Cerca nel blog

Choose your language:

Visualizzazione post con etichetta tecnica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tecnica. Mostra tutti i post

venerdì 18 dicembre 2015

Lyotard: la condizione postmoderna (un commento critico)









Questo classico si pone l'obbiettivo di studiare il sapere in età post-moderna. Il sapere in questo caso è costituito dall'informazione. L'informazione è un dato, il dato è contenuto nel data-base (banche-dati), ovvero i dati sono puramente accumulati. Tradizionalmente il sapere si divide in: sapere umanistico, quindi narrativo e sapere scientifico, quindi additivo. Il sapere narrativo segue come forma quella del racconto, mentre quello additivo, caratterizzato per l'accumulazione, funziona secondo un metodo dove una determinata proposizione si inserisce in un sistema di proposizioni dette scientifiche a patto che non le contraddica e che comunque la sua verità sia provabile. Ora, non è detto che non possa avvenire alcuna contraddizione, da Popper in poi è stato messo in evidenza che una rivoluzione scientifica avviene quando un sistema di proposizioni viene messo in discussione, quando cioè piuttosto che salvare quel sistema, si sceglie per questa nuova proposizione che potrà dare avvio a nuovi campi scientifici. Kuhn aveva mostrato che questo fatto avviene assai di rado, perché gli stessi scienziati sono poco propensi al cambiamento, ma questo accadere mette in discussione la concezione secondo la quale la scienza o la sua forma di sapere sarebbero puramente accumulative. È abbastanza chiaro che per Lyotard l'informazione fa cadere la narrazione, ma questa informazione si accumula e basta, i dati possono essere accumulati oppure possono essere connessi per formare nuova conoscenza. La nascita di un mondo informatico e di questa nuova forma di sapere pone nuovi problemi, non solo sul piano gnoseologico, ma anche sul piano politico-economico. Ad esempio Lyotard afferma:

"Ammettiamo per esempio che un'impresa come la IBM sia autorizzata ad occupare un corridoio orbitale attorno alla terra per piazzarvi dei satelliti di comunicazione e/o delle banche dati. Chi avrà accesso? Chi deciderà quali saranno i canali e i dati riservati? Lo Stato? oppure esso sarà un utente come tutti gli altri? Nascono in tal modo nuovi problemi giuridici ed attraverso di essi si pone la domanda: chi saprà?." (Lyotard, François, Jean, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano, 1983, p.15)

Il sapere è potere; allora chi avrà accesso all'informazione, avrà accesso al potere?. Perché non è detto che l'informazione arrivi a tutti e nello stesso modo, così Lyotard pensa che così come il denaro segue due vie, quella verso chi decide e quella verso il popolo, allo stesso modo l'informazione potrebbe seguire gli stessi due canali. Se così fosse l'informazione che arriva a chi decide è diversa da quella che arriva a chi obbedisce. L'informazione, e questo è uno degli altri temi importanti sull'argomento in questo libro, di fatto sta rimpiazzando la classe dei produttori, diciamo in primo luogo il secondario. Io posso sostituire una persona con un automa-informatico, per esempio se un insegnante si limita a passare informazioni ai suoi allievi, a quel punto diventa facilmente sostituibile da un computer in cui sono salvate quelle stesse informazioni come dati. Questo fenomeno è quello per il quale una macchina sostituisce un essere umano. Karl Marx spiegava che l'uomo ha cominciato ad essere sostituito dalle macchine solo quando il suo lavoro ha cominciato ad essere meccanico, ovvero quando è cominciata la divisione del lavoro e cioè quando ogni operaio doveva svolgere meccanicamente un determinato compito per la fabbricazione di una merce. Tutto questo presuppone però che le macchine che sostituiranno gli operai saranno costruite da altri operai, fino a quando le macchine non saranno in grado di costruirsi da sole e in quel caso comincerà l'era dei robot. Il robot è particolare perché fa coincidere le due forme di tecnica individuate da Gianni Vattimo, intendo dire la tecnica come assoggettamento della natura e la tecnica come informatica. Di fatto Lyotard si è accorto che il lavoro si sta spostando tutto nel settore del terziario, perché se un computer può sostituire i produttori, ci vuole sempre qualcuno che lo programmi, che sappia usarlo e ripararlo, per questo ci vogliono determinati tecnici, ma forse nella futura era dei robot scomparirà anche il terziario, a quel punto si svilupperà il quaternario come settore gestionale e manageriale del lavoro degli impiegati-robot.

Successivamente a ciò Lyotard introduce il concetto di gioco linguistico di Wittgenstein. Il gioco linguistico ha queste seguenti caratteristiche:

- ogni gioco linguistico ha delle regole e tutto ciò che è fuori di queste regole non fa parte del gioco.

- non c'è fondamento delle regole, esse non sono nemmeno il risultato di un'invenzione dei partecipanti al gioco, semplicemente chi accetta con un patto di stare a queste regole, di fatto si trova nel gioco linguistico.

