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sabato 16 marzo 2019

Della virtù che dona (Spiegazione/Zarathustra)






Zarathustra intende lasciare la sua città preferita: Vacca pezzata. Si incontra con i suoi amici e seguaci, i quali hanno passato gli ultimi tempi con lui. Lui è pronto per lasciarli, perché è tra gli uomini solitari e intende tornarsene ai suoi monti. Gli amici di Zarathustra intendono fargli un dono e questo dono consiste in un bastone che potrà accompagnarlo lungo tutto il suo viaggio. Il bastone termina con un serpente che avvolge il sole. Questa rappresentazione fatta d’oro.

Zarathustra tiene un discorso fuori dalla città, a differenza degli altri. Zarasthustra riceve un dono dai suoi discepoli ed è a proposito della virtù che dona il suo discorso. Il dono che riceve è un bastone con un serpente che avvolge il sole. Questo bastone, secondo Lampert, è il bastone di Asclepio, il dio della medicina, figlio di Apollo. Il bastone di Asclepio ha questo serpente che avvolge il bastone, diventato poi simbolo della medicina successivamente. Invece Jung riconduce il simbolo del bastone al simbolo orfico dell’uovo con il serpente. Zarathustra ha lanciato la sua palla d’oro, ora tocca ai suoi compagni. Non si può donare qualcosa se non si ha niente, dunque prima bisogna possedere e questo è parte dell’insegnamento di Zarathustra.




Lampert sostiene che il primo libro dello Zarathustra, il quale si chiude con questo capitolo, è rappresentato dalla figura del sole e di Apollo. Zarathustra si paragona al sole nel prologo, ma il sole compare altre volte, come nel caso della palla d’oro nel capitolo sulla morte libera. Qui ancora si parla del sole, della palla d’oro. Zarathustra indicherà in questo capitolo la via ai suoi discepoli verso il grande meriggio. Dioniso, il problema dell’eterno ritorno, della mezzanotte, sono cose che devono ancora venire.

A quel punto Zarathustra inizia il suo ultimo discorso del primo libro. Egli incomincia a chiedere come mai l’oro abbia così tanto valore. Egli sostiene che l’oro è inutile, dolce e brillante. Allo stesso modo lo è la virtù più grande che si può trovare negli uomini. La virtù che dona è la migliore virtù. Noi vogliamo tante cose, gemme, oro e altro ancora. Le prendiamo e vogliamo arricchirci. Ma questo non tanto per tenere con noi, ma ridare agli altri o per avere cose da donare. Bisogna essere abbastanza ricchi per poter donare.

Qui incomincia il famoso passaggio dei due egoismi. Secondo il primo egoismo si prende per donare agli altri, non solo per trarre vantaggio per sé. Secondo il secondo egoismo noi prendiamo solamente perché rubare e basta. L’egoista malato vuole avere tutto e toglierebbe i bocconi agli altri, sedendosi sempre al tavolo di chi dona, per approfittare della loro generosità.

Esiste un egoismo del solitario, l’egoismo del superuomo e di Zarathustra, che è fatto di una virtù che vale come l’oro: la virtù che dona. Esiste anche un egoismo della città, un egoismo da commerciante, quello della persona che vuole puramente arricchire se stesso. Il capitalismo rientra in questa seconda forma di egoismo, ma questo problema lo si deve vedere anche nelle mosche del mercato.

Zarathustra spiega dove dovremmo trovare la nostra virtù che dona: ci riferisce di un linguaggio di simboli che vuole parlare il nostro spirito; ci dice che possiamo trovare la nostra virtù dove la volontà vuole comandare ogni cosa; ci dice che siamo vicini alla nostra virtù tanto più vogliamo stare alla larga dai rammolliti.

Si chiude un primo discorso e ne incomincia un secondo. In questo secondo discorso Zarathustra ricorda ai suoi amici che devono rimanere fedeli alla terra. La loro virtù deve rimanere fedele alla terra e alla vita. Non dovranno mai farla volare via. Anzi, sarebbe meglio se tutte le virtù che se ne sono andate tornassero effettivamente alla terra. L’uomo ha molti difetti, ma dovrebbe diventare un guerriero e un creatore. Deve imparare questo nuovo egoismo, che è quello dell’uomo ricco che sa donare. L’uomo impari ad aiutare se stesso e così potrà anche aiutare gli altri. L’uomo impari ad amare se stesso e così potrà amare anche gli altri.


Si chiude un secondo discorso e si apre il terzo discorso. Zarathustra incomincia a parlare del fatto che se ne andrà via da loro e che loro devono rinnegarlo come maestro. Lo scolaro, sostiene Zarathustra, non può fare per sempre lo scolaro. Zarathustra non vuole fare il maestro, lo si capisce fin da subito. Infatti sostiene che non bisogna credergli e gli invita a pensare che li abbia truffati. Gli rammenta che bisogna saper odiare gli amici come si odiano i nemici. Ricorda che loro devono perderlo e che sarà solo lui un giorno a ritrovarli, dopo che tutti loro lo avranno rinnegato. Zarathustra vuole tornare da loro, ma solo quando saranno pronti sulla via per il loro tramonto, quando saranno pronti a diventare superuomini.

Il testo finisce con queste famose parole: morti sono tutti gli dei, viva ora il superuomo!

Leo Strauss pensa che la maggior parte di questo testo sia semplicemente la parodia del nuovo Testamento. Qui infatti viene celebrato l’egoismo e viene negata ogni forma di guida che possa diventare pastore degli uomini. Con le ultime parole Zarathustra afferma la morte di tutti gli dei, mentre nel prologo sembrava affermare la morte di un solo Dio, forse quello a cui credeva il santo che ha incontrato. Questa rappresenta un'estensione della sua affermazione.