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sabato 9 maggio 2015

Passages, P: Le strade di Parigi (Walter Benjamin)


Altrove Benjamin descrive un fazzoletto di carta su cui è stata stampata la cartina di Parigi. Visto che normalmente con i fazzoletti ci si soffia il naso viene da porsi delle domande su questo gesto simbolico fatto sulla piantina di Parigi. Il moccio fluisce su tutte le strade della carta e le impregna nel colorito giallognolo come con uno spruzzo. I nomi delle vie non sono le vie così come Magritte diceva che quella che ha disegnato non è una pipa. In qualche modo il nome della strada si sovrappone proprio come il moccio sul fazzoletto. Ci sono delle carte di Parigi, dice Benjamin, che sono talmente accurate che hanno segnati tutti i vari passages; anche i passages hanno dei nomi. A cosa servono questi nomi? certamente c'è la funzione pratica di poter distinguere una via dall'altra, senza dover ricorrere alla memoria di elementi presenti in essa (un museo, uno stadio o una scuola), quindi come in un modello matematico di segni; ma c'è di più: c'è la volontà di immortalità. Funziona come i monumenti ed è persino meno ingombrante; non c'è problema di immagine, è solo un nome: la nostra traccia immortale che lasciamo ai posteri. Il sentiero non è la strada, per il sentiero ci vogliono delle indicazioni, le strade non richiedono questo. Con il Flâneur non c'è meta, il labirinto di strade è assicurato. È bello percorrere strade e accorgersi di sequenze di nomi, i nomi più osceni (ad es. la rue des Mauvaises Paroles, ovvero le parolacce), delle combinazioni di questi, delle frasi che compongono, del libro della città. Per Benjamin è Parigi la vera cartina, una mappa 1:1, così che quella del fazzoletto non è più una metafora, è reale. Ci sono dei cambiamenti, per esempio la rivoluzione francese, questi cambiano ogni cosa; la rivoluzione si fa per le strade, con le barricate, ma la rivoluzione cambia le strade (per es. durante la rivoluzione sono stati cancellati le vie con nomi di santi). Le case cominciano ad essere numerate, per ora non hanno ancora un nome e non l'hanno ancora adesso. È come se un grande schema fosse gettato sulla città, è quadrettata ed è cartina. "Conosco Parigi come le mie tasche" diventa "Parigi è una carta che mi sta in tasca".

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domenica 22 febbraio 2015

Passages, M: Il Flâneur. (Walter Benjamin)







Che cos'è il Flâneur? non basta camminare per essere un Flâneur, non è perché lo fai per la strada o il luogo, se corri non sei Flâneur, non va infatti questa figura assimilata all'uomo folle contemporaneo che corre per ogni dove, quello che è spedito verso un luogo preciso non è un Flâneur. Il Flâneur è un uomo che cammina per le strade senza una meta precisa, non ha più uno scopo o un luogo preciso dove andare, questo suo camminare è lento, esso guarda la realtà come se si sentisse osservato da essa, come se gli altri lo guardassero, osserva il mondo nei suoi minimi dettagli. Il Flâneur ha fatto delle strade i suoi interieur, conosce la città come le sue tasche, sempre ci gira, ma il suo scopo non è comprendere i luoghi, ma perdersi in essi, perché la città diventa un labirinto, un modo di ebbrezza, quindi lui si muove sempre trovandosi dove non si aspetterebbe, lo scopo infatti è la narcosi non la lucidità chiara del percorso fatto. Vien da chiedersi cosa succederebbe a domandare delle indicazioni al Flâneur? si possono supporre diversi esiti, di certo il Flâneur vuole scoprire e non sapere, deve essere una curiosità che lo spinge a guardare ogni cosa e vedere tutto in ogni angolo, un esercizio di noia senza noia, perché la narcosi blocca quella sensazione, o è sempre sfuggita, anzi lo scopo è diverso non è il conoscere per andare oltre, ma il perdersi. Anche nel suo sguardo attento da investigatore il Flâneur sogna. Ci sono varie figure che sono presentate da Benjamin come Flâneur, una è quella di Dickens e un'altra è quella di Balzac. Ciò che il Flâneur fa deve essere tempo di ozio che esce da ogni poro, come un investigatore con la lente guarda tutta la città ne ispeziona ogni angolo; la sensazione, in Benjamin, è come se sia stato davvero commesso un crimine e portato via un cadavere, ma quale? e chi è morto? che tracce cerca il Flâneur?, tutte le tracce non sono che di uomini, impronte di uomo, sarà questo l'oggetto? l'uomo è il morto e l'assassino insieme? come ispettore il Flâneur è tale anche del mercato, guarda i prezzi dei negozi, si aggira nei Passages allo stesso passo della tartaruga, non gli sfugge nulla, è talmente perso negli oggetti da dimenticare, forse, se stesso.

"La massa in Baudelaire: Si distende come un velo dinanzi al flâneur è l'ultima droga di chi è solo" ( Benjamin, Walter, I passages di Paris, Einaudi, Torino, 2002, pp.498)

Il flâneur è nella massa senza essere la massa, non può essere unito con essa, non è in relazione con essa, ma può perdersi e mimetizzarsi in essa, diventare trasformarla nel suo alcolico. Quando un flâneur entra in un negozio diventa prostituzione, fuori di esso si trova sempre come fosse al centro dell'attenzione, oggetto di mille sguardi e nello stesso tempo perduto, infatti come guardato non sarebbe un in sé, ma solo un per sé.

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