Ogni persona sembra collocata in un punto, nel preciso punto in cui è collocata è attraversata da determinati messaggi. Il soggetto però è sempre dislocato, nel senso che non si mantiene sempre nella stessa posizione, dal momento che i messaggi mirano ad ottenere delle reazioni, così si redistribuiscono sempre un interrogante ed un interrogato. Il sapere comprende molti giochi linguistici, esso non coincide né con la scienza e tanto meno con la conoscenza. In particolare la conoscenza concerne quegli enunciati denotativi che sono passibili di essere veri oppure di essere falsi, mentre il sapere in realtà non è determinabile solo nel modo del vero o del falso, quanto piuttosto anche secondo la sua efficienza, la bellezza o la giustizia. Il sapere in senso tradizionale è il sapere narrativo, esso si trasmette nella forma del racconto. Il racconto è una storia, molto spesso un mito, che serve a scopo di legittimazione di autorità, istituzioni o simili, oppure serve semplicemente per spiegare delle cose come l'origine dell'uomo. Chi conosce la storia detiene il sapere, quando quindi questa storia viene raccontata, il sapere viene passato ad altre persone. C'è poi oltre a questa forma di sapere quello scientifico, il quale segue ovviamente altri schemi. Nel sapere scientifico i soggetti affermano qualcosa che ritengono vero, che possono dimostrare e difendere di fronte ad obbiezioni. In questa forma di sapere uno dei presupposti della verità è quello del consenso, in fondo c'è sempre il problema di dover confrontare una certa affermazione con quelle già preesistenti e comunemente accettate (ad esempio il caso di uno scienziato che dica qualcosa di completamente nuovo che potrebbe minare alle basi della vecchia scienza tradizionale). Nell'XIX secolo, come spiega Lyotard, si parlava di verificazione come presupposto della scientificità di qualcosa. Se qualcosa è verificabile, quindi per esempio un determinato enunciato, quell'enunciato è scientifico. Il problema quindi allora è quello del darsi di una possibile dimostrazione o di una prova, la fisica classica credeva ancora in una verità universale e necessaria, credeva ancora di più che il suo compito fosse quello di anticipare il futuro, in quanto posta una certa causa, seguendo determinati leggi, non poteva che scaturire uno e uno solo effetto. Nel XX secolo si passa invece al concetto di falsificazione, in particolare con la filosofia della scienza di Karl Popper. Con questo concetto si vuol dire semplicemente che un enunciato si può dire scientifico solo quando questo è falsificabile, quindi cioè se si afferma che in ogni caso ad una causa deve corrispondere un effetto, questo enunciato è scientifico perché si può dare il caso in cui a quella causa non corrisponde quell'effetto. La nostra scienza attuale non cerca di prevedere il futuro o calcolarlo, se mai si basa sul concetto di probabilità ed ha per esempio il movimento browniano come caso limite, laddove i movimenti delle particelle in quel caso hanno tutti uguale probabilità. Il sapere scientifico si scaglia contro quello narrativo perché manca di prove ed argomentazioni, non è quindi ben fondato e le storie che racconta sono solo castelli per aria, che poi era il vecchio discorso dell'illuminismo contro la superstizione. Tuttavia, nota Lyotard, anche la scienza ha bisogno per giustificarsi di racconti, perché ad esempio si trova di fronte al problema di come giustificare la sua prova, ovvero questo problema: come provare la prova?. Ad esempio la scienza usa dei metodi specifici come l'esperimento, ma l'esperimento è osservazione sensibile, se io dimostrassi o in qualche modo affermassi che i sensi sono fallaci, che ci ingannano sempre, allora che tipo di validità potrebbe avere una prova che si basa su osservazione sensibile come l'esperimento?. Una volta a fondare le narrazioni che stanno alla base della scienza ci pensava la filosofia, l'ultimo tentativo in questo senso è la famosa opera di Hegel: Enciclopedia delle scienze filosofiche. Ora, invece, la filosofia ha del tutto rinunciato a questo compito, quindi c'è una totale mancanza di fondazione. Inoltre il nichilismo successivamente ha operato nel senso della delegittimazione, in primo luogo dei racconti e in secondo luogo delle scienze. Nietzsche, dice Lyotard, spiega che il sapere scientifico serve solo a riprodurre il professore e non lo scienziato. Tuttavia è da notare come Nietzsche consideri la scienza utile quando è al servizio della vita, in questo senso la scienza è utile quando serve all'uomo per avere dominio sulle cose. Questo modo di vedere fa si che si perda di vista o si elimini completamente il problema della verità. La scienza, del resto, non ha mai realmente fatto riferito alle condizioni di verità che sono state poste in filosofia per esempio da Cartesio, Aristotele e Mill, dice Lyotard, essa si fonda piuttosto su un determinato linguaggio, questo linguaggio è quello dell'aritmetica. Il linguaggio dell'aritmetica sarebbe fondato sulla logica, questo richiede il seguire questi principi: la consistenza, cioè il fatto che non possano darsi sia A che ~ A; completezza sintattica, cioè il sistema perde consistenza se gli aggiunge un assioma; decidibilità, ovvero capire se una proposizione appartiene o meno al sistema. Sembra che rimanga sempre un problema di consistenza ed inoltre ritorna sempre il problema sulla dimostrazione della prova, nella sua legittimazione. Ad esempio, oltre agli argomenti di Cartesio sul fatto che i sensi potrebbero ingannare, che la facoltà della conoscenza potrebbe essere fatta di una natura che si inganna continuamente, c'è una versione molto più moderna, ovvero il problema degli assiomi di Gödel, quando questo dimostra che la matematica non è fondabile, in quanto essa si basa su assiomi che per essenza sono indimostrabili. A questo punto entra in gioco il criterio tecnico/operativo dell'efficienza, secondo il quale qualcosa viene valutato non tanto in base alla sua verità, ma alla sua efficacia, ai suoi risultati e alla utilità. Qui si torna al discorso di Nietzsche e si dovrebbe anche aggiungere il discorso del pragmatismo. Se la scienza è giudicata solo in base alla sua efficacia, in questo caso la scienza si riduce a tecnica. Però non c'è tecnica senza soldi, nel senso che perché si realizzino veramente dei prodotti, ci vuole almeno qualcuno che investa del capitale e al contrario non si fanno profitti se non innovando continuamente nella tecnica. È per questo che si investe denaro nella ricerca, solo che in questo caso la ricerca è chiaramente scientifica, non umanistica e poi non è mai scienza in senso stretto, ma tecnica (ad esempio nessuno investirebbe in un centro di ricerca di fisica quantistica, almeno nessun capitalista, perché non gli porterebbe profitti di alcun genere). Qui, mi sembra di capire dal testo di Lyotard, che il discorso sulla verità cade completamente, non c'è più un problema di legittimazione e la prova consiste semplicemente nell'efficacia dello strumento tecnico. In un certo senso si può dire che solo ciò che da risultati viene qui preso in considerazione e chiaramente non da risultati qualcosa che non è applicabile praticamente e tecnicamente, la scienza quindi è solo ingegneria. C'è ovviamente il problema del caso della bomba atomica che ha visto la collaborazione sia di fisici che di ingegneri. Se il sapere tecnico è il prevalente, la fisica è considerata solo se e in quanto applicabile ad esso, per cui la domanda non è più: è vero?, ma: a che cosa serve? si può vendere? è efficace?. Nel mondo tecnico sono importanti i tecnici e non più gli insegnanti o i professori, in quanto saranno sostituiti da banche dati. Verso la fine del libro si legge: "Quanto all'informatizzazione della società, si vede infine come essa coinvolga questa problematica. Essa può diventare lo strumento "sognato" del controllo e della regolazione del sistema di mercato, esteso fino al sapere stesso, e retto esclusivamente dal principio di performatività. Essa comporta alla inevitabilmente il terrore. Ma essa può anche servire i gruppi di discussione sulle metaprescrizioni dando loro le informazioni di cui per lo più difettano per decidere con cognizione di causa. La linea da seguire perché la biforcazione si risolva in quest'ultimo senso si riduce ad un principio assai semplice: il pubblico deve avere libero accesso alle memorie ed alle banche di dati." (Lyotard, François, Jean, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano, 1983, p.121) la biforcazione di cui parla evidentemente è quella tra i decisori e il popolo,  che poi è anche la base del potere e del controllo.

