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venerdì 25 novembre 2011

un commento a "Squartamento" di Cioran




Cioran Squartamento





Squartamento è uno dei migliori libri di Emilio Cioran, un libro con il quale ho incominciato la mia avventura con questo autore. Il testo può essere diviso in due, dal momento che la prima parte consta di capitoli composti da testi, mentre nell'ultima parte sono presenti solamente aforismi. In Squartamento Cioran tratta molti dei temi più ricorrenti del suo pensiero filosofico: la rinuncia all'atto, la fine della storia, il non senso dell'esistenza, la scelta del suicidio, ecc. Si può dire che il testo sia travolgente quanto il titolo, questo perché Cioran ama gli eccessi e non l'equilibrio.

Nella prima parte, parte che porta come titolo "Le due verità", Cioran racconta una leggenda gnostica che rappresenta la condizione umana e la sua spiegazione. Avvenne, secondo la leggenda, in tempi antichi, una lotta tra angeli, nella quale gli angeli di Michele sconfissero gli angeli del Drago. Tutti quegli angeli che non hanno scelto nessun partito e che sono rimasti a guardare la battaglia, sono stati condannati a vivere su questa terra, in questo modo avrebbero potuto effettuare quella scelta che non sono stati capaci di fare prima. L'uomo è dunque condannato alla scelta e alla decisione; l'uomo è condannato all'atto. Questa condanna all'essere umano in Cioran porta il nome di "storia". La condizione umana o la condizione dell'uomo è descritta dalla storia, ma la storia per Cioran è solo l'opera di un funesto demiurgo, una grande maledizione, piuttosto che la costruzione degli uomini. Non esiste progresso per Cioran nella storia. Del progresso etico dell'uomo non vi è traccia, Cioran stesso è vissuto nei tempi dello sviluppo dei totalitarismi, ma anche quello che è venuto dopo non poteva essere meglio. La tecnologia non ha potenziato l'uomo aumentandone le sue capacità, ma lo ha privato dei suoi arti e lo ha reso più decadente. L'automobile lo ha privato delle gambe, le poltrone hanno preso il posto delle caverne, la società è diventata più chiassosa e decadente di qualunque cosa precedesse il diluvio, fatidico evento, nel quale molti in passato hanno visto una punizione divina.




Cioran racconta che nella scuola buddhista Madyamika si insegnava l'esistenza di due verità: paramartha e samvriti. La prima forma di verità (paramartha) è quella vera, l'altra (samvriti) è una verità qualsiasi. La prima forma di verità è tipica, dice Cioran, dell'uomo che non agisce affatto. La seconda dell'uomo storico. La seconda forma di verità è la verità d'errore. Cioran ci sta dunque dicendo che chiunque agisca persegue una verità d'errore? ma cosa fa quello che agisce? Per agire bisogna essere decisi, prima di tutto bisogna avere superato la scelta tra il fare e il non fare e poi bisogna decidere precisamente che cosa fare. Sottolineo questo perché quello che afferma Cioran è in perfetto contrasto con quel che si dice nella storia che lui stesso ha raccontato. L'uomo è stato condannato alla storia, ma Cioran non dice che l'uomo farebbe bene a scontare questa condanna all'azione, egli afferma piuttosto che l'uomo deve perseguire la verità vera, ossia quella della non azione. Cioran prospetta per l'uomo un'uscita dalla storia, uscita, del resto, per lui completamente inevitabile. La verità vera, afferma Cioran, è quella che si assume tutti i rischi, quella disposta ad accettare che la verità potrebbe non essere affatto. Cioran, infatti, segue molto la scuola scettica, ossia quella scuola di filosofia secondo la quale non c'è alcuna verità. Tuttavia lo scettico per Cioran, essendo un soggetto che si adegua perfettamente agli usi e ai costumi del posto, rimane semplicemente un conformista, mentre Cioran non sarebbe mai un semplice conformista, egli è un alieno in un mondo di uomini. 





