di "tenebra". Non parliamo poi del concetto di coscienza che è vecchissimo e si trova in tutti i libri di filosofia. Le malattie mentali sono anche quello un argomento che veniva spesso trattato in antropologia, per esempio lo si trova trattato nell'antropologia di Kant, ma non c'era chiaramente nessuna prospettiva medica. Anzi la cosa strana è che solo recentemente i filosofi hanno incominciato ad interessarsi di cura, per esempio con la consulenza filosofica, si veda Miguel Benaseyang e simili. La mia tesi qui in realtà è che esista un filone di psicologia rimasta dalla parte dei filosofi, dove qui per psicologia si intende soltanto una certa branca che ha certi oggetti particolari come quelli che ho già nominato. Questa psicologia non è psicoanalisi, neanche quella psicologia che ha abbandonato la filosofia, ma spesso nasce proprio dalla critica e il contrasto con queste altre discipline. Secondo me si dovrebbe partire da una specie di filone Nietzsche-Hume, per poter cominciare a delineare una possibile linea di psicologia filosofica.
In primo luogo vanno fatte notare le peculiarità della filosofia rispetto alla psicologia classica e alla psicoanalisi, queste sono due:

1) la filosofia è teoria, ma teoria non è quel ragionamento astratto da persona senza piedi per terra, in greco teoria sta per "guardare, osservare", in filosofia implica un distacco dal mondo della vita. Questo significa che a differenza delle altre scienze la filosofia è immediatamente teoria critica, il distacco dalla realtà, dal fatalismo del reale, gli permette di poter mettere in discussione questo reale e pensare qualcosa di diverso (psicologia e psicoanalisi si limitano a descrivere i fenomeni accettandoli fatalisticamente per quello che sono).

2) la filosofia è davvero concreta e non astratta, perché il suo oggetto è sempre la totalità compiuta delle cose. La filosofia non ha un oggetto specifico, qualsiasi cosa può essere un suo oggetto. Non ci sono fenomeni che possano sussistere da sé, anche se spesso si vuole fingere questa cosa, perciò l'unica cosa che sussiste da sé non può che essere l'infinito, perciò si dirà che sono le singole determinazioni, che per quanto ci sembrano reali, sono astrazioni dal tutto e solo il tutto è reale. Ogni scienza diventa specialistica, la filosofia anche se frammentata in discipline mantiene sempre una sua visione totale (si vede bene questo fenomeno quando si nota che un filosofo può parlare di un concetto psicologico non solo nel suo ambito, ma secondo le sue implicazioni politiche, quelle economiche e così via).


