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lunedì 2 ottobre 2017

Biopolitica/psicopolitica. Byung-Chul Han e Michel Foucault




























C'è una falsa immagine di Han che potrebbe emergere dalle sue opere che in questo testo intendo discutere. Si potrebbe pensare che Han stia dicendo che Foucault, con il suo concetto di biopolitica, pensasse ad un modo di governare i corpi, quindi ad un potere esercitato sul corpo, mentre Han lo critica affermando che il potere oggi non si interessa più tanto del corpo, ma della psiche. In realtà, non so se Han dica questo, ma è una visione troppo semplificata. Davvero la psiche e il corpo sono così opposti? Prima di tutto vorrei mostrarvi come in Foucault per prima cosa il potere agisca sull'anima e sulla psiche, che il potere usa questi termini per assoggettare chiaramente il corpo, ma è l'anima la prigione del corpo. In secondo luogo potrebbe essere interessante cercare di capire meglio in cosa consista questo esercizio del potere sulla psiche oggi. Infatti tale esercizio avviene soprattutto sul cervello, più che su qualche entità spirituale. Certo di questo Han ne è perfettamente consapevole, ma proprio per questo, per il fatto che si parla di cervello, allora non c'è una distinzione netta tra psiche e corpo, perciò dov'è la differenza tra la biopolitica e la psicopolitica? I filosofi continentali hanno scritto fiumi di pagine con l'obbiettivo della critica della psichiatria, della psicoanalisi, della psicologia in generale. Oggi gli obbiettivi, non ancora presi di mira, dovrebbero essere la neuropsicologia e le scienze comportamentali. Scienze comportamentali e Big Data vanno a braccetto. Inoltre: come non vedere la trasparenza di Han negli studi di neuroimmagine, dove vengono osservate tutte le attività di un cervello e le aree attive? Arriverà un giorno in cui sapranno dirci cosa pensiamo, semplicemente guardando quelle macchie colorate?



Non intendo discutere veramente del testo sulla biopolitica in senso stretto, intendo piuttosto fare un discorso più in generale su Foucault. Sull'argomento dell'anima e della psiche distinguerei due temi: l'anima come prigione del corpo; la cultura di sé come costruzione di un sé che è la piega del mondo esterno. Dei due farò riferimento al primo discorso, in quanto è quello che si riferisce maggiormente al problema del potere. In Sorvegliare e punire Foucault ci dice che l'anima è un ingranaggio che il potere usa per assoggettare il corpo, in particolare sono di un certo rilievo i riferimenti all'ideologia e alla costruzione dell'interiore nel condannato. Vorrei citare alcuni passaggi che possono mostrare meglio questo fatto:

«Non bisognerebbe dire che l'anima è un'illusione, o un effetto ideologico. Ma che esiste, che ha una realtà, che viene prodotta in permanenza, intorno, alla superficie, all'interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che vengono puniti - in modo più generale su quelli che vengono sorvegliati, addestrati, corretti, sui pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllati lungo tutta la loro esistenza, Realtà storica di quest'anima, che, a differenza dell'anima rappresentata dalla teologia cristiana, non nasce fallibile e punibile, ma nasce piuttosto dalle procedure di punizione, di sorveglianza, di castigo, di costrizione. Quest'anima reale e incorporea, non è minimamente sostanza: è l'elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un sapere, l'ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo a un sapere possibile, e il sapere rinnova e rinforza gli effetti del potere. Su questa realtà-riferimento, sono stati costruiti concetti diversi e ritagliati campi di analisi: psiche, soggettività, personalità, coscienza, ecc.; a partire da essa sono state fatte valere le rivendicazioni morali dell'umanesimo. Ma non bisogna ingannarsi: all'anima, illusione dei teologi, non è stato sostituito un uomo reale, oggetto di sapere, di riflessione filosofica o di intervento tecnico. L'uomo di cui ci parlano e che siamo invitati a liberare è già in se stesso l'effetto di un assoggettamento ben più profondo di lui. Un'"anima" lo abita e conduce all'esistenza, che è essa stessa un elemento della signoria che il potere esercita sul corpo. L'anima, effetto e strumento di una anatomia politica; l'anima, prigione del corpo.» (Foucault, Michel, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976, p.33)

Cito un estratto da un certo Servan che è citato da Foucault:

«[...] La disperazione e il tempo corrodono i legami di ferro e di acciaio, ma nulla vale contro l'unione abituale delle idee, non fanno che rinserrarsi sempre più; sulle molli fibre del cervello è fondata la base incrollabile dei più saldi imperi.» (Foucault, Michel, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976, p.112)

Foucault spiega più volte che il metodo disciplinare della prigione agisce non sul corpo, ma sulla rappresentazione delle pene. Foucault spiega che la rappresentazione dei vantaggi di un delitto doveva essere associata alla rappresentazione delle pene e il codice penale nasce proprio perché ognuno possa sapere qual'è la pena per ogni delitto. L'associazione del delitto con la rappresentazione terrificante della pena serve per togliere decisamente la voglia di infrangere la Legge. Quindi Foucault, quando parla di società disciplinare, lega direttamente il governo del corpo con quello dell'anima. L'anima è lo strumento per controllare il corpo. Nelle lezioni sulla biopolitica, invece, non ci sono molti riferimenti all'anima, ma all'inizio, quando afferma che il corso riprende un discorso passato che aveva fatto sul governo degli altri, tra le forme di governo che cita, compare anche il governo delle anime.

Non può sfuggire il fatto che nella mia seconda citazione non si parli direttamente di psiche, ma di "molli fibre del cervello". È di questo che vorrei parlare da qui in poi. La così detta psicopolitica concerne molto più il cervello che la psiche, intesa come anima. Con questo voglio dire che non c'è veramente tutta questa opposizione totale tra il governo del corpo e quello della psiche, o meglio, in generale, tra psiche e corpo. Il governo del corpo passa attraverso il governo della psiche, ma la psiche molto spesso è qualcosa di molto corporeo e materiale come la materia cerebrale. Nel testo La società della stanchezza, si trova anche un capitolo dal titolo La violenza neuronale. Byung-Chul Han attesta l'eccesso della stanchezza, come eccesso di positività, eccesso dell'uguale, a partire da malattie che si stanno diffondendo sempre di più, anche nei posti di lavoro, malattie della psiche come la depressione, l'iperattività, la sindrome di burnout, il disturbo borderline di personalità. Di questo parla il testo di Han, della violenza sul cervello, ma il cervello è in parte psiche e in parte corpo. Perciò la nuova psicopolitica agisce soprattutto sul cervello, operando anche la sua politica della trasparenza (neuroimmagine?). Quel che è importante è che neuropsicologia, scienze comportamentali e altre branche della psicologia non estranee ai meccanismi del potere, ma ne sono  uno strumento, per esempio quando si parla di Big Data, un altro tema caro ad Han. Sulla rivista The New York review of books è comparso un interessante articolo di Tamsin Shaw dal titolo Invisible Manipulators of Your Mind. In questo articolo l'autore spiega il ruolo delle scienze comportamentali all'interno della nostra società del controllo, in particolare il riferimento va direttamente a Daniel Kahneman e Amos Tversky. Shaw spiega che le scienze comportamentali vengono di fatto usate da governi e società private, per esempio Facebook. L'utilizzo delle scienze comportamentali non mira, dice Shaw, alla ragione, ma all'irrazionalità umana e all'inconscio. L'obbiettivo consiste nell'influenzare il comportamento dei soggetti e di intere società. Daniel Kahneman e Amos Tversky hanno costruito una nuova scienza comportamentale con lo studio dell'irrazionalità. Kahneman è famoso per i suoi studi della scelta in situazioni di rischio e incertezza. Kahneman sostiene che esistono due modi del pensiero umano: un pensiero veloce e uno lento. Il pensiero lento è ciò che definiamo normalmente intelligenza, nel senso in cui quest'ultima implica la riflessione. Il pensiero veloce, invece, potrebbe essere il pensiero stupido, ma è un pensiero pur sempre utile, soprattutto quando ci sono dei pericoli. Kahneman dimostra con degli esperimenti che la razionalità nei suoi principi può benissimo essere violata, per esempio nel caso dell'incertezza. Kahneman ha fatto crollare il modello economico delle scelte razionali, ossia quel modello, secondo il quale, l'uomo agisce sempre razionalmente, che in economia vuol dire cercare di massimizzare il proprio utile. Questo dopo  Kahneman è diventato un mito, ma con  Kahneman si pensa che l'agire irrazionale dell'uomo possa essere predetto. Oggi l'economia sembra incominciare a perdere il suo ruolo centrale come scienza e trovarsi ad essere subordinata ad altre scienze: alle neuroscienze. L'economia diventa neuroeconomia.  Daniel Kahneman e Amos Tversky sono convinti che l'irrazionalità umana sia predicibile, che questa violazione della razionalità segua degli schemi precisi. Shaw spiega che il nostro comportamento irrazionale è di fatto influenzato dal mondo esterno, che dopo l'11 settembre il terrorismo ci condiziona in modo forte e ci porta ad avere paura anche quando non vi sono dei rischi reali. Basta un colpo secco che sembri quello di una bomba o qualcuno che urli qualcosa in arabo, cose che ovviamente non campiamo, e tutti a correre come dei pazzi investendoci a vicenda e provocando feriti, quando in realtà non è successo niente, magari è solo caduta una ringhiera. Kahneman oramai interessa a molti, come spiega Shaw, per esempio a Frank Babetski, membro della C.I.A., il quale consiglia la lettura dei libri di Kahneman ai membri dell'intelligence. Altri che sono interessati molto al pensiero di Kahneman per farne diretto uso sono: Jeff Bezos (fondatore di Amazon), Larry Page (Google), Sergey Brin (Google), Nathan Myhrvold (Microsoft), Sean Parker (Facebook), Elon Musk (SpaceX, Tesla), Evan Williams (Twitter), e Jimmy Wales (Wikipedia). Questa gente è interessata ad influenzare il comportamento umano agendo direttamente sulla base inconscia, per esempio usando segnali che l'uomo non può vedere, perché come nei messaggi subliminali compaiono veloci, ma arrivano sempre dritti all'inconscio. Le scienze comportamentali ora trovano un legame anche coi i Big data. Questo accade, spiega Shaw, nel caso della psicologia edonista. La psicologia edonista è uno sviluppo pensato da questi scienziati comportamentali proprio a partire dall'idea che si può influenzare il desiderio di un determinato soggetto. Qui tornano vecchi temi: vogliamo davvero essere tutti felici e schiavi? io no.

