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giovedì 31 dicembre 2015

Estetica trascendentale (critica della ragion pura, Kant)










Parlerò qui della prima parte della Critica della ragion pura, in questa parte Kant cerca di capire quali siano le condizioni a priori dell'esperienza. L'esperienza però qui non va mai ridotta alla semplice intuizione, l'esperienza è l'evento dato da cui parte questa Critica, si intende cioè che per Kant non si tratta altro che si spiegare in questo libro come è l'oggetto perché sia dia una cosa come l'esperienza e come è il soggetto perché si dia qualcosa come l'esperienza. L'esperienza non è altro che l'evento della relazione di un soggetto con un oggetto, ma questa è la forma per eccellenza di conoscenza. L'esperienza non coincide con l'intuizione (Empfindung), in quanto da un lato l'esperienza prevede anche la determinazione concettuale dell'intelletto e non si da dalla sola sensazione, dall'altro l'intuizione non è che il mero dato di uno dei nostri 5 sensi e per questo si tratta di un molteplice. Intendo dire che si parla sempre di intuizioni, ma proprio per questo il pensiero di Kant ci fa capire che non c'è alcun oggetto davvero là fuori se lo si vuole vedere come oggetto unico o come unità di sensazioni, dal momento che l'unità delle sensazioni o intuizioni è data dalla sintesi che non è altro che la capacità dell'immaginazione di mettere assieme i vari dati. In questo senso molte intuizioni (Empfindungen) danno una percezione (Wahrnehmung), questa è l'unità delle intuizioni e non è dato certo che questa unità debba darsi prima della sintesi della nostra immaginazione la quale si da solo come meccanismo interno a noi medesimi. Vi sono intuizioni empiriche ed intuizioni pure, quelle empiriche sono semplicemente date ai sensi, le altre sono invece le condizioni della sensibilità, esse sono pure perché sono solo forme prive di contenuto empirico, hanno un senso empirico quando sono riferite a oggetti, ma al di là di essi sono vuote. Ci sono due forme a priori della sensibilità: una è lo spazio e l'altra il tempo. Questo vuol dire che ogni nostra intuizione è già collocata nello spazio e nel tempo, per questo non sarebbe possibile per noi astrarre un qualsiasi dato sensibile da dei riferimenti allo spazio o al tempo. Se io dico: "c'è una tigre in quella gabbia", in primo luogo con "c'è" mi riferisco ad un tempo presente, quando poi parlo di "gabbia" indico un preciso luogo, ovviamente questo esempio è molto intriso di linguaggio, ma se pensiamo al fatto che in quel momento noi guardiamo la tigre e noi collochiamo quella percezione presente in un punto della linea del tempo e collochiamo la tigre in un punto dello spazio. Lo spazio è la forma del senso esterno e il tempo quella del senso interno, di modo tale che in primo luogo qualcosa è collocata nello spazio secondo le tre dimensioni di esso e poi questo questa cosa, l'evento dell'esperienza, è disposto secondo il senso interno in una successione temporale. Pensandoci bene il tempo è particolare in questo senso perché è senso interno, ovvero la collocazione nel tempo è un effetto della memoria, che se non avessimo memoria non avremmo tempo. Si dice dopo tutto che gli animali vivono nel presente, che se è vero, allora non hanno memoria e quindi non hanno percezione della successione degli eventi, mentre nel nostro caso le cose stanno in modo diverso. Il tempo e lo spazio sono cose uniche e non molteplici, non si possono dare diversi tempi e tanto meno più spazi; inoltre quello che è veramente rivoluzionario di questa visione è