Detto questo, significa che considerare i concetti che ho proposto da un punto di vista filosofico è essenzialmente diverso rispetto alla psicologia tradizionale. Torniamo dunque a questo filone Nietzsche-Hume. Comincerei il lavoro da Nietzsche: si è trovata molta difficoltà nell'affermare che Nietzsche fosse un filosofo, questo deve essere anche perché lui spesso si identifica con il filologo o con lo psicologo. Nietzsche, in particolare nel Crepuscolo degli idoli, si identifica con la figura dello psicologo, ma quando parla di questa sua psicologia si vede chiaramente che la psicologia di cui parla non ha nulla a che vedere con la psicologia classica e tanto meno con la psicoanalisi. Nietzsche a dire il vero parla di "bisogno psicologico", ma la sua "filosofia del martello" è una questione di eliminazione di entità particolari, riconducendole al problema psicologico di fondo. Noi per esempio tendiamo a pensare che ci sia un mondo reale là fuori e dato, che abbiamo una volontà e che siamo liberi, che abbiamo un io e che le cose hanno una qualche identità. Questo tipo di psicologia compie questo ribaltamento del problema: posto che l'entità in questione o è dubbia o non è, chiediamoci piuttosto quale sia il meccanismo che ci porta a credere che le cose siano in un certo modo, dal momento che dal bisogno non si può desumere la cosa. Noi abbiamo bisogno di avere un'identità, di riportare tutti quegli eventi della nostra vita ad un solo soggetto, ma esiste davvero l'Ego?. Si potrebbe pensare che tutto questo sia non prettamente di dominio esclusivo della filosofia, dopo tutto la psicologia può anche quella giungere alla conclusione per cui non c'è un Io. Il punto però è completamente diverso, cioè questa psicologia disegna un'ontologia e ridefinisce un linguaggio. La reimpostazione del problema in nuovi termini fa si che vengano eliminate certe entità e ridotte ad altre che producono un processo tale da dare l'illusione di una data entità esistente a parte. La questione dell'io è veramente importante, ci deve insegnare diverse cose. Il discorso comincia con Cartesio: Cartesio afferma che l'io è la cosa più certa, poiché non posso dubitare di me stesso senza paradossalmente porre un io che dubita e metterlo in discussione, ma nel farlo devo presupporlo sempre. Cartesio non aveva capito che il dato non è l'io, ma il dubbio, da un singolo dubbio, cioè un pensiero, non posso derivare un io. C'è una catena di pensieri, da questa stessa catena o stream of consciousness non posso desumere un io. Lo stesso Spinoza che è un cartesiano parte non dall'io, ma da un altro concetto altrettanto cartesiano come quello di infinito positivo. L'infinito positivo è pensato da Spinoza come immanente, il che significa che ci sono i singoli pensieri, ma i pensieri non hanno unità dell'io, sono sempre molteplicità, non c'è nulla che possa essere determinazione ulteriore rispetto alle sue parti, anche perché tale determinazione rimanderebbe ancora alla trascendenza. Anche Husserl ha cancellato l'io, se si vuol dire in questo modo, diceva che la crisi delle scienze europee fosse una crisi dell'io, la caduta di questo concetto. Tuttavia Lévinas afferma che la fenomenologia è un egologia, dopo tutto parte sempre da una prospettiva individuale: i propri vissuti. Lo stesso Sartre che è partito da questa prospettiva è finito per costruire una filosofia che non sembra avere più ponti con l'altro, parte anche lui dalla fenomenologia, ma finisce quasi per cadere in una forma di solipsismo. Questo non significa che la strada è sbagliata, ma che non si è fatto abbastanza, si deve andare ancora oltre. Su questo punto dell'io, la filosofia avrebbe molto da dire alla psicoanalisi che invece vede nell'io la salvezza dalla malattia mentale e non riesce a fare a meno dell'Io. La sublimazione, il narcisismo in Freud sono tutti dei problemi dell'io. L'intento di Freud è identificare l'io con la coscienza e la coscienza non sarà altro che io. Tutti i freudiani poi seguono l'idea dell'io-salvezza, anche un Lacan che ha tentato di fare l'io a brandelli. Non parliamo poi del problema del Super-Io, cioè della costruzione di un'idealità dell'io rispetto alla quale l'io tende ad identificarsi. Anzi il problema in Lacan è sempre posto tra io e idealità dell'Io. A dire il vero nemmeno Jung ha davvero smesso di dire io, infatti afferma solo l'inconscio collettivo, ma la coscienza rimane sempre legata allo stesso io, qui la differenza tra la personalità numero due e quella numero uno. Lo schizofrenico sembra non avere più un io, ma la psicoanalisi non riesce a risolvere il problema se non tentando di trovare un modo per lo schizofrenico di trovare il suo io perduto. Insomma la psicoanalisi è ancora rimasta al problema dell'io, la psicologia, vedi Pinker, tende a pensare la questione dell'io come un mistero irrisolvibile, la filosofia ha già superato da un pezzo il concetto di io e sta cercando un'altra strada.
Questo è un piccolo esempio in cui si vede come si delinea il problema da noi posto, c'è una psicologia filosofica molto più avanzata, si deve dedurre.
Arrivati a questo punto ci si potrebbe chiedere: ma perché Hume?. Se si guarda nei primi capitoli dello scritto Empirismo e soggettività di Gilles Deleuze a proposito di Hume, si legge che Hume è uno psicologo e che studia la mente costruendo una psicologia delle affezioni. Hume, come spiega Deleuze, pensa una mente come semplice collezione di idee, l'idea è esperienza, allora l'immaginazione non è altro che flusso di percezioni. Il problema di Hume, dice Deleuze, è come la mente diventi un soggetto. La soggettività per Hume è impressione di riflessione, la mente diventa soggetto quando è modificata da regole, ma in origine è la fantasia che costituisce la mente è delirio.