"La società trasparente" di Gianni Vattimo, un commento critico

"Nello sciame" di Chul-Han, un commento critico

martedì 6 ottobre 2015

Passages, Y: Fotografia (Walter Benjamin)






"Q'on ne pense pas que le daguerréotype tue l'art. Non, il tue l'oeuvre de la patience, il rende ommage à l'oeuvre de la pensée." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.744)

"La riproduzione fotografica di un'opera d'arte come una fase della lotta tra fotografia e pittura." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.745)

L'idea non è che la fotografia distrugga l'arte, forse la fotografia muove contro la pittura, ma certamente la fotografia diventa un nuovo mezzo di arte, una nuova forma di arte. Il vero problema che pone la fotografia è, secondo Benjamin, il rapporto tra arte e tecnica. La fotografia implica una tecnica di riproducibilità infinita del tutto assente nella pittura, perché mentre nella pittura si può copiare un quadro, ma l'esperienza dell'originale e quella della copia sono diverse (la prima ha un'"aura"), nel caso della fotografia difficilmente si può parlare di originale, si parla semmai di infinite copie senza originale. La riproducibilità connette la fotografia con l'industria e quindi con la tecnica. Il fatto stesso che nelle esposizioni universali fossero presenti delle mostre fotografiche dice tutto, il fatto poi che sempre in questi luoghi, oltre alle fotografie si facesse sfoggio di bellezze nude femminili, aggiunge un aspetto pornografico/espositivo, ma non credete che poi la mostra fotografica possa avere altre qualità da quelle pornografiche/espositive. Dopo tutto la pornografia sia ha quando un fatto viene dirette mostrato senza alcun velo, non necessariamente il fatto deve essere un seno, nel nostro mondo dell'informazione, come spiega Byung-Chul Han, attento lettore di Benjamin, le notizie diventano pornografiche (è l'ideologia della trasparenza ad essere pornografica). La storia della fotografia poi è del tutto particolare come si vede in Chul-Han. Infatti le prime foto erano ritratti e a queste Benjamin gli accreditava ancora un valore culturale, quelle successive acquisiscono un valore espositivo/pornografico, ma tutte queste foto fino a che sono stampate e hanno ancora una base materiale hanno comunque una storia e una "narratività", come nota Chul Han. Infatti una foto si ingiallisce con il tempo e non riesce spesso a mantenere sempre la sua stessa qualità. Con la fotografia digitale, afferma Chul Han, questa "storia" della foto scompare completamente, la sua moltiplicabilità aumenta e diventa "additivà": semplicemente fa numero. Tornando al problema iniziale: la fotografia non uccide l'arte, aggredisce la pittura, tanto che i pittori sembrano minacciati dall'avvento della fotografia a colori e si salvano ancora perché all'epoca la fotografia era in bianco e nero. Chiaramente la fotografia mette fine all'idea che l'arte debba essere copia della realtà, quindi esplodono forme artistiche nel 900' che non riproducono la realtà ma la restituiscono ogni volta trasformata come il cubismo e il surrealismo. Oggi basta un programmino come "Gimp" per dare alla foto un effetto "cubista", tuttavia l'artista può sempre prendere delle foto e inserirle sulla tela, così come già i cubisti facevano con i pezzi di giornale. Tutto questo porta sempre di più il marchio del legame tra la tecnica e l'arte. Walter Benjamin individua tre tecniche nell'800': la prima è quella del ferro, la seconda quella dell'arte macchina e la terza è quella dell'arte luce e fuoco; la fotografia mette assieme le ultime due?.