Ciò che ho appena descritto è bell'esempio di quel che si intende per psicopolitica, la forma di potere più diffusa oggi. Ho mostrato come il potere, in un certo senso, già in passato agisse sul cervello e anche sull'anima, ora noi dovremmo cercare di capire piuttosto qual'è la modalità di questo potere che è peculiare della nostra epoca. In questo modo forse si può capre meglio la vera differenza tra la biopolitica e psicopolitica.


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domenica 17 aprile 2016

Byung-Chul Han, La società della stanchezza: il libro del XXI secolo












"Così inteso, il rapporto tra Prometeo e l'aquila è una relazione con il sé, un rapporto di auto-sfruttamento. Il dolore al fegato, di suo incapace di dolore, è la stanchezza. Prometeo viene colto così, come soggetto di auto-sfruttamento, da una stanchezza senza fine. Egli è l'archetipo della società della stanchezza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.5)

La società della stanchezza è un dei libri di più successo del filosofo Byung-Chul Han. Un piccolo libro, ma non privo di numerosi spunti di riflessione. Questo libro segnerà d'ora in poi il nostro secolo e il nostro pensiero filosofico. Chi non lo legge si perderà un segno del futuro del pensiero. Il suo successo è spiegato dal suo contenuto e il suo contenuto sarà giudicato dall'avvenire, ma già il presente parla per lui. Questo libro parla di oggi  ed estende i suoi segni verso il futuro. Byung-Chul Han è sicuramente uno dei filosofi più interessanti in Germania oggi.



Dividerei il commento al libro in due parti in due parti: una prima parte in cui Han descrive la società della stanchezza e le sue conseguenze; una seconda parte dal capitolo "La noia profonda" dove comincia un discorso sulla contemplazione, sul non-fare Zen e su una nuova religione della stanchezza che rimanda ad una possibile soluzione spirituale del nostro tempo. Questo libro è straordinario perché, riportando tutto sul piano dell'individuo, comprende perfettamente che il vero piano della battaglia  si situa nell'individuo stesso. Se noi cambiamo, le cose cambiano fuori per riflesso (prospettiva spirituale). Han critica spesso le idee di rivoluzione a partire dalle masse, dalla moltitudine, ma questo perché ora tutto il problema si gioca sul singolo e nella sua interiorità. Finché il problema era la negatività del potere, tutto poteva trasformarsi in una lotta contro un potere repressivo. In quel momento il problema poteva dirsi anche esterno, ma ora che il problema è la positività, tutto viene riportato ad una servitù del soggetto in sé. Nella mia lettura di Han un certo ruolo deve averlo anche il desiderio. Ossia il problema è come il soggetto arrivi a desiderare questa stanchezza cronica, sia fisica, ma soprattutto mentale. A questo punto il problema diventa: cosa fare con la stanchezza? ma il problema va rivolto a noi stessi che scegliamo uno stile di vita che porta alla stanchezza. Una volta che il capitalismo ha fatto del lavoratore un imprenditore di sé, lo sfruttamento e la stanchezza si sono spostati da un imperativo del capitalista a un motivo che viene dall'individuo stesso.

1° parte:

Autosfruttamento è un termine che deve diventare sempre più famigliare. ll pensiero problemtizzante di Byung-Chul Han è rivolto agli individui. Tornare dalle masse agli individui, ad un problema molto interno come quello che ho appena nominato. Eppure l'auto-sfruttamento racchiude il dilemma del soggetto e della soggettività. Infatti esso, invece di rivelare un'assenza di soggetto, mostra un io isolato, un'infiammazione dell'io, un io stanco. La stanchezza dell'io produce ansia e depressione nel soggetto. Quindi mina alla produttività dell'individuo, solamente che questa società non può accettare l'idea del riposo e del fermarsi, perché altrimenti anche l'economia si fermerebbe, con conseguenti disastri. L'idea che noi siamo i carnefici di noi stessi fa pensare da un lato ad una nostra impotenza e dall'altro ad un eccesso di potenza. È interamente sul potere che si gioca l'auto-sfruttamento. L'ambiguità di questo mondo: siamo liberi servi del sistema o piuttosto è il sistema ci fa credere nostre scelte quelle che non lo sono? L'auto-sfruttamento è un fenomeno che pone il soggetto contro se stesso, ma sembra generato anche da un io eccedente, dato che noi siamo sia il carnefice che la vittima. Già questo punto pone un problema di individualità: se dovessimo pensarci come dei soggetti, come dovremmo pensarci? Se il discorso di Han è sempre quello della codificazione e dell'identificazione, la sfida di oggi deve essere: cosa c'è al di là dell'Ego? se la molteplicità desiderante pre-individuale non è più un soggetto da rivoluzione, ma quello stesso  sciame di "mi piace" di Facebook, come possiamo avere dei soggetti che non siano semplicemente delle identificazioni del potere e nello stesso tempo possano essere altrettanto originali e rappresentare un Sé? La trappola di cui parla spesso Han è il narcisismo. Questo narcisismo rapporto l'io solamente a se stesso e non ad un Altro. L'assenza dell'Altro diventa oggetto frustrazione perché elimina l'alterità a favore dell'inferno dell'uguale.


