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sabato 21 aprile 2018

Deleuze: la ragione intuitiva VIII


 






Nei testi precedenti ho parlato di razionalità. Fino a questo momento ho presentato dei modelli di razionalità che più o meno rientrano nello schema di Kant. Ho designato la ragione strumentale come lo stadio più primitivo della razionalità. Per ragione strumentale intendo quella ragione che si interroga sulla razionalità dei mezzi soli e non dei fini. A partire dalla ragione strumentale i modelli di razionalità si fanno più complessi ed evoluti. Ci sono modelli di ragione in un cui il fine non è più un mezzo per qualcos'altro (es. ragione pratica pura di Kant), modelli in cui la ragione prima di capire quali sono i mezzi più razionali, si chiede se i fini siano razionali o meno (es. ragione oggettiva di Horkheimer), ci sono modelli in cui la ragione non riguarda giudizi a posteriori come la ragione strumentale, ma giudizi a priori (es. ragion teoretica pura di Kant) e altro ancora. Qualcosa, tuttavia, sfugge al modello di Kant e non vi può essere compreso: l'intuizione. Kant intende per intuizione il singolo dato sensibile e quando si chiede se siano possibili delle intuizioni per l'intelletto, egli afferma che è impossibile. Esiste un altro senso della parola "intuizione", che è il senso che noi attribuiamo normalmente a questa parola: avere un'idea brillate. Spesso pensiamo che l'intelligenza sia una questione di ragionamento e con questo spesso intendiamo un calcolo logico deduttivo. Tuttavia esiste un altro tipo di intelligenza: un'intelligenza intuitiva. Senza questo tipo di intelligenza non sarebbe possibile nemmeno quel calcolo logico deduttivo, in quanto l'intuizione sta alla base della congiunzione e della connessione di idee. La mia intenzione è di presentare un altro modello di razionalità basato sull'intuizione. Questo modello è stato pensato principalmente da due filosofi: Henri Bergson e Gilles Deleuze. Deleuze stesso interpreta il metodo di Bergson come metodo che segue l'intuizione.

Esistono due modelli classici sull'intuizione: la teoria razionalista dell'intuizione e la teoria empirista dell'intuizione. Quella che chiamo teoria razionalista dell'intuizione sostiene che possiamo avere un'idea nuova semplicemente sommando due o più idee della nostra mente. Supponiamo che le menti funzionino come degli insiemi. Data la mente A al tempo t1 come insieme che contiene gli elementi (idee) A e B, è sufficiente sommare A e B per ottenere C, l'idea nuova che deriva dalla somma. L'equazione A + B = C esprime la somma di due idee per ottenere una terza idea. Questo modello dice certamente qualcosa di vero, ma manca completamente il punto: dov'è l'intuizione? La somma non ci restituisce mai l'intuizione, così come nessun calcolo logico. L'intuizione è piuttosto questo: come ti è venuto in mente di fare questo: A + B = C? L'intuizione è l'idea di sommare le due idee per avere la terza idea, quindi è un'altra idea. Se prima le idee nella mente erano due, dopo non sono tre, ma quattro. L'intuizione non era un'idea già presente nella mente: veniva da fuori. In tedesco si usa il verbo "einfallen" per dire che ci è venuto in mente qualcosa. Letteralmente il verbo vuol dire "cadere dentro". Problema: da dove? Da dove viene l'intuizione? La teoria empirista dell'intuizione tenta di risponde a questo problema affermando che l'intuizione viene dall'esterno, dal mondo che è oggetto dell'esperienza. Se osservo un oggetto e noto un cambiamento in esso, o se semplicemente vedo un oggetto da un'altra prospettiva, potrei avere una brillante intuizione. I problemi di questo modello sono i seguenti: sul piano empirico gli oggetti possono rimanere identici anche se ontologicamente mutano; quando un oggetto muta, non è detto che io sia consapevole che sia mutato, potrei anche non accorgermene; nel caso cui me ne accorgessi, a quel punto devo spiegare cosa ha fatto sì che prima non ho notato il mutamento e ora sì, tenendo presente che non posso appellarmi ad altri fatti esterni, salvo rari casi. Un altro modello sull'intuizione meriterebbe di essere aggiunto: il modello platonico. È famoso l'episodio del Menone in cui Socrate interroga uno schiavo dimostrando che anche lo schiavo, pur non avendo mai seguito nessun corso di matematica, è arrivato a risolvere il teorema di Pitagora. Secondo Socrate la spiegazione dell'intuizione dello schiavo è la seguente: l'anima prima di cadere in questo mondo ha contemplato le idee nell'iperuranio e quando è caduta ha dimenticato la verità, tuttavia in quel momento ha incominciato a ricordare qualcosa. L'intuizione è un ricordo, un frammento di qualcosa di molto profondo che riemerge dall'anima. Questo modello ha troppe assunzioni indimostrabili (anima, immortalità, idee platoniche, mondo delle idee, ecc.), per questo è difficile da sostenere come tesi. Tuttavia esiste un altro modello che potrebbe sembrare diverso, ma in realtà è abbastanza simile e ha molte meno assunzioni indimostrabili. Mi riferisco al modello freudiano dell'intuizione. Alcune persone, continuando a pensare ad un problema durante il giorno, sognano la soluzione ("la notte porta consiglio"). Secondo questo modello l'intuizione dipende dal fatto che noi diventiamo coscienti di contenuti inconsci. Le idee, in questo senso, possono essere dette nuove, solo nella misura in cui ci erano oscure, ma hanno sempre abitato in noi. Questo modello ha come unica assunzione l'esistenza dell'inconscio.

Rispetto a questi tre modelli quello di Deleuze ne rappresenta un quarto molto più avanzato. I modelli precedenti sono opposti nella misura in cui alcuni cercano l'origine delle intuizioni nel mondo esterno e altri nel mondo interno. Deleuze rompe con l'opposizione esterno/interno grazie al suo concetto di Fuori. Deleuze pensa piuttosto una dimensione anonima che precede la distinzione soggetto/oggetto o interno/esterno. Deleuze con Freud coglie l'importanza dell'inconscio nel pensiero, ma pensa l'intuizione come un metodo rigoroso. Il metodo dell'intuizione in Bergson secondo Deleuze segue principalmente tre punti:

1) Portare il vero e il falso nei problemi.