"La realtà profonda della mente è delirio, o, secondo altri punti di vista, che conducono alle medesime conclusioni, cose, indifferenze." (Deleuze)

Ci sono però determinate regole, come può essere quella dell'associazione, che intervengono nell'immaginazione e producono modificazioni. La mente per Hume è le idee stesse e nulla più, non c'è oltrepassamento, solo il soggetto in quanto affezione della mente e pratica supera il dato e l'idea con la riflessione. La mente non è in origine un soggetto. C'è anche qui, possiamo vederla, una critica dell'io. Dovremmo rivedere il problema di Kant del senso interno, cioè il fatto che anche quando noi cerchiamo di capire noi stessi, cerchiamo cioè ci conoscerci per quello che sentiamo in noi, noi non conosciamo altro che fenomeni interni e non c'è nessun io se non questi stessi fenomeni. La totalità di questi fenomeni interni, era per Kant, l'io stesso, ma non ci è dato conoscerlo l'io, piuttosto si parla di un senso interno che segue la forma del tempo. Ovviamente qui non c'è nulla del vissuto husserliano, ma c'è sempre questa considerazione dell'interiore come smembrato e non secondo l'unità di qualche io.

La stessa fenomenologia husserliana parte dalla negazione dell'io psicologico, considerando solo il tema del vissuto e sforzandosi di parlare di intersoggettività. Dovrebbe interessarci la fenomenologia solo nel modo in cui questa cerca di superare lo psicologismo e del resto qui, in questo testo, parlo di "psicologia" solo nel senso di quegli oggetti che a questa interessano, ma non parlo della psicologia non filosofica che ha un approccio completamente diverso. In generale la fenomenologia non si confonde mai con la psicologia e tuttavia qui non interessano che i soli oggetti: mente, immaginazione, pensieri, essenze e simili. La fenomenologia fa coincidere contenente e contenuto con il concetto stesso di intenzionalità nella coscienza, si può essere coscienti sempre di qualcosa, ma non c'è coscienza che non abbia il suo oggetto. Rispetto alla psicologia, la fenomenologia ha persino un compito audace di essere scienza totale, come viene presentata nella logica pura di cui parla Husserl. Le scienze hanno un atteggiamento per cui tendono ad assumere dei fatti, dare alcune cose per scontato, la fenomenologia deve partire da qualcosa di assolutamente certo ed essere completamente scevra di presupposti. La fenomenologia comincia con esperienze precategoriali, come può essere quella di ascoltare una melodia e per capire che questa esperienza fonda l'acustica oppure l'esperienza stessa del mondo fonda la fisica, cioè l'esperienza precede la scienza.

Si tratta di riconsiderare la vita, cosa che non sempre viene fatto. La vita è ridotta ad oggetto, ma in quel caso la vita diventa morte, qualcosa di morto. La vita è attività, è esperienza, quindi quando si vuole conoscere il mondo della vita si deve partire da questo. L'idea dell'osservazione come pretende una certa psicologia non coglie la vita, ma la trasforma in un fenomeno morto oggetto dello sguardo o di qualche calcolo, sto pensando anche a Fechner. Il caso più forte è la medicina, dove il medico si interessa sempre meno di domandare al paziente il suo stato di salute, prescrive esami, osserva, seziona e così esclude dal suo mestiere il ruolo della vita guardando solo quella cosa morta che è il corpo e i suoi fenomeni quando sono semplicemente oggetto di altre coscienze. Le malattie sono dell'anima, non del corpo, è un modo di dire per dire che è il problema è la vita, non per dire che il corpo è escluso dal mondo della vita, ma che vi è compreso solo in quanto si danno sensazioni, piaceri e dispiaceri. La psicoanalisi sembra più legata al mondo della vita, ma fa del paziente cosa morta ogni volta che cerca di usare quella sua architettura di interpretazioni pre-confezionate: l'Anti-Edipo come difesa della vita. La filosofia ha la possibilità di fare una vera psicologia della vita, per questo è interessante il filone Nietzsche-Hume.