La domanda che dobbiamo porci oggi: cosa rimane dello sfruttamento dopo le critiche alla teoria del valore-lavoro di Marx? Marx parlava di sfruttamento nell'ottica di una teoria scientifica economica secondo la quale il valore di un dato prodotto dipende dalla quantità di lavoro in esso contenuto. Questo lavoro è definito con il nome di lavoro astratto. Una certa merce definita come forza-lavoro si scambia con un salario. Il problema di Marx è la generazione del salario e del profitto dal valore e dal plusvalore. Si è detto che la teoria di Marx è completamente astratta, si è sbandierato il fallimento di Marx nel tradurre i valori nei prezzi e tuttavia si continua a parlare di sfruttamento. Lo sfruttamento per Marx si fondava sull'idea che solo il lavoro crea valore, perciò anche il plusvalore è prodotto dallo stesso lavoratore. Questo plusvalore non viene pagato al lavoratore, esso consiste in un pluslavoro non pagato: questo è lo sfruttamento per Marx. Oggi tutto è molto più complesso: non c'è più rapporto diretto tra lavoratore e capitalista, in mezzo ci sono tanti intermediari come ad esempio i manager che guadagnano molto di più degli ultimi dipendenti dell'impresa; il soggetto può campare sempre più facilmente di lavori autonomi: persone che vivono di ripetizioni, altri che lavorano su internet, altri ancora usando programmi come Uber sostituiscono i taxisti e così via; i lavoratori sono concepiti come "imprenditori di sé", questa formula serve per portali dalla parte degli imprenditori e tentare di eliminare la lotta di classe. Byung-Chul Han quando parla di auto-sfruttamento ha in mente una società dove il lavoro è totalizzato, come se l'intera vita diventasse lavoro. Egli ha in mente una precisa società della prestazione e dell'attività continua. Studiare questa società, le sue patologie e i suoi sintomi significa studiare una nuova micro-politica. I soggetti di questa società soffrono prevalentemente di problemi psichici: disturbo borderline di personalità, sindrome di burnot, malattie derivate da iperattività. Molti di questi disturbi dipendono da stanchezza mentale, sono malattie che si diffondono in ambito lavorativo e costruiscono un soggetto depresso e debole. Questo elemento ci deve far riflettere: per Han lo sfruttamento si estende anche oltre i neuroni, fino ad arrivare all'anima. In questo momento in cui le tecniche di dominio hanno per oggetto anche la psiche, l'era della psicopolitica, dobbiamo forse riconsiderare certe nostre convinzioni riduzioniste che tendono a pensare il controllo del potere come solamente sui corpi? Una volta che dovessero assoggettare non solo materialmente l'uomo, ma anche l'uomo sul piano della psiche, come potremmo liberarci da questa nuova servitù? Il discorso di Han è che sono superate le tecniche di lavaggio del cervello: tutto avviene ora con il consenso dell'individuo. Tutti questi fenomeni di controllo di oggi da internet, al problema dei dati sembrano ancora rimandare al nostro consenso, non devono nemmeno usare la forza che le persone si danno al potere amorevolmente. Il problema non dovrebbe essere il desiderio? Han lo pone nei termini di volontà, ma se per esempio si usa un concetto di volontà come quello di Schopenhauer esso sembra coincidere o essere in perfetta conciliazione con il conatus di Spinoza, ossia col desiderio. Che ottica dobbiamo tenere? Han in Psicopolitica considerava tre forme di libertà: libertà come liberazione, libertà come autodeterminazione, libertà nella società come libertà olistica: sono libero se lo sono anche gli altri. È il secondo il concetto di libertà che ci riguarda, ma proprio questo concetto è quello su cui si basa la società dell'autosfruttamento e della stanchezza. Qui libertà e costrizione si confondono. Tutto appare come se ci muovessimo da noi stessi, che poi è la stessa considerazione che fa Frédéric Lordon quando parla del problema della "servitù volontaria" nel capitalismo attuale, cioè che tutto sembra come se il lavoratore scegliesse liberamente lo sfruttamento, cioè qualcosa di non desiderabile. Lordon ha una prospettiva molto più deleuziana, per questo ha in mente il desiderio, ma quando Han cita: "protect me from what I want" in Psicopolitica, la volontà non è il desiderio?


La scommessa di Han: il mondo vecchio caratterizzato da negatività, immunologia, il problema dell'altro, sta un po' alla volta scomparendo o è già scomparso del tutto, per lasciar spazio ad un nuovo mondo caratterizzato da pura positività. Il problema della positività è derivato dall'assenza di ostacoli. Non è più possibile l'opposizione. Sembra che ci sia consenso ovunque. Tutto sembra avvenire con il massimo consenso del soggetto, finché si porta una persona a desiderare determinate cose, così tutto avviene con il "mi piace" di Facebook o con altri mezzi che rimandano sempre alla volontà del soggetto. La positività diventa eccesso di sovrapproduzione, eccesso di prestazione e comunicazione. L'eccesso di prestazione è eccesso di capitalismo, quindi senza la teoria del valore-lavoro, sembra che basti già questo ad Han per provare lo sfruttamento, dopo tutto lo sfruttamento non viene da eccessi? È questo il bello dello scritto di Byung-Chul Han: la prova dello sfruttamenteo di Marx poggia su una teoria economica che ha come assunzione l'idea che solo il lavoratore crei valore; la prova dello sfruttamento di Han poggia su dati statistici sull'aumento delle malattie relative al lavoro e sull'aumento della stanchezza. Il vecchio potere avrebbe usato la violenza, la paura per controllare gli individui, cioè si sarebbe posto nella prospettiva del costringere. Questo permetteva alle persone ancora di dire: no! Tutto ciò oggi scompare completamente e tutto avviene con un potere permissivo. Così sembra che siamo noi che vogliamo questo. In un certo senso è così, ma il discorso di Han si muove nell'ottica della volontà del soggetto come qualcosa che sembra potersi ritorcere contro di lui e forse il problema in questo senso è il desiderio. La violenza è immanente al sistema, dice il coreano. Questo significa che non è più nemmeno un problema di a-simmetria del potere, ma si tratta di quello che Deleuze definirebbe come molecolare. Facciamo due calcoli: siamo noi che compriamo la tecnologia, compriamo i cellulari, i computer e i tablet, ma in questo mondo si potrebbe vivere davvero senza? come potremmo comunicare con persone lontane altrimenti? allora noi compriamo questi apparecchi, poi ci vincoliamo a questo mondo di sciami informatici, commentatori di post, catene infinite di messaggi su What's up e così via; dobbiamo poi aggiungere che ogni cosa che facciamo su internet lascia delle tracce, rendiamo pubblico tutto quello che scriviamo, raccontiamo la nostra vita su Facebook o altro, e tutti questi dati finiscono in data base, ma tutto avviene apparentemente con il nostro consenso senza nessuna resistenza. Questo è solo un esempio e il problema sembra rimandare semplicemente all'individuo, le masse non contano più nulla per Han perché sono quello stesso sciame di internet che commenta i post, che pubblica continuamente, ma non è un insieme di individui con un obbiettivo costruttivo. La questione riguarda la Leistunggesellschaft: la società della prestazione, il soggetto iperattivo e iperproduttivo. Sfruttamento: eccesso di capitalismo = eccesso di produttività? chi è però il possessore di questa eccedenza? in cosa consiste materialmente parlando? L'auto-sfruttamento avviene seguendo un modello esistenzialista: la questione dell'uomo come progetto che si concretizza nella sua carriera, iniziativa e motivazione. Un certo modello di libertà sembra fare da sfondo a tutto questo: un'idea di un uomo capace di autodeterminarsi nel senso di scegliere da sé. Di questa libertà si dovrebbe piuttosto discutere. Bisogna vedere fino a che punto si pone il problema della "servitù volontaria" in Byung-Chul Han. Di certo in Han la questione è posta a partire da una certa concezione del "potere" come "è possibile", "si può fare", "yes, we can". Questa costituzione del soggetto pone la possibilità dell'aumento della sua produttività. L'uomo deve essere disposto a tutto per il suo lavoro perché questo è il settore dove realizza la sua esistenza in un'ottica neoliberale. Vita e lavoro si confondono. Marx non parlava d'altro che di un lavoratore che lavorava per vivere e viveva per lavorare. Lavoro, tempo e vita, anche se non siamo più ai tempi di Marx, continuano ad avere una qualche forma di identità. Si dovrebbero studiare le relazioni tra il tempo e il capitalismo, come il capitalista più che impossessarsi di semplice forza lavoro, dispone del tempo delle persone. Leggete cosa dice Han sull'autosfruttamento e il tempo:

"In conseguenza di una generale frenesia e iperattività disimpariamo anche la collera. Essa ha una specifica temporalità, non conciliabile con la generale accelerazione e iperattività. Quest'ultima non ammette alcuna ampiezza temporale. Il futuro si contrae in un presente allungato." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.50)

La temporalità dell'Uguale è la temporalità del soggetto di prestazione, cioè il luogo dove tutto rimane identico. Cita molto Nietzsche Han, ma sull'eterno ritorno sembra più con Benjamin e il suo concetto di noia. La crisi ci lascia senza speranze per un futuro, o lo vediamo nero nel senso di negativo o ci sembra un grande vuoto. È questo il futuro che si contrae nel presente allungato? una situazione che rimane sempre uguale, un sistema che non cambia mai anche se sembra mutare sempre perché c'è l'innovazione, ma l'innovazione è ritorno nell'Uguale. Si pensi al discorso sulla moda di Benjamin, questa è forse l'immagine dell'eterno ritorno che ha Han.

"Il soggetto da prestazione è più veloce e più produttivo del soggetto di obbedienza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.24)

Lo stesso Frédéric Lordon nota come il capitalismo comprenda l'efficienza maggiore del lavoratore che agisce da sé. Egli afferma che questa potrebbe essere una via di fuga verso il comunismo perché rappresenta un punto di rottura possibile del capitalismo. In questo contesto ciò non ha senso, perché il problema è l'auto-sfruttamento, come se il lavoratore non obbedisse più a nessuno e agisse in piena libertà quando lavora 12 ore al giorno, quando deve rendere al meglio nelle vendite, quando cerca di auto-regolare il proprio carattere perché corrisponda a quello desiderato dal padrone capitalista.

