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sabato 7 maggio 2016

Logica del senso, 5° serie: sul senso


 





Il senso segue una logica fatta di paradossi, ve ne sono quattro in particolare: paradosso della regressione, paradosso dello sdoppiamento sterile, paradosso della neutralità e paradosso dell'assurdo/oggetto impossibile. Il romanzo di Carroll è esemplare perché in questo potremmo trovare un esempio per ogni paradosso: per il primo parleremo del cavallo e della canzone, per il secondo del gatto di Cheshire e il sorriso senza gatto, per il terzo Alice che cresce e si accorcia, per il quarto la caccia allo Snark, nonché il Jabberwocky (Ciciarampa). C'è come una connessione tra quello che dice il cavaliere sulla canzone e il paradosso si Frege sul senso. Potremmo vedere questo in una prospettiva strutturalista: Lacan ci spiega che rispetto a Saussure il significante si deve considerare come dominante rispetto al significato e nello stesso tempo il significante è il senso di una frase nel senso che lo produce. È essenziale comprendere che il significato di un significante non può che essere espresso da un altro significante, così come quando cerchiamo la definizione di qualcosa non troviamo mai l'immagine della cosa, ma una definizione fatta di altre parole e nomi, dunque altri significanti. Questa è la logica del paradosso della canzone: se si vuole spiegare il senso di qualcosa, poiché il senso è sempre presupposto e mai espresso, non si può farlo in altro modo che usando un'altra proposizione con un altro senso, la quale per essere spiegata ha bisogno di un'altra proposizione con un altro senso e così all'infinito. 
 Così dice Deleuze: "Ma questo è anche il paradosso di Lewis Carroll, che appare rigorosamente dall'altro lato dello specchio, nell'incontro tra Alice e il cavaliere. Il cavaliere annuncia il titolo della canzone che canterà: "Il nome della canzone è chiamato Occhi di merluzzo." "oh, è questo il nome della canzone?" disse Alice. "No, non capisci," disse il cavaliere. "È il nome che si chiama così. Il nome vero è Il vecchio, vecchio uomo." "Allora avrei dovuto dire: -la canzone si chiama così?-" si corresse Alice. "No, non così. tutt'altro! La canzone si chiama vie e mezzi: ma è il solo modo in cui viene chiamata, capisci!" "Ma cosa è la canzone, allora?" "Ci stavo arrivando," disse il cavaliere: " la canzone veramente è Seduti su un cancello." (Deleuze, Logica del senso, pp. 33-34) 
 