2) Combattere l'illusione e trovare le differenze di natura.

3) Porre i problemi e risolverli non in funzione dello spazio, ma del tempo.

La nozione di intuizione in Deleuze si intreccia con il tema del problema. Il primo passaggio dell'intuizione consiste nel riconoscere che il vero e il falso riguardano i problemi, non meno delle soluzioni e delle risposte. Bergson spesso scrive a proposito di problemi mal posti, Bergson critica chi confonde il tempo con lo spazio, chi considera antecedente la privazione rispetto alla presenza di qualcosa, chi confonde la memoria con la percezione. È a partire da queste confusioni che nascono tutti gli errori e i problemi mal posti. Questo spiega anche il secondo punto: la guerra contro l'illusione. L'ultimo punto si riferisce alla relazione tra la durata e l'intuizione. L'intuizione è durata nella misura in cui è processo.

L'intera sezione sulla filosofia del testo Che cos'è la filosofia? di Deleuze e Guattari è dedicato al tema dello studio dei problemi e dell'origine dei concetti. La creazione dei concetti, secondo Deleuze, costituisce la pratica del filosofo. Il filosofo è l'amico del concetto. Il concetto non si scopre: si crea. È importante sapere come è avvenuto questo fatto, perché il concetto si crea in risposta ad un problema. Per capire da dove nasce un concetto bisogna essere ben consapevoli del problema che sta a monte rispetto al concetto. Un esempio di Deleuze: il concetto di Idea di Platone nasce dal problema dei pretendenti. Se vogliamo capire chi è il migliore in un dato settore, ad esempio il management, è opportuno avere un modello del manager ideale e capire quale tra le persone selezionate si avvicina di più al modello. Ogni cosa per Platone è in relazione alle idee sia perché è mimesis delle idee sia per metexis, ossia per partecipazione nell'idea. La partecipazione ha diversi gradi nelle cose, ci sono cose che partecipano di più dell'idea e altre di meno. Il concetto è definito da Deleuze come puro incorporeo, come qualcosa di virtuale che sfugge alle coordinate energetico-spazio-temporali. Il filosofo non è dedito alla chiacchiera o al dialogo, come gli uomini di senso comune che si radunano ai tavoli del bar per condividere commenti sulle proprie passioni. Il filosofo è seduto a un tavolo da gioco e lancia dadi, come faceva Eraclito davanti al tempio di Artemide. I problemi vanno costruiti e c'è un buon modo per costruire i problemi e uno cattivo. A seconda di come è stato impostato il problema, la risposta viene da sé. Il concetto si genera a partire da come il problema è stato costruito. Tutto questo deve essere visto come intuizione. Inoltre Deleuze parla di un piano di immanenza, un piano sorvolato da questi concetti come eventi. I concetti si concatenano sul piano e il piano definisce le opzioni. Ogni domanda ha le sue opzioni di risposta, le antinomie di Kant sono sempre due opzioni diverse alla stessa domanda.

Deleuze intende costruire una nuova immagine del pensiero con il concetto di intuizione. Questo progetto è già presente in Differenza e ripetizione. La Critica della ragion pura ha un difetto fondamentale: il trascendentale è stato pensato ricalcandolo sulla realtà empirica, in questo senso esso è doppio rispetto all'empirico. Kant ha pensato le condizioni di possibilità di conoscenza del mondo stesso sulla base della struttura del mondo, in questo senso il suo trascendentale rimane un doppio della realtà empirica. Che il pensiero debba semplicemente essere il doppio della realtà è esattamente ciò che critica Gilles Deleuze. L'immagine classica della verità in filosofia viene da Aristotele e Aristotele sostiene la teoria della corrispondenza. Secondo la teoria della corrispondenza un enunciato è vero se e solo se esiste un fatto che corrisponde a quell'enunciato (l'enunciato "il muro è bianco" è vero se e solo se esiste un muro che è bianco ed è esattamente il muro a cui si riferisce la frase). Questo riduce il pensiero ad una riproduzione della realtà, ad fatto di doppio, eliminando completamente l'aspetto produttivo. Deleuze, al contrario, riconosce la produzione della verità a partire dalla costruzione dei problemi. La forma di pensiero che si limita a riprodurre la realtà è il riconoscimento. Lungo la storia della filosofia il riconoscimento è l'immagine del pensiero più diffusa. È bene citare almeno tre nomi: Socrate, Cartesio e Kant. Nel Teeteto Socrate pensa il falso e il vero a partire dal misconoscimento e il riconoscimento. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teodoro!", allora dico il falso perché non l'ho riconosciuto. Penso sia Teodoro, mentre è Teeteto. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teeteto!", dico il vero perché l'ho riconosciuto. Infatti egli è effettivamente Teeteto. Cartesio, nella seconda delle Meditazioni, sostiene che se osserviamo un pezzo cera compatto con le sue qualità, poi lo sciogliamo al fuoco, saremo in grado di riconoscere che è lo stesso pezzo di cera. Da questa osservazione Cartesio intende inferire che c'è un soggetto pensante alle spalle di questo riconoscimento, ma continua a far riferimento al modello del riconoscimento come forma di pensiero. Kant nella Critica della ragion pura costruisce un modello di pensiero che chiama "giudizio determinante". Il giudizio determinante consiste nell'applicazione della regola al caso, l'applicazione del concetto all'intuizione. Il concetto secondo Kant consiste in una funzione che unifica una molteplicità di rappresentazioni. Il concetto di uomo unifica una serie di rappresentazioni di uomini, ad esempio Socrate. Il concetto senza l'intuizione (il dato sensibile) resterebbe vuoto, così come l'intuizione senza concetto sarebbe cieca. La conoscenza in Kant consiste nell'unione di queste due parti. La comunicazione tra queste due parti eterogenee è possibile solo grazie alla rappresentazione. Così la conoscenza diventa un'applicazione del concetto all'intuizione attraverso lo schema. Questa conoscenza rimane sempre una forma di riconoscimento perché consiste in questo: applicare il concetto all'esemplare e dire che l'esemplare ricade sotto quel concetto. Dire, cioè, questo è un tappeto, ossia il tappeto intuito coi sensi ricade sotto il concetto di tappeto. Il problema del riconoscimento non riguarda solo la filosofia ed è anche piuttosto attuale. Le neuroscienze, come nota lo stesso Deleuze, fanno del cervello l'organo del riconoscimento. Nelle neuroscienze si parla molto di referenziale ed inferenziale. Si parla di referenziale quando, vedendo qualcosa, sono in grado di dire cosa è a partire dalla semplice impressione dell'oggetto. L'inferenziale, invece, si basa sull'inferenza. Se ho una serie di dati, per esempio mi dico che un koala ha la pelle grigia, delle orecchie rotonde, che si arrampica sugli alberi, quando vedrò un animale, sulla base di quei dati, potrò dire se si tratta di un koala o meno. Entrambe queste funzioni condannano il pensiero ad essere riproduzione e non produzione. In una qualche misura sono proprio l'opposto dell'intuizione.

