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sabato 16 giugno 2018

La storia delle neuroscienze





Con questo articolo intendo incominciare ad addentrarmi nel tema delle neuroscienze. Incomincio con una piccola presentazione della storia delle neuroscienze dai tempi antichi sino ad oggi, cercando di ripercorrere almeno le tappe più importanti della loro storia, includendo anche alcuni filosofi che hanno preso attivamente parte in questa storia. Le neuroscienze hanno avuto sviluppi sorprendenti nell'ultimo secolo, grazie alle nuove tecnologie, ma le loro origini risalgono ai tempi dei greci.






Il primo protagonista della storia è Galeno. Galeno è un medico nato nel 129 a Pergamo (città dell'Asia minore). Questo medico ha svolto un ruolo cruciale nella storia delle neuroscienze, visto che i suoi principi erano ancora seguiti nel Rinascimento e per molti secoli è stata una delle figure di riferimento nello studio del cervello. Egli si è formato in medicina, ma anche in filosofia. Ha studiato, ad esempio, presso la scuola platonica e quella aristotelica, dalle quali il suo pensiero ha certamente subito un'influenza. Galeno è uno dei primi a collocare la mente nel cervello. Egli ha individuato, infatti, il cervello come sede della razionalità, il cuore come sede delle passioni e il fegato come sede dell'appetito. Due concetti importanti per comprendere le neuroscienze antiche e moderne sono lo spirito vitale e lo spirito animale. Il principio della vita, secondo Galeno, consiste nel pneuma. Il pneuma è una specie di soffio caldo. Secondo Galeno il cibo che mangiamo, giungendo al fegato, diventa sangue venoso e rimane impregnato dallo spirito naturale, il quale ha origine nel fegato. Il sangue, depurato dai polmoni, arriva al cuore. Una parte di esso, incontrando il pneuma, diventa spirito vitale. Lo spirito vitale ha origine nel cuore, si diffonde in tutto il corpo e lo rende vivo. Una parte di questo spirito arriva sino al cervello. Nel cervello si genera lo spirito animale, spirito che permette al cervello di funzionare. I nervi, secondo Galeno, sono attraversati dagli "umori", ossia da questi spiriti animali. Galeno sostiene che il cervello è diviso in camere o celle. Le camere del cervello sono tre: la prima camera è detta fantastica e riceve i dati dai cinque sensi; la seconda camera è detta razionale e si occupa della codificazione e della distinzione dei dati ricevuti; la terza camera è detta memoriale e svolge la funzione della ritenzione della traccia del ricordo. Le camere sono ordinate in questo modo: la prima camera corrisponde alla prima cavità del cervello, la seconda alla cavità intermedia e la terza alla cavità posteriore. Questo modello è rimasto valido per parecchi secoli, lungo tutto il medioevo e nel rinascimento. In particolare questo modello del cervello è stato impiegato da importati filosofi medioevali come Avicenna o Averroè. 




 

Il secondo protagonista della storia delle neuroscienze che qui inserisco è Cartesio. Cartesio nasce nel 1596 e muore nel 1650. Il modello di Galeno è stato un riferimento per lungo tempo e anche in Cartesio si trovano alcuni termini che provengono da quell'autore, termini come "spiriti animali" e "spiriti vitali". Vediamo però cosa ha detto Cartesio sul tema del cervello. Nel Discorso sul metodo Cartesio, nella quinta parte, incomincia a spiegare come funziona il corpo umano. In particolare parla della relazione tra il cervello e il cuore. Cartesio pensa che il cuore funzioni come una pompa che mette in circolazione il sangue in tutto il corpo. Il cuore è fonte e origine di calore, perciò se il calore è distribuito in tutto il corpo, è perché il cuore in quanto pompa lo distribuisce lui stesso mettendo il sangue in circolazione. Il cuore comunica anche con il cervello ed è dal cervello che si generano gli spiriti animali, i quali sono poi diffusi in tutti gli arti e i nervi. Cartesio ha il merito di aver definito un certo modo di pensare il corpo che è tipico della medicina occidentale: il corpo è una macchina. Anche il cervello è una macchina e questo modello è ancora un punto di riferimento importante nelle neuroscienze attuali, laddove oggi si discute molto dell'analogia tra il cervello e il computer. Cartesio non conosceva il computer, ma conosceva gli automi (macchine che sapevano ben riprodurre una serie di movimenti umani una volta che venivano caricate). Il corpo è una macchina, ma l'uomo non è una macchina, in quanto l'uomo ha un'anima. Cartesio è famoso per la sua concezione dualista. Secondo Cartesio esistono due tipi di sostanze: res cogitans; res extensa. La res cogitans è la sostanza pensante o lo spirito, mentre la res extensa è la sostanza estesa o la materia. Questa concezione dualistica ha dettato le coordinate del pensiero classico sul rapporto mente/corpo. Di solito si dice che la mente è interna, mentre il corpo esterno. Si dice anche che la mente è privata, nella misura in cui solo noi soli sappiamo cosa pensiamo e cosa accade in essa, mentre il corpo è pubblico perché possono vederlo tutti. Questo modo di pensare è tipicamente dualista ed è possibile rintracciarne l'origine in Cartesio. Cartesio pensa che l'anima sia il pilota e il corpo la sua nave, ma qual'è il timone? come fa la mente a comunicare con il corpo? Secondo Cartesio è la ghiandola pineale che permette la comunicazione dello spirito con il corpo. Questa ghiandola si trova al centro del cervello nell'epitalamo. Questa affermazione di Cartesio è interessante, sebbene non costituisca una teoria valida, perché è il frutto di studi che Cartesio ha fatto sul cervello. Cartesio, anche come filosofo, faceva anatomia, studiava attivamente la ghiandola come parte del cervello.