"Osservazione su Ludovic Halévy: - On peut m'attaquer sur ce qu'on voudre, mais la photographie, non, c'est sacrée-" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Il tentativo di provocare una contrapposizione sistematica fra arte e fotografia è al momento fallito. Essa avrebbe dovuto rappresentare un momento della contrapposizione storica fra arte e tecnica." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Ciò che rende incomparabili le prime fotografie è forse il fatto che esse rappresentano l'immagine del primo incontro fra macchina e uomo." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Una delle obiezioni, spesso inespresse, contro la fotografia: è impossibile che il volto umano sia colto da una macchina." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Napoleone III, passando nel boulevard davanti alla casa di Disderi, ferma il reggimento di cui è a capo, sale e si fa fotografare." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.752)

Un problema della fotografia: qual'è il suo oggetto? se io vengo fotografato, chiaramente io sono io, ma sono anche quello nella foto?. Di fatto, sopratutto per le prime foto, quando si viene fotografati si deve stare fermi; Nadar dichiara la sua impossibilità nel riuscirci. Non è un caso che Benjamin colleghi la fotografia con le catacombe, alla fine non si tratta di altro che di un'arte della morte. Stare immobili vuol dire tornare al cadavere e quello che ci rende vivi è il fatto che ci muoviamo, con il corpo, con le labbra con gli occhi, in quel modo dimostriamo che abbiamo un'anima. Ho sentito tempo fa che certi egiziani sono convinti che la fotografia porti via l'anima, non è un caso. In Benjamin troviamo però una considerazione del tutto diversa, la fotografia avrebbe come oggetto uno spettro. Le due considerazioni non si escludono a vicenda e si può capire perché citando la concezione della fotografia di Balzac, il quale sembra che sia convinto della teoria dell'Idola o del Simulacro di Democrito in fatto di fotografia. In questo caso si può pensare che il soggetto assunta questa posizione fredda e cadaverica del suo corpo relazionandosi con la macchina fotografica rilasci una specie di pellicola sottile (Simulacro o Idola) che si imprime sull'obbiettivo della macchina fotografica, il risultato è veramente spettrale.

Altri post correlati:

Passages X: Marx (Walter Benjamin) 

Passages, Z: La bambola, l'automa (Walter Benjamin) 