Il pensiero secondo Deleuze è un irruzione del nuovo, come un fulmine che ci colpisce in un istante. Qualcosa fa breccia nella nostra mente, un segno tutto da decifrare. Il pensiero implica le potenze dell'inconscio. Il pensiero non rinvia ad un soggetto pensante (Cogito), ma alle potenze anonime dell'inconscio stesso che precedono l'Io e lo attraversano creando un disordine nelle facoltà, tutto l'opposto dell'armonia del bello. Si tratta piuttosto del caotico sublime. Il pensiero è processo e l'intuizione funziona proprio in questo modo. 

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mercoledì 28 marzo 2018

Dai libri di Byung-Chul Han: Razionalità digitale


 







Razionalità digitale è un breve testo, tradotto in italiano, che condensa in poche pagine molto del pensiero del filosofo coreano-tedesco, ma che, allo stesso tempo, sembra dirci qualcosa di nuovo sul suo pensiero, qualcosa che non compare in altri libri come La società della stanchezza o Psicopolitica. La questione principale del libro è la fine dello spazio pubblico e la conseguente morte dell'agire comunicativo. In un tempo in cui siamo sommersi dalla comunicazione, i messaggi, i post e le informazioni, Byung-Chul Han dichiara morta la comunicazione: perché? Internet che sembra costituire uno spazio pubblico o almeno uno spazio dove si pubblica, tuttavia esso, secondo Byung-Chul Han, non ha uno spazio realmente pubblico, in quanto internet manca completamente di uno spazio di agire collettivo. Esso è semplicemente un'insieme di spazi privati (account personali, blog personali, siti, propri profili, ecc.). Si scrive molto su internet, ma non c'è discorso. L'assenza di discorso determina, secondo Han, la fine dell'agire comunicativo. All'agire comunicativo il famoso filosofo Habermas faceva corrispondere una razionalità comunicativa. Internet pone fine a tutto questo. L'assenza del discorso su internet è particolarmente sottolineata per Han da Twitter: un social network fatto di brevi e rapidi messaggi. I suoi utenti cinguettano, ma non c'è discorso, non c'è dialogo con un altro. Si posta qualcosa e si attendono delle reazioni, si cerca di aumentare i propri “followers”. Il mondo di internet e dei social media, secondo Byung-Chul Han, è fatto di tanti ego e non c'è nessun noi. Resta da vedere come Han interpreti l'uso dei social media all'interno della primavera araba. Nelle ultime proteste internet ha giocato un certo ruolo e tuttavia non si vede nessun noi, ma si vedono tanti anonymous mascherati. Sono questi i soggetti di internet? Han parla di uno sciame, di una molteplicità di ego che commenta, produce e consuma allo stesso tempo, si sposta da youtube a Facebook per mettere video sulle proprie campagne di sensibilizzazione e spera che siano in molti a rimanere con gli occhi fissi a guardare sullo schermo il video.


Fine della ragione comunicativa, inizio di un'altra ragione: la ragione digitale. La nuova ragione digitale è la ragione dei Big data, una ragione additiva. Il modo di pensare di chi studia il data mining è quello della correlazione. I dati, i cluster di dati, ci mostrano solo correlazioni. Un esempio: spesso quando accade x succede l'evento y. Questo modo di pensare rappresenta un nuovo modello che tenta di rimpiazzare la causalità come modo di ragionare per cause ed effetti. Byung-Chul Han spesso afferma che i Big data non costituiscono conoscenza. Se pensiamo alla correlazione che ho citato prima, da questo semplice fatto sappiamo solo che le cose stanno in un certo modo e non perché stanno in quel modo, non sappiamo nulla di più di un piatto: “è così”. Oltretutto, seguendo Hegel, Byung-Chul Han afferma che la vera conoscenza è sempre del concetto, ma questo tipo di conoscenza non esiste nel data maining. Il data maining per Han non costituisce assolutamente una forma di conoscenza. Il carattere additivo della ragione digitale si estende in ogni ambito: numerici sono i nostri amici su Facebook, così come i followers di Twitter; allo stesso modo si contano i “mi piace”, le visualizzazioni, il tempo che le persone passano a leggere un articolo, la posizione nel pagerank di Google e così via.
Spesso si pensa che Han si un pessimista, che veda nella tecnologia una forma di distopia, ma in questo breve testo si vede che le cose stanno diversamente. Alla domanda se il futuro tecnologico costituisca una distopia o una utopia Byung-Chul Han non si esprime, non dà una risposta netta e decisa. Al contrario Han vede delle nuove opportunità, senza giudicarle come buone o negative. Il vero lavoro di un filosofo si fa sui problemi, lavorando sui problemi. Questo Han lo sa bene ed è per questo si pone molte domande, piuttosto che scrivere risposte affrettate. L'opportunità che ci offre internet è quello della costruzione di una nuova forma di democrazia: la democrazia digitale. Soggetti che vanno in questa direzione sono chiaramente i partiti di internet come il Piraten Partei o il Movimento cinque stelle. La democrazia si trasferirebbe su internet e i soggetti potrebbero essere chiamati a votare su molte decisioni su piattaforme specifiche come l'attuale piattaforma Rousseau. La democrazia digitale funzionerebbe in tempo reale. Su questo Han nota come la scelta su internet cambi decisamente: il click non lascia spazio all'esitazione tipica delle scelte. Il mouse segue anche lui un codice binario (1,0): o clicchi o non clicchi. Non è un caso che la piattaforma del Movimento cinque stelle si chiami “Rousseau”. Rousseau, certamente, è uno dei primi filosofi ad aver pensato un modello di democrazia diretta, tuttavia è interessante come l'ha pensata. Han nota come nella democrazia secondo Rousseau non sia necessaria la comunicazione e allo stesso tempo la determinazione della volontà generale sia definita dal puro calcolo. L'elemento del calcolo oggi è rappresentato dai Big data. Saranno i dati a determinare quale decisione viene presa. La determinazione della volontà generale secondo Rousseau funziona in questo modo: si vota non per il proprio interesse personale, ma in base a ciò che si pensa sia la volontà generale; il risultato è determinato sempre sulla maggioranza dei voti, perché si pensa che questa si avvicini maggiormente alla volontà generale; se abbiamo perso vuol dire semplicemente che ci siamo sbagliati sulla determinazione della volontà generale.


