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mercoledì 21 ottobre 2015

Walter Benjamin








Nasce a Berlino il 15 luglio 1892, figlio di un ricco antiquario ebreo e di una ebrea proveniente da una famiglia di ricchi commercianti. Studierà filosofia a Berlino, seguirà le lezioni di Heirich Rickert a Friburgo. Conosce Martin Buber,  Gershom Scholem con il quale studia Cohen, Ernst Bloch e frequentando il Lehrhaus conosce anche Rosenzweig, sempre là incontra Fromm e quindi successivamente Theodor Wiesengrund Adorno. Benjamin cercherà di diventare professore a Francoforte, ma non riesce. Nel frattempo Benjamin lavora a traduzioni come a quella dell'opera di Proust in tedesco, va a Parigi, comincia il progetto sui Passagenwerk, inizia a pensare di andare a insegnare a Gerusalemme, si mette ad imparare l'ebraico, pensa di iscriversi al partito comunista, ma alla fine non farà nessuna di queste due cose. Passerà un paio di altre volte a Parigi, più volte si scrive con Scholem, pensando di andare in Palestina, cosa che non farà mai. A Parigi si scrive con Adorno e pubblica sulla rivista della scuola di Francoforte: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Nel 1939 quando scoppia la guerra viene internato prima nello stadio di Colombes, poi nel campo di lavoro volontario nei pressi di Nevers. Nel 1940 scrive le Tesi sul concetto di storia con una copia per Adorno e una per Scholem. Quando i nazisti arrivano a Parigi Benjamin arriva verso sud, arriva a Lourde, passa per Marsiglia e si dirige  verso il Portogallo. Benjamin fuggiva con altre persone, cercava di superare i Pirenei passando per Portbou. La polizia spagnola minaccia di rispedire i tre indietro alle autorità francesi, allora quella stessa notte Benjamin si ucciderà con la morfina, lasciando passare gli altri, di cui uno era suo figlio. Le sue opere più fondamentali scritte sono: Charles Baudelaire: tavole parigine (1920), critica della violenza (1923), Franz Kafka (1934), L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), Tesi sul concetto di storia (1940), I Passages (1983).
Qui palerò non di tutte le opere, tanto meno delle più importanti, per questo non ha senso prendere questo testo come un riassunto generale; per scrivere su Benjamin si dovrebbe scrivere all'infinito. Questo testo si basa su alcune opere come: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), Tesi sul concetto di storia (1940), I Passages (1983). Si potrebbe cominciare il discorso dalla prima, passare per la terza e arrivare alla seconda. L'idea di Benjamin fondamentalmente è questa: un'analisi del rapporto tra arte e tecnica, di come la seconda abbia modificato la prima, non solo in senso materiale, ma proprio nell'essenza. Possiamo dire che cose come la fotografia e il cinema che sono in primo luogo prodotti della tecnica, in realtà non hanno ucciso affatto l'arte, semplicemente sono diventante nuove forme di arte. Non si sta dicendo che tutte le foto sono arte, ma che di fatto vi sono foto artistiche, come non tutti i filmati fanno un film, ma il film è arte. Ciò che si mette in primo luogo in discussione è magari una forma di arte come la pittura e non la scultura, perché dopo tutto l'idea di poter avere una visione totale dell'oggetto semplicemente fotografandolo da tutti i lati è un vantaggio per lo scultore in quanto gli da una visione tridimensionale dell'oggetto e così nasce la fotoscultura. Ciò che però conta di più alla fine è la trasformazione dell'essenza dell'opera d'arte, in quanto l'opera d'arte perde la sua aura, come si diceva già che il poeta perde la sua aureola. Solo che nel caso dell'opera d'arte non è semplicemente una questione di perdita di autorità, di fenomeno di mercificazione, è un problema che concerne il fatto che l'opera non ha più il suo carattere di