giovedì 14 maggio 2015

Karl Marx: macchine, tecnica e robotica




Nel tredicesimo capitolo del Capitale Marx parla dell'introduzione delle macchine nell'industria e dei suoi effetti sul modo di produzione e mercato del lavoro. La macchina non ha realmente alleviato il lavoro all'operaio. Qui c'è da dire una cosa: Arendt in vita activa faceva notare che fintanto che l'operaio lavorava con la macchina questa poteva solo essere considerata come una protesi dell'operaio, ma certo non eliminava lo sforzo fisico dell'operaio. Le cose cambiano con l'automazione perché questa funziona senza nessun intervento esterno o comunque con interventi minimi. Il sistema più complesso della tecnica è quello circolare. In questo sistema la macchina riesce a dare la sua impressione di autodeterminazione. Deve essere oggetto di dibattito se questa significhi per la macchina una libertà o meno. Io qui non voglio parlare di etica, voglio parlare dell'evoluzione della macchina e dei suoi effetti. La macchina, come fa notare Marx, non è mai stata inserita nella produzione per alleviare il lavoro all'operaio, lo scopo era quello di aumentare l'intensità del lavoro e della sua produzione. Se la durata del lavoro aumenta, diminuisce l'intensità, mentre se aumenta l'intensità, diminuisce la durata. Non credo che il capitalista voglia produrre il più possibile, si deve soddisfare una domanda, ma se si supera una soglia, si rischia la sovrapproduzione. Bisogna (e in questo secolo lo si fa soprattutto con il marketing) calcolare più o meno quanto produrre in base a quanto ipoteticamente sarà comprato. È vero, al capitalista piacerebbe vendere il più possibile al prezzo più alto possibile, ma non può vendere a prezzi troppo alti perché la concorrenza si batte con prezzi più bassi e non può produrre troppo perché tutto quello che non viene comprato (rimanenze di magazzino) diventano poi dei problemi. Ci si potrebbe per esempio sbarazzare delle eccedenze vendendole a prezzi ancora più bassi, ovviamente qui si perde di nuovo sul prezzo. Produrre di più in meno tempo conviene al capitalista, così paga molto meno gli operai e vende a molto meno, con un conseguente aumento delle vendite per effetto di economia di scala. Il capitalista riesce benissimo in questa mossa: basta introdurre le macchine. Le macchine abbassano i prezzi per prodotto, esse ci riescono perché producono di più in meno tempo. Anche l'operaio con la macchina può produrre di più. La macchina ha dei costi, per esempio dei costi di manutenzione, ma sicuramente costa molto meno di un operaio e dura di più di un utensile. Più la macchina vale, più valore viene ceduto alla merce nel prezzo (capitale costante). L'operaio viene ridotto ad accessorio della macchina quando gli va bene e quando gli va male viene licenziato e sostituito dalla macchina. Marx criticando Mill dice che è vero che le macchine liberano dal lavoro, nel senso che mandano a casa gli operai sfruttati, ma poi questi come si mantengono? devono trovarsi un altro lavoro e se lo trovano tutto ricomincia da capo. Una macchina può produrre lavoro quanto ne risparmi, in questo caso rimane tutto uguale. Se però la macchina toglie più posti di lavoro di quanti ne richieda, allora aumenta la disoccupazione. Schumpeter avrebbe detto che tanto la tecnologia sposta i posti di lavoro; non si lavora più in un settore, ma la macchina deve essere costruita e poi ci vogliono degli specialisti per farla funzionare. Per esempio il computer così come ha tolto posti di lavoro ne ha dati altri che prima non si pensavano: programmatore, creatore di siti web, altri lavori su internet e così via. Anche Marcuse era convinto che fino a quando la macchina spostava solo il lavoro non era un problema, per esempio notava come una volta molti lavoravano nel settore manifatturiero, adesso ci sono eserciti di impiegati. Secondo Marx a seguito dell'introduzione delle macchine sarebbe aumentato il lavoro femminile e quello tra i bambini. Questo dipende dal fatto che non c'è più bisogno della grande forza muscolare maschile e le donne e il bambini costano molto meno. Sempre Marx dice che le macchine hanno abbattuto i costi di formazione, infatti esse non implicano un lavoro totale dell'oggetto ma solo parziale e questo dipende già dalla cooperazione tra gli operai. Arendt contestava a Marx la sua concezione della lavoro come vendita di forza lavoro, dicendo che non si vendeva la forza lavoro ma il know-how. Ai tempi di Marx si cercava di abbattere i costi di formazione, c'erano già le scuole, ma i bambini le frequentavano poco e l'ignoranza dilagava. Da questo punto di vista, ai tempi di Marx, il know-how non giocava un grande ruolo; ai nostri tempi, con lo sviluppo delle scuole e delle università, gioca un ruolo importantissimo. Il capitalista non spende molto per formare le persone se ci sono già delle scuole finanziate dallo Stato per questo; così come oggi con i molti disoccupati non sta a formare giovani, ma prende chi ha già esperienza. Le macchine possono spostare lavoro, ma il singolo lavoratore per cambiare lavoro per un cambiamento tecnologico può mancare il know-how necessario. Se un computer manda a casa delle persone, non è che queste si fanno programmatori, devono conoscere la programmazione. Il problema più grosso comincia con la robotica: il quel caso il lavoro non si sposta, i robot fanno tutto e costruiscono altri robot rimpiazzando tutti i lavoratori. È interessante la serie: Real Humans perché qui viene immaginata una Svezia del futuro con i robot. Per esempio fanno vedere una scena dove un lavoratore (Roger) che si occupava della gestione di un magazzino viene licenziato per aver colpito con una mazza da golf un robot che sostituiva un altro umano. Nella sua azienda quasi tutti quelli che lavorano sono robot tranne lui e un altro lavoratore magazziniere. Quando Roger cerca un altro lavoro va da un centro specializzato, arrivato sul posto trova un robot che gli dice che sostituisce l'umana, la quale momentaneamente sta male e gli dice anche che non ci sono posti di lavoro per lui al momento, ma se vuole può fare un corso di aggiornamento per essere riqualificato. È una scena terribile, il nostro futuro?. C'è n'è un'altra dove una ragazza si mette a piangere perché non si sente all'altezza dei robot, dice di essere troppo stupida e vorrebbe essere un robot per imparare tutto come loro molto in fretta usando semplicemente dei programmi. Foucault diceva che l'uomo è morto, ma non intendeva questo ovviamente; tuttavia ci si chiede che destino ha l'uomo se sarà superato dalla macchina. Lo stesso Marx parla di concorrenza tra macchina e operaio. L'operaio se tiene al posto dovrebbe dimostrare di essere più efficiente della macchina. Tuttavia Marx non era un luddista, non avrebbe mai detto: andiamo a rompere le macchine nelle fabbriche!; forse nel futuro non direbbe nemmeno: eliminiamo tutti i robot, sono nemici dell'uomo e tolgono posti di lavoro!. Marx ha sempre detto che l'arma contro il capitalismo sono i mezzi di produzione (macchine+materia prima), ci si deve solo appropriarsene. Il problema più grosso è che le macchine sono di pochi e sono usate contro i molti, il problema cioè andrebbe forse più spostato sulla questione della proprietà privata. Se tutti avessimo dei macchinari e producessimo per noi, forse non dovremmo nemmeno andare a lavorare. È la tecnologia che ha aumentato la produzione. Quindi non è un nemico, ma in un sistema capitalista il robot sarà usato dal capitalista per abbattere i costi e produrre di più.