" (...) la sindrome di burnot esprime non il sé esaurito, ma l'animo esaurito, sfinito." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.25)

"In realtà, causa di malattia non è l'eccesso di responsabilità e di iniziativa, bensì l'imperativo della prestazione quale nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.25-26)

La questione viene posta nei termini di una coincidenza tra libertà e costrizione. Il soggetto di prestazione è carnefice e vittima, in guerra con sé stesso. La psicoanalisi non ha mai superato l'orizzonte dell'Io-coscienza, potremmo scommettere sul fatto che il prossimo passo che dovremmo fare è proprio superare quell'orizzonte? 




2° parte:

Han contrappone due modelli di attenzione: il multitasking e la contemplazione in senso filosofico. Multitasking indica un'attenzione dispersa e superficiale. Noi pensiamo che questa sia l'evoluzione dell'uomo nell'era della tecnica, ma in realtà tutto ciò fa già parte di una certa attenzione animale. L'animale che mangia il cibo, ma deve difenderlo dagli altri nemici, deve proteggere i cuccioli e la compagna. Noi nella savana del traffico cittadino stiamo guidando, parliamo al telefono, della musica si sente provenire da altre auto in parte offuscata dai clacson, dobbiamo tenere gli occhi aperti per guardare chi abbiamo davanti, dobbiamo badare a chi ci sta dietro. La tecnologia ci impone un'attenzione dispersa: ciattiamo su Facebbok, ascoltiamo della musica, aspettiamo una chiamata di qualcuno, ci arrivano dei commenti e dobbiamo tenere più comunicazioni simultanee. Quanto possiamo sopportare tutto ciò? questo è il problema: ad un certo punto, data l'iperattività, il soggetto collassa. I disturbi psicosomatici, la stanchezza mentale, i sintomi di depressione sono in aumento.

La cosa più interessante di tutto questo è che Han contrappone a questo modello di attenzione quello della contemplazione. La contemplazione è l'attenzione profonda su qualcosa, quindi il concentrarsi completamente su un certo oggetto. Byung-Chul Han ha in mente Cezanne, il pittore che dichiara di essere in grado di vedere gli stessi odori. Egli tuttavia discute il caso Hannah Arendt, la questione dell'attività, il fatto che, paradossalmente, proprio in un'attività contemplativa come il pensiero, la Arendt trovi l'ultima possibilità di essere attivo per l'uomo. Come non citare la bella immagine della Arendt di questo Socrate perso nella contemplazione dell'idea che rimane a lungo immobile e gli allievi che lo guardano con meraviglia. Se all'inizio di tutto questo testo ho parlato di spiritualità riferito al problema dell'attenzione di Han, l'ho fatto perché esiste un'idea spirituale che si muove nella stessa direzione, basti pensare ad un maestro come Gurdjieff. Finché noi ci facciamo distrarre dalle cose del mondo, non siamo veramente attenti e la nostra attenzione si perde nel molteplice delle apparenze. Quando ci concentriamo sull'attimo presente la nostra attenzione si espande. Si pensi a quel: "tutto è contemplazione" di Plotino. E se fosse solo questo magari potrebbe non sembrare giustificato l'approccio spirituale nella lettura di Han, ma poi si legge:

"La negatività del non-fare (nicht-zu) è anche un tratto essenziale della contemplazione. Nella meditazione zen, per esempio, si tenta di raggiungere la pura negatività del non-fare, ossia il vuoto, liberandosi da qualcosa che incombe e che s'impone. Si tratta di una pratica estremamente attiva, tutt'altro che passiva." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.54)

Qui possiamo vedere questo modello come contrapposto all'iperattività, alla totalizzazione del lavoro, come un riscoprire il vuoto, riscoprire la non azione che Han stesso definisce come essenzialmente attiva. Certo questo arricchisce il discorso sulla libertà perché nello zen pare che l'obbiettivo è di lasciar scorrere le cose e accettare gli eventi. Oltre a tutto questo la contemplazione dovrebbe darci un'immagine del pensiero completamente diversa da quella del pensiero quotidiano. Pensate per esempio al caso Artaud e Ravière: da un lato un pensiero che non si stanca mai, sempre attivo, come il pensiero normale delle persone, dall'altro c'è questo pensiero onirico schizofrenico che allo stesso modo è senza controllo. Artaud è incapace di tenere fisso un pensiero, è quindi incapace di contemplare? Nemmeno l'uomo normale in realtà tiene davvero tanto fissi i pensieri, i quali subito scorrono l'uno dopo l'alto, ma la capacità di fissità del pensiero è la base della riflessione e del ragionamento. Lo Zen, come altre filosofie orientali nelle meditazioni, porta l'uomo a contemplare il proprio pensiero in maniera distaccata, senza identificarsi con esso e senza giudicarlo. Un sistema molto simile è descritto da Freud nel suo libro sull'interpretazione dei sogni. Tutto questo si riferisce ad un pensiero normale. Invece, la riflessione, come viene spiegata in una certa tradizione che parte da Bergson e arriva a Deleuze, nasce dall'intuizione: irruzione del nuovo. Un nuovo modello di pensiero va rappresentato, la filosofia ha pensato una ragione formale, che alle volte è stata detta pura in contrapposizione ad una ragione empirica passibile di quelli che potremmo definire pensieri positivi, negativi e così via. La logica ha molto a che vedere con il formalismo della ragione. Credo che la filosofia possa scommettere ancora su questo, ma qui ci si chiede se non sia richiesto un nuovo modello di pensiero oltre quello ordinario.

Siamo arrivati al capitolo sul caso Batleby di Han. Byung-Chul Han contrappone il personaggio Nippers del film Turkey a Bartleby. Mentre il primo è il perfetto soggetto da società della prestazione, il secondo lo è da società disciplinare. Di Nippers Han dice:

"Mentre lavora, digrigna i denti e sibila continue imprecazioni." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.56)

Han invece critica l'interpretazione di Agamben di Bartleby. Mentre Agamben descrive Bartleby come soggetto del poter-fare, della potenzialità della scrittura che però lascia sempre il foglio bianco, Han afferma che Bartleby è piuttosto intento nell'arte di copiare, rappresenta un nulla, lo sforzo della vita che porta alla morte.



Qualcosa deve essersi perso Han, per esempio, se si legge un certo Laurent de Sutter, egli sottolinea un certo lato Zen dell'espressione famosa di Bartleby: "preferirei di no", in quanto rappresenta un certo non-volontarismo. Tuttavia questa lettura è fondata su quella di Agamben del soggetto Bartleby come soggetto dell'evento puro e della possibilità di possibilità. Ovviamente questa lettura rimanda a sua volta a Deleuze.

Non è chiaro se questo libro presenti questa prospettiva spirituale come qualcosa che ci siamo persi o come una soluzione possibile. Il libro si conclude con l'immagine di una nuova stanchezza possibile. Immagine ripresa da una certa concezione di Handke, una stanchezza più giusta, quella della non azione, del non fare. Mentre oggi la vita sempre dopata e ci sono persone che dicono che senza certe sostanze non saprebbero come andare avanti, un'altra prospettiva appare all'orizzonte:

"Handke abbozza una religione immanente della stanchezza. La "stanchezza fondamentale" annulla l'isolamento egologico e fonda una comunità che non ha bisogno di parentele. In essa si risveglia un particolare ritmo che conduce a un'armonia, a una prossimità, a una vicinanza priva d'ogni vincolo famigliare, funzionale. "Un certo stanco, quale secondo Orfeo: attorno a lui si radunano le bestie più feroci e finalmente possono condividere la stanchezza. La stanchezza dà il ritmo ai singoli sparsi. Quella "accolita pentecostale", che s'ispira al non-fare, si contrappone alla società dell'azione. Handke la rappresenta come "completamente stanca". È una società degli stanchi in senso peculiare. Se "accolita pentecostale" fosse un sinonimo della società del futuro, la società che si sta approssimando potrebbe anche esser detta società della stanchezza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.74)

Questa forma di religione della stanchezza è una cura per la stanchezza che passa attraverso una forma del tutto diversa di stanchezza da quella contemporanea. In questa religione della stanchezza viene dato un giusto peso al riposo. La questione è il riposo, la non-azione, la meditazione e la contemplazione come riposo dall'iperattività mentale. Se il problema dello sfruttamento in Marx letto attraverso la teoria del valore-lavoro era un problema di distribuzione, anche qui il punto è la distribuzione della stanchezza. L'unico modo per risolvere i problemi: dividerli in parti uguali e distribuirli a tutti in parti uguali. Questo vale per il denaro, per il lavoro e per la fatica. Questa potrebbe costituire una cura e una soluzione alla stanchezza attuale.