 

L'etica di Cioran è un'etica della non azione che segue il principio induista della Sarvakarmaphalatyaga. Questo principio indica la pratica del distaccamento dell'uomo dal frutto dell'atto. Nella Bhagavad Gita si parla di questo distacco dal frutto dell'atto come un distacco dal piacere o dal dispiacere che consegue dall'adempimento di una qualsiasi forma di atto. L'uomo che raggiunge questo stato è un uomo illuminato, egli ha rinunciato al piacere e al dolore allo stesso tempo. Solo lui, molto probabilmente, godrà di una pace duratura. È al distacco delle azioni che Cioran ha voluto dedicare una vita. In questo era in contro tendenza con qualsiasi suo contemporaneo. È interessante notare con ciò che, sebbene Cioran amasse Kierkegaard e avesse fatto al pari di Kierkegaard della filosofia una biografia, egli non è affatto un esistenzialista. L'esistenzialista ha posto il problema della filosofia sul piano dell'angoscia della scelta, momento di libertà dell'uomo, in cui l'uomo stesso si scopre come progetto, soprattutto nelle sue azioni. Per Cioran la vita è vana e senza scopo: a che pro agire? perché continuare a sforzarsi di arrivare da qualche parte? a cosa serve l'innovazione se porta le guerre e le disgrazie che l'uomo ha vissuto nella storia? Abbiamo vissuto già fin troppo, anche se siamo ancora giovani, direbbe Cioran, ma non perché egli crede in qualche forma di essere per la morte. Si veda in Cioran piuttosto l'idea che l'esistenza è un errore.

La storia vede la crescita di grandi civiltà e la loro morte successiva (es. impero romano/barbari). Questo processo ciclico non ha nessuno scopo. È una verità d'errore, sostiene Cioran, pensare che esista una qualche relazione tra il senso e la storia, non c'è alcun collegamento tra queste due. Avremo una rivelazione solo quando la storia sarà finita. Questa è l'unica liberazione dalla storia: la sua fine. Non dobbiamo pensare, però, che dopo sarà meglio. Dopo avremo a che fare con una specie di eterno al contrario, come spiega Cioran. Se la storia è condanna all'atto, allora la post-storia deve essere una uscita dalla dimensione dell'azione. Ciò che mi spinge ad agire è l'idea che la mia azione possa portarmi un vantaggio, che abbia almeno uno scopo, ma se non credessi in questo non agirei affatto. La storia è un grande gioco nel quale i soggetti coinvolti credono di esserne i protagonisti, chi più chi meno, ma alla fine sono tutti giocati, perché la storia è la catastrofe, un fenomeno che non dipende strettamente dalle nostre volontà. Cioran spiega questo con un verdetto del Mahabharata che recita: "Il nodo del Destino non può essere sciolto; niente, in questo mondo, è risultato dei nostri atti".

Così Cioran proclama la fine della storia, affermando che la fine per l'uomo è molto vicina e che l'uomo stesso è oramai fuori moda. Nell'ottica di Cioran l'uomo è caduto nel tempo, quindi si è immerso nella dimensione storica e un giorno cadrà dal tempo, dunque attraverserà al dimensione post-storica. Questa descrizione la troviamo in un altro testo famoso di Cioran, ossia La caduta nel tempo, un testo che tratta temi molti simili a Squartamento, ma che parte dal punto di vista diverso: una lettura originale del testo della Genesi. Questo testo, invece, è segnato da quel racconto gnostico che ho citato all'inizio, racconto che pensa la storia come come una condanna per l'uomo all'azione. La condanna sembra funzionare come i cicli di reincarnazione del buddhismo, laddove, tuttavia, il soggetto ha rinunciato a liberarsene e a raggiungere il nirvana, ma è rimasto nel samsara.

Così dice Cioran sulla storia:

«L'uomo fa la storia, la storia a sua volta, lo disfa.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.58)

Il farsi della storia è il disfarsi dell'essere umano: non esiste migliore definizione del regresso. "Disfarsi", appunto: squartamento dell'uomo. E tutto finirà in gran classe come tutto è incominciato: con il fuoco. Nel Samyutta-Nikaya si dice che la terra finirà nel fuoco, esattamente come aveva proferito lo stesso Eraclito. Questa è la fine della storia e l'unico senso. Il senso, osserva Cioran, che può essere trovato nella storia è solamente quello della maledizione. Chi governa la storia è un Funesto demiurgo, giusto per citare un altro famoso titolo di un noto scritto di Cioran. Questo funesto demiurgo porta il nome di Arimane, dio zoroastrista, o di Mara, demone del tibet. Il futuro è nelle mani della sciagura, non è un caso che il paradiso sia sempre posto nel passato e mai nell'avvenire, dice Cioran. Questo paradiso precedeva la storia e la storia non è altro che una sfilata di civiltà, nazioni ed imperi che si sfidano nella decadenza. Ciclicamente nella storia si sono susseguiti imperi, stati e nazioni. Prima vincevano gli uni e godevano di grandi ricchezze, poi era turno degli altri, ma alla fine dei conti la storia è una ruota che gira secondo il capriccio.