Prima ho parlato del tema dell'intenzionalità, l'idea cioè che non si da coscienza se non è coscienza di qualcosa. In questo momento va fatta un'altra considerazione: in filosofia bisognerebbe cercare di arrivare al punto da distinguere la coscienza dalla conoscenza. Questa identificazione ha prodotto il ben noto paradosso teoretico della coscienza, dire cioè che se sono cosciente di qualcosa devo essere cosciente di essere cosciente e così all'infinito. Il problema si risolve dicendo che coscienza e conoscenza sono due cose diverse. Questo fatto non ha rilevanza solo teoretica, ma anche etica, cioè sarà sempre più comprensibile che sapere cosa sia il bene dal punto di vista conoscitivo-mentale, non basta per metterlo in pratica, ma occorre che vi sia coscienza di questo qualcosa. Se so che qualcosa è male, non è detto che mi comporterò poi in modo da non perseguire quel male, il problema rimanda alla coscienza.

L'ultimo punto saliente di tutto questo discorso su una possibile psicologia filosofica, cioè una psicologia ancora con la filosofia, ma appunto qualcosa che non ha nulla a che vedere né con la psicoanalisi e nemmeno con lo psicologismo o la psicologia contemporanea, è quello della critica alla filosofia da parte degli psicoanalisti. I freudiani mediamente odiano la filosofia, Jung ne aveva un'altra considerazione, cioè amava solo alcuni filosofi, ma Hillman, dicendo che la psicoanalisi comincia con una certa affermazione di Eraclito, è come se dicesse che comincia con la filosofia. Freud afferma che la filosofia, trattando quel mondo della mente a partire dagli stessi pensieri razionali, rimane limitata perché non coglie quel mondo vero che sta dietro i pensieri che è lo stesso inconscio. Se l'inconscio è la verità, allora i pensieri non sono che apparenze che vanno ricondotte a questa verità. È un vero peccato che sia tutto falso, dopo tutto come si nota nello stesso Traumdeutung di Freud il problema dell'inconscio è un problema del linguaggio, come afferma lo stesso Lacan. Se il problema è del linguaggio, nemmeno questo davvero sembra essere sottratto alla filosofia che negli ultimi anni non ha fatto altro che parlare di linguaggio. Qui si capisce la questione Wittgenstein-Freud, questione che sicuramente dovrebbe andare molto approfondita, cioè il problema del significato del linguaggio. Wittgenstein parla di un linguaggio che significa fatti, che sta per fatti, Freud invece sembra cercare altro nel linguaggio: l'inconscio. Certamente il linguaggio verbale di una persona normale è ancora facilmente comprensibile e studiabile, ma il linguaggio pre-verbale di uno schizofrenico molto meno e tuttavia non mancano studi anche nel senso di un linguaggio pre-verbale in filosofia come per esempio Il pensiero selvaggio di Lévi Strauss. Ad ogni modo si potrebbe dire: la psicoanalisi da una parte e la terapia del linguaggio dall'altra.

Come avrete visto sono solo appunti disordinati, ma questi potrebbe anche far sperare che producano una qualche reazione in chi li legge, far pensare qualcosa di nuovo. Se tutto sfugge dalle mani della filosofia, pensa qualcuno, la filosofia è morta. Quali dovrebbero essere gli oggetti della filosofia se non qualsiasi cosa potenzialmente? altrimenti pensare che la filosofia sia una materia specialistica accanto alle altre, non permetterebbe di capire quali siano i suoi oggetti. Si potrebbe dire i concetti, ma appunto i concetti sono anche di mente, di immaginazione, di denaro, di tantissime cose che vanno oltre la filosofia. I concetti sono della filosofia, diceva Deleuze. Potremmo anche seguire questa strada, ma diciamo anche con Wittgenstein che non ci sono problemi genuinamente filosofici, nel senso che non c'è un problema della filosofia chiuso in un dominio filosofico, alla fine la filosofia come scienza del pensiero stesso, regina, trova i suoi problemi in ogni ambito, senza avere un ambito suo perché il suo ambito è tutto quello sfondo che sta alle spalle di ogni disciplina, quel ponte che può far comunicare le scienze e salvare le scienze dalla specializzazione e l'isolamento. Spero questo articolo possa dare degli spunti, io stesso, che mi piace la filosofia politico-economica, non voglio limitare davvero il mio ambito ad un piccolo settore, ma vorrei comprendere le cose in una totalità reale, totalità che spesso si smarrisce nell'astrattezza dell'isolamento della scienze. 