che lo spazio e il tempo sarebbero non esterni a noi, ma interni. Qui Kant identifica interamente il tempo con una capacità di memorizzare, sembra quasi di dedurre, ovvero con la capacità di disporre in senso cronologico degli eventi. La realtà che conosciamo, non è altro che un insieme di fenomeni, nel senso di oggetti che sono perché si possa dare la conoscenza, non semplicemente delle parvenze e tanto meno delle cose in sé. Questo è importante capirlo: se noi conosciamo le cose come ci appaiono, vuol dire che non sappiamo nulla o non possiamo sapere nulla su come siano effettivamente le cose, Kant ci spiega solo come noi siamo fatti perché possiamo conoscere il mondo così come lo conosciamo e questo mondo è così perché siamo fatti in quel modo. In effetti Kant non parla mai di animali, non dice come percepiscono loro il mondo, ma si può supporre che in questa logica e così è, lo percepiscano in modo diverso. C'è anche un riferimento alla fine dell'Antropologia pragmatica a dei possibili esseri razionali non terrestri (alieni) e sul fatto che possano avere percezioni diverse dalle nostre. Questo fatto è però ancora diverso da dire che il mondo è un'illusione, visto che Kant considera comunque quello che percepiamo come reale, in quanto lo percepiamo tutti e nello stesso modo, visto che siamo fatti in quel tal modo. In questo senso se ci trovassimo in un deserto potremmo definire fenomeni tutto quello che vediamo come le dune del deserto, la sabbia, il cielo e le sue nuvole, ma queste non sono parvenze, parvenza sarebbe invece un miraggio, perché infatti esso è un inganno. Così per Kant il confronto con gli altri nelle percezioni è la prima cosa, se qualcuno ha una percezione differente, allora potrebbe essere un problema e visioni di angeli e di demoni per Kant sono solo fantasticherie. Così dice Kant lo spazio è dato dalle tre dimensioni, ad esso si aggiunge la dimensione del tempo come quarta linea tracciata nel senso interno. Lo spazio è anche condizione di possibilità della geometria, mentre il tempo della matematica. Kant intende dire con quest'ultima affermazione che il numero non è altro che una costruzione temporale, in quanto l'operazione stessa del contare non è altro che un costruire il numero stesso. Il contare è una successione temporale, secondo Kant, ma il numero non si da già nell'intelletto, esso è costruito da una sintesi temporale e per questo si evita l'idea paradossale che vi siano nella nostra mente finita numeri infiniti. Quindi Kant fonda queste scienze sulle intuizioni pure, le altre intuizioni sono materiale per altre scienze. Senza le intuizioni empiriche non esisterebbe materiale per la conoscenza. Il punto però sta nel fatto che il mondo che conosciamo è quello che ci appare e questo ci basta per il nostro vivere quotidiano, altro non sappiamo oltre alla realtà sensibile, perché tutto la conoscenza sul noumeno si ridurrebbe a puro parallogismo. Quello che vediamo è fenomeno, cosa per sé e non noumeno, cosa in sé. Il fenomeno, come ho già detto, non è una parvenza, in questo senso Kant non crede affatto che i sensi ci ingannino o qualcosa di simile, dal momento che certamente i sensi rappresentano quella facoltà che subisce modificazioni dall'esterno, a partire da dati, ma essi ci mostrano le cose così come le ricevono. Questo vuol dire che il caso del miraggio, del legnetto spezzato e altro, non sono da intendere come inganno da parte dei sensi, è invece l'intelletto che si inganna quando giudica. Così si ingannerebbe l'intelletto se pensasse che lo spazio e il tempo fanno parte delle cose in sé.