Mi muovo rapidamente nei secoli e designo come terzo protagonista della storia delle neuroscienze un medico italiano: Camillo Golgi. Camillo Golgi nasce nel 1843 e muore nel 1926. Egli ha dato importanti contributi all'istiologia. Golgi è importante per il suo metodo di colorazione delle cellule e per la scoperta dell'apparato reticolare. Golgi, combinando l'acido osmico, il bicromato di potassio e il nitrato di argento, ottenne una soluzione argentata attraverso la quale, colorando le parti interessante del cervello, riusciva a mettere ben in evidenza gli assoni e le varie cellule di una determinata zona cerebrale, facilitando in questo modo lo studio e l'osservazione del cervello stesso. È con questo metodo che Golgi scoprì l'apparato reticolare nel cervello. Parlare di reticoli significa parlare di reti, tuttavia la rete non è continua perché esistono cellule distinte: i neuroni. All'epoca Santiago Ramon y Cajal (1852-1934), medico e istologo spagnolo, aveva già costruito un avanzato modello sul neurone. Secondo questo modello il neurone è un corpo cellulare (soma) dal quale si espandono i dendriti da un lato e l'assone dall'altro. 

 

A partire dalla seconda metà dell'800' si sono delineate in neuroscienze due posizioni differenti: gli olisti e i funzionalisti. Un olista in ambito neuroscientifico è uno studioso che pensa che l'interno cervello sia coinvolto nell'adempimento di attività di carattere cognitivo. Un funzionalista, invece, crede che solo alcune aree del cervello si attivano nell'adempimento di attività di carattere cognitivo. Un olista nelle neuroscienze è sicuramente Sigmund Freud (1856-1939). Freud, in questo senso, costituisce il quinto protagonista della mia breve storia delle neuroscienze. Freud, all'inizio, credeva che l'inconscio facesse parte del cervello. In questa fase, ossia prima di abbandonare questa teoria, Freud scrive testi interessanti sul tema del cervello. Per esempio Freud scrive il Progetto di una psicologia, pubblicato postumo a partire dai testi che il collega Fliess aveva conservato. Nello scritto Freud indaga le origini del ricordo a partire dalla struttura del cervello. La struttura del cervello è a rete e in questa rete sono rintracciabili elementi distinti definiti con il nome di “neuroni”. Il neurone è composto dal soma, i dendriti, l'assone e le sinapsi. Lo stimolo che arriva dai dendriti, viene fatto scorrere lungo l'assone, fino ad arrivare alle sinapsi che sono sull'altra estremità. Secondo Freud il cervello è attraversato da una certa quantità di energia (Qn) che mano a mano si scarica, incontrando delle resistenze. Freud sostiene l'esistenza di tre tipologie di neuroni che chiama con le lettere greche: φ,ψ,ω. Il primo tipo di neuroni sono i neuroni permeabili, chiamati da Freud con la lettera φ. Freud sostiene che la funzione del sistema nervoso sia quella dello scaricamento, dunque il sistema nervoso tende all'inerzia. L'energia psichica che si scarica lungo i neuroni permeabili non incontra alcun ostacolo. Il secondo tipo di neuroni sono i neuroni impermeabili, chiamati da Freud con la lettera ψ. Questo tipo di neuroni offrono resistenza all'energia psichica che scorre nel sistema nervoso, trattenendo la Qn. È con questa forma di resistenza, ipotizzando barriere di contatto tra i neuroni, che Freud tenta di spiegare il funzionamento della memoria nel cervello. Freud ipotizza che la ritenzione della traccia funzioni a partire da energia cerebrale o psichica che viene trattenuta e che incontra una resistenza. Tuttavia non è la quantità che spiega la memoria, questa quantità deve diventare qualità, ossia deve diminuire quasi a diventare zero. Per questo Freud inserisce in più anche un terzo tipo di neuroni, chiamati con la lettera ω. Questo tipo di neuroni è molto più impermeabile del precedente e Freud ne fa uso anche per spiegare l'origine della coscienza. Freud non divide il cervello per aree, piuttosto egli distingue tre tipologie di neuroni.




Con gli studi sulle lesioni, notando che a ferite su certe zone del cervello corrispondevano deficit altrettanto particolari, la teoria olista del cervello è venuta decisamente meno, con il conseguente vantaggio per la teoria funzionalista. Torno indietro un po' di anni nel tempo per ritrovare le origini della teoria funzionale nella frenologia. Joseph Gall fu uno dei più importanti frenologi. Gall è il sesto protagonista della storia delle neuroscienze. Gall molto probabilmente ha portato la teoria funzionalista ad un livello abbastanza estremo, assegnando ad ogni singola porzione del cervello una funzione. Franz Joseph Gall nasce a Tiefenbrunn Baden il 9 marzo 1758 e muore a Montrouge il 22 agosto 1828. Secondo Gall il cervello è composto da un insieme di parti, ciascuna con la propria funzione. Gall studia il cranio e ne definisce una mappa per aree. A partire da questo studio del cranio individua le varie aree-funzionali. Dalla lettura del cranio e della sua conformazione si potevano dedurre le attitudini dei vari soggetti studiati. Il cervello è stato diviso da parte di Gall in ben 26 aree, ciascuna con degli scopi precisi. Gall fu il primo a pensare che il cervello fosse diviso in aree e che queste aree avessero scopi ben definiti. Oggi questo è confermato, tuttavia non si parla più di centri, ma di sistemi di parti interconnesse. In più Gall credeva che questi organi, o parti del cervello, avessero prestazioni differenti a seconda delle dimensioni e che le facoltà che dipendevano da queste fossero innate, ma queste idee non sono state confermate dalle neuroscienze attuali. La frenologia all'epoca ebbe un ampio utilizzo: Gall studiò i criminali, le conformazioni del loro cranio ed era certo di determinare perché fossero criminali dallo studio del cranio; allo stesso modo la frenologia veniva impiegata dai datori di lavoro per selezionare i candidati. 