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venerdì 3 aprile 2015

Marcuse e Deleuze: Sulla società senza Padri

















 In Cultura e società Marcuse scrive un saggio dal titolo: L'obsolescienza della psiconalisi, ci interessa perché è in quel saggio che Marcuse scrive sulla società senza padri. Invece Deleuze è autore con Guattari di opere famose come: Anti-Edipo e Mille piani, ma giunge a conclusioni diverse da Marcuse perché parte da premesse diverse. Marcuse ai suoi tempi testimonia un processo di fine della psicoanalisi; oggi con Žižek si direbbe che la psicoanalisi è ancora viva e vegeta. Dunque perché la psicoanalisi era stata data per morta? prima di tutto la cosa riguarda una frattura all'interno di essa, la divisione tra chi si occupava dell'aspetto teorico e chi invece faceva pratica psicoanalitica e dunque curava pazienti, le due realtà non si parlavano più. C'è poi un secondo aspetto che consiste nel fatto che le idee della psicoanalisi hanno rivelato tutto il loro carattere ideologico e sono diventate idee politiche. In fondo Freud aveva presentato due concetti che possono rivelare il loro carattere ideologico, questi sono: "Wo Es war, soll Ich werden", il primato dell'Io sull'Es, l'Es che deve ritirarsi davanti all'Io, quindi la repressione delle pulsioni e l'altra è quella del Super-Io, come autorità interna al soggetto, la quale nelle teorie della scuola di Francoforte viene anche chiamata Hitler-Io da Löwenthal, quando per esempio si tratta dell'autorità-poliziotto della Gestapo. Ora però tutto quello che ci raccontava la psicoanalisi su Edipo, secondo Marcuse, non vale più, diciamo almeno dal punto di vista della società. Freud infatti sosteneva che la repressione delle pulsioni avvenisse anche a livello della società e che questa si chiamasse principio di realtà, dall'altra parte troviamo in Totem e Tabù l'autorità del padre, che ucciso viene introiettato dai figli, un altro Super-Io. In questa società succedono due cose secondo Marcuse:

I) Per prima cosa c'è un crollo del ruolo della famiglia, questo riguarda soprattutto l'educazione, questa non è più impartita dai genitori. I genitori sono al lavoro, il bambino si trova a scuola, impara delle cose, poi torna a casa guarda la televisione e sappiamo che programmi ci sono alla tv, inoltre tutte le persone, internet, possono avere influenza su di lui. Alla fine la televisione e l'instupidimento programmato dei suoi stessi programmi avrà influenza sui bambini che la guardano: faranno e ripeteranno quello che i media comandano. Allora l'Io del bambino conquista un'autonomia dal padre ma anche una dipendenza dalla tv e il messaggio dei media.

II) Le autorità di questo mondo non richiamano più la figura del padre, esse hanno autorità anteriori senza che si possa mai sapere da dove vengano gli ordini. La figura del padre è morta, perché nessuna di queste autorità richiama la figura del padre. Il re o l'imperatore potevano farlo, ma qui nel nostro mondo governano banchieri che nessuno ha mai visto in faccia. Gli ordini si dice che vengano dall'alto, ma questo alto è sempre impreciso.