È stato girato anche un documentario su questo libro, questo è il trailer:








Il libro si è fatto film, il film si farà storia.

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martedì 8 dicembre 2015

"Psicopolitica" di Byung-Chul Han: un commento critico










È uscito in italiano il libro Psicopolitica di Byung-Chul Han per la Notte tempo (originale: Psicopolitik della Fischer). Questo lavoro è interessante in quanto riprende molti temi del libro Nello sciame, tra cui i Big Data e la psicopolitica. Se il libro Nello sciame si concludeva con l'affermazione secondo la quale l'era della biopolitica è finita e noi siamo nell'era della psicopolitica digitale, questo libro parte da questo argomento rimarcando il legame tra la psicopolitica e il neoliberismo.Mentre in La società della trasparenza e Nello sciame Byung-Chul Han presenta solo una parte decostruttiva e critica della sua linea di pensiero, questa volta, il coreano scrive un ultimo capitolo in cui incomincia a delineare degli elementi costruttivi per una reazione o quanto meno una difesa rispetto alla realtà psicopolitica.



Il libro comincia con un discorso serio sulla libertà, in questo discorso sono proposti diversi modelli di libertà. Il coreano traccia la storia della libertà per come si è manifestata nella storia, non solo dal punto di vista concettuale, ma anche dal punto di vista concreto. La riflessione comincia dal concetto stesso di soggetto (Subjeckt). Il soggetto è qualcosa che sta sotto. Egli è sotto messo (unterdrückt) per sua stessa natura. Dalla logica del soggetto nasce un certo modello di libertà, un modello realmente esistito, che aveva un senso prima della psicopolitica, che ora non ha più senso e già tempo fa vacillava molto. In questo modello il soggetto non è solo assoggettato (untergeworfen), ma è proprio gettato (werfen) sotto (unter). Il soggetto è qualcosa  che sta sotto. Sotto i potenti che lo comandano. Egli è sfruttato (ausbeutet), ma sempre da un estraneo, da qualcuno che sta sopra di lui. Per questo Han parla di Fremdausbeutung: sfruttamento da parte di terzi estranei. Il soggetto in questo senso non è libero (frei), ma può liberarsi (sich befreien). In pratica la libertà in questo caso consiste in un processo di liberazione. Qui aveva senso la protesta perché era indirizzata nei confronti di qualcuno. Qui aveva senso la lotta contro il potere esterno in quanto questo era colui che manteneva le masse in uno stato di sottomissione e di continuo bisogno, nonché penuria. Ad esempio nella logica del lavoro di Marx ha un senso usare l'espressone Fremdausbeutung, in quanto lo sfruttamento viene dal capitalista ed è esercitato nei confronti del proletariato. Tuttavia il sistema del capitalismo funziona in quanto il capitale sempre si riproduce e colui che riproduce il capitale del capitalista è lo stesso operaio con il lavoro, per questo motivo l'operaio è assoggettato, ma ha sempre la possibilità di ribellarsi, ossia di attuare una liberazione di sé (Selbstbefreiung). Si riscontra una logica del tutto simile anche nella dialettica servo-padrone di Hegel. 

Esiste un altro modello di libertà. In questo modello il soggetto non è considerato in quanto tale come colui che è assoggettato, esso stesso è il progetto (Projeckt) della sua stessa esistenza. Qui il soggetto in teoria è completamente capace di autodeterminarsi, capace di scegliere e di compiere delle scelte che determineranno il suo destino e la sua essenza. 


A partire da questo modello di libertà se ne è sviluppato un altro. Questo modello di libertà è diventato di fatto la condizione per la Selbstausbeutung: autosfruttamento. Il concetto di autosfruttamento è molto importante perché è una categoria essenziale per capire la società di oggi. Non è un concetto completamente nuovo, a dire il vero lo avevo trovato, ancora prima di leggere Byung-Chul Han, nel primo libro del capitale di Karl Marx. Quando Marx parla del lavoro a cottimo, lavoro in cui si viene pagati per quanto si produce e non per le ore di lavoro, accade che l'operaio non viene semplicemente sfruttato, ma si autosfrutta quanto più può per produrre il più possibile e avere uno stipendio più alto possibile. Questo fenomeno è molto attuale, è riscontrabile in tutti i lavori molto diffusi come la vendita o il call center. Tuttavia, in un certo modo, riguarda ogni forma di lavoro. Questo fenomeno è terribile perché lo sfruttamento non deve essere più imposto dell'alto, siamo noi stessi ad applicarlo. Se intendessimo il fenomeno secondo questa equazione: numero merci prodotte = stipendio = tot. quantità auto-sfruttamento, più è alto l'autosfruttamento più aumenta il profitto, se l'autosfruttamento corrisponde alla stanchezza: più si è stanchi più possiamo fare soldi. Esiste un secondo elemento ancora più interessante di questo: gli interessi del capitalista si confondono sempre di più con quelli del proletariato. Il proletariato autosfruttandosi il più possibile fa gli interessi del capitalista in quanto gli permette ottenere un numero maggiore di profitto. Tuttavia, essendo lo stipendio proporzionale alla quantità di autosfruttamento, il lavoratore crede di perseguire anche i suoi interessi. 

Il bello di Byung-Chul Han è che non limita questo concetto al puro ambito lavorativo, ma va molto oltre. Questo è riscontrabile quando il coreano critica le forme di Selbstoptimierung (ottimizzazione del sé). In queste forme rientra tutta quella letteratura che vuole insegnare ai soggetti come essere più efficienti possibili, come vincere sempre nella vita e arrivare sempre al successo. In questa letteratura sono presenti la Pnl da Richard Bandler a Robert Dilts, ma il personaggio contro cui si scaglia in particolare Han è Anthony Robbins. Anthony Robbins insegna alle persone tecniche per ottenere successo nella vita. Queste tecniche consistono in un continuo riprogrammare la mente del soggetto per avere sempre pensieri positivi e  eliminare pensieri negativi su problemi della vita che limitano il soggetto. Un certo modo di parlare, un modo di muoversi che possono essere importanti per essere persuasivi e ottenere tutto ciò che si vuole raggiungere. Anthony Robbins prende delle persone e gli dice: io vi ho insegnato questo, ora mollate tutto: casa, moglie, lavoro, ecc..., andate per l'America e con le mie tecniche vi rifarete una vita da capo in pochissimo tempo. Ci sono tecniche di questo tipo per ogni cosa: dal trovarsi la fidanzata al vendere il più possibile in azienda. L'oggetto di indagine dello studio di Byung-Chul Han è società della stanchezza. Queste tecniche, secondo il coreano, non possono che portare ad un collasso mentale. Esse, infatti, sono forme di autosfruttamento mentale. Di fatto la società ci chiede di essere iperattivi e noi abbiamo sempre meno energie. 



La prima forma di sfruttamento è ciò che Marx vedeva nel lavoro pagato a tempo, nel salario a cottimo già Marx vedeva una forma di autosfruttamento. Tuttavia la liberazione di cui parla Marx deve portare ad una società libera e qui entra in gioco un terzo concetto di libertà. Secondo questo concetto non si può essere liberi se non lo sono anche gli altri, perché la libertà implica la relazione. Byung-Chul Han afferma che Freiheit (libertà) nel tedesco deriva da Freund (amico). In questo senso Karl Marx pensava che la vera libertà sarebbe stata possibile realizzarla solo nella comunità (Gemeinschaft). Karl Marx credeva, dopo aver constatato le caratteristiche autolesive del capitalismo, che il capitalismo stesso sarebbe finito con un meccanismo di autodistruzione, a cui sarebbe seguita una società senza classi. Oggi, secondo Byung-Chul Han, abbiamo in un certo qual modo una società senza classi che non è comunista. Secondo Han questa società senza classi è caratterizzata dall'autosfruttamento, per cui non si tratta di lottare contro un potere esterno, ma esiste piuttosto una lotta in noi stessi che precede la lotta esterna. Nell'ottica marxista la classe sfruttata e rivoluzionaria consiste nel "proletariato". Oggi cosa è rimasto di questa classe? ha forse ragione Han a dire che non ci sono più classi? 


