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mercoledì 30 luglio 2014

Del morso della vipera (Spiegazione/Zarathustra)






Zarathustra si addormenta sotto un fico, perché fa caldo. Una vipera (die Natte) sopraggiunge e gli morde la gola. Con il morso la vipera sveglia Zarathustra, il quale grida dal dolore. Ma quando la vipera si accorge di aver morso Zarathustra è imbarazzata e vorrebbe scappare. Zarathustra richiama la vipera dicendo di volerla ringraziare che lo ha svegliato, visto che il suo cammino è ancora lungo. La vipera gli risponde dicendogli che il veleno che gli ha iniettato con il morso è certamente mortale, dunque non vivrà a lungo. Zarathustra obbietta che nessun drago è mai morto per il veleno di una vipera e che lei non è abbastanza ricca per donargli quel veleno, dunque farebbe meglio a riprenderselo. E così la vipera gli lecca effettivamente la ferita.

Scopriamo successivamente che Zarathustra, oltre a non essere morto, in realtà stava solo raccontando una storia ai suoi discepoli (die Jüngern). I discepoli gli chiedono quale sia la morale della sua storia e Zarathustra risponde che non c'è alcuna morale nella storia. Qui Zarathustra gioca con la parola morale. Zarathustra è considerato malvagio e immorale perché mette in discussione i valori della società, dunque è un distruttore della morale. Tuttavia questo non significa che la storia non abbia un significato e il significato è questo: se qualcuno vi fa del male, non ricambiatelo con del bene, poiché questo sarebbe causa di vergogna, ma dimostrategli che vi ha fatto del bene. La vipera fa del male ha Zarathustra, ma quando scopre che si tratta di Zarathustra comincia a vergognarsi. Allora Zarathustra afferma di volerla ringraziare per il dono, ma le dice di non essere lei abbastanza ricca per farle quel dono. Lampert qui nota giustamente che Zarathustra avrebbe potuto vendicarsi con la vipera, ma non lo ha fatto. Zarathustra non cerca la vendetta, ricambia mostrando alla vipera che non è riuscita nel suo intento e che, anzi, gli ha fatto solo del bene.
Vediamo un po' meglio la simbolo della parabola di Zarathustra. Poiché, in effetti, si tratta di una parabola ed è la prima che racconta Zarathustra, ma non sarà l'ultima. Jung ci dice molte cose interessanti sul significato di questo racconto. Per prima cosa Jung nota che in questo racconto si parla di un serpente. Drago in greco si dice "drakon", ma questa parola significa anche serpente. Dunque quando Zarathustra definisce se stesso come un drago, sta semplicemente dicendo al serpente: "io sono un serpente come te, per questo non puoi avvelenarmi". In tedesco, nota Jung, drago, oltre a "Drache", si può anche dire "Lindwurm", dove "Wurm" è il verme. Interessante è anche il riferimento all'albero del fico. Questo ricorda in primo luogo l'episodio dei Vangeli quando Gesù maledice il fico:

«La mattina dopo tornando in città ebbe fame (Gesù). E visto un fico lungo la strada, gli si avvicinò, ma non trovandovi altro che foglie, disse: "Da te non nasca mai più frutto in eterno!". E subito il fico si seccò. I discepoli nel veder questo, rimasero stupiti ed esclamarono: "Come mai questo fico si è seccato all'istante?". Gesù rispose dicendo loro: "In verità vi dico: se avrete fede e non esiterete, farete non solo come è stato fatto a questo fico, ma quand'anche diciate a questo monte: "Levati di là e gettati in mare", sarà fatto. Tutto ciò che chiederete con fede nella preghiera, l'otterrete".» (Matteo 21, 18-32 )

Potrebbe anche essere, quello del fico, un riferimento all'episodio della Genesi, di Adamo ed Eva, quando si coprono con le foglie di fico. Se così fosse, allora il serpente sarebbe il serpente dell'albero del bene e del male, ma in questo capitolo non c'è morale, dunque il senso cambia completamente. Il serpente non tenta nessuno qui, ma morde Zarathustra al collo. Il morso è un morso per paura. Tuttavia essendo un morso alla gola va ad attaccare la voce, il logos. Uno degli uditori di Jung riferisce che Nietzsche aveva tenuto una lunga discussione per cinque mesi con Lou Salome.