 

L'ipotesi funzionalista è diventata nel tempo il modello di orientamento delle neuroscienze. Oggi abbiamo individuato almeno tutte quelle aree che riguardano la sensibilità o le funzioni motorie. Le aree visive, ad esempio, sono situate nel lobo occipitale. La parte più difficile delle neuroscienze riguarda lo studio delle facoltà superiori dell'uomo, quelle che, da quel che si sa, concernono la materia grigia. Una delle prime facoltà superiori dell'uomo che è stata studiata in neuroscienze è il linguaggio. Le neuroscienze così come le conosciamo oggi hanno alle spalle due grandi scienziati che si sono occupati dello studio del linguaggio nel cervello e hanno ottenuto importanti scoperte. Carl Wernicke (1848-1905) e Paul Broca (1824-1880) costituiscono il settimo e l'ottavo protagonista della storia delle neuroscienze. Wernicke e Broca sono diventanti due famosi neuroscienziati a seguito della scoperta di determinate e rispettive aree del cervello: l'area di Wernicke e l'area di Broca. L'area di Broca è situata nel lobo frontale del cervello. Broca ha constatato in un certo numero di pazienti che una lesione in quell'area provocava l'incapacità di pronunciare le parole, ossia andava a danneggiare la facoltà motoria relativa al linguaggio. Un caso famoso è quello del paziente “Tan”, chiamato così, proprio perché era l'unica parola che riusciva a pronunciare. Deficit di questo tipo sono chiamati normalmente in neuroscienze “afasie”. L'area di Wernicke, invece, è situata nel lobo temporale. Mentre i pazienti di Broca non sapevano pronunciare le parole, ma le comprendevano benissimo, nel caso di Wernicke l'afasia riguardava proprio la comprensione delle parole. Il soggetto che ha una afasia nell'area di Wernicke è perfettamente in grado di parlare, ma se gli chiedessimo di ripeterci quello che gli stiamo dicendo, egli presenterebbe difficoltà nel farlo. Dunque l'area di Broca è connessa con la sintassi, mentre quella di Wernicke con la semantica.

Siamo arrivati nel pieno novecento. Il nono e il decimo protagonista della storia delle neuroscienze sono Alan Lloyd Hodgkin (1914-1998) e Andrew Huxley (1917-2012). Entrambi hanno ricevuto premi nobel per le loro ricerche. I due neuroscienziati hanno spesso collaborato assieme arrivando ad importanti risultati sulla natura chimica del segnale nervoso. Lo studio dei due scienziati si è concentrato sul sistema nervoso dei calamari. Gli esperimenti effettuati sugli assoni dei calamari avevo lo scopo di studiare il fenomeno delle scariche elettriche del cervello. Visti i mezzi che esistevano all'epoca, serviva un lungo assone per poter compiere gli studi e i calamari tornavano utili proprio in questo. Infatti il calamaro possiede un solo neurone molto grande. Con le loro ricerche scoprirono l'importanza svolta dal potenziale di membrana, in quanto il segnale trasmesso nelle fibre nervose non consiste in altro che in una modificazione del potenziale. In questo modo si spiega il funzionamento del sistema nervoso a partire da scariche elettriche. Alan Lloyd Hodgkin e Andrew Huxley hanno inoltre ipotizzato l'esistenza di un canale ionico all'interno della membrana della cellula. L'esistenza di questo canale è stata confermata successivamente.

Con Wernicke e Broca parte lo studio delle facoltà superiori. All'inizio la ricerca si rivolgeva verso temi come il linguaggio, il pensiero e la razionalità. Tuttavia fenomeni come le emozioni e i sentimenti non erano ancora studiati nelle neuroscienze. Perché ciò avvenga bisogna aspettare due importanti neuroscienziati come Joseph LeDoux e Antonio Damasio. LeDoux, neuroscienziato contemporaneo nato nel 1949, dedica i suoi studi alle emozioni e crede che le emozioni dipendano da funzioni biologiche. Nel particolare riconosce una relazione esistente tra l'amigdala e le emozioni. Le emozioni, in questo senso, si hanno in conseguenza dell'attivazione dell'amigdala e sono del tutto inconsce. Un'emozione genera una reazione del corpo e solo in un secondo momento diventa emozione cosciente, nel senso che interviene la parte razionale sulla reazione emotiva. Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese, anche lui contemporaneo, è famoso per i suoi studi e le sue ricerche sulle emozioni. In qualità di neuroscienziato si è interessato molto della filosofia moderna (Cartesio e Spinoza) e della filosofia contemporanea (i Curchland, Daniel Dennett, ecc.). Damasio ha scritto un libro famoso che si intitola: L'errore di Cartesio. In questo scritto egli mostra come una serie di pazienti da lui studiati, i quali avevano subito una lesione al lobo frontale, o hanno dovuto farselo asportare a causa di tumori, hanno tutti perso sia la razionalità che le emozioni. A questo punto Damasio ha iniziato a supporre una relazione tra i due fenomeni, tale per cui non si può essere razionali senza provare emozioni. I soggetti da lui studiati presentavano un'incapacità nella pianificazione del proprio futuro (perdita di razionalità) e una totale freddezza (perdita delle emozioni).