Nella concezione dello strutturalismo la lingua è distinta dalla parola, per la prima si intende un insieme di segni, mentre la seconda si riferisce specificamente ad un termine. Saussure differisce da Jakobson perché in quest'ultimo non c'è passaggio diretto tra significante e significato e non c'è alcun riferimento al referente, alla cosa stessa. Lacan, ma già lo faceva Freud, considera l'inconscio come linguaggio, così che il Traumdeutung è da prendere come un'opera di linguistica, in un certo qual modo. Come già detto, in un certo strutturalismo due serie quella del significante (segno) e quella del significato (designazione) sono in una relazione tale per cui convergono verso un punto paradossale che è quello dell'eccesso di significante sul significato. Lacan definisce il significante come metafora e il significato come metanonimia, se il primo è il piano del simbolico (la parola che simbolizza, il linguaggio che domanda di riconoscimento da parte dell'altro), il secondo è il piano dell'immaginario (le cose, le designazioni), la frattura e quell'eccedenza solo il Reale, la frattura o castrazione risultato dell'Edipo. Il secondo paradosso parla del piano del Reale, è il paradosso del sorriso senza gatto. Visto che il senso è attributo o verbo, esso, se viene catturato e quindi immobilizzato, diventa qualcosa di sterile: il cielo azzurreggiante, Dio essente. Dal punto di vista puramente fisico il paradosso del sorriso senza gatto consiste nell'avere una proprietà senza la sua sostanza, il fatto stesso che ciò possa sussistere è paradossale (sembra che in fisica quantistica abbiano fatto un esperimento in cui si dimostra la realtà del sorriso senza gatto usando la post-selezione applicata ad un fotone (gatto), un volta polarizzo se ne estrae il sorriso). In linguistica il sorriso senza gatto è il senso che eccede sul significato e questo rimanda al quarto dei paradossi che dovrò spiegare. In psicoanalisi il sorriso senza gatto è l'oggetto fantasmato del desiderio, che ogni volta in Lacan può essere il padre, il fallo, la donna, l'oggetto a, ecc... Il terzo paradosso invece funziona in questo modo: il senso è sempre doppio. Possiamo sdoppiare il presente in qualcosa che è già successo e qualcosa che deve divenire (questo è l'Aiôn), ma si può dire che il senso sia lo stesso di queste frasi: -il rospo mangia l'insetto- e -l'insetto è mangiato dal rospo-, -faccio quello che voglio- e -voglio quello che faccio-, -respiro quando dormo- e -dormo quando respiro-. Non importa da che parte viene letta la frase, il suo senso ha sempre due direzioni (è il problema della sovrapposizione di contrari, la simultaneità di passato e futuro, ma se si vuole è il gatto di Schrödinger: vivo e morto allo stesso tempo, uno dei paradossi che in fisica fa saltare gli scienziati dalle sedie e che il filosofia si identifica con un solo nome: divenire). In pratica il senso ha due direzioni, non può essere spiegato se non rimandando ad un altro senso all'infinito, se viene colto diventa sterile e quindi per ultimo si può dire che vi sia del senso nel non-senso. La struttura della significanza funziona solo a patto che sia vero questo ultimo principio, a patto che ci sia uno scarto e quello scarto sia senso che eccede e che non ha senso perché non rimanda a nessun significato. Così Snark e Jabberwocky non vogliono dire nulla, non significano nulla, non dovrebbero essere nemmeno rappresentati e la caccia allo Snark deve essere la caccia alla creatura impossibile, dove si troverà? nascosta bene nel linguaggio. 