originale ed è infinitamente riproducibile (infinite copie senza originale). Ad esempio Benjamin fa notare che un film può essere trasmesso in diverse sale alla stessa ora, lo stesso giorno, allora chi sta vendendo il nastro originale? oppure anche il caso della fotografia è importante perché è davvero difficile distinguere la prima foto dalle successive riproduzioni (non parliamo delle nostre foto digitali). Il fenomeno della riproduzione dell'arte però non riguarda solo la fotografia e il cinema, anche l'art nouveau rappresentava all'epoca una forma di arte riprodotta a volontà tecnicamente, nelle case, sui balconi, per quel che riguarda scale, mobili e così via. Sarebbe un errore pensare che Benjamin voglia dire che l'opera d'arte si sta degradando e mercificando, così che foto, film e art nouveau non sono altro che prodotti di consumo. Certamente Benjamin non nega il fenomeno del capitalismo che tende a trasformare tutto in merce, oppure come diceva Marx: "tutto sarà profanato", tuttavia il problema sta in questo cambiamento di essenza, quindi anche nel cambiamento di funzione. La caratteristica essenziale dell'opera d'arte attuale è lo "shock", l'opera d'arte costringe a fermare il contiuum della tua vita per gettarti in un presente immediato che viene vissuto come fosse sganciato dal tempo. C'è da dire che Benjamin era poi anche convinto che l'effetto "shock" avesse in sé delle possibilità emancipatrici e del resto è su questo stesso concetto che si è basato per costruire la sua filosofia della storia. Dopo tutto Benjamin non leggeva il film nel senso di un contiuum, ma il film è fatto da tanti frammenti fatti scorrere velocemente che ci danno l'illusione del tempo e dello spazio, quando non sono altro che istanti monadici eterni, tanti piccoli "shock". Più che montaggio c'è uno "smontaggio", si perché Benjamin parla tanto di "montaggio letterario", ma questo presuppone sempre uno "smontaggio letterario". Ad esempio se prende delle citazioni o stralci da testi per rimontarli in una certa sequenza in un libro, non può che farlo se non dopo averli precedentemente smontati dai libri che leggeva. Perché in realtà Benjamin parte sempre dal singolo fotogramma per costruire, dallo scarto o dallo straccio/frammento, quindi prima "smonta" ed è in un secondo momento che "monta". Per quanto riguarda la questione della mercificazione dell'opera d'arte Walter Benjamin parla di "valore espositivo", cioè parla del fatto che l'opera d'arte diventa merce, non tanto e semplicemente perché ha un prezzo o perché ha perso il suo "valore culturale", nemmeno il valore d'uso sarebbe adeguato all'opera d'arte, piuttosto si tratta del fatto che l'opera d'arte come la pornostar si offre nella sua totale nudità ad un pubblico senza più nessun velo, senza stare più nel suo tempio (museo), ma magari può essere messa all'aperto in un'esposizione universale accanto a qualche donna poco vestita. Ovviamente si può rimediare a tutto, perché per esempio i valori più estetici ed espositivi dell'arte li troviamo tranquillamente nell'arte fascista, ma questa è una valenza politica che può assumere l'arte. Ad esempio il culto del divo, l'estetizzazione del film, hanno caratteri completamente fascisti, perché il divo diventa subito idolo delle masse, il grande modello di comportamento che tutti imiteranno e così via, sotto molti aspetti nessuno dei divi può essere meglio di Hitler. Così Benjamin condanna in primo luogo il cinema hollywoodiano come cinema fascista, tuttavia immagina la possibilità di una politicizzazione del cinema in senso comunista. Per esempio dice che se l'operaio si spoglia della sua dignità davanti ad una macchina, l'attore al cinema lo vendica sul set esprimendosi liberamente proprio davanti ad un'altra macchina. In pratica il comunismo politicizza l'arte.