(Mara: il demone del Tibet)



Veniamo ora alla sezione con gli aforismi. Ci sono diversi aforismi interessanti, alcuni trattano determinate tematiche come il non senso o il suicidio.

Uno degli aforismi che amo di più è il seguente:

«Parigi si risveglia. In questo mattino di novembre, è ancora buio: nell'avenue de l'Observatoire, un uccello - uno solo - si esercita al canto. Mi fermo e ascolto. All'improvviso dei borbotti nelle vicinanze. Impossibile sapere da dove provengano. Finalmente scorgo due barboni che dormono sotto un camioncino: uno dei due deve fare qualche brutto sogno. L'incanto è rotto. Sloggio. In place Saint-Sulpice, nel vespasiano, m'imbatto in una vecchietta seminuda... Lancio un grido d'orrore e mi precipito nella chiesa, dove un prete gobbo dall'occhio furbo, spiega ad una quindicina di diseredati di ogni età che fine del mondo è imminente e il castigo terribile.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.88)

Questo aforisma spiega un po' da dove ha origine il pessimismo. Non è che si non voglia vedere l'aspetto bello della vita. Ci si sforza di farlo, si ascolta il canto degli uccellini, ad esempio. Ma questa magia viene sistematicamente spezzata da qualcosa di orrendo che irrompe repentinamente nella nostra vita. Visioni orrende che si concludono con parole di verità: il discorso del prete sul giorno del giudizio. Non si deve essere cristiani per avere l'impressione che la fine sia sempre imminente.

«L'esistenza è un plagio.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.93)

Non avendo l'esistenza alcuno scopo, si pone il problema del diritto all'esistenza? Se per diritto intendiamo quello giuridico, siamo d'accordo che questo esiste, ma anche che è una convenzione degli uomini e non vale al di fuori della società. Nel cosmo non c'è diritto all'esistenza, siamo solo dei momenti del grande gioco dell'universo, sacrificati opportunamente dall'universo stesso.

«"Nessuno si è mai potuto liberare dal tempo" Lo sapevo. Ma quando è nel Mahabharata che lo si legge, lo si sa per sempre.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.93)

Di eterno c'è solo il divenire, questo è quello che avrebbe obiettato Eraclito a Parmenide. Se questo è vero, allora dal tempo e dal divenire non si scappa.

«La morte è uno stato di perfezione, il solo alla portata di un mortale.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.95)

Se la vita non ha scopo in se stessa, l'unica meta diventa la morte, solo in questa troviamo una qualche forma di finalità.

«Il tempo è roso dal di dentro, esattamente come un organismo, come tutto ciò che è intaccato dalla vita. Chi dice tempo, dice lesione, e che lesione!» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.103)

È interessante questo aforisma per il riferimento alla parola “lesione” che rimanda al titolo “squartamento”. L'operatore dello squartamento qui è trovato da Cioran nel tempo stesso.

«Lo stato di salute è uno stato di non-sensazione, anzi di non-realtà. Non appena si cessa di soffrire, si cessa di esistere.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.124)

L'essere presenti in questo mondo dipende dal nostro sentire e il dolore è una delle sensazioni più forti. Quando non proviamo dolore ci sentiamo più leggeri e il mondo stesso sembra solo un riflesso sull'acqua. Nella salute le nostre sensazioni si fanno meno intense.

«"Che cos'è il male? È ciò che è fatto in vista d'una felicità di questo mondo." Abhirdarmakosavyakhya Ci voleva proprio un titolo simile per far accettare una tale risposta.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.146)

Schadenfreude, la chiamano i tedeschi. Essa è la felicità che nasce dal recare danno agli altri, ossia fare il male.

«La morte è ciò che fino ad ora la vita ha inventato di più solido.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.172)

Si sente spesso dire: “non c'è nulla di più certo della morte”. L'essere delle cose è evanescente, in continuo mutamento e transizione, per questo la cosa più certa è che le cose finiranno.