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domenica 14 dicembre 2014

Lezione XIX: La filosofia dell'Uno su problemi di origine e di senso






Questa è l'ultima lezione, perché del resto ho affrontato i problemi delle domande principali, che mi ponevo fin dall'inizio, sono passato per dei problemi più parcellizzati e qui sono passato per la questione della conoscenza, almeno per vedere nello specifico come si configurasse la stessa struttura che stava in grande, in piccolo. Quindi sono partito dal fatto che la filosofia qui viene studiata in quanto si pone le tre domande fondamentali: chi siamo? da dove veniamo? verso dove andiamo?, per cercare di capire come non si sia arrivati ancora ad una risposta e cosa sia successo nel mentre. Ho detto che quello che è successo nelle ultime filosofie è che si è messo in discussione le basi che si nascondevano dietro queste domande, ovvero si mette in discussione che vi debba essere un io con certe caratteristiche, che ci debba per forza essere un'origine e che le cose abbiano un senso, quindi un fine e perciò che relamente noi stiamo dirigendoci verso qualcosa. Nello specifico ho affrontato il problema della conoscenza mostrando che quelle domande fondamentali si possono trovare formalmente anche in un problema più piccolo e che nel caso della conoscenza sono: che cos'è la conocenza? da dove viene, quali sono le sue fonti? verso dove va, ha uno scopo? Su tutto questo mi sono soffermato per tempo, poi ho deciso di tornare al problema fondamentale delle tre domande, ogni volta dicevo quello che è stato detto da un certo punto di vista, poi come questo sia stato superato, per alla fine parlare di alcune posizioni della filosofia dell'Uno. In questo caso, appunto, voglio dire cosa ha da dire la filosofia dell'Uno sul problema dell'origine e del senso, ovvero sulle domande: da dove veniamo e verso dove andiamo. In sostanza come avevo fatto notare nelle prime lezioni, in realtà uno come Plotino ci avrebbe detto che tutte e tre le domande fondamentali avrebbero avuto la stessa risposta: l'Uno, noi siamo l'Uno, veniamo dall'Uno e il nostro scopo è tornarci. Su ciò dico che è tutto vero, ma l'Uno è il più alto grado di noi stessi come radice ultima, è luogo da cui le cose sono emanate e nello stesso tempo può essere un fine quando lo si riferisce all'evoluzione, ma solo nel senso del proprio realizzarsi nell'Uno. Immaginiamo le cose in questo modo: un Tutto si può concepire nel senso del suo autoconcepirsi come Tutto in se stesso, qui si pone da sé, in seguito il Tutto si concepirà come insieme di parti, qui il Tutto è la base per le parti e non il contrario; dopo sarà questo Tutto a pensarsi come se le parti formassero il Tutto, così che la cosa si ribalta, perché non è il Tutto insieme di parti, ma le parti che insieme danno il Tutto. Queste sono le prime tappe fondamentali, l'emanazione concepisce queste prime tappe ad ogni suo livello, ma se le cose finissero così non si spiegherebbe nessun dualismo, così si deve pensare che ogni cosa possa concepirsi al tempo stesso come unità ed oblio, dove queste due sono parti di una sola, ma quando questo va perduto sembrano due cose completamente diverse e sono anche ordine e caos e tanto altro. Passando alle parti il Tutto alla fine si perde illusoriamente e le parti che conquistano sempre più coscienza individuale si pensano come delle totalità loro stesse e così via. In questo caso si comprende che vi è solo un'anima, questa anima si è concepita come in sé, poi deve essersi pensata come insieme di anime, le anime si saranno successivamente pensate come anime che formano l'anima unica ed infine avranno conquistato la loro totalità. Il processo si basa su differenze che sono poi solo castelli di carta e sotto, tutto rimane ancora connesso. Invece parliamo del fine, esso esiste se lo pensiamo come evoluzione, nel senso che noi conquistiamo coscienza per ritornare realizzati nell'Uno, ma una qualsiasi anima potrebbe muoversi contro l'evoluzione, non guadagnandoci nulla, rimanando bloccata in un cerchio ripetitivo, che è quello che noi definiamo come "inferno", quando diciamo la nostra vita è un'inferno, ma è anche una catena che sta per i vari legami karmatici. Non c'è dunque un senso, perché l'unica cosa che facciamo qui è il gioco della vita, il gioco non ha mai un senso, perché è il giocare che non ha mai qualche fine, è sempre libero da qualsiasi obbiettivo. Il nostro gioco che poi vediamo riprodotto in varie reincarnazioni, anzi l'incarnansi volontario è un scegliere di entrare nel gioco, ha una serie di caratteristiche:


1 non prevede un vincitore necessario e nemmeno che qualcuno perda, potrebbero benissimo perdere tutti o vincere tutti.

2 la vita è un continuo scopire le regole del gioco, non si sanno prima di giocare e scoprire le regole è esercizio di saggezza.

3 possiamo subire gli eventi e non scegliere nulla, questo livello lo chiamo: livello del dado, oppure possiamo giocare come giocatori attivi, questo è il: livello della carta. Le carte sono azioni.

4 le carte che abbiamo in mano cambiano completamente ogni volta che cambiamo la nostra situazione di gioco. Non sle sappiamo tutte, dobbiamo goni volta scoprirle.

5 non c'è un solo modo di vincere il gioco, nel senso ognuno realizza la propria vita e quindi vince a seconda dei suoi obbiettivi o sogni, oppure a seconda del realizzarsi di un modello di vita.

6 siamo nel mondo come segnalini (Ego), siamo però Io, qualcosa di più, come giocatori siamo indipendenti potenzialmente dal gioco.