Ora quello che dice Benjamin sull'arte vale anche per le trasformazioni che erano in atto nell'800', prima parlavo della questione dell'art nouvau, in quel caso il problema riguarda un'arte del ferro che è diventata riproduzione e che si è diffusa tantissimo a Parigi, così come a Barcellona, quindi che è diventata un moda vera e propria. Tuttavia forse è meglio analizzare le trasformazioni della società dell'800' descritte da Benjamin nei Passages partendo da dei temi generali come possono essere "la società dell'esposizione", ma si potrebbe dire delle prostitute, "la perdita dell'interiore", "il problema della tecnica". Il punto da capire è che anche se Walter Benjamin è consapevole del fenomeno della mercificazione totale, nonché di quello che Marx chiama "feticismo" della merce, Benjamin non lo analizzerebbe mai a partire dal "valore di scambio". Benjamin infatti parla di "valore espositivo"; questo concetto, come del resto nota un certo Byung-Chul Han, non è mai né il "valore di scambio" e tanto meno il "valore d'uso". Insomma se per Marx il problema del feticismo si esprimeva nel prezzo, perché il prezzo poi in quanto tale non viene riferito al lavoro dell'operaio, ma a delle presunte qualità naturali dell'oggetto che verrebbero in tal maniera misurate, questo non vale Benjamin. Perché il feticismo esiste quando il processo lavorativo è nascosto dietro alla merce, la merce viene considerata in quanto tale come qualcosa che ha determinate caratteristiche  per natura, quando in realtà sono frutto del lavoro di qualcuno. Il problema di Benjamin non sta tanto in questo feticismo che poi viene a condensarsi nel prezzo, la questione è questa: immaginatevi qualcuno che cammina per questi Passages, ovvero questi corridoi pieni di negozi di lusso con questo soffitto con l'impalcatura di ferro che regge delle lastre di vetro, immaginatevi lui con un passo da tartaruga attratto da tutta la magia dei prodotti che gli si offrono nelle vetrine, non importa se siano oggetti utili o qualunque cosa siano, l'importante è che catturino la sua attenzione, che siano belli o meglio sexy, che riescano a stimolare i suoi desideri, quelli più bassi, il suo sex appeal. È chiaro che in questo mondo fatato scorre il denaro, che il denaro apre le porte dell'appagamento del desiderio, che le cose sono messe lì perché qualcuno le compri. Il punto però non sta tanto nell'atto della vendita vero e proprio, ma nel fatto che sono lì nella vetrina esposte alla vista di tutti nella loro nudità, magari illuminate da qualche luce a gas (sotto i riflettori?). Il fatto che qualcuno si mostri nudo, per esempio una donna, è una prestazione, se poi lo fa davanti a tutto un pubblico diventa pura esposizione o spogliarellismo. Sono proprio quelle immagini proibite che colpiscono e interessano ai "clienti", tutti vogliono vedere le immagini "segrete", ma cosa succede quando queste ci vengono offerte facilmente davanti ai nostri occhi senza più nessun velo? cosa succede al nostro interiore, al nostro mondo interno quando viene sufficiente illuminato e viene messo sotto i riflettori davanti a tutti? in sostanza: cosa succede quando la nostra anima si prostituisce?. Quando questo succede abbiamo una perdita di interiore, insomma Benjamin denuncia una società della prostitutizzazione totale, che non è un fenomeno che riguarda solo le donne, riguarda tutta la società ed in primo luogo quello che è il mondo delle merci. Noi vediamo sempre di più il nostro interiore nelle cose esterne, in ciò che possediamo, tracce di noi stessi chiaramente sono nei nostri oggetti che più ci rimandano al nostro passato, questo effetto, che Chul Han definirebbe come "narrativo", in realtà è morto con l'esposizione e la mercificazione di ogni cosa, per cui da tempo ogni cosa ha perso il suo valore; per Benjamin da questo punto di vista ci sarebbe salvezza solo nei collezionisti. Per noi art noveau, scale a chiocciola, case, macchine sono sempre di più ciò in cui riconosciamo la nostra anima, solo che il punto non è semplicemente il fatto che l'anima non è nelle cose perché non è un oggetto, mentre noi materialisti e feticisti la trasmutiamo in merce, il problema è che esiste davvero un'anima negli oggetti, in un certo senso, ma l'unico che sa leggerla davvero è il collezionista, perché solo il collezionista vede il passato dell'oggetto lo coglie come valente in sé a prescindere dall'utilità dell'oggetto e dal suo valore commerciale ed in più conosce sempre l'oggetto come qualcosa che ha un destino ancora incompiuto. Alla fine i Passages sono il libro su questa società consumista folle della continua produzione, dello sfruttamento incondizionato della natura, della tecnica innovata che poi non ha altro che questo scopo,  del finanzcapitalismo nascente e il suo mondo della borsa. Questo mondo chiaramente non ha valori, ma probabilmente questo è anche falso, il valori del capitalismo sono: il profitto e l'accumulazione, forse anche il potere; il problema è la scomparsa di un soggetto etico capace di pensare con la propria testa e di nuotare contro corrente, sembra sempre più di far parte di un mondo dove tutti collaborano per un sistema, ma quando succede qualcosa nessuno sembra il diretto colpevole. L'egoismo e la chiusura mentale portano a un uomo ad una sola dimensione per dirla alla Marcuse, ma si tratta di un uomo che non conosce nemmeno le conseguenze vere dei propri atti, perché lo sappiamo tutti che se davvero dovessero sciogliersi i ghiacciai dei poli i capitalisti ne troverebbero occasione per sfruttarlo e farci altri soldi e non gli interessa nulla del disastro ambientale. Dico questo perché nei Passages si legge che Fourier era convinto che i ghiacciai si sarebbero ritirati dai poli nel 1828, all'epoca una frase del genere poteva essere presa come "bella profezia", ma non come "previsione di disastro ambientale", erano più ottimisti? sicuramente Fourier era più che ottimista, era un utopista, ma forse non sapevano quello che dicevano. Oppure quando Saint-Simon affermava che bisogna fare una statua di Napoleone con le montagne della Svizzera sembra che all'epoca, come accade anche adesso con le "trivellazioni", non ci fosse tanto scandalo all'idea di "bucherellare" le montagne. Io l'ho messa molto sul tema ambientale, ma la tecnica  normalmente è definita come qualcosa che ha come scopo l'assoggettamento della natura all'uomo. C'è una soluzione a tutto questo, secondo Benjamin, questa soluzione la troviamo a partire dallo scarto, dall'oggetto dimenticato, si deve partire da ciò che la società e il sistema rifiutano, lo scarto del sistema (Cuozzo dice:l'immondizia), per costruire un nuovo mondo.