Antonio Damasio ha sviluppato una sua teoria delle emozioni. Il filosofo William James, osserva Damasio, sosteneva che, tolti tutti gli aspetti fisici dell'emozione (aumento del battito cardiaco, tensione nei muscoli, pelle d'oca, un certo sguardo, ecc.), non rimarrebbe nulla di più. Con il filosofo James nasce l'idea che l'emozione può essere ridotta semplicemente alle sue basi biologiche. Damasio, il quale simpatizza per l'osservazione di James, ha costruito nel tempo una teoria sul funzionamento delle emozioni. Egli distingue due forme di emozioni: emozioni primarie; emozioni secondarie. Le emozioni primarie appartengono alla fase iniziale, mentre quelle secondarie alla fase adulta. Delle primarie Damasio cita il caso della paura di determinati tipi di animali (ragno, serpente, aquila, ecc.). La reazione emotiva, in questo caso, avviene ben prima che noi stessi ne siamo consapevoli ed è difficile averne un controllo. Damasio spiega che in questi casi da un lato le cortecce sensitive sono informate e categorizzano l'oggetto visto, dall'altro, a seguito degli stessi segnali, si attiva l'amigdala. Damasio fa dipendere in generale le emozioni primarie dai circuiti del sistema limbico, dall'amigdala e dal cingolato anteriore. Questa prima forma di emozioni sono in noi sin da piccoli, mentre le emozioni secondarie si sviluppano in fasi più avanzate e presuppongono le emozioni primarie. Esempi di emozioni secondarie per Damasio sono: la perdita di un caro o l'incontro di un vecchio amico. Dal quel momento, ossia da quando accade un evento simile, la nostra vita cambia e cambia anche il nostro corpo. Prima di tutto, osserva Damasio, saremo condizionati da immagini mentali di quella persona ed eventuali ricordi. Tutto questo involve l'attivazione delle cortecce sensitive. Date queste immagini, afferma Damasio, abbiamo attivazioni di reti neurali nella corteccia prefrontale e a queste segue l'attivazione dell'amigdala e del cingolato anteriore. Questi ultimi attivano il sistema nervoso autonomo tramite segnali che arrivano ai nervi periferici e alle aree motorie del cervello. Tutto questo genera uno stato emotivo nel corpo, manifestato dai mutamenti nel corpo stesso. I pazienti che aveva studiato Damasio, i quali presentavano lesioni alle aree prefrontali mostravano deficienze per quanto riguarda le emozioni secondarie. Di questi soggetti Damasio ha riscontrato che, non solo sembravano non provare più emozioni, ma avevano perso completamente la capacità di pianificare il proprio futuro. Essi avevano perso, in un certo senso, la ragione. Di che ragione si parla? Damasio distingue una forma di razionalità più pratica e sociale, con la quale scegliamo tra le varie opzioni che ci offre la vita quella che ci sembra più razionale, da una ragione teoretica che adoperiamo quando dobbiamo risolvere problemi più astratti, come ad esempio un problema di geometria. La ragione a cui si riferisce Damasio è la ragione sociale. Su questa forma di razionalità egli afferma che non può funzionare realmente bene senza le emozioni. Damasio, dunque, intende abbattere completamente l'idea kantiana della ragione pura, questo lo manifesta chiaramente. Ciò non significa essere contro la filosofia. Anzi, molte delle affermazioni di Damasio, confermano le tesi di famosi filosofi come Spinoza o David Hume, i quali sono dei veri e propri riferimenti nelle ricerche di Damasio. Antonio Damasio si è formato una teoria sul funzionamento della razionalità e del processo razionale, la quale mette in campo le emozioni. Questo modello di razionalità è basato sul concetto di "marcatore somatico". Spesso si pensa che il ragionamento in una scelta consista nella valutazione dei vantaggi e degli svantaggi in una certa gamma di opzioni. Razionale è, in questa concezione, scegliere l'opzione più vantaggiosa. Damasio spiega che questo modello non è in grado di chiarire come una scelta avvenga con una certa rapidità. Se dovessimo davvero valutare ogni singola opzione e calcolare per ognuna di esse i vantaggi e gli svantaggi, ne seguirebbe un calcolo lunghissimo. Molti credono che questo dipenda dal fatto che la gente non ha molta familiarità con il calcolo delle probabilità. Sebbene questo possa essere vero, questa osservazione non risponde al problema posto da Damasio. Damasio, al contrario, pensa una teoria del "marcatore somatico". Secondo questa teoria, delle reazioni somatiche di carattere emotivo, come ad esempio determinate sensazioni nel corpo, accompagnano una determinata rappresentazione sia che si tratti della rappresentazione di una opzione vantaggiosa, sia che si tratti della rappresentazione di una opzione svantaggiosa. Il marcatore somatico segna determinate opzioni, di modo che noi possiamo categorizzarle. Di fronte a reazioni spiacevoli, a seguito di una scelta che si deve intraprendere, scaturite dall'idea di poter optare per una certa scelta, il soggetto opta per qualcos'altro. Questo fenomeno è ciò che viene a mancare nei pazienti di Damasio ed è quel che spiega la relazione tra la ragione e le emozioni.





Un altro importante neuroscienziato del 900' è sicuramente Eric Kandel. Egli ha ricevuto un premio nobel in medicina ed è molto famoso per i suoi studi biologici sulla memoria. Kandel si era interessato in passato già della psicoanalisi ed era molto consapevole dell'importanza che svolge la memoria nella psicoanalisi, soprattutto nella teoria di Freud. All'epoca, però, un importante psicologo, Karl Lashley, sosteneva che la memoria non era localizzabile nel cervello. Studi successi hanno dimostrato che danni ad aree precise del cervello possono provocare la perdita della memoria, confutando la tesi di Karl Lashley. In questi primi studi è stata rinvenuta una perdita dei ricordi recenti, mentre quelli di lunga data erano ancora conservati. Questo ha posto le basi per una prima distinzione tra la memoria breve e quella lunga. Un primo studio in questa direzione fu eseguito dalla studiosa Brenda Milner. Brenda Milner scoprì la relazione tra la memoria lunga e l'ippocampo. Successivamente nel 1962 è stata scoperta l'esistenza di differenti tipologie di memoria nel cervello: memoria motoria, memoria visiva, memoria uditiva e memoria somatosensoriale. Era chiaro a quel punto l'esistenza di una memoria cosciente (memoria esplicita) localizzata nell'ippocampo e una non cosciente (memoria implicita), localizzata al di fuori dell'ippocampo. Dunque la memoria, come si vede, non coincide con una singola area, ma con un sistema di aree. Quel che non è ancora ben chiaro è come avvenga il processo di immagazzinamento dei ricordi. Secondo Kandel e il suo amico Alden Spencer la risposta non è da cercare nelle proprietà dei neuroni in quanto tali, come ad esempio nelle proprietà dei neuroni dell'ippocampo, ma nelle connessioni tra un neurone e l'altro. Quindi, secondo Kandel, ciò che è importante è il modo in cui le cellule nell'ippocampo sono interconnesse, non le loro proprietà. Per i suoi studi Kandel fece delle ricerche e delle analisi sull'Aplysia, una lumaca marina dell'isola Catalina, i cui neuroni sono molto simili a quelli dell'uomo. Da questi studi Kandel trae l'idea che la memoria possa derivare da cambiamenti nella forza sinaptica determinati da specifici schemi di stimolazione sensoriale. Dallo studio sull'Aplysia, in sostanza, è risultato che è la plasticità del sistema nervoso a spiegare sia la memoria che la capacità di apprendimento. Questi risultati sono molto interessanti, ma non è ancora chiaro come possa il cervello immagazzinare tutti quei ricordi. Probabilmente il problema sta nel fatto che abbiamo un concetto sbagliato di memoria. Di solito per ricordo intendiamo la capacità di ritenzione di una traccia. Se dunque la memoria fosse un mero accumulo di ricordi, come i libri in una biblioteca, osserva Damasio, allora il nostro cervello non sarebbe certo il candidato ideale per contenere tutto quel materiale. In realtà Damasio ha un'altra idea su come potrebbe funzionare la memoria: il ricordo non è un dato salvato nel nostro cervello e collocato in qualche preciso neurone, il ricordo è piuttosto il tentativo di rievocare qualcosa, ma questa rievocazione è una semplice ricostruzione, non un dato immagazzinato. Damasio sostiene questo perché i nostri ricordi non sono veramente così fedeli in tutto e per tutto agli eventi, ma tentano piuttosto di rievocarli. 