Altri post correlati:

Karl Marx: ricomprendere le contraddizioni della società capitalistica 

Marx 

sabato 8 febbraio 2014

A proposito di Real Humans ( Äkta männskor )



Stiamo parlando di una serie televisiva molto avvincente, di origine svedese, su una Svezia nella quale sono molto diffusi questi robot, utilizzati per gli scopi più disparati ( domestici, autisti, operai,  prostitute ecc...). È interessante vedere appunto queste tematica sul rapporto uomo robot, riflessioni sull'intelligenza artificiale e la differenza rispetto a noi, ma sopratutto vedere quali sono gli effetti dell'introduzione dei robot in una data società. La serie è stata scritta da Lars Lundström scrittore e attore svedese nato a Stoccolma ( 1965 ),  diretta da Harald Hamrell attore , direttore di film svedese nato a Uppsala ( 1960 ), e  Levan Akin direttore di serie televisive, in particolare svedesi, nato in Georgia a Tumba ( 1979 ). La serie è stata trasmessi in diversi paesi, tra dui diversi paesi di lginua inglese, la Francia, la Germania, la Svezia ( ovviamente ), ma non in Italia. In questa serie si trovano le posizioni e i punti di vista più disparati, per esempio ci sono degli uomini che usano questi hubot, nome usato per indicare i robot, come appunto dei servi, chi invece ci si affeziona di più, chi ha un hubot come fidanzato, chi è contro gli hubot perché ha paura che rimpiazzino l'uomo, chi invece pensa che gli hubot siano come noi e combatte per l'uguaglianza. In generale però si vedono due parti importanti, gli  Äkta männskor, gli uomini reali, che è un partito contro i robot, il quale è mosso dalla paura che i robot possano sostituirsi all'uomo e quindi per esempio prendergli il posto di lavoro, nonché un giorno forse dominare sull'umanità. Qui salta fuori il vecchio problema del fatto che la macchina rimpiazza il lavoratore e costa meno. Per esempio il personaggio Roger ( interpretato da Leif Andrée ) lavora in una specie di azienda che si occupa di consegne, dove praticamente quasi tutto il personale è stato rimpiazzato da robot, non ci metterà molto ad accorgersi di come le cose sono cambiate in poco tempo, mancano quei rapporti umani, ci sono di mezzo sempre queste macchine, di uomo là ne è rimasto solo più uno solo. Quando Roger chiederà spiegazioni alla sua direttrice, si sentirà dire che il margine di errore dei robot è minimo, che sono più efficienti e del resto richiedono solo costi di manutenzione e di energia. Il comportamento del partito sopra citato sembra riflettere quello del luddista che distruggeva le macchine perché diceva appunto che queste avrebbero sostituito l'uomo, togliendo posti di lavoro. Una correzione di questa teoria la si può vedere in Marx, il quale afferma che certo al capitalista conviene di più avere una macchina, piuttosto che un operaio in carne ed ossa, costa di meno e il profitto è maggiore. Tuttavia la tecnologia è sempre espressione di progresso, è proprio l'industrializzazione e lo sviluppo tecnologico che fanno parte appunto di quella crescita dell'uomo che poi poterà alla società comunista, non si può prescindere e del resto è la tecnologia secondo i marxisti a garantire quel surplus che serve per mantenere quella popolazione in più in caso di crescita. Cosa avrebbe detto Marx degli hubot? non so, ma credo sia una interessante domanda da porsi. Il problema è distinguere tra quella tecnologia che è dipendente dall'uomo e quella che è automatica, per esempio la bicicletta, l'automobile sono esempi di tecnologia che ancora dipende dall'uomo, infatti per guidare un auto abbiamo bisogno di una patente, questo è quel documento che attesta che noi sappiamo usare un certo mezzo tecnologico che chiamiamo macchina, da sola infatti non funziona, mentre invece il robot agisce completamente indipendentemente da noi, di dice che è automatico, si parla dunque di automatismo, per questo io rinvio ad autore come Gehlen ( in particolare il suo scritto: l'uomo nell'era della tecnica ). In Gehlen si vede questa differenza, nel senso che il primo modello di tecnica prevede ancora una causa esterna che faccia funzionare l'apparecchio, quindi si parla di un modello lineare nel quale ci sono una catena di cause e effetti, la causa prima è colui che usa l'oggetto, nel caso dell'automatismo invece si ha a che fare con un cerchio, il quale torna di se stesso, appunto diventa causa di sé, qualcosa di completamente indipendente, il cerchio infatti non presuppone una causa esterna. Gehlen spiega che questo movimento circolare simula molti meccanismi che si trovano già nell'uomo come per esempio la respirazione, quindi il sistema automatico è immagine e somiglianza del suo creatore, l'uomo. Il robot è macchina che funziona automaticamente, la cosa che in effetti sorprende molto di questi modelli hubot, è che sono sempre accesi, non li spengono mai, agiscono in modo del tutto indipendente dall'uomo secondo il principi di circolarità, dato che non hanno un tasto per i comandi, altrimenti sarebbero appunto dipendenti da un causa finale esterna quello che poi in Gehlen si chiama: l'uomo pulsante. La tecnica per Gehlen fa parte dell'essenza umana, ma il creato umano come produzione della tecnica sta diventando proprio quel servo che dialetticamente ( secondo l'idea di Hegel ) supererà il padrone. Come sono questi robot? dunque dall'esterno hanno un aspetto umano, hanno proprio tutte le parti del corpo che ha un uomo, ma all'interno sono invece di metallo. La pelle è quindi un rivestimento meramente interiore, all'interno sembra ci sia una specie di fluido blu e nella testa avere quello che quasi sembra essere a tutti gli effetti una specie di cervello dal colore blu sempre. Gli Hubot funzionano grazie ad una serie di programmi che possono essere installati collegando un cavo USB dietro il collo, da li poi quindi con una specie di apparecchio non troppo diverso da un tablet dare i comandi. Il robot ha solo bisogno di energia elettrica, ne ha bisogno abbastanza costantemente, per ricaricarsi ha una spina sotto l'ascella sinistra che sanno usare autonomamente e sempre la sotto troviamo anche il pulsante per accendere e spegnere l'hubot. In pratica sembra quasi che la serie suggerisce che in fondo adesso abbia già molta  tecnologia per costruire questi robot, nel senso Usb, cavo per energia elettrica, per esempio, sono tutte cose usiamo noi normalmente. La serie si è molto ispirata a scrittori di fantascienza come Philiph K. Dick, ma in modo molto più particolare ad un altro scrittore sempre di quel genere come il noto Isaac Asimov, infatti qui in questa serie vediamo impiegate proprio le tre famose leggi della robotica che sono le seguenti:

legge 1: " Un robot non può danneggiare un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano venga danneggiato"

legge 2: " Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non siano in conflitto con la prima legge"

legge 3: " Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non entri in conflitto con la prima o la seconda legge."

In questo senso, essendo programmati così i robot, non dovrebbero recare alcun male agli esseri umani, purché siano ancora funzionanti. Quello che però accade nella serie è che un certo David Eischer ( interpretato da Thomas W. Gabrielsson ) crea un programma per rendere i robot del tutto autonomi, che possano quindi essere liberi, che possano avere sentimenti propri e pensieri, quindi che siano in un certo senso come gli uomini. A proposito di questo si noti, ovviamente il fatto che la conquista della libertà da parte dei robot vuol dire che questi non seguono, né rispettano le leggi che sopra sono indicate, anzi di per sé non hanno più quelle regole. Però conviene spendere due parole in particolare su due personaggi, uno è Leo ( interpretato da Andreas Wilson ), il quale ha questa doppia natura di umano e di robot e l'altro personaggio interessante invece sarebbe Bea ( interpretata da Marie Robertson ), un altro hubot, in realtà dovrebbe essere la madre di Leo, ma è qui il problema, ovvero diciamo è che i dati della madre sono su questo hubot, infatti quest'ultimo riproduce la madre, ma è la madre? nel senso davvero l'uomo potrebbe vivere una seconda vita da hubot? si parla infatti nella serie di questa possibilità, del fatto che si possa creare una copia hubot di se stessi, ma una volta fatta quello saremo noi?. Ci sono a mio avviso una serie di problemi che riguardano in particolare la questione dell'identità in questa serie, uno è questo. Il secondo lo si vede in un altro personaggio interessante che è Mimi/Anita ( interpretata da Lisette Pagler ), infatti in questo corpo si trovano come due identità, Mimi il robot tra i figli di Davide, quelli liberi e poi questa Anita che è hubot e lavora in casa presso una famiglia, insomma due identità il corpo è lo stesso. Secondo Hilary Puttnam, un altro personaggio interessante da citare per la questione delle intelligenze artificiali, la nostra identità non coincide con quella del nostro corpo, infatti se così fosse noi saremmo ancora prima di essere nati, infatti il corpo era prima che noi vivessimo. Questa idea non dimostra che noi non siamo il corpo, ma se mai ci chiarisce quello che si diceva appunto su Mimi, questo problema sulla sua doppia identità, se l'identità sua non coincide con il corpo, allora ne consegue che non abbiamo a che fare con la contraddizione che due identità si riferiscono allo stesso corpo, in qualche maniera le due identità sono distinte dal corpo, oltre che tra di loro. Qui però ci chiede che identità sia quella di un robot, ovvero se Mimi non è di per se in continuità con la sua macchina o corpo, infatti essa non può che essere tale solo dopo che è stata programmata, allora qual'è l'identità di Mimi? i robot hanno un io?. Indipendentemente che qui si trovi soluzione a questo problema , è bello vedere una serie dove si possano davvero incontrare questi problemi, perché vuol dire che questa serie invita davvero a pensare. Passiamo ora ad un altro personaggio, passiamo a Inger Engman ( interpretato da Pia Halvorsen ), si tratta di una avvocata, ci interessa per due motivi, uno è un problema teoretico che consiste nel fatto che lei cambierà le sue idee iniziali sugli hubot e si convincerà che gli hubot in fondo sono come noi umani, l'altro problema è un problema di morale, vanno riconosciuti gli hubot come persone? questo problema si ricollega al primo, perché solo se i robot sono veri umani sono persone, ma sopratutto si riferisce anche al quel caso di discriminazione fatto alla sua amica Threse ( interpretata da Camilla Larsson ) che voleva entrare con il suo hubot in discoteca, ma ciò non gli è stato permesso. Quindi veniamo alla prima domanda, sono i robot veri umani? ecco la domanda secondo me è del tutto sbagliata perché dovrebbe essere completamente capovolta e chiederci se mai: sono gli esseri umani veri robot? nel senso, questo è un classico problema da filosofia della mente, l'uomo è solo una complessa macchina biologica oppure è un entità spirituale in un