Parlando sempre di scarto ci si può ricollegare a quello che per Benjamin era il singolo fotogramma del film e ora potremmo dire anche istante monadico storico. Per Benjamin si parte sempre da quello: smontare la società, smontare i film, smontare la storia. Secondo Benjamin l'immagine classica della storia come contiuum, progresso e come storia unica in realtà non è altro che immagine che gli hanno dato i vincitori, perché poi non è alto che la storia stessa dei vincitori. Prima di tutto, come fa notare lo stesso Vattimo, è difficile dare una visione unitaria della storia che non sia la classica prospettiva degli europei; in secondo luogo chiediamoci davvero quale sia il progresso della storia, perché vediamo dei popoli vincere ed abbatterne degli altri: i romani sconfiggono molti popoli, i barbari fanno crollare l'impero romano e così via, tutte queste sono storie dei vincitori e delle loro barbarie, ma ovviamente il cattivo è sempre il nemico perché così il vincitore vuole che lo si dipinga. Adorno diceva che ogni documento culturale è insieme un documento di barbarie. Dunque il problema di Walter Benjamin era che il progresso non è altro che una distruzione compatta che avanza. Perché tutto questo? il nazismo mette in discussione ogni concezione del progresso storico perché non ha senso dire che il progresso della civiltà è tale da essere continuo per cui il futuro sarà sempre migliore del passato e del presente dopo quanto è successo con il nazismo. Forse prima si pensava che con la rivoluzione francese fossero avvenuti dei passi verso una società più giusta, poi Marx l'aveva criticata questa società con la sua ipocrisia, così cominciano le lotte di classe e così via, ma anche Marx credeva nel progresso storico. Con l'arrivo del nazismo, delle sue stragi e delle sue barbarie non si può che pensare che le barbarie possano tornare in qualsiasi momento (cosa forse detta già in parte da Giabbattista Vico). È come se la battaglia della storia fosse giocata tutta sul presente e non sulle speranze future, come del resto fa vedere lo stesso Benjamin in quell'immagine del turco con il narghilè e il nano gobbo che gioca a scacchi. L'idea di Walter Benjamin sostanzialmente è questa: che la rivoluzione consiste nel fermare il treno della storia; che il passato non si sia mai risolto definitivamente perché rimangono in esso molte cose irrealizzate come speranze, lacrime, sofferenze che chiedono di essere rivendicate; tutto questo materiale deve venire alla luce ed è la vera dinamite della storia; in ogni momento è possibile riaprire quelle stanze buie e accendere la miccia della storia, si tratta di far convergere la costellazione del passato con quella attuale per innescare l'esplosione storica rivoluzionaria. Se il problema riguarda le speranze non appagate, il dolore e le lacrime sepolte nel passato della gente oppressa, in sostanza dei vinti, allora il problema è la redenzione, la salvezza. Qui viene fuori la questione del massianismo in Benjamin perché secondo Benjamin il messianismo ebraico va inteso nel senso che ogni presente può essere la porta in cui potrebbe arrivare il messia redentore, così essere ebrei significa anche credere sempre nel fatto che questo messia arriverà, ma che quel momento potrebbe anche essere adesso.


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