Alcune domande dalle considerazioni precedenti sorgono spontanee: cosa significa che non ci sono più classi? perché, per esempio, Han non prende in considerazione il precariato come la classe degli "autosfruttati"? Sta forse dicendo Han che l'autoasfruttamento vale per tutti, indipendentemente dalle distinzioni economiche? Se fosse così, allora anche Warren Buffet è un autosfruttato? Nel testo La società della trasparenza l'ambiguita è già rintracciabile. In effetti la trasparenza riguarda, nel testo di Han, sia l'uomo qualunque che il politico.  Il coreano sostiene che se i politici sono sempre coinvolti in scandali, questo dipende dal fatto che sono sempre più controllati, nel senso che ogni cosa che dicono potrebbe finire sul giornale, ogni loro azione sarà commentata, ogni attimo della loro esistenza è sempre sotto i riflettori, per cui il potere che si basa sulla segretezza si trova sotto scacco. Tuttavia oggi il politico, come diceva Pound, è "il cameriere del banchiere".  Anche questi banchieri sono soggetti alla trasparenza? Ma rimane sempre il problema della zona d'ombra, una zona che Han individua qualche volta in T.O.R. o nelle dark pool.



Nell'analisi del potere Byung-Chul Han sembra rifarsi a due importanti filosofi poststruturalisti: Michel FoucaultGilles Deleuze. Foucualt è molto interessante per quanto riguarda l'analisi del potere perché ne critica l'immagine classica. Egli afferma che il potere non ha un centro (es. lo Stato), ma una pluralità di fuochi locali (prigione, manicomio, fabbrica, scuola, ecc.). Il potere non è posseduto da qualcuno (es. classe politica, gruppo di banchieri), ma è esercitato da qualcuno. Il potere consiste in una tattica. Foucault sostiene che se lancio un registratore per intimidire una persona, sto esercitando del potere. Il potere non è mai veramente repressivo secondo Foucault. In generale si può dire che l'uso della violenza è messo in atto solo quando non ci sono altre alternative. Tuttavia il vero potere riesce a ottenere quello che vuole con il consenso o con le sole parole. Usare la violenza è già segno che qualcosa sta sfuggendo al nostro controllo. Secondo Foucault il potere è un rapporto di forze ed è esercitato da soggetti su altri soggetti, di modo che uno produce un affetto e l'altro lo subisce. La possibilità per i soggetti che subiscono l'esercizio del potere consiste nel resistere alla forza che è applicata su di loro. Nel caso di Deleuze il discorso è un po' diverso. Deleuze pensa la società come liquida e come un insieme di linee di fuga che fuggono per ogni dove. Queste linee sono quelle del desiderio che percorrono quel che Deleuze chiama Corpo senza organi. Il potere ha lo scopo di organizzare e bloccare le vie di fuga. Nella politica per Deleuze esistono due piani: Macropolitica e micropolitica. La macropolitica siguarda gli insiemi binari molari (borghesia-proletariato; patrizi-plebei), la micropolitica concerne l'aspetto molecolare e anonimo della società. Il meccanismo della psicopolitica di Han tende ad avere come oggetto l'inconscio, dunque l'aspetto molecolare. 


Non siamo più nel vecchio potere dove i nostri dati dovevano estorcerceli con la forza o noi stessi potevamo scegliere di consegnarli: adesso tutti questi dati li consegniamo gratuitamente a Facebook e ai social network, nonché anche a tutti quei siti di lavoro e così via, ma lo facciamo solo apparentemente per nostra scelta. Sui social scriviamo quello che pensiamo, mettiamo le nostre foto e così via. Consegniamo noi stessi al potere, consegniamo loro infiniti dati, gli diamo il potere di controllare la nostra mente o meglio gli diamo la possibilità di leggere i nostri pensieri che pubblichiamo gratuitamente, ma dall'altra parte quei dati sono anche merci, hanno un prezzo e possono essere venduti. Byung-Chul Han distingue due forme di sorveglianza su Facebook: una è implicita e concerne i moderatori invisibili che osservano quello che noi stessi scriviamo; l'altra è esplicita e avviene tramite servizi segreti. Tuttavia il coreano è convinto che Facebook stia diventando sempre di più una forma di servizio segreto. È proprio questo filosofo a dire che Facebook è psicopolitica, che la psicopolitica nasce con il capitalismo neoliberale, ma il capitalismo, come diceva Walter Benjamin, è una forma di religione, perciò Byung Chul Han definisce Facebook come la sinagoga del digitale. Facebook, come internet in generale e il potere con cui abbiamo a che fare in questa società psicopolitica, non è il potere precedente che deve interdire, censurare, sopprimere la libertà. Questa nuova forma di potere accoglie la libertà: esso è permissivo. Il suo interesse è di renderci dipendenti, di modo che ciò vogliono da noi coinciderà con quello che noi vogliamo. Il nostro oggetto del desiderio sarà essere schiavi. Questo poi è il senso della frase che Byung-Chul Han cita all'inizio del libro: "protect me from what I want". Ciò che viene spontaneo da chiedersi è che relazione possa esserci tra questo e il concetto di desiderio di Deleuze. Questo fatto conferma o mette in discussione la nozione deleuziana di desiderio? Faccio un esempio pratico: metto su Facebook dei "mi piace" su certi generi musicali, certi prodotti di abbigliamento, certi libri e così via; Facebook sfrutterà questo dato per inserire delle pubblicità che concernono questi elementi che mi piacciono di modo tale da convincermi ad investire, mentre Facebook guadagna soldi con la pubblicità; in questo caso: che ruolo ha il desiderio? Probabilmente qui viene condotto il desiderio in una trappola. Il desiderio desidera che un oggetto di consumo venga alienato in una merce consumata. Questo meccanismo non porta il desiderio ad essere produttivo, l'oggetto-merce economico è sempre mancante in quanto proprietà privata dotata di valore di scambio. Ovviamente qui il problema si allargherebbe su questo tema: il mondo consumista ha davvero messo in discussione le tesi dell'Anti-Edipo?  Noi possiamo anche non essere consapevoli di quell'oggetto del desiderio che Facebook ci mette di fronte, anche se noi lo desideriamo, e questo significa che esso ha potere su di noi. Il punto è che il potere non ha più il vecchio volto negativo della censura, della repressione. Questa forma di potere, che pure esiste in una certa misura, è qualcosa che sta dietro il volto buono del potere, perché il potere nella psicopolitica deve atteggiarsi necessariamente da buono. Così Byung-Chul Han, che rilegge Naomi Klein, afferma l'inattualità dei metodi politici ed economici presentati nel libro della Klein Schock economy. In quel libro Naomi Klein traccia un parallelismo tra le tecniche di lavaggio del cervello usate dalla C.I.A. nel periodo del dopoguerra e le teorie di Friedman sulla crescita economica. Così come la C.I.A. aveva pensato un metodo tramite elettro-schock per resettare completamente una persona e per riformarla da capo, allo stesso modo Friedman pensava che solo le guerre o i fenomeni veramente traumatici avrebbero portato in un caso di crisi economica alla crescita di un paese. Queste forme di coercizione sono, secondo il filosofo coreano, qualcosa di vecchio, nel senso che il potere non ha più bisogno di usare questi metodi dal momento che basta che faccia uso della sua persuasione e la nostra capacità di diventare dipendenti. In pratica il potere porta a desiderare la servitù. 