La democrazia digitale è un'opportunità, non è detto che a farla siano i soliti partiti, tuttavia bisogna vedere che tipo di interessi potrebbero avere in questa i grandi di internet: Facebook, Google, Amazon, ecc. Non dimentichiamoci che il problema più grosso della democrazia attuale è questo: la politica è l'appendice dell'economia. Immaginatevi che cosa accadrebbe se si creasse una democrazia su Facebook?

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martedì 27 febbraio 2018

La natura della ragione strumentale VI
















La Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica di Kant differiscono essenzialmente per un fattore. Nella Critica della ragion pura Kant pensa la ragione come uno strumento. Egli pensa la ragione come un compasso e dice che la ragione ha un campo limitato di applicazione perché la si usa per studiare solo ciò è esperibile, ma non può essere usata al di fuori di questo campo perché sarebbe come usare un compasso, non per fare cerchi, ma linee; nella Critica della ragion pratica la ragione non è uno strumento, ma è un soggetto. È il soggetto ad essere razionale in quanto portatore della legge morale. Nella Critica della ragion pura esiste il soggetto (l'io penso), ma è semplicemente una funzione logica, ciò che accompagna e unisce le varie rappresentazioni, altrimenti avremmo uno stato di schizofrenia con rappresentazioni voltanti ovunque. L'io penso è fenomeno, diversamente dal soggetto morale che è noumenico. Quindi per Kant la ragione strumentale ha soltanto un uso teoretico, non pratico. Spesso si dice che la ragione strumentale funziona secondo la logica mezzi/fini. Nella Critica della ragion pratica Kant smonta questa logica facendo del dovere un fine in se stesso. Secondo Kant usare la ragione strumentale per le azioni vorrebbe dire confondere la ragione teoretica con quella pratica, o usare la ragione teoretica in ambito pratico. Cercherò comunque qui di parlare della ragione strumentale e della ragione calcolante tentando di mostrare cosa ne hanno detto i vari filosofi, analitici e continentali. Mentre i continentali condannano completamente la ragione strumentale, soprattutto dopo l'esperienza del nazismo, negli analitici la critica non è così forte, ma certamente, anche loro, ammettono l'esistenza di tipi di razionalità migliori. Possiamo immaginare una ragione strumentale e calcolante come una ragione che cerca i mezzi per raggiungere un dato fine. Usando un calcolo, emette un risultato su quale sia il metodo migliore per arrivare al fine. Se il fine è diventare ricco, la ragione ci dice quale è il mezzo migliore, ma di che mezzo si tratta? Sotto certi aspetti si può dire che il capitalista che sfrutta il lavoratore per profitto sia razionale, nel senso che usa un metodo efficace per guadagnare di più, ma dal punto di vista del fatto che i lavoratori malati lavorano male, che quelli licenziati aumentano la massa dei disoccupati e che questi agiranno prima o poi contro il capitalista, la sua azione appare completamente irrazionale. Tutto dipende da quante informazioni includiamo nel calcolo. Molte delle nostre azioni sono completamente irrazionali dal punto di vista dell'ambiente-mondo che stiamo danneggiando (da questo punto di vista non è più razionale disboscare un bosco per piantare olio di palma, in quanto l'olio di palma costa meno). Nella mia analisi prenderò in considerazione principalmente tre autori: Hubert Dreyfus; Robert Nozick; Max Horkheimer.