Secondo Marcuse, insomma, siamo in una società senza padri, una società del dominio e dell'amministrazione assoluta, si tratta di quella che Foucault chiama biopolitica. Invece Deleuze non direbbe che siamo in una società senza padri, ma direbbe: costruiamo una società senza padri! Evviva!. Dov'è la differenza? il problema sta nel fatto che quando Marcuse parla di fine del padre, quando dice che l'autorità non evoca più l'immagine del Padre, in realtà si riferisce solo al piano dell'immaginario. Il problema è un altro, secondo Deleuze, ovvero che il Padre ora è evocato come simbolo, dunque il problema sembra che sia il piano simbolico, non quello dell'immaginario. È Lacan che invoca il Padre come simbolo nel Grande Altro e nella Legge. Deleuze e Guattari denunciano una società che non vuole far altro che ripiegare il desiderio sulla famiglia, anzi denunciano un presunto primato della famiglia sulla società. Il problema sta nel fatto che l'Edipo (lungi dall'esser morto) insinua la mancanza nel desiderio attraverso la castrazione. La psicoanalisi concepisce un inconscio come teatro, invece Deleuze e Guattari lo pensano come una macchina, dunque secondo le due concezioni: nella prima l'inconscio proietta l'oggetto del desiderio, nella seconda invece l'oggetto è prodotto, perché si trova nella stessa produzione desiderante. Non si tratta di pensare l'oggetto del desiderio come rappresentato, dunque parlare del desiderio come acquisizione; se desideri qualcosa, compratela! (se hai i soldi, e se non li hai?). Deleuze e Guattari pensano il desiderio come godimento, ma è un desiderio tantrico, non è lo scaricamento energetico, il piacere, ma è un prolungamento, il più possibile, del godimento come accade nella concezione del sesso secondo il Tantra. L'amor cortese ci offre un esempio, infatti secondo Deleuze l'amor cortese non è altro che prolungamento del desiderio, non una rinuncia alla donna amata, ma un rimando del piacere, che poi alla fine non sarebbe altro che la fine del godimento. L'operazione ideologica di ripiegare tutto nella famiglia è quella di alienare il desiderio, così come accade, secondo Marx, nella società capitalista con il lavoro, che è, appunto, lavoro alienato. Il capitalismo è poi l'altro problema, ai giorni nostri lo vediamo sempre più, i banchieri hanno innestato un debito infinito nei paesi come l'Iatlia, la Grecia, la Spagna ma tutto questo si sta estendendo a tutto il mondo. Il concetto di debito infinito secondo Deleuze comincia con il prete e il peccato originale: le banche inseriscono un debito infinito in noi, negli Stati, così diventiamo dipendenti da loro per l'eternità. Dopo tutto Deleuze sta dicendo che tutto questo debito infinito va pensato non solo dal punto di vista economico, ma siccome esiste anche un'economia del desiderio, questo debito infinito vale anche per il desiderio. La logica perversa del capitalismo è quella di immettere un debito infinito nel desiderio oltre che nella semplice economia e per questo usa la psicoanalisi che come il prete insinua il peccato originale dell'Edipo.

Che fine fa la famiglia ai giorni nostri? è un bel tema. La scuola di Francoforte dice che la famiglia la società borghese l'ha distrutta. Se volessimo uscire dalla famiglia patriarcale non dobbiamo eliminare la famiglia ma semplicemente emancipare la donna nella famiglia, non solo per una parità dei sessi, ma anche per introdurre nella famiglia concetti come: amore, solidarietà e uguaglianza. Deleuze invece vorrebbe finirla con un certo concetto della famiglia come chiusa, la famiglia atomo, invece vorrebbe rovesciare la concezione dicendo che la società ha un primato sulla famiglia. La famiglia non è chiusa, ma tagliata, essa non segue un processo di filiazione, ma al contrario si tratta di un'alleanza dove la propagazione avviene con il contagio. Non siamo in un mondo senza Padri secondo Deleuze, ma dobbiamo costruire una società senza il Padre-simbolo e questo, secondo l'intuizione di Ubaldo Fadini lo si può fare nella società dei pirati, bisogna costruire una società dei pirati. Fadini dice:
«Il "prospettivismo ad arcipelago", di cui parla Deleuze, è quello tipico di un percepire in divenire (sui piani di vista e dell'udito) proprio di una comunità di pirati, oserei dire, dotati di fiducia in loro stessi e nelle capacità di navigazione/sperimentazione (oltre che nel "mondo"). Il pericolo rispetto al quale tale comunità è tenuta a far fronte è quello del "ritorno al padre" [...]. Le rivoluzioni sono fallite, certo ma il divenire rivoluzionario non cessa di rilanciare i loro frammenti, di "far fuggire sempre qualcosa sulla linea dell'orizzonte": i pirati del "principio ad arcipelago" [...]. Pirata e cartografo, dunque anche "scrittore" - e così "portatore"/conservatore dei "diritti di un popolo futuro o di un divenire umano", di quell'immanenza che riempirà infine un esistente privo di pretese perché ricco di potenza» (Legge, desiderio, capitalismo, 2014:40)

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