Il grande fratello non è finito! Apple, come nota Han, nell'anno 1984, durante un super-Bowl, fa passare uno spot in cui dice di averci liberato dal grande fratello. In realtà, secondo il filosofo coreano, quella è la data di nascita del secondo grande fratello: il grande fratello che non ha più bisogno di essere repressivo, ma ha un volto amico (lo smile?). Esiste una forma di servitù che in parte passa per il mondo consumista, per altra parte per il mondo dei dati. Dal punto di vista del consumo, presi nel nostro autosfruttamento, in una continua ricerca di qualcosa che possa darci almeno un minimo di soddisfazione, consumiamo di più. Tuttavia non consumiamo semplicemente merci: consumiamo emozioni. Secondo Byung-Chul Han il capitalismo confonde volutamente affetto, emozione e sentimento. Noi viviamo in una società piena di emozioni e senza sentimenti. L'emozione è temporale, dura un attimo, è soggettiva e additiva. Essa costituisce una delle competenze che ora viene richiesta nel mondo del lavoro. Il sentimento è narrativo, ha durata ed è oggettivo. Esiste un'altra differenza che il capitalismo secondo Han tende a mistificare ed è quella tra liberare dal lavoro e liberare il lavoro. Siccome nel capitalismo esiste una perfetta identità tra lavoro e sfruttamento, non esiste un lavoro senza sfruttamento. Per liberare dal lavoro, del resto, è molto semplice: basta licenziare le persone. Ma questo, anziché essere contro il capitalismo, ne persegue i suoi fini. Quindi, riferendosi ad una certa opera di Robert Kurz, Manifesto contro il lavoro, il coreano afferma che Marx voleva liberare il lavoro e non liberare dal lavoro. Quello che dice in questo momento lo dice troppo di fretta. In realtà se è così che intende le cose, allora non tiene conto che in Marx c'è una contraddizione. Questa contraddizione l'ha sottolineata bene Hannah Aredt nella sua critica al filosofo tedesco. Marx all'inizio dice che l'uomo è essenzialmente un lavoratore, quindi compone una critica al lavoro alienato nel mondo capitalista. Tuttavia quando parla del comunismo Marx vede la possibilità di una società dove la tecnologia libera l'uomo dal lavoro e l'uomo può, abolendo la proprietà privata, vivere la vita dedicandosi a ciò che più gli interessa, avendo parecchio tempo libero. È un modo come un altro per dire che l'uomo supera le sue condizioni umane, le sue condizioni terrestri che derivano dal suo stato di necessità. Questo fenomeno dell'emancipazione, che spesso viene visto come positivo, ha rivelato già da tempo il suo volto negativo e il suo carattere di mito. È la tecnologia che emancipa l'uomo dalla natura, ma con questa l'uomo ha trovato un modo per distruggere il mondo e anche se stesso. La questione dell'emancipazione è il tema principale dell'illuminismo: la ragione contro il mito, contro ogni forma di ciarlataneria e di superstizione. La ragione si separa dalla natura, dai suoi vincoli, pugnalando il mito alle spalle, per prendere il dominio assoluto sul mondo, ma questa ragione non è altro che una ragione strumentale e proprio quando deve giustificare i suoi metodi, quando parla per esempio del progresso scientifico e della società, non fa altro che raccontare altri miti. Byung-Chul Han considera questa forma di relazione ragione/natura la prima forma di illuminismo. Tuttavia ne esistono altre due: una seconda forma di illuminismo data dal dataismo e una terza dal mondo digitale. Il coreano parla della seconda forma di illuminismo che definisce come dialettica tra il dataismo e l'ideologia (teoria). Il dataismo è la scienza dei data, del data maining. I data sono i dati informatici sulle persone, sulle cose e così via. Han spiega come gli illuministi si siano lascianti trasportare dall'entusiasmo nella scoperta delle potenzialità della statistica. Questo fenomeno è rintracciabile in Kant, Voltaire e Rousseau. In particolare quest'ultimo, con il suo concetto di volontà generale, secondo il coreano, intendeva un calcolo statistico. La nuova forma di illuminismo si basa sullo psicodramma e usa i dati come sua base. La nuova conoscenza consiste semplicemente in una connessione di dati. Così Chris Anderson dichiara la fine della teoria, la fine dell'ontologia e della psicologia, dopo tutto a che servirebbero quando ci sono già i Big Data? La conoscenza si riduce ad informazioni e connessioni di informazioni, ma questa non è teoria. Quando Byung-Chul Han parla di teoria, si riferisce al concetto hegeliano. Hegel afferma che comprendere che esiste un collegamento tra due dati non è di per sé conoscenza, ci permette solo di capire che se cambia uno dei due dati deve cambiare anche l'altro. Questo non spiega, tuttavia, perché esiste una tale relazione tra dati. Anche la conoscenza della relazione causale, che è molto di più della semplice connessione di due dati, non è l'ultimo grado di conoscenza. La conoscenza comincia con una chiusura, questa chiusura si ha nel concetto. L'obbiettivo del dataismo consiste da un lato nel conoscere l'inconscio di una persona (guardando la frequenza dei dati si può costruire il suo psicodramma), dall'altro si cerca di costruire il soggetto per assoggettarlo. Il soggetto è in questo senso quantificato. Esso è  un insieme di dati come: la quantità di zuccheri nel sangue, la quantità di calorie, ma anche pensieri ed emozioni. L'obbiettivo del potere è di costruire dei soggetti sulla base di dati da inserire in categorie. Le categorie sono le nuove classi digitali, ad esempio le 70 categorie di Acxiom. Anche nei casi delle elezioni sulla base dei dati sono costruiti dei soggetti elettori tipo, facenti parte di certi target. Successivamente vengono create delle campagne politiche mirate per ottenere il consenso di questi per ogni target. Il sistema funziona perché noi continuiamo a pensare di essere quel soggetto che il potere stesso costruisce, perché facciamo quello che il potere vuole, nel senso che nessuno di noi riesce ad essere veramente se stesso e di conseguenza imprevedibile nelle sue scelte. Lo psicodramma, così come la statistica, come dice Nietzsche, funzionano solo perché esistono masse uniformi, ma se così non fosse, crollerebbero subito. Per esempio: Nietzsche lancia la sfida a chi si occupa di statistica, dicendo: provate a fare statistica con gli artisti! 

A questo punto Byung-Chul Han pensa come unica via d'uscita da un lato l'arte di vivere di Foucault, ma sopratutto l'idiotismo deleuziano. Per Deleuze essere un idiota significa semplicemente non sapere quello che tutti sanno o quanto meno non darlo per scontato. Ad esempio tutti danno per ovvio cosa siano cose come il denaro, il pensiero o l'uomo, fino a quando qualcuno non ha il coraggio di dire che non lo sa e chiede: che cos'è l'uomo? Questa persona è il filosofo, un filosofo come Socrate o Cartesio. L'idiota che non dà nulla per scontato, che non è qui per leggere la verità tiene in tasca, è forse una delle persone più rivoluzionarie di sempre e adesso questo individuo è difficile da catturare dal potere. Socrate è stato condotto alla morte, ma avrebbe potuto comunque scappare ed è stata tutta scelta sua, in vero dentro era libero e il potere non si mai sognato di averlo in pugno o di sapere cosa stesse pensando.

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mercoledì 23 settembre 2015

Dai libri di Byung-Chul Han: Nello sciame





Rispetto a La società della trasparenza Nello sciame di Byung-Chul Han ha molto di innovativo. Nello sciame forse è uno dei libri più interessanti di Han. Nello sciame introduce il lettore alle tematiche del mondo virtuale di internet, oltre il discorso più generico della trasparenza. La critica alla società pornografica o l'evidenza di un fenomeno di prostitutizzazione totale non erano del tutto estranei al secolo precedente e certamente Walter Benajmin era un acuto osservatore di questo fenomeno. La potenza di questo saggio di Byung-Chul Han consiste nel fatto che riesce a descrivere fenomeni più attuali in modo molto più marcato. Immergersi in questo libro significa fare un bagno nella realtà, sempre nuotando contro corrente. Ciò che riesce sicuramente molto bene all'autore del saggio è la critica della società contemporanea, la sua acuta interpretazione. Rimane un mistero se vi siano delle soluzioni a tutto questo, se si nasconda un messaggio più profondo in questi scritti: un'ermeneutica narrativa? Il capitolo iniziale tratta il tema del rispetto e sostiene che questa società trasparente non ha rispetto. La riflessione comincia dalla parola tedesca: "Rücksicht". Essa letteralmente vuol dire "riguardo" (Rück: schiena, dietro; sicht: viene da "sehen" che vuol dire vedere). Il riguardo presuppone, secondo l'autore, uno sguardo distaccato sull'altro. Tuttavia il nostro mondo contemporaneo elimina ogni distanza, tutto è vicino sia per via di internet, sia perché non c'è privacy, sia perché i Google glass trasformano i nostri occhi in macchine fotografiche, cioè la tecnologia ci permette di penetrare ogni cosa.




Tre sono i modelli presentati da Han: quello del potere (Macht), quello del rispetto (Rücksicht) e quello di internet o della shitstorm (Scheißestürm).

1) Il modello del potere è verticale e trascendente. Il potere parte dall'alto e agisce verso il basso. Questo meccanismo è lo stesso dei Mass media come la radio o la televisione, dove il pubblico recepisce passivamente un messaggio senza esserne partecipe. Definizione di potere: "Il potere è una relazione asimmetrica che fonda un rapporto gerarchico." (Han, Byung-Chul, Nello sciame, Figure nottetempo, Roma, 2015, pp.16)

2) Il rispetto presuppone la distanza e può seguire una logica asimmetrica, ossia sposarsi con il potere, oppure può seguire una logica simmetrica secondo l'idea del "rispetto reciproco".