a) Dreyfus: la ragione calcolante

Hubert Dreyfus è uno dei maggiori filosofi analitici sul tema dell'intelligenza artificiale. Nei suoi studi sull'intelligenza artificiale si è impegnato a dimostrare che la ragione umana è diversa dalla ragione della macchina e che ci sono cose che la macchina ancora non è in grado di fare, ma l'uomo sì. La ragione calcolante, puramente logico-aritmetica, è tipica dell'intelligenza artificiale e dei computer, ma la ragione umana è molto più di tutto questo. Secondo Dreyfus quel modello di razionalità a cui si rifanno chi programma e progetta macchine intelligenti non è altro che il modello di razionalità a cui si rifaceva lo stesso Socrate. Socrate, secondo Dreyfus, interrogava le persone che venivano considerate esperte nella sua società (es. i sofisti) e cercava di capire da loro quali fossero le regole che adottavano per pensare e per ragionare. La classica domanda socratica, ossia "che cos'è x?", è una domanda che chiede dei criteri sulla base dei quali un soggetto applica un concetto in un determinato caso. Ad esempio: se affermi che il soldato che non scappa di fronte al pericolo è coraggioso, sulla base di quale nozione di coraggio lo affermi? Il soggetto ha appreso delle regole e le mette in pratica, quando viene interrogato da Socrate, Socrate gli chiede delle regole che usa, ma il soggetto non le ricorda o non è in grado di rispondere. Mentre il soggetto sembra facilmente trovare casi di applicazione del suo concetto, egli sembra aver perso la regola. Il discorso regola/caso è il tipo di ragionamento che l'intelligenza artificiale usa e che è stato pensato in particolare dall'informatico Edward Feigenbaum, citato spesso da Dreyfus. La macchina intelligente segue un tipo di ragionamento deduttivo ed è programmata a seguire determinate regole. Esempio di Dreyfus: il gioco degli scacchi. La macchina viene programmata di modo tale che possieda tutta la conoscenza delle regole che adottano i campioni mondiali di scacchi. Ad ogni mossa è in grado di controbattere con una contromossa adeguata sulla base delle informazioni che possiede. L'essere umano funziona in modo diverso. L'uomo certamente impara prima le regole, le mette in pratica diverse volte per prendere confidenza, ma ad un certo punto riesce a eseguire tutto automaticamente senza nemmeno doversi ricordare più delle regole che usa. Un uomo che sta imparando una lingua come l'inglese dovrà prima di tutto apprendere le regole della grammatica e una buona dose di vocaboli. Mano a mano che farà pratica nel parlare, nello scrivere e nel leggere, non avrà più bisogno delle vecchie regole perché tutto gli viene automatico. L'esperto umano, afferma Dreyfus, non comprende le regole solo alla lettera, ma ne comprende lo spirito e sa quando è necessario rompere con certe regole. L'esperto umano degli scacchi non ragiona necessariamente usando inferenze, quindi usando un metodo puramente logico-matematico, ma è capace di servirsi di un sapere intuitivo, una volta che ha metabolizzato molto le regole che ha appreso precedentemente. È vero, tuttavia, che il campione degli scacchi del mondo è stato battuto da un computer, il famoso computer Deep Blue della IBM. Bisogna tenere conto, però, che questi computer sono programmati per seguire un vastissimo numero di regole prese proprio da quelle che seguono i vari campioni a livello mondiale.

b) Nozick: la ragione strumentale come primo livello di razionalità

Robert Nozick scrive sulla ragione strumentale nel quinto capitolo di La natura della razionalità. Robert Nozick vede nella ragione strumentale un livello base della ragione, ma è convinto che la razionalità non si riduca alla ragione strumentale. La ragione strumentale segue lo schema mezzo/fine. Per ogni obbiettivo da raggiungere esiste un modo per realizzarlo e per farlo nel miglior modo possibile. Trovare questo mezzo è lo scopo della ragione strumentale. Nozick si chiede come venga giustificata l'esistenza di una ragione strumentale e risponde in questo modo: perché è lo strumento migliore per raggiungere i propri obbiettivi e realizzare il proprio desiderio. La ragione strumentale trova mezzi per realizzare fini, ossia comprende in che modo ottenere certi risultati. Tuttavia essa stessa diventa un mezzo. Se il voler realizzare un obbiettivo dipende dal mio desiderio e come mezzo per capire come posso realizzare l'obbiettivo uso la ragione strumentale, allora la ragione strumentale diventa un mezzo del desiderio. Il fatto che la ragione strumentale persegua come fine quello di massimizzare l'utilità con il raggiungimento di un dato obbiettivo, sapendo che l'utilità non potrà mai essere determinata a priori, ma solo a posteriori, ne segue che la ragione strumentale rimane empirica. Da quanto detto si possono dedurre due cose: che la ragione pratica pura di Kant che persegue l'obbedienza alla legge morale come fine in se stesso non è una ragione strumentale, in quanto non fa del dovere un mezzo per qualcos'altro; che la ragione pura teoretica non è una ragione strumentale in questo senso, perché non è empirica, ossia la sua conoscenza riguarda i giudizi a priori. Questo significa anche che la ragione pratica empirica può avere un uso strumentale come mezzo per la soddisfazione del desiderio. Per Nozick questa ragione strumentale usa anche dei principi e segue il calcolo, per esempio il calcolo della probabilità che è alla base di simili ragionamenti. Tuttavia, come dice Heidegger per gli strumenti, la ragione strumentale è una nostra protesi, così come il martello, in quanto strumento, può essere visto come estensione del braccio.

Detto questo Nozick riflette su ciò che consideriamo razionale e prende in considerazione la famosa affermazione di David Hume:

«Non è contrario alla ragione che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito; né è contrario alla ragione che io scelga la mia completa rovina per risparmiare il più piccolo dolore ad un indiano o a una persona che mi è del tutto sconosciuta.» (Hume, David, Trattato sulla natura umana, Laterza, Bari, 2010, p.437)