Ultima cosa per concludere: quando parlerò dell'io penso, quindi non in questa parte, parlerò di un io oggettivo come unità dell'appercezione, il quale è diverso dall'io soggetto in quanto può essere oggetto del senso interno, perché questo è puro fenomeno o meglio si conosce secondo rappresentazioni, ma l'altro anche se non è soggetto in sé è il presupposto per l'unità di tutta la conoscenza, altrimenti la stessa conoscenza si ridurrebbe a molteplici rappresentazioni senza un io. 



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Kant 


giovedì 12 settembre 2013

Un commento alla: "caduta nel tempo" di Cioran




Questo libro, come Squartamento, comincia con un racconto mitico: il racconto della Genesi di Adamo ed Eva. La caduta nel tempo, come Squartamento, tratta del tema della filosofia della storia parlando prima dell'entrata dell'uomo nella storia, poi dello sviluppo della storia, infine della fine della storia. Il percorso complessivo è: caduta nel tempo verso la caduta dal tempo. Adamo, nella versione di Cioran, è colui che invidia Dio. Adamo non avrebbe mai presagito questo se non glielo avesse fatto capire il serpente, il grande tentatore. Adamo viveva nella più totale innocenza e soprattutto ignoranza, il desiderio della conoscenza è stata la sua rovina. Dio ha messo il divieto ad Adamo di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, tuttavia Adamo ha scelto per il consiglio del serpente. Cioran suppone che Dio abbia posto un divieto ad Adamo perché temeva un Adamo in possesso del sapere, mentre non avrebbe mai temuto un Adamo immortale. Ma ad Adamo non interessava l'immortalità. Adamo preferì la morte. Questa fu l'origine di ogni disgrazia umana e la caduta dell'uomo nel tempo. Dio ha posto un divieto, ma forse non sapeva, come sa Freud, che i divieti stimolano il desiderio ad infrangerli. Se qualcosa ci attrae, è perché è proibito. Adamo del resto, osserva Cioran, non doveva nemmeno essere così tanto felice, visto che ha compiuto quella scelta. La scelta di Adamo è dettata dunque da un certo male interno. Si tratta di una vera tentazione, quella del serpente? Cioran suppone che Adamo abbia invocato il serpente, che lo abbia voluto. Il male, allora, era già da sempre in noi, non dobbiamo cercare il male originario in fonti esterne: il serpente. L'uomo non era fatto per l'eternità, aveva passione per l'ignoto e per questa passione ha dovuto pagare a modo suo. Separandosi dal mondo divino, l'uomo si è separato dall'essere stesso e in qualità di individuo si è condannato al non essere. Noi scopriamo noi stessi solo di fronte al nulla. Solo esercitandoci a non essere niente, a non identificarci con niente, possiamo davvero essere liberi. 





Non siamo realmente noi se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità” (Cioran)

Questo fenomeno può sembrare strano, nel senso che se Dio è essere e noi non siamo, allora perché cercare la salvezza nel nulla? La verità che noi nell'illusione crediamo ancora di essere, di essere queste persone qui, individuali, ma questo è falso. Eppure Cioran parla anche di una salvezza dall'essere, afferma che che più si è, meno si vuole. Questo ci porta all'idea che l'essere non è tanto la determinazione, perché altrimenti gli individui sarebbero, al contrario di quello che ho detto precedentemente. L'unica via, ancora possibile per l'uomo, sta nel negare la specie per cercare la strada verso l'albero della vita. C'è chi pensa che questa via sia ancora aperta. 


Il racconto dell'Eden spiega la caduta nel tempo dell'uomo o la sua caduta nella storia. Con questo evento incomincia l'avventura dell'uomo in questo mondo e la nascita della civiltà. Dal secondo capitolo La caduta nel tempo incomincia a trattare il tema della civiltà come decadenza. L'atteggiamento dell'uomo civilizzato è visto come sospetto da parte di Cioran perché egli vede in questo una forma di invidia e di vendetta. L'uomo civilizzato porta con sé lo stato di degenerazione e di decadenza. Egli intende condividerlo con gli altri, imporlo. Vuole cancellare i non civilizzati e gli analfabeti. Il civilizzato invidia chi ancora non è evoluto e per questo vuole punirlo. La Conquista degli spagnoli è una forma di vendetta, vendetta che si è riversata contro i popoli indigeni del Sud America. Oggi degli indios rimane davvero poco e la civiltà a conquistato quasi interamente quel continente. L'ultimo rifugio: l'Amazzonia. Si potrebbe fare un discorso analogo anche per l'America del nord e tutti quelle tribù che l'hanno popolata per millenni.