 

Un altro tema di grande interesse oggi nelle neuroscienze è quello della coscienza. Come ha notato il filosofo David Chalmers, quello della coscienza è un problema abbastanza complesso. Fino a che ci riferiamo all'attenzione o allo stato della veglia, abbiamo a che fare con problemi più semplici e che spesso coinvolgono zone subcorticali del cervello come il mesencefalo. Il problema difficile, afferma David Chalmers, consiste nello spiegare come è possibile l'esperienza stessa, ossia il fatto di essere coscienti di leggere questo testo, di vedere certe cose e di pensarne delle altre. Questo non c'è lo spiega nessuna teoria neuroscientifica. Una delle teorie più avanzate nelle neuroscienze è la teoria computazionale. Questa teoria spiega le operazioni del cervello tramite algoritmi. La coscienza non è una operazione, essa consiste piuttosto nel fatto che noi siamo coscienti di svolgere un certo compito, ad esempio contare o comprendere quel che un altro ci dice. La coscienza è qualcosa che eccede queste attività. In risposta a questo problema sono nate molte teorie:

1) L'eliminativismo: la posizione di coloro che credono che la coscienza, in quei termini, sia semplicemente un'illusione. Noi crediamo di essere coscienti, che esista questo di più, ma in realtà non c'è nulla. Tra gli eliminativisti spiccano i nomi di Paul e Patricia Curchland.

2) Il riduzionismo: riduzionisti sono coloro che spiegano la coscienza come fenomeno biologico nel cervello. Essi credono che la coscienza dipenda da cause biologiche che hanno origine nel cervello. Tra questi vale la pena di nominare John Searle.

3) Il non-riduzionismo: è la posizione di chi pensa che la coscienza non sia riducibile alla biologia o alla materia del cervello. Tra questi troviamo i dualisti, ossia chi distingue nettamente il corpo dalla coscienza. C'è poi chi pensa che la natura della coscienza sia un mistero che non avrà mai risposta come Thomas Nagel. Inoltre troviamo la posizione di David Chalmers stesso, il quale pensa la coscienza come un elemento fondamentale della realtà al pari dello spazio e del tempo.

4) Il pampsichismo: pampsichista è la posizione di chi pensa che coscienza si trovi in ogni cosa, anche le rocce. Due noti sostenitori del pampsichismo sono Steven Shaviro e Galen Strawson. Strawson, in particolare, sostiene che la materia non è altro che energia e la coscienza è una proprietà dell'energia. 




 

In ambito strettamente neuroscientifico uno dei massimi studiosi della coscienza è Christoph Koch. Cristoph Koch è l'ultimo dei protagonisti di questa storia delle neuroscienze. Cristoph Koch ha fatto uno studio sulla coscienza con Francis Crick. Francis Crick è noto per essere, assieme a James Watson, uno degli scopritori del D.N.A. . Koch e Crick indagavano sui correlati neurali della coscienza. I due studiosi sono giunti alla conclusione secondo la quale la coscienza ha come base, a livello neurale, oscillazioni neurali di 40-70 Hz. Con queste oscillazioni è imposta temporaneamente un'unità globale ai neuroni in differenti parti del cervello. Crick e Koch espongono la loro teoria della coscienza nell'articolo Towards a neurobiological theory of consciousness. La loro teoria è basata sul concetto di "legame". Il legame è possibile grazie al fatto che determinati neuroni attivi nel cervello oscillano per la stessa frequenza, creando legami tra informazioni. Il legame è un concetto che serve a spiegare come diverse aree del cervello si attivino allo stesso tempo in risposta ad un oggetto attualmente percepito. I neuroni attivati agiscono in modo sincronico con una oscillazione tra i 40-70 Hz, imponendo un'unità temporanea al cervello. È questo fenomeno del sincronismo, dell'unità del cervello, spiegato attraverso la nozione di legame, che, secondo Cristoph Koch, rappresenta il correlato neurale della coscienza. La teoria sui correlati neurali della coscienza è oggi molto discussa in filosofia. David Chalmers, ad esempio, non la condivide. Egli critica questa teoria sottolineando importanti lacune come l'assenza di una spiegazione di come i legami e le oscillazioni rendano possibile l'esperienza stessa. La coscienza, dunque, al contrario di quel che pensa Koch, oggi è ancora un grande problema, ma ci sono molti studiosi al lavoro, perciò possiamo immaginare nel futuro più prossimo importanti sviluppi sull'argomento.