Secondo Hume la ragione da sola non è in grado determinare la volontà (contrariamente a quello che afferma Kant) e la ragione non si oppone all'elemento patologico, ossia alla passione. Siccome la ragione non produce atti, la dimostrazione infatti non giuda le azioni, ma al massimo ci dice qualcosa di utile sui giudizi di causa/effetto, la ragione non può nemmeno impedire l'azione. Hume pensa che l'agire umano dipenda piuttosto dalle passioni. La ragione, al contrario di quel che si pensa, è soggetta alle passioni. In effetti la ragione strumentale non comanda il desiderio, ma ne è comandata e allo stesso modo sarà influenzata dalle emozioni. Secondo Hume la ragione umana può dichiarare una passione irragionevole solo in due casi: quando è stata fatta una supposizione falsa, ossia quando la passione si basa su oggetti che non esistono; quando i mezzi sono insufficienti allo scopo, ossia quando sono insufficienti per risvegliare una passione e ci inganniamo sulle cause e sugli effetti che scegliamo. Il problema proposto che io ho citato di Hume riguarda la questione delle preferenze. Hume afferma che è la passione che guida l'azione e la passione è contraria alla ragione solo nei due casi che ho descritto. È per questo che Hume afferma che non è contrario alla ragione preferire la distruzione del mondo piuttosto che grattarsi un dito. Quel che ci insegna l'affermazione di Hume, sostiene Nozick, è che non basta dire "no, non è vero, è meglio grattarsi il dito", bisogna fornire delle motivazioni, avere dei criteri per le proprie preferenze. Nozick spiega che oggi il problema di Hume viene studiato attraverso la teoria dei giochi di von Neumann–Morgenstern e parte da questa teoria per proseguire le sue riflessioni. Ci sono determinate condizioni che una preferenza deve soddisfare affinché si possa considerare razionale. Queste condizioni possono essere proprio quelle descritte nella teoria dei giochi di von Neumann–Morgenstern. Qui, osserva Nozick, il soggetto deve preferire soddisfare certe condizioni piuttosto che non soddisfarle, ma questa costituisce una condizione in più. Nella lettura di Nozick Hume sta dicendo che ogni tipo di preferenza è ugualmente razionale. Nozick non è d'accordo con questa conclusione. Egli afferma che ogni preferenza prima di tutto ha una serie di presupposti: bisogna essere vivi; avere la capacità di conoscere e valutare le alternative; essere capaci di scegliere e di effettuare una scelta dato un certo numero di alternative. Giustamente Nozick afferma che preferire di essere morto può essere razionale solo se dietro sono poste delle ragioni. In assenza di queste, questa preferenza è chiaramente irrazionale. Un'altra condizione importante per Nozick è che il desiderio sia realizzabile. Solo un desiderio coerente e realizzabile è veramente un desiderio razionale. Quando un uomo desidera cose che non potrà mai ottenere, prima o poi smetterà di desiderarle e punterà su altro. Gli obbiettivi li deriviamo da una nostra matrice di preferenze e possiamo considerare un certo desiderio razionale, secondo Nozick, solamente se esiste un processo razionale attraverso il quale realizzare un dato desiderio. È la ragione strumentale a cercare di capire quale sia il migliore piano per realizzare il nostro desiderio.

c) Max Horkheimer: la ragione strumentale nel tramonto dell'occidente

Max Horkheimer, membro della scuola di Francorforte, ha scritto un famoso libro sul tema della ragione strumentale: Eclisse della ragione. Il primo capitolo si intitola simbolicamente Mezzi e fini e incomincia con la descrizione di ciò che Horkheimer chiama ragione soggettiva. Questo tipo di ragione possiede la facoltà della classificazione dell'inferenza e della deduzione. La ragione ridotta a maccanismo. Questa ragione, afferma Horkheimer, si interessa solamente della relazione mezzi/fini, ossia tenta di trovare i mezzi adeguati per determinati fini, ma non si chiede se i fini siano realmente razionali. Così, afferma Horkheimer, per la ragione soggettiva, quella che qui io chiamo ragione strumentale, non ci sono fini che siano di valore per se stessi, ma ci sono invece soltanto fini che sono valutati sulla base dei guadagni che ci possono portare. Dati certi fini, come ho detto per la ragione strumentale, la ragione soggettiva calcola le probabilità, ci spiega quali siano i mezzi migliori, senza, appunto, chiedersi se il fine sia razionale o meno. L'opposto della ragione soggettiva è la ragione oggettiva, ossia una ragione che si interroga su come determinare i fini da seguire e non semplicemente come raggiungerli. Questa ragione concerne l'universale e non il calcolo soggettivo e formale. La ragione oggettiva costituisce la scoperta dell'essere e dell'ordine universale. La ragione soggettiva, invece, rimane egoista, un semplice strumento per la concretizzazione del proprio personale benessere. La ragione formale è calcolante: non pensa che la libertà e la giustizia siano buone in sé e che l'oppressione sia completamente inutile e dannosa. Per la ragione soggettiva dire che la giustizia è un bene in sé, osserva Horkheimer, è come dire che il rosso è meglio del blu. Se la schiavitù è vantaggiosa, per la ragione strumentale non è un problema la schiavitù, anzi, è una risorsa. Dire che la dittatura è cattiva solo per quelli che non ne beneficiano è un enunciato che non crea nessun problema per la ragione soggettiva, ma se ci fossero dei valori, cosa che mancano, se la dittatura fosse considerata un male in sé, allora quell'enunciato creerebbe certo molti problemi. Nella ragione soggettiva non ci sono verità oggettive: tutto è relativo. Un calcolo dà un certo risultato in base ai numeri che sostituiamo alle variabili, ma tutto dipende da fattori variabili. La ragione soggettiva partecipa di un rovesciamento, un rovesciamento che Horkheimer ritrova in Peirce. Peirce sostiene che le nostre aspettative sono soddisfatte non perché le nostre idee sono vere, ma le nostre idee sono vere perché le nostre aspettative sono soddisfatte o le nostre azioni hanno portato risultati. La ragione soggettiva è una ragione scientifica, nel senso della classificazione, della verificazione e della sperimentazione da laboratorio. Questa immagine della razionalità ci è consegnata direttamente dal positivismo. La ragione strumentale è diventata presto il modello della società e del mercato. Comprendere quali sono i mezzi che ci permettono di ottenere il massimo guadagno e profitto è chiaramente uno dei problemi dell'uomo nell'economia capitalista, perciò la ragione strumentale è uno strumento che torna molto utile in un sistema di questo tipo. La ragione strumentale non è solo un mezzo, ma trasforma le altre cose in mezzi, considera cioè le altre cose come mezzi da usare per un fine. Per esempio considera la natura come mezzo per l'industria e l'industria come mezzo per la produzione, la produzione come mezzo per fabbricare merci e vederle per fare soldi. Non ci sono più cose che hanno un valore in sé e in quanto tali, ma solo cose che valgono perché ci servono ad un determinato scopo, sia esso razionale o meno. Ho detto che la ragione strumentale è empirica perché i suoi giudizi non possono che essere a posteriori, ma la ragione strumentale è anche pura, nella misura in cui è completamente fredda. La mancanza di empatia in chi fa uso della semplice ragione strumentale è uno dei tratti messi in evidenza dallo stesso Adorno nella sua analisi del nazismo. Non è detto che la ragione soggettiva non si possa conciliare con quella oggettiva, i problemi cominciano quando la prima vuole dominare la seconda o quando la prima incomincia a prendere una strada sua indipendentemente dalla seconda.