7 ci sono molte strategie, una delle migliori è quella dello stratega, quella del piano. Un piano razionale prevede gli errori, apre molte varianti e cerca di calcolare in anticipo gestendo secuenze di carte giocate.

Queste sono le risposte ai due punti, infatti qui finisce l'ultima delle lezioni, lezioni che avevano da un lato lo scopo di mostrare un mio modo di vedere la storia della filosofia. Spero il mio esperimento e la mia forma siano funzionati. 

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sabato 13 dicembre 2014

Lezione XVIII: pro e contro sull'origine e sul senso








Qui devono essere affrontate le ultime due domande: da dove veniamo? e verso dove andiamo?. È abbastanza interessante il fatto che forse si può riassumere queste due domande e quella prima ovvero: chi sono?, con una domanda che è: perché siamo qui?. Questa domanda non chiede semplicemente del fine, ma anche dell'origine ovviamente e poi può persino andare a sfiorare la questione su chi siamo. Molti nel passato forse non si ponevano la domanda, ovvero i greci per esempio non si chiedevano come fosse stato creato l'universo, non era un problema, per loro l'universo poteva benissimo essere esistito da sempre e poi sulla nascita dell'uomo e molte altre cose c'erano i miti. I filosofi sono nati perché in parte comunque non si accontentavano del mito, i primissimi filosofi greci non ci hanno detto molto su questo problema che ci stiamo ponendo adesso, più avanti si dirà di più, ma qui cercherò di riassumere un po' di filoni che ci possono interessare. Si parla ad esempio di reincarnazione, di anime che si incarnano e sono qui prigioniere di clicli di incarnazioni e si devono liberare da questi. In questo si può pensare che l'anima sia caduta da un mondo ideale oppure dall'Uno/Tutto, questo evento non ha un senso di per sé, si configura come qualcosa che non avrebbe dovuto succedere, ma dato che è successo si deve ritornare almeno per riparare all'errore, per esempio riconquistare una conoscenza perduta, ricordare questa caduta, per poi risalire al mondo ideale o all'Uno, si parla ovviamente di motivi platonici. Nel caso dello stoicismo e dell'epicureismo le cose stanno in modo diverso, nel primo dei due l'eterno ritorno è la natura e la natura è razionalità, vivere in modo virtuoso vuol dire vivere in accordo alla natura, opporsi alla natura non permette di evitare la sua legge, ma crea solo dolore, la vita in accordo alla natura è invece una vita nella pace, le cose sono così, si muore, si diviene, nulla è eterno, c'è la sofferenza, accettiamolo perché non vogliamo altro e saremo forti come rocce, saggi e in pace; nel secondo caso l'epicureismo ci dice che le cose sono fatte di atomi, che questi si aggregano e si disgregano formando nuovi oggetti, poi ci siamo noi che in quanto vivi siamo dotati di anima, ma l'anima anche quella è fatta di atomi, solo più sottili, nella vita dobbiamo cercare il piacere, appagare i bisogni del corpo, eliminare ogni paura, come quella della morte, del perdere le cose e altro ancora. In entrambe le teorie non c'è un senso ben preciso, è difficile dire perché le cose siano come sono, perché siamo qui, nella teoria stoica si parla di una provvidenza divina, ma non è chiaro il perché del cerchio, perché tutto si deve ripetere e non ha un fine vero la provvidenza divina. I cristiani hanno davvero cambiato le cose, perché anche nelle teorie platoniche per esempio non ha un senso la caduta, come non ha senso nessun errore, può avere solo un senso il fine del ritorno. I cristiani parlano di creazione dell'universo, ci spiegano che siamo stati creati da Dio, che siamo immagine e somiglianza di lui, quindi ci parlano del nostro io, sulla sua costituzione e ci dicono che lo scopo al di là di andare in paradiso, in generale è la vittoria del bene sul male, il trionfo della giustizia sul peccato. Dio