preciso corpo? cos'è la mente? solo quella macchina biologica che conosciamo con il nome di cervello oppure la mente è qualcosa di più? esiste l'anima o è solo una finzione?. Richard Rorty per esempio è tra quelli che sostiene che non esista nessun tipo di dualismo mente/corpo, come altri filosofi tra cui anche Arthur Danto. Di solito questa posizione materialista sostiene che il fondo la mente non sia che quello che chiamiamo cervello e in realtà tutti i processi mentali non siano che fisici, dunque l'uomo non sarebbe più della macchina biologica del corpo. A questo punto se fosse vero questo la differenza tra uomo e macchina sarebbe sottilissima, quasi si potrebbe dire che non esisterebbe per nulla. Per esempio un certo filosofo francese come La Mettrie sosteneva che l'uomo in fondo non era che come un automa, il fatto che il cervello sia una macchina molto complessa, difficile da comprendere, non ci autorizza a dire che esiste l'anima. In effetti molti filosofi vanno in quella direzione, ma vedo che rimane sempre attuale il modello di Bergson che rappresenta un po' la posizione opposta, il quale fa notare che se le cose stesso così, ma ciò non spiegherebbe veramente la sensazione stessa. Noi infatti viviamo in un mondo di immagini, o di superfici, tra queste immagini ci sono anche il nostro cervello, i processi interni ad esso e al nostro corpo, noi per percepire abbiamo bisogno di qualcosa di più del corpo, non vediamo mai con gli occhi insomma, vediamo attraverso gli occhi, il corpo per Bergson è solo mezzo per agire. Io esprimo quello che dice Bergson in questo modo una foto non si può fare con la fotografia di una macchina fotografica, ma solo con un apparecchio vero e non la sua foto, noi non fotografiamo la realtà con il corpo, anche quello è come una foto. Questa spiegazione però non spiega ancora come un robot abbia sensazioni, se così si possono chiamare. Ci sono altre posizioni per esempio Maurizio Ferraris, filosofo di Torino, sostiene che la differenza tra noi e l'intelligenza artificiale stia nel fatto che noi possediamo qualcosa come l'intezionalità, questo riferirsi che manca del tutto nel caso delle operazioni normali per esempio di un computer. Io ho già in parte discusso di questo problema in un altro testo (  intelligenza ), io penso che i robot non siano come gli umani, per i motivi che metto in seguito:

1 i robot hanno una memoria, ma non hanno intelligenza, infatti un robot può apprendere e memorizzare in sé molto sapere, ma non ha una cosa che abbiamo noi che è l'intuizione, la capacità intelligente di innovare, di portare il nuovo e di accedere a questo tipo di conoscenza immediato, che poi spesso è trasformato in senso mediato, dimenticandosi della sua natura originaria.

2 forse un robot ha delle emozioni, ma non dei sentimenti, i primi infatti hanno una natura esterna, per esempio, forse un robot potrebbe avere paura di un leone, ma vi immaginereste un robot afflitto dall'angoscia esistenziale?, il sentimento non ha causa, l'angoscia è poi come ci spiega Heidegger un qualcosa che ha origine da un piano metafisico, il robot forse potrebbe conquistarsi una certa libertà, ma mai avrebbe problemi esistenziali che nascano da quell'ultima.

3 il robot non ha un inconscio, questa realtà interiore di cui si ha prova nei sogni ( tra l'altro non so se l'avete notato, nella serie questi hubot quando si ricaricano sembrano dormire, ma non si capisce se facciano sogni ), c'è come un contenuto che si rende manifesto provenire dal profondo di noi stesi, una parte di noi stessi che agisce su di noi o qualcosa come un mondo di riposte, di vecchi ricordi cancellati, che non può essere paragonato semplicemente a quello che si vede quando Mimi comincia ad avere frammenti di ricordo del suo passato.

4 Il robot sembra stupido, ma non può avere dei chakra, dunque non ha quelle energie base che si usano nella meditazione.

Non so, come vedete ci sono tante posizioni, per quanto riguarda il problema di morale, appunto dico che dipende, anzi il problema sta qua, che se in fondo gli uomini non sono che macchine, forse anche la morale negli uomini viene meno, perché l'uomo nel suo agire reagirebbe solo ad impulsi e niente più. Complessivamente è una belle serie e penso avrete capito qui che dietro ci sono un sacco di problematica sulle quali dovremmo davvero riflettere in futuro.