In conclusione la ragione strumentale rappresenta il livello più primitivo della razionalità. La ragione strumentale non è soggetto, anche se è soggettiva, nella misura in cui diventa strumento dell'ego per il suo personale soddisfacimento. È un modello di razionalità calcolante che si basa principalmente sulla probabilità. La ragione dei computer, se i computer hanno mai una ragione, non può che essere questa. La ragione strumentale segue la logica mezzi/fini, ma si interessa esclusivamente della razionalità dei mezzi e non di quella dei fini. Cerca il mezzo migliore per ottenere il risultato desiderato. La ragione strumentale dunque diventa serva del desiderio, il quale la usa semplicemente come strumento. La ragione strumentale investiga i mezzi, ma è essa stessa un mezzo per qualcosa e trasforma tutto in mezzo per qualcos'altro. Riguardando la realizzazione di fini pratici essa è empirica, dal momento che non si può determinare un risultato a priori, visto che tutto dipenderà da diversi fattori come la situazione, le nostre capacità e così via. Nello stesso tempo la ragione strumentale è pura, nel senso di fredda. 

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sabato 16 dicembre 2017

La dottrina di Kant sulla ragione II












I filosofi hanno scritto molto sulla ragione, in realtà i filosofi hanno scommesso sulla ragione come mezzo per emancipare l'uomo. La stessa filosofia si fa con la ragione, anche se il pensiero dei filosofi non è una semplice riflessione, ma segue un metodo logico-matematico. Kant in filosofia ha pensato la più potente e completa teoria della razionalità. Oggi, anche grazie alla logica e alla matematica in generale, la filosofia ha fatto molti passi avanti sul concetto di razionalità, ma molte delle nozioni di razionalità che si trovano in filosofia possono essere comprese grazie al grande schema di Kant. Kant studia la ragione seguendo delle coppie di opposti. La prima di queste coppie è la seguente: teoretico/pratico. Kant scrive sulla ragione teoretica nella Critica della ragion pura. La ragione teoretica di Kant ha come scopo la conoscenza, essa non è quindi direttamente rivolta alle azioni. Con la ragione teoretica possiamo fare scienza, filosofia teoretica, ma anche cose più banali come riconoscere un oggetto quando ci viene presentato. La conoscenza per Kant richiede due componenti: il concetto e l'intuizione. Questi due elementi potrebbero essere pensati come il formale e l'empirico. Kant afferma che i concetti senza le intuizioni sarebbero vuoti e le intuizioni senza i concetti sarebbero cieche. La spiegazione del funzionamento della ragione teoretica in Kant si trova nell'Analitica trascendentale. L'Analitica trascendentale è divisa in due parti: Analitica dei concetti; Analitica dei principi. Nell'Analitica dei concetti Kant parla principalmente della logica trascendentale. La logica trascendentale ha per oggetto i concetti puri. Il concetto secondo Kant è una funzione che unifica differenti rappresentazioni. "Uomo" è un concetto in quanto unifica una serie di rappresentazioni che ricadono sotto tale concetto. Kant definisce con il termine di "sintesi" l'unificazione condotta dal concetto. L'intelletto puro per Kant contiene i concetti puri che ci permettono di conoscere l'oggetto in generale, questi concetti puri sono le categorie dell'intelletto. Kant distingue 12 categorie, suddivise in quattro grandi classi: quantità, qualità, relazione, modalità. Quel che è interessante nella dottrina di Kant è che non si possono derivare i concetti puri dall'empirico, cioè derivare, ad esempio, come aveva fatto Hume, la causalità dalle esperienze che provengono dal mondo sensibile. Facendo ciò Hume non poteva concepire le connessioni causali come necessarie ed universali, perciò non poteva credere nel carattere necessario delle leggi della fisica. In pratica se i concetti puri non sono derivabili da intuizioni, per Kant i concetti puri sono innati. Kant ha detto che i concetti sono sintesi di rappresentazioni, ma riconosce benissimo che questa sintesi da sola non basta per spiegare un qualsiasi individuo, ci vuole qualcosa di più: l'io penso. L'io penso è l'appercezione sintetica trascendentale, ciò che accompagna ogni tipo di rappresentazione, in quanto sono sempre io che me la rappresento. L'io penso non è sostanza , ma ha una funzione logica. Inoltre Kant afferma che ogni pensiero deve avere un oggetto e che quindi bisogna pensare un oggetto in generale del pensiero, questo oggetto in generale del pensiero è l'oggetto = x. In questa prima parte dell'Analitica trascendentale si parla principalmente di concetti puri, ma, come ho detto, non sono sufficienti i concetti per avere la conoscenza. La conoscenza da Kant nella Critica della ragion pura è intensa a partire dalla nozione di giudizio categorico. Il giudizio categorico applica la regola al caso. In questo caso si tratterebbe di applicare il concetto all'intuizione particolare. Manca un pezzo, manca quello che Kant chiama lo schema. Dello schematismo Kant ne parla nell'Analitica dei principi, laddove spiega che perché sia possibile qualcosa come il riconoscimento, non basta solo il concetto, ci vuole un termine intermedio. Se prendo un piatto, posso dire che il piatto è circolare, non tanto per il concetto di rotondo, ma per una rappresentazione della circolarità che è a metà tra il concetto e l'intuizione. Il problema di Kant è questo: siccome il concetto puro e l'intuizione non possono essere derivati l'uno dall'altro, dunque sono eterogenei; se sono eterogenei, come possono comunicare? La soluzione di Kant sta nel concetto di "rappresentazione". Tuttavia il suo concetto di rappresentazione è molto problematico e ha diversi significati. Per capire meglio si potrebbero pensare il concetto puro e l'intuizione come due poli opposti, la rappresentazione è qualcosa sta in mezzo, solamente che ogni tanto appare più spostata da una parte e altre volte più spostata dall'altra. Il fatto è che in Kant ci sono almeno tre tipi di immaginazione: immaginazione riproduttiva (osservo un oggetto, chiudo gli occhi e me lo rappresento mentalmente); immaginazione produttiva (unificazione delle varie intuizioni sensibili in una rappresentazione precettiva); immaginazione pura (essa mi permette di dire quando vedo un'arancia che è un'arancia, ossia riguarda il riconoscimento). Lo schema appartiene all'immaginazione pura. Lo schema spiega il passaggio dal concetto puro all'intuizione e con questo Kant ci dà una spiegazione del meccanismo della conoscenza, oggetto della ragione teoretica.