è la cuasa finale, l'originale, il creatore, colui che da il fine al tempo, la provvidenza sua. Ecco perché siamo. Tra l'altro questo ha molto influenzato filosofie successive fino ad Hegel, anche in Hegel il punto è che alla fine la storia si deve realizzare lo Stato più giusto e la società più giusta, eliminando denitivamente il male. In seguito le cose cambiano, tra l'altro persino in Marx rimane una certa struttura provvidenziale, anche se non c'è di mezzo né Dio e tanto meno il cristianesimo, in Kierkegaard per esempio non ci sono certezze solo scelte di fede, questo è un primo passaggio verso la fine del senso, poi si arriva a Nietzsche e il suo concetto ateo di eterno ritorno dove ogni cosa avviene senza progresso e senza un fine. Con la fine della metafisica, il problema del perché siamo qui in realtà scompare dalla filosofia. Voglio qui presentare alcune posizioni sostenibili sulla prima domanda e sulla seconda, proporre anche delle controposizioni per comprendere meglio le cose. La prima domanda era: da dove veniamo? possiamo pensare un'origine spirituale o una biologica, nel primo caso immagino che ci siano due risposte possibili, ovvero o veniamo da un paradiso perduto, un mondo ideale, oppure vediamo dall'Uno/Tutto, nei due casi possiamo immaginarci la nostra caduta da queste due realtà come incarnazione dell'anima, oppure dovremmo pensare un Dio che abbia forgiato la nostra anima e il nostro corpo. Nel caso della biologia penseremo che noi dipendiamo da una serie di casi chimici, devono essere nati dei composti particolari, la cui evoluzione siamo noi stessi, per esempio si dice che la vita sia un composto del carbonio. Ad ogni modo le prime posizioni si basano sull'esistenza di qualcosa che non ha ancora trovato una dimostrazione, le altre si basano su qualcosa che potrebbero essere definiti miracoli, nel senso letterale del termine, in quanto si tratta di una catena di colpi di fortuna chimici che avrebbero poi reso possibile la vita. Contro l'idea di una origine ci si può cheidere se essa sia davvero indispensabile, ogni serie causale può essere pensata come infinita, l'universo avrebbe potuto esistere da sempre, anche se noi magari no, ma nulla ci dice che non so per esempio le nostre anime prima stavano in altri corpo, magari a formare un vecchio popolo ormai scomparso su Venere (in cui tra l'altro alcuni studiosi ammettono che in passato ci fosse vita). La necessità di un'origine la sente l'uomo con il pensiero cristiano, in realtà niente lascia presuppore un'origine, la teoria del Big Bang lascia molti buchi. Il senso, il fine o viene pensato come un punto futuro da raggiungere in cui ogni presente viene sacrificato per il grande traguardo, oppure il fine sta in ogni presente, si realizza ogni volta in ogni momento, perché il senso in questo caso sta nella crescita e nell'evoluzione delle cose. Nel primo caso di senso si può parlare contro di esso, dicendo che non ha senso sacrificare il presente per un futuro, anche perché quale certezza si ha su questo futuro? e niente può giustificare un genocidio fatto nel presente per giustificare un mondo migliore nel futuro, ciò che poi si legge nei Karamazov. La realizzazione del senso futuro, è la realizzazione di un non senso, come la realizzazione della storia implica la fine della storia. L'altro senso diventa insensato quando qualcuno non fosse d'accordo con l'evolversi delle cose, per esempio non ne condividesse il contenuto, perché l'evoluzione può essere in positivo o in negativo, oltretutto l'evoluzione delle cose se non è un progresso, ma magari è solo un accadere delle cose, allora può essere che le cose ritornino come prima senza giungere realmente a nulla, in questo caso il non senso è evidente, ma la cosa migliore che possiamo fare è volere davvero le cose come accadono.


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