Le neuroscienze come campo positivo del sapere hanno avuto sviluppi vertiginosi molto recenti, grazie alle nuove tecnologie. Una volta l'unico mezzo per studiare il cervello consisteva nello studio anatomico dei cadaveri. Nell'800', nell'età del positivismo, si studiavano molto la forma del cranio. Questi studi già dicevano molto su come è struttura il cervello e il cranio, ma all'epoca non era possibile studiare il cervello quando era attivo. Perciò dell'attività del cervello si sapeva veramente poco. Per molti secoli si credeva che i neuroni fossero attraversati da "spiriti animali", prima di arrivare a parlare di "impulsi elettrici". Gli studi di Alan Lloyd Hodgkin e Andrew Huxley sono, ad esempio, degli anni 50 del 900'. Ma in quegli anni, anni in cui si studiava il funzionamento degli impulsi elettrici, non c'erano gli strumenti che abbiamo oggi. Alcuni metodi noti che abbiamo oggi per la studio del cervello sono la Pet (Tomografia ad emissione di positroni) e la RMF (risonanza magnetica funzionale). Questi strumenti si sono sviluppati a partire dagli anni 80'. La Pet funziona con la somministrazione di un radiofarmaco, mentre la risonanza magnetica funzionale, lavora sulla relazione tra il flusso sanguigno e l'attività neurale. In particolare la Pet misura il consumo di energia nel cervello. La RMF, invece, misura l'uso dell'ossigeno. Nella RMF troviamo tutte le tecniche di neuroimmagine, attraverso le quali si cerca di comprendere quali sono le aree che si sono attivate di un certo paziente nel momento in cui il soggetto compie operazioni di un certo tipo. Dato che il cervello è sempre attivo e le aree attive sono molte, per capire quali sono le aree specifiche che sono coinvolte in un certa attività, da parte di un soggetto, si usa il metodo della sottrazione. Prima è necessario avere un'immagine del cervello di un paziente che non sta svolgendo nessuna attività, poi si chiede al paziente di compiere determinate operazioni e sottraendo la prima immagine alla seconda, si ottengono solo quelle aree che si sono attivate in più.

Il generale oggi abbiamo abbastanza conoscenza sul cervello, la quale dipende principalmente dallo studio di casi di malattie, afasie e lesioni. Grazie a questi possiamo dire che, dato che un soggetto che ha un'area precisa del cervello danneggiata, ha perso determinate capacità (es. il riconoscimento delle persone), possiamo inferire che quell'area è coinvolta in quel tipo di operazioni. Oggi, però, come ho già detto, non si pensa che il cervello sia composto di centri, ma di sistemi di parti interconnesse. Per esempio, chiunque voglia studiare il fenomeno del linguaggio nel cervello non deve comprende il centro che presiede al linguaggio, ma quali sono le aree che formano un certo sistema nel cervello che rende possibile il linguaggio. In questo sistema dovrà includere l'area di Wernicke e quella di Broca.

Una delle caratteristiche più belle delle neuroscienze è il fatto che non sono una singola materia o disciplina, ma un insieme di tantissime discipline. Ecco un elenco di buon numero di esse:

- neurochimica

- neurobiologia

- neurolinguistica

- neurofilosofia

- neuropsicologia

-neuroeconomia e neuromarketing

- neuroteologia

- neuroinformatica

- neurofisica

lunedì 16 marzo 2015

Passages, N: Elementi di teoria della conoscenza, teoria del progresso. (Walter Benjamin)





(La Dresda bombardata, non assomiglia all'immagine dell'angelo della storia che ne da Benjamin?)

Progresso, una parola che sembra caduta nei nostri secoli di disillusione, ma perché? perché noi abbiamo visto le conseguenze del progresso, il progresso della scienza, la bomba atomica, i missili, i droni; il progresso della tecnica, il mondo del controllo, le telecamere, i computer; il progresso nella produzione, lo spreco, i problemi ambientali e così via. 






Cos'è il progresso? Benjamin lo descrive come una specie di continuum uniforme, in questo senso diventa piatto ed è anche progredire della distruzione. Andare avanti in questa direzione, è questo il progresso? in che direzione stiamo andando come umanità? austerity, disoccupazione, disboscamento, terrorismo, terza guerra mondiale. Quello che vuole fare Benjamin è mostrare che in fondo non è vero che la civiltà si contrappone alle barbarie o meglio il progresso non ha le barbarie come suo opposto, questo muove contro una certa concezione hegeliana. In effetti per come la spiega uno come Benaseyang la teoria del progresso di Hegel potrebbe essere letta nel senso che il bene avanza eliminando sempre più il male e superandolo, per arrivare alla sua stessa realizzazione, in fondo si può dire l'idea del bene platonica in atto. Noi sappiamo che le cose non stanno propriamente così o almeno, se leggiamo le cose in questo modo, cosa succede? dovremmo pensare che quello che sta succedendo ora devia dal progresso oppure che sia necessario per esso, per esempio una logica hegeliana considera le guerre come morali e completamente inserite nel progresso, anzi in parte sono motore e condizione, anche se magari il fine è la società senza guerra. È contraddittorio dire che la guerra serva per la pace, così sarebbe difficile dire dove abbiamo deviato dal progresso nel passato, di fatto Benjamin è convinto, come del resto si convinceranno anche Horkheimer ed Adorno, che in fondo le barbarie fanno già parte della logica del progresso. L'Isis è una prova, certo non è l'unica, in fondo Horkheimer ed Adorno quando parlano di progresso pensano quel progresso della civiltà spiegato da Freud in Totem e tabù, un progresso per cui il principio di realtà si sostituisce un po' alla volta al principio di piacere, il primo implica la repressione delle pulsioni, la sublimazione dell'Eros. Dunque ha senso per questi pensatori e per Benjamin pensare se mai un progresso come salto, ma a questo ci si deve arrivare. Dunque da questo punto di vista la concezione del progresso di Benjamin differisce molto da quella di Marx, non si tratta di far accelerare il treno della storia, ma di fermarlo, di arrestarlo per quel che si può. Per comprendere tutto questo la cosa migliore sarebbe partire da una certa lettura che fa Benjamin di Proust, non a caso in effetti lui aveva tradotto la Ricerca in tedesco. Secondo Benjamin il romanzo di Proust dice che ogni passato ha un suo grado di attualità, in fondo quando questo viene risvegliato, succede che questo stesso si trovi a coesistere virtualmente con il presente del momento, come nel caso famoso delle madelaine. Questo incontro di passato e presente, per Benjamin, è un incontro di due costellazioni, la formazione di un'istante monadico, un nocciolo di verità, verità temporale, che però in quella monade si trova sbalzata dal continuum del tempo. Sotto certi aspetti, il problema proustiano della coesistenza, la lettura di Benjamin, trovano dei collegamenti in Gilles Deleuze, questo autore considera il libro di Proust come il romanzo dei segni, i segni sono proprio quelle cose, oggetti empirici, che ci fanno accedere al virtuale, che fanno violenza al pensiero e ci costringono a pensare e a porre problemi, sono folgore che stanno a capo della genealogia dell'idea e del problematico. Ovviamente la lettura nel senso del virtuale ha molto del bergsoniano, però in fondo parlando di virtuale non si fa che parlare di memoria. Di fatto per Benjamin il passato non è qualcosa di dato, non credo che lo sia nemmeno per Deleuze, non è una questione del passato fisso, quella è la storia raccontata dai libri, la storia o bottino dei vincitori, Benjamin invece vorrebbe riaprire le stanze buie, ripensare una storia dal basso, dagli oppressi, perché in fondo è di questo soggetto che non si parla e la rivendicazione della rivoluzione non è l'utopia che deve venire, la promessa che verrà, ma la promessa non mantenuta, un modo per rivendicare gli oppressi stessi. Dal grado di attualità di un passato si deriva l'immagine della bilancia di Benjamin, passato e futuro, è la bilancia storica, ma è in fondo il lavoro dell'autore, se si mettono su un piatto della bilancia i Passages del XIX secolo. Essi sono un pezzo di storia oggetto dell'opera, ricostruiti con una tecnica di montaggio letterario, ogni straccio e tutto quello che si trova, senza falsificare nulla, niente interpretazioni, solo mostrare. Il progresso come salto in fondo non si costituisce se non a partire dallo sbalzo monadico e dall'uscita dal continuum storico.