La ragione pratica è descritta da Kant nella Critica della ragione pratica. È questo tipo di ragione che è rivolto all'azione. Parlerò meglio di questo tipo di ragione quando parlerò della morale kantiana, adesso mi limito a dire solamente alcune cose. La massima nella ragione pratica svolge un ruolo simile a quello dello schema nella ragione teoretica. Kant definisce la massima come principio pratico soggettivo, ma una massima può anche diventare legge (principio pratico oggettivo). Il principio pratico oggettivo è un imperativo, ma l'imperativo per la ragione pratica costituisce un dovere. Gli imperativi possono essere di due tipi: imperativo ipotetico; imperativo categorico. L'imperativo ipotetico segue lo schema "se vuoi A, allora devi B". In questo caso il soggetto è ancora condizionato dal suo desiderio quando agisce, poiché il dovere è sempre subordinato a qualcosa che lui desidera. L'imperativo categorico costituisce un dovere incondizionato (non devi uccidere!). Nella Critica della ragione pratica Kant attua una rivoluzione copernicana: inverte la relazione tra il bene e la legge, di modo che la legge non sia determinata dal bene, ma il bene dalla legge. La legge secondo Kant non ha contenuto, è vuota e puramente formale. La Legge è espressa da Kant in questo modo:

«Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.65)

Quando una massima si accorda con la forma della legge, allora la massima diventa legge. In questo modo è determinato cosa è bene e cosa è male dalla ragion pratica. Anche nella ragion pratica Kant parla di una tavola delle categorie, la tavola delle categorie della libertà, sempre divisa nelle stesse classi: quantità, qualità, relazione, modalità.

Una seconda coppia di opposti nella ragione in Kant è il puro/empirico. Grazie a questo Kant riesce a costruire una classificazione dei tipi di ragione con quattro tipi:

a) ragione teoretica pura; ragione teoretica empirica.

b) ragione pratica pura; ragione pratica empirica.

A questo punto bisogna capire i vari significati della distinzione puro/empirico. Un primo significato della distinzione puro/empirico lo si trova all'interno della distinzione tra l'a priori e l'a posteriori. Kant definisce a posteriori ogni conoscenza che deriva dall'esperienza, mentre a priori per Kant è ogni conoscenza che non dipende dall'esperienza. Il puro Kant lo colloca nell'a priori, ma non tutto l'a priori è puro. Puro è solamente laddove non c'è nessuna mescolanza con l'empirico. Kant fa questo esempio: "ogni cambiamento ha la sua causa". In questo caso il giudizio è a priori e non semplicemente ricavato dall'esperienza, dal momento che non ci può essere cambiamento senza causa, tuttavia il concetto di cambiamento è certamente ricavato dall'esperienza, perciò il giudizio non è puro. Tipicamente empirici sono chiaramente i giudizi a posteriori, ma, come ho detto, il puro riguarda solo una parte dei giudizi a priori: quelli non mescolati in nessun modo con l'empirico. Kant per fare un esempio di giudizi puri a priori cita il caso della matematica, infatti la matematica è un campo del sapere puramente formale. Mentre le conoscenze a priori, in quanto derivate dai puri principi dell'intelletto sono necessarie e universali, le conoscenze a posteriori non sono necessarie e universali. A posteriori e a priori sono importanti per Kant anche per la dottrina dei giudizi. Kant distingue nella ragione teoretica due forme di giudizi: gli analitici e i sintetici. Il giudizio in Kant segue la forma soggetto/predicato (es. Socrate è un uomo). Il giudizio analitico è quel giudizio nel quale il soggetto contiene già il predicato (es. il triangolo ha tre lati), il giudizio sintetico è quel giudizio nel quale il soggetto non contiene il predicato (5 + 7 = 12). I giudizi sintetici possono essere a posteriori o a priori. La ragione pura riguarda la possibilità dei giudizi sintetici a priori. Un esempio di giudizio sintetico a priori è: "tutto ciò che accade ha una causa". Inoltre Kant ha assegnato un campo ristretto di indagine alla ragione teoretica, affermando che la conoscenza vera rimane nel campo dell'esperienza, tutto ciò che supera questo limite non è affatto scienza.

C'è un altro senso che viene assegnato alla distinzione puro/empirico da parte di Kant e questo senso è spiegato nella Critica della ragione pratica. Come spiegherò nella prossima sezione con il primo teorema della morale kantiana, i principi pratici che hanno come motivo determinante un oggetto del desiderio non possono costituire leggi. Questi principi pratici, dice Kant, sono condizionati empiricamente. Qui Kant usa il termine "empirico" col significato di "condizionato patologicamente". Kant intende dire che un principio pratico che mira alla soddisfazione di un piacere, ad esempio, non può costituire una legge, a causa dell'elemento patologico. Per questo il puro in Kant, in questo caso, è l'apatico, ossia il non condizionato patologicamente. Da qui un nuovo significato alla distinzione empirico/puro.

La mia convinzione è che sia possibile tentare di leggere la maggior parte modelli di razionalità nella filosofia usando lo schema sulla razionalità di Kant. In questo senso o un tipo di ragione coincide esattamente con uno dei quattro tipi, o deriva da uno scambio (uso illegittimi, ad esempio, della ragione teoretica in ambito pratico), oppure potrebbe trattarsi di una forma mista. 




Kant