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venerdì 17 agosto 2018

Cartesio: Chiaro/distinto oscuro/confuso (quarta meditazione)





Cartesio e il piano cartesiano

Cartesio: il vero e il falso



Nella prima delle Meditazioni metafisiche Cartesio mette in dubbio l'esistenza degli oggetti esterni e delle certezze più forti nell'uomo, quelle che vengono dalle scienze. Cartesio applica questo metodo perché ricerca qualcosa di assolutamente certo ed evidente. Nella seconda meditazione arriva a questo risultato: posso dubitare di ogni cosa, posso persino pensare che esista un genio maligno che mi inganna, ma questo essere deve pur ingannare qualcuno e io che dubito devo esistere per dubitare. La mia esistenza, qui viene la terza meditazione, non me la sono data da solo. Siccome non posso derivare la mia esistenza attuale da quella passata, poiché partendo dal fatto che esisto ora non posso dire che esisterò anche in futuro, la mia esistenza attuale va spiegata con una causa nel presente. Questa causa che mi ha dato l'esistenza o è causa della sua esistenza o non lo è, se non lo è deve esserci qualche causa ancora superiore che gli ha conferito l'esistenza. Non è possibile regredire all'infinito, altrimenti come spiegherei il fatto che ora sono? Perciò deve esistere un Dio che mi ha conferito l'esistenza, un Dio eterno ed onnipotente. Questo Dio è sommamente perfetto. Visto che il male è imperfezione, ne segue che Dio non mi inganna. Se Dio non mi ha dato un intelletto difettoso che si inganna sempre o molto spesso, allora posso pensare che quelle verità scientifiche che prima avevo messo in dubbio sono vere, ma cosa vuol dire vero?





Nella quarta meditazione Cartesio tratta proprio del tema del vero e del falso. Egli riconosce che Dio non può essere la causa dei miei errori. Tuttavia dobbiamo ammettere che qualche volta ci sbagliamo, ossia che ci inganniamo su alcune cose e prendiamo per vero ciò che in realtà è falso. Questo accade in noi non perché Dio ci ha dato un intelletto difettoso, ma semplicemente perché non siamo perfetti come Dio e non abbiamo un intelletto infinito. Noi siamo, osserva Cartesio, un termine medio tra Dio e il nulla. Inoltre Cartesio sostiene che l'intelletto non è lui fonte di inganno, in quanto l'intelletto concepisce semplicemente le cose. L'intelletto pensa le idee, ma l'errore deriva sempre dall'affermare o dal negare qualcosa e questo noi lo facciamo con la volontà. L'errore è quasi un conseguenza della nostra libertà e della nostra volontà così estesa. Io sono libero, posso affermare o negare, posso fare questo o fare il suo opposto. È perché sono libero che sono esposto all'errore, perché la mia volontà è molto più estesa del mio intelletto. In questo Dio non ha nessuna colpa, ossia non ha nessuna colpa nell'averci voluto liberi. Noi sbagliamo perché affermiamo e neghiamo cose su ciò che non concepiamo in modo chiaro e distinto. Se giudicassimo solo su ciò che ci è effettivamente chiaro e distinto non sbaglieremo affatto. A questo punto si capisce anche che cos'è la verità per Cartesio. Egli pensa come vero quel che affermiamo di ciò che ci è chiaro e distinto nell'intelletto. Cosa è chiaro e distinto? Chiaro è quel che concepiamo chiaramente, ossia ciò che noi conosciamo bene dal punto di vista concettuale. Distinto indica la nostra capacità di separare un certo concetto da un altro, dunque di pensare un concetto distintamente da un altro. Cartesio è chiaramente un razionalista e la conoscenza nel suo caso dipende principalmente dall'intelletto. I sensi non ci aiutano nel lavoro della conoscenza e la volontà nella sua grande estensione conviene che la si restringa alle cose di cui siamo più certi. Di certezze assolute non ne abbiamo molte per il razionalista e queste sono sempre cose che possiamo derivare dall'intelletto solo. Il razionalista ragiona a partire da principi semplici come "ogni effetto ha una causa" oppure "due cose non possono occupare lo stesso luogo". Partendo da questi principi deriva il sapere. Il razionalista, dunque, non ragiona a partire dai dati sensibili perché sa già che con la sensibilità non potrà mai avere conoscenze universali e necessarie. In effetti non traggo dalla sensibilità cose come "2 + 2 = 4". Il razionalista spesso è un matematico e la matematica è una materia che non è sostenuta dall'esperienza sensibile e ha interi settori che non hanno nessun legame con il mondo fisico.