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lunedì 9 febbraio 2015

Passages, K: Città di sogno e casa di sogno, sogni a occhi aperti, nichilismo antropologico, Jung. (Walter Benjamin)







Tanti istanti, una sola storia.

Benjamin scrive in questa sezione della sua concezione storica, quest'ultima va collegata a due sue opere famose, che sono: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica e Sul concetto di storia. 






Benjamin la chiama rivoluzione copernicana, quella che fa lui con la storia, si tratta di un'inversione di tendenza rispetto a quella che è la logica normale del progresso. Il progresso in effetti si proietta nel futuro, il presente è sacrificato nel nome di un fine ultimo, questo progresso come andamento della società e andamento storico, non è altro che la stessa storia scritta dagli oppressori, in questo senso, il progresso finisce per avere un carattere distruttivo. Per questa teoria Benjamin si ispira anche ad un'opera, un quadro da lui stesso acquistato, l'Angelus novus, dove viene rappresentato, dal punto di vista dell'interpretazione di Benjamin, l'angelo della storia che si trova paralizzato e a dover osservare una massa di distruzione che si alimenta continuamente davanti a lui. Questa forma di progresso ha fatto molto discutere, si collega anche anche alla questione tecnologica, non era molto accettata inizialmente, ad esempio Horkheimer non la avrebbe accettata, se non perché dopo si è trovato di fronte allo sterminio nazista e ha cambiato idea, del resto l'opera Dialettica dell'illuminismo, rappresenta un po' questo cambiamento di idea. In altri autori come Marcuse la questione diventa allora una critica particolare di progresso, quello quantitativo, rimane ancora possibile cambiare la direzione al progresso, questo è il tema di Eros e civiltà e altre opere come L'uomo a una dimensione. Ma per Benjamin è davvero possibile cambiare il corso del progresso? il progresso ha il carattere di continuum, o meglio è la storia che è fatta così, però la vera rivoluzione in Benjamin, sta nel fatto che il soggetto non si rivolga più al futuro, ma fisso sul presente volga gli occhi al passato. Qui penso si nasconda il così detto problema della promessa, perché, se il progresso normalmente vede la promessa di un mondo migliore nel futuro, per esempio attraverso la tecnica, Benjamin pensa il progresso come qualcosa di rimasto incompiuto nella storia e nella lotta storica. Il passato è come l'oggetto da collezione, è incompiuto, qualcosa deve essere risvegliato, portato alla luce, nel senso, che una cosa è la storia che noi leggiamo, quella scritta dai vincitori, che poi è la cultura della società, cultura che è ideologia e sovrastruttura in senso marxista, un'altra è la storia materiale. Fare materialismo storico vuol dire scrivere la storia degli oppressi, questo in parte lo si vede nei Passages dove Benjamin cerca di fare qualcosa che chiamerà montaggio letterario, che spiegherò più avanti; ma del resto è noto come in realtà il protagonista classico benjaminiano sia lo straccivendolo, per cui l'interesse è sempre rivolto verso gli ultimi. L'incompiuto è anche quella promessa di felicità ed emancipazione per questi ultimi, in questo senso introduce Benjamin la figura del fanciullo, il fanciullo è rappresentazione della generazione futura, questa generazione si contrappone alla precedente vedendola come passato, questa ha la possibilità di riscattare la generazione precedente. Benjamin rappresenta questa società e queste persone come dormienti, nel senso che non si rendono conto della società in cui vivono, cercano di fuggirla con la moda, il gioco, fuggono la noia, ci sono le droghe, l'appagamento ingannevole della merce, le poesie di Baudelaire come alcolici; una narcosi di massa per addormentare le coscienze, dove il fanciullo rappresenta la possibilità di risveglio. La dialettica storica benjaminiana funziona in modo tale che una costellazione del passato incontra quella del presente formando un solo istante monadico, la tecnica storica, non sta nel accelerare la storia, ma nel fermarla, dunque smontare la storia, arrivando all'attimo, come una decostruzione di un film dove si giunge al singolo fotogramma. Così anche il montaggio letterario è una tecnica cinematografica, in un certo senso, prende pezzi e stracci da ogni dove, ad esempio nei Passages ci sono diverse citazioni da opere francesi e tedesche su quei tempi e tutto è costruito a partire dal frammento come nel cinema dal fotomontaggio. Il passato è una dinamite noi possiamo accedere la miccia e fare saltare in aria tutto, ma è questa l'idea di far saltare il presente dal continuum storico. L'ultimo tema interessante della sezione è quello di Jung, perché Benjamin condivide con lo psicologo una concezione dell'inconscio collettivo, per cui in realtà tutte le manifestazioni che troviamo nel XIX secolo, in particolare a Parigi sono manifestazioni di questo inconscio, i passages si trovano ad essere manifestazione di un inconscio collettivo. Alla fine il progresso per Benjamin potrebbe al massimo essere un salto qualitativo al di là del dato, più o meno allo stesso modo in cui si intende tutto questo nella Dialettica dell'illuminismo.