Al male si ricambia con il male. Se vi maledicono, voi maledite. Quando subite un torto, fatene altri piccoli cinque. Meglio una piccola vendetta che nessuna vendetta, è più umano! Così suona il messaggio di Zarathustra rispetto al suo racconto. Questo messaggio, nota Lampert, è il rovescio di quello del Vangelo: porgi l'altra guancia, ricambia sempre il male con il bene. Spiega Lampert: invece di rispondere con il bene al male, per disarmare il nemico, Zarathustra arma il nemico mirando proprio all'inimicizia.

Se Zarathustra è il serpente, come quello della Bibbia, egli dice di fare il male esattamente come quel serpente. Quello di Zarathustra, asserisce uno degli uditori di Jung, è il rovescio del sermone della montagna di Cristo, quando Gesù afferma: beati i poveri.



La punizione deve onorare il prevaricatore, altrimenti non è buon modo di punire. E poi si legge:

«È più nobile darsi torto che farsi dare ragione, specie quando si ha ragione. Solo, bisogna essere abbastanza ricchi per far ciò.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.72)

Cosa vuol dire questo "essere ricchi"? È chiaro che non parla di denaro. Molto probabilmente ha in mente la pienezza dell'uomo pieno di gioia e di potenza. Il creatore è ricco, appunto perché è fecondo. Il creatore ha molto da donare, per questo è ricco. Ma essere ricchi qui è solamente uno stato interiore, non uno stato economico-sociale. Un uomo povero, povero dentro, non ha nulla da donare.

Zarathustra successivamente critica il modo di fare giustizia di questa società affermando:

«La vostra fredda giustizia non mi piace: e dall'occhio dei vostri giudici io vedo sempre sbirciare il boia con la sua fredda mannaia. Dite, dove si trova la giustizia, che sia amore veggente? Inventate, dunque, la giustizia che tutti assolve tranne coloro che giudicano!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.72)

Non è la prima volta che Zarathustra critica la giustizia perché troppo fredda con il colpevole. Lo aveva già fatto nel capitolo sul pallido delinquente, dove si legge:

«La vostra uccisione, giudici, ha da essere compassione e non vendetta. Badate, nell'uccidere, di giustificare la vita!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.35)

Zarathustra cerca una vera giustizia, una giustizia distributiva: dare a ciascuno il suo. Per fare questo Zarathustra suggerisce di dare a ciascuno il proprio, così come Zarathustra ha fatto quando voleva ringraziare la vipera per il suo dono.

Nell'ultima parte del capitolo Zarathustra parla degli eremiti. Li descrive come persone pericolose dall'anima profonda. Gettare un sasso nell'anima dell'eremita è come gettare un sasso in un pozzo: chi lo recupera più? Non bisogna offendere l'eremita, altrimenti bisognerebbe ucciderlo pure.

Insultare l'eremita? Zarathustra ha incontrato almeno due eremiti nel suo cammino. Entrambi questi incontri sono descritti nel Prologo. Zarathustra incontra il primo eremita nel bosco intento a lodare Dio. Zarathustra gli spiega la sua missione e l'eremita lo mette in guardia dall'andare dagli uomini, consigliandogli di stare con gli animali. Zarathustra si accorgerà quanto sarà difficile portare il suo messaggio agli uomini, ma troverà due grandi animali come l'aquila e il serpente. Il secondo eremita lo incontra quando lascia la città dove tenne i suoi discorsi. Avendo sentito fame, ha trovato ristoro presso questo eremita.