3) La Shitstorm non è altro che la tempesta di informazioni che è internet. Essa segue una logica simmetrica, ma senza rispetto, perché non conosce le distanze. Qui si manifesta lo sguardo acuto di Byung-Chul Han: i mass media come la televisione e la radio hanno una funzione verticale. Noi recepiamo soltanto passivamente il messaggio che ci viene mandato. Essi hanno certamente uno scopo di indottrinamento e manipolazione, ma internet compie una rivoluzione come modello: il suo sistema è puramente orizzontale. Così come noi possiamo leggere articoli, così possiamo anche scriverli.


Una domanda sorge spontanea: dal momento che il modello qui presentato del potere, almeno in ambito filosofico sembra un po' superato, per esempio dallo stesso Foucault, potrebbe essere che la shitstorm costituisca una forma di potere orizzontale, un potere diffuso? Non si può escludere questa eventualità, tenendo presente due cose: la prima è che Han parla comunque di sovranità su internet; la seconda è chel Han, e qui sta la parte più bella del libro, cerca di superare il concetto di biopolitica foucaultiano. Possiamo dire che mettere un video su youtube e prendere tante visualizzazioni oggi è potere, così come i blogger possono pilotare la domanda delle merci, convincendo persone a comprare prodotti, grazie al loro potere di influencer dato dai post che scrivono. Oramai possiamo sostenere che il livello orizzontale di potere è prevalente. Questo offre delle possibilità di contrasto a quel potere verticale che ancora persiste (Europa, governi, banchieri, grandi uomini della finanza). La rete è come una ragnatela: tutto si propaga, non per filiazione, ma per contagio. Il fenomeno del contagio lo ha ben presente anche Han, ma a questo punto, cosa che lui non fa, sarebbe quasi irresistibile non fare riferimento al modello biologico e di evoluzione delle specie tipico della schizoanalisi di Deleuze e Guattari: un animale appartiene ad una specie quando questo è portatore di un determinato codice; essere portatore di un codice più che essere una questione di essenza è una questione di appartenenza ad una determinata molteplicità o banda; quando questo animale perde le caratteristiche sue essenziali e ne acquisisce altre, prima si decodifica e poi si surcodifica diventando quello che Goeffroy Saint-Hilaire avrebbe definito come mostro. La genetica ha cambiato l'immagine dell'evoluzione, ha definito la propagazione per contagio. Questo è internet: siamo tutti mostri contagiati, siamo tutti contagiati dalle informazioni e noi stessi ce ne facciamo carico riportandole e propagandole dappertutto. Per avere potere da blogger su internet basterebbe semplicemente fare in modo che il blog sia molto visualizzato (numero dei contagiati) e fare si che chi lo visualizza ne faccia lui stesso pubblicità (condivisione del contagio). Chi è in grado di fare questo meglio di tutti potrebbe dirsi il signore di internet. Anche nei modelli della geografia, che non compaiono nell'opera di  Han, ma che, secondo me, meritano un po' di attenzione, è presente il fenomeno del contagio. In primo luogo esistono studi geografici sulla diffusione delle malattie, ma qui il contagio è un fenomeno che la geografia non usa, semplicemente descrive. Molto più interessante è il caso del modello di Hägerstrand che crea un sistema di diffusione delle innovazioni tramite celle. In questo caso il modello usa il contagio come fenomeno che prende parte nella teoria, come lettura della diffusione dell'innovazione. Hägerstrand dice che la maggiore probabilità che qualcosa si diffonda sta nelle celle vicine e via via diminuisce in quelle lontane. Così la diffusione della tecnologia (contagio tecnologico) nella sua probabilità dipende dalla distanza dal centro: più è distante, meno ci sono probabilità; più è vicino, più è probabile.  Han afferma che internet cancella le distanze, ma questo va riferito solo alla distanza fisica, al fatto che persone che vivono una a New York e l'altra ad Hong Kong possono vedersi su Skype. Invece internet in senso vero e proprio sembra più un sistema di scatole a livelli: un sito ha delle pagine oltre alla homepage, su queste pagine ci sono dei link ad altri siti e così via. Se io voglio arrivare a quei link dovrò cliccare più volte e i click misurano una qualche distanza. Chi lo sa se il modello Hägerstrand si possa applicare al contagio informativo di internet.







Ovviamente internet presuppone delle persone che ci navighino, quindi il problema consiste nel capire l'identità del soggetto. Mentre Horkheimer aveva decretato la lenta scomparsa della figura dell'individuo nella massa, qui Han, rifacendosi al concetto di massa di Le Bon, sostiene che non ci sono masse oggi. Il concetto di massa viene trasformato in quello di "sciame". Ecco un altro motivo per dire che internet è diverso dai "Mass" media. Forse lo sciame è quel che resta della moltitudine di Hardt e Negri. Han denuncia l'inefficacia della "moltitudine" e della rivoluzione sciamante, in quanto questa consiste solamente in una forma di "smath mob", una rivoluzione improvvisa, ma poco efficace. Questo fenomeno dell'anonimato non è mai un caso: le nuove rivoluzioni sono senza soggetto, rimandano all'uomo qualunque e all'anonimous con la maschera di V per vendetta. Quello che interessa ad Han è che questo anonimato non è in opposizione alla società della trasparenza, dunque l'anonimato diventa solo una forma di qualunquismo e il qualunquismo è ciò che caratterizza molti partiti da società trasparente come ad esempio il Piratenpartei tedesco, il quale trova un corrispettivo perfetto in Italia nel Movimento 5 stelle. Questi due sono i classici movimenti da shitstorm, integrati perfettamente nell'era del capitalismo digitale dove la rete è il potere. Essi tentano di pensare una democrazia diretta a partire dalla tecnologia di internet (altra caratteristica che gli connota Han è la seguente affermazione: "il mio pubblico di elettori sono io"). Ma perché pensare a internet, direbbe Han, quando c'è già QUBE (question your tube)? QUBE è una televisione in cui il soggetto può scegliere: per esempio può interagire con il televisore e selezionare determinati prodotti di suo gradimento. Perché non usare questa come vorrebbe lo stesso Flusser? In questo caso, ossserva Byung-Chul Han, l'atto del votare diventerebbe shopping. Non è forse vero che il voto è già compravendita, campagna politica marketing e così via? Di fatto, come già facevo notare nell'altro commento, non si può pensare che tutto sia trasparente e infatti qualcosa non lo è mai. Han mostra come Facebook e Google di fatto stanno diventando o lo sono già, come dei servizi segreti; inoltre si noti quanto Han afferma su Acxiom (società di big data americana), la quale sembra avere molti più dati dell'FBI. Che il proprio destino non dipenda più dai singoli, ma da organizzazioni sempre più grandi, è quel che diceva già Horkheimer nell'Eclisse della ragione. Ciò che va aggiunto che dovrebbe aggiungersi oggi è che comunque esiste questa simmetria su internet, che è possibile diffondere più facilmente informazione alternativa con questi mezzi.


Il giudizio di Han rimane sempre negativo: l'informazione è sempre integrata nella società dell'apparenza e non è necessariamente sinonimo di verità, anzi la verità dipende sempre dall'ermeneutica, dalla tensione narrativa e così via. Non può non saltare all'occhio il fatto che Byung-Chul Han afferma che viviamo in una società post-politica, post-metafisica e post-ermeneutica. I primi due potevano andare anche d'accordo con l'ermeneutica che parla di fine degli ideali e di caduta della metafisica in favore di un mondo che diventa un insieme di prospettive. Il problema è che anche l'ermeneutica è stata superata dalla trasparenza dell'informazione. Han contrappone l'additività del sapere dell'informazione, il suo modo di essere computerizzato, alla narratività del sapere in senso vero e proprio, alla teoria e all'interpretazione. Con tutti questi dati, a che serve interpretare? si chiede l'uomo contemporaneo. Questo può dirlo qualcuno che non ha capito la differenza tra accettare la realtà così come è "data", riprodurla, descriverla e criticare la realtà così com'è, per superarla. L'ermeneutica di Chul Han deve essere quella del distacco, una "dialettica negativa"?. Certamente lui è abbastanza distaccato da poter dire ora che abbiamo finito con la biopolitca, adesso cominciamo come la psicopolitica digitale. Qui cambiano le cose perché possono essere controllati anche i pensieri e non solo i corpi, perché basta guardare il cervello, colori e reazioni, si possono tentare di comprendere i pensieri delle persone e poco interessa alla gente, ma dovrebbe interessare invece, come il potere abbia sempre saputo servirsi della psicologia.