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domenica 7 dicembre 2014

Rivendicare l'Utopia








Quello che si è detto fino ad ora potrebbe facilmente essere frainteso, nel senso che l'antagonismo alla storia potrebbe essere preso come mero atto di assassinio senza violenza, che per quanto sia già paradossale questa affermazione, non è vero perché un gesto di questo tipo potrebbe ancora apparire storico e del resto farebbe pensare che io stesso non trovi niente di positivo nella storia, quindi si devono fare delle precisazioni. In primo luogo la storia qui non è il tempo, per esempio la produzione culturale non è storica ma è del tempo, cosa è davvero della storia? il problema sta nel negativo, la storia come faceva ben vedere Hegel produce sempre un negativo come controposizione e questo negativo possono essere le guerre, le crisi economiche e altro, quello che noi diciamo contro Hegel è che tutto questo non produce nessun progresso. La storia non si realizza con la sua fine, non c'è progresso storico, ma se mai realizzeremo qualcosa, ovvero l'utopia solo fuori dalla storia. Non è vero che la storia non abbia un'utilità, nel senso è proprio il passato storico la cosa che ci interessa di più, da questo far emergere la storia degli sconfitti e degli sfruttati, quelli che hanno lottato nel desiderio dell'utopia, perché questo desiderio ha animato tutte le rivoluzioni della storia. Quindi al contrario il passato ci interessa ma non la storia dei vincitori che usano le guerre per i loro profitti, la storia degli umili che hanno subito e lottato per uscire da questo cerchio di sfruttamento. Si tratta di accostare il passato al presente, questo passato deve essere rivendicato dal presente, deve riaccendere la vecchia brama di utopia e aprirne di nuovo una possibilità per essa.  L'azione apocalittica è quella che segnerebbe l'avvento dell'utopia. Noi guardiamo al passato, dobbiamo farlo, studiare la storia, studiarla nei suoi dettagli, vendicare quei nomi scomparsi, le loro voci, questo è utile e necessario. I grandi condottieri vincitori, i tiranni hanno fatto la parte della storia violenta, hanno conservato un grande bottino, ce lo hanno vomitato in faccia in tutti i modi, ce lo hanno inculcato nella nostra educazione, mentre noi imparavamo la loro storia. Il punto sta nel lavorare per far riemergere volti dal passato perso e rivendicare il loro sogno di utopia. La possibilità utopica si apre solo nel presente quando questo ferma la storia, la deve bloccare e mettere in discussione il proseguimento di essa. L'unico progresso che si può avere sta nelle frenate alla storia, noi in senso anti-storico abbiamo preso una coscienza, questa coscienza che cresce fonda l'atto finale apocalittico di superamento della caduta. Si riveda la storia al contrario non da chi l'ha fatta, ma da chi l'ha subita, si scriva di questi volti scomparsi, si cerchi questi senza nome, si parli di loro, gli ultimi sono la nostra possibilità di redenzione. L'uomo più povero della nostra epoca è più salvifico del politico che governa la nostra nazione. La riscrizione delle cose, aumenta la nostra consapevolezza, fa crescere in noi la possibilità di rivendicazione dell'utopia, come mondo fuori dalla storia. La situazione dei due tempi si può superare quando i due collidono e creano un terzo tempo che ci fa progredire, riapre la possibilità dell'eternità come situazione perenne di utopia. La storia è dominio, il sempre ci saremo dei governanti che torna in continuazione, quello che si deve fare e risvegliare il mondo dei fantasmi della storia da sotto, ciò che è rimasto sepolto. Ci sono molte persone che hanno pagato nella storia perché erano pedine di piani folli, il cui unico guadagno era chi comandava che saggiamente non stava mai nel campo di battaglia a morire come altri. Non sempre si tratta di riscoprire i monumenti, molto spesso questi, quello che noi andiamo così a visitare sono simboli del potere, potere che ha costruito quegli edifici a spese dei più, se mai dovessimo volgere lo sguardo a quei monumenti e per rivendicare lo spirito oggettivato degli oppressi e il loro sudore che ha marchiato quei momenti, visto che non sono stati i potenti a costruirli; passeremo tra le mura di un castello, scruteremo il Colosseo cercando di respirare l'aria affannosa del loro lavoro, ci sentiremo come fossimo in quel momento, come se volessimo risvegliare le urla di oppressi del passato. Quindi quello che si propone qui è qualcosa di diverso, si pensa che la storia in realtà sia ripetizione, sempre uno stato di fatto, ogni progresso, se lo si vuole definire così, in realtà è sempre contro questo, un movimento contro la storia, anche perché è ispirato a qualcosa di anti-storico che è l'utopia, la quale rappresenta un mondo senza storia e nel tempo. Sarebbe una società perfetta, ma appunto senza guerre, né crisi economiche, non la dominazione mondiale, di pochi, quello se mai è inabissarsi della storia in sé, il falso eterno che è ripetizione, ma sempre uguale. Sabotiamo la storia! ha ancora un senso, non è infatti il nostro progetto quello della storia, ma sembra quasi calato dall'alto e fatto da altre mani. La non-violenza positiva, in realtà doveva essere un'azione che non produce più storia, perché la storia fino ad esso